Giornale Degli Orologi
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Tag: carbonio

  • ALP: audacia, leggerezza e visione

    ALP: audacia, leggerezza e visione

    Ci vogliono visione e coraggio, oggi, per lanciarsi nell’orologeria con un nuovo marchio. Italiano. Coraggio perché, lo sappiamo, la situazione del mercato è tutt’altro che allegra. Visione, perché serve ragionare in una prospettiva almeno di medio termine; capacità che non tutte le aziende, men che meno le più piccole, hanno. Ecco perché il progetto ALP e il suo primo orologio, ALP-1, hanno un significato particolare. Marchio nuovo, italiano, giovane, nel segmento premium. Insomma, una sfida vera. 

    Due storie, una visione

    Ho conosciuto la realtà di ALP lo scorso marzo, all’evento di presentazione alla stampa specializzata italiana. In quell’occasione ho avuto modo, oltre che di vedere l’orologio, di conversare con le persone che stanno dietro al progetto, Francesco Perusi e Alessandro Zavaglia.  Due professionisti con due storie all’apparenza destinate e non incontrarsi ma che, in realtà, hanno tra loro molti punti di contatto. 

    L’uomo dell’orologeria è Perusi. Formazione da designer industriale con il pallino dei materiali innovativi, ha lanciato nel 2021 il proprio brand Aion Watch grazie alla piattaforma di crowdfunding Kickstarter. Aion Watch si presenta come il primo orologio al mondo in fibra di carbonio stampato in 3D. Tenete a mente la fibra di carbonio, è una delle chiavi per capire la filosofia di ALP.

    Zavaglia è invece un uomo di marketing e dall’anima commerciale. Dopo anni passati nelle vendite all’interno di diverse multinazionali, nel 2015 ha cambiato prospettiva diventando imprenditore e ha fondato un brand di centri estetici nella “sua” isola, la Sardegna, oltre ad alcune linee di cosmetica. La passione per gli orologi l’ha sempre avuta e l’incontro con Perusi lo ha portato a farla diventare anche una professione, fondando ALP insieme a lui.

    Il cuore di carbonio di ALP

    Un nome che richiama le Alpi, come ponte naturale tra l’Italia, terra natale del brand, e la Svizzera, culla e patria dell’orologeria più raffinata, ma che è anche un acronimo. Dell’espressione latina “Audacia Levior quam Pluma”, ossia l’audacia è più leggera di una piuma. Un nome fatto per unire i due concetti fondanti di ALP, che si ritrovano nell’orologio ALP-1: audacia e leggerezza. Audacia nelle forme e nel design, leggerezza nei materiali.

    Parto proprio da quest’ultimo punto, la leggerezza. Forte della sua esperienza con Aion Watch e di una tesi dedicata all’applicazione dei compositi nell’ambito dell’orologeria moderna, Perusi ha pensato che per il nuovo orologio non ci fosse altra opzione che l’assenza di peso, o quasi. Fattore che, nel settore delle lancette, implica poche opzioni: titanio, oppure un materiale composito come può essere il Quartz TPT di Richard Mille o, più tranquillamente, il carbonio.

    Proprio sul carbonio si basa la cassa dell’orologio. Una cassa che ha avuto bisogno di ben quattro anni di ricerca e sviluppo durante i quali, ci ha detto Perusi, sono stati innumerevoli i pezzi che hanno dovuto essere eliminati. Principalmente perché non rispondevano ai requisiti stretti di qualità e robustezza che i due fondatori stavano cercando. Ecco perché, alla fine, si è arrivati al Carbon TSC, una tipologia di carbonio forgiato ad alte prestazioni, di derivazione aerospaziale. Un sistema di sottilissimi fogli di materiale spessi 90 micron, compressi ad altissima pressione e a temperatura controllata. Un materiale dieci volte più resistente e cinque volte più leggero dell’acciaio. E tre volte più leggero del titanio. Più leggero di una piuma, appunto.

    ALP e il peso piuma

    Il risultato è un orologio da 23 grammi, che diventano 27,8 con il cinturino. E i 23 grammi, si capisce, sono la somma del peso della cassa e di quello del movimento. Che non è di manifattura: al momento, il focus di ALP è sui materiali, per investire sulla meccanica ci sarà tempo. Meglio puntare adesso su qualcosa di affidabile e leggero.

    Ecco perché il calibro automatico AM-1s è realizzato da Soprod, quindi Swiss Made. L’architettura è quella dell’ETA 2892 o del Sellita SW300, però scheletrato e ridotto al minimo peso. Per combaciare con la promessa di leggerezza e robustezza che ALP ha messo nero su bianco nel momento in cui ha deciso di proporsi nel segmento premium dell’orologeria.

    Perché l’ALP-1 è disponibile solo sul sito del Brand in preordine (prime consegne a settembre) a 3.970 euro, che diventano 4.970 euro a prezzo corrente. Un posizionamento importante, per il quale va considerato anche il fatto che l’orologio è in disponibilità limitata di 100 esemplari. Al momento il management di ALP ha scelto di non forzare la capacità produttiva del Marchio, saggiamente a mio parere. Prima si guarderà la risposta del mercato, poi si valuteranno i futuri volumi di produzione. 

    Nelle didascalie trovate qualche approfondimento in più sull’orologio e sulla filosofia di ALP, che solo in parte si esaurisce nella visione di Zavaglia: «Seguire i propri sogni, con passione e perseveranza, è possibile». Come ho scritto all’inizio, oltre che passione e perseveranza, per investire in un settore “bello e dannato” come l’orologeria servono coraggio e visione. In azienda sembra ci siano (al di là dell’audacia nel nome), così come c’è il prodotto: l’ho visto e indossato – e l’ho trovato centrato e moderno. Ora, parola al mercato e all’appassionato che, per fortuna, sanno riconoscere la qualità.

  • Garmin MARQ Golfer – Carbon Edition, la prova al polso

    Garmin MARQ Golfer – Carbon Edition, la prova al polso

    Indossare il Garmin MARQ Golfer (Gen 2) – Carbon Edition significa immergersi in un mondo di passione sportiva, tecnologia premium e manifattura orologiera. Chi già conosce la collezione MARQ sa quanto Garmin abbia saputo rivoluzionare la categoria degli smartwatch di alta gamma, introducendo per la prima volta materiali ricercati (titanio, ceramica, vetro zaffiro) in un contesto spesso dominato prevalentemente dalla plastica e dall’acciaio. Con questo modello in carbonio, l’asticella si è alzata ulteriormente, integrando un materiale da sempre sinonimo di performance e leggerezza in un orologio connesso pensato per gli appassionati di golf, ma non solo. Durante le festività appena concluse, ho avuto l’opportunità di testarlo per alcuni giorni. Ecco le mie impressioni.

    Leggerezza e unicità

    Come dicevo, la caratteristica distintiva della seconda generazione del Garmin MARQ Golfer è senza dubbio la cassa in fibra di carbonio. Il Marchio ha investito circa cinque anni di ricerca per perfezionare la giusta sovrapposizione degli strati di carbonio, garantendo così resistenza, leggerezza e la robustezza necessaria per superare i severi test militari (cadute ripetute con angoli diversi, impatto con materiali come cemento o acciaio, eccetera).

    Questo impegno si traduce in una cassa da 46 mm di diametro che, al polso, appare sorprendentemente comoda da indossare. Il carbonio, infatti, riduce significativamente il peso complessivo dell’orologio. Il design, ben calibrato delle anse, assicura confort anche per chi non è abituato a dimensioni importanti. E migliora l’aderenza del fondello al polso, ottimizzando le rilevazioni biometriche.

    Ogni Garmin MARQ Golfer presenta venature peculiari dovute alla lavorazione a strati della fibra di carbonio, tanto da rendere il singolo orologio potenzialmente unico. L’estetica è enfatizzata dalla lunetta, anch’essa in carbonio, con un intricato pattern che trasmette sportività e Dna “tecnico”. Completa il look il cinturino ibrido in pelle e gomma Fkm, con impunture verdi. Chi preferisce un aspetto ancora più tecnico, può optare per un cinturino in silicone o nylon, facilmente intercambiabili grazie al sistema QuickFit™.

    Display Amoled e utilizzo migliorato

    L’adozione di uno schermo Amoled touch da 1,2” con risoluzione di 390×390 pixels, protetto da vetro zaffiro bombato, rappresenta un significativo miglioramento rispetto alla precedente generazione. La leggibilità è eccellente in qualsiasi condizione di luce: i colori brillanti e la reattività al tocco rendono l’interfaccia utente intuitiva e piacevole da utilizzare. Durante il test, ho riscontrato transizioni fluide tra le schermate, mentre la buona organizzazione delle funzioni mi ha permesso di accedere facilmente alle numerose opzioni disponibili. In definitiva posso parlare di un’esperienza d’uso elevata.

    Un elemento distintivo che ho molto apprezzato sono i cinque pulsanti fisici sulla cassa: tre sul lato destro e due su quello sinistro. Questa scelta progettuale si rivela particolarmente azzeccata in diverse situazioni. In acqua, per esempio – il Garmin MARQ Golfer vanta un’impermeabilità fino a 10 atm -, dove il touchscreen potrebbe risultare inefficace, i pulsanti garantiscono un controllo preciso e affidabile delle funzioni. Lo stesso vale con le mani bagnate o con l’utilizzo di guanti invernali, situazioni in cui la precisione del tocco sullo schermo potrebbe risultare compromessa. Inoltre, la possibilità di personalizzare le scorciatoie associate ai pulsanti consente un accesso rapido e intuitivo alle applicazioni e alle funzioni preferite.

    Funzioni avanzate sul green (e oltre)

    Come suggerisce il nome, il Garmin MARQ Golfer è pensato per gli appassionati di golf, amatori o professionisti, e offre tutta una serie di funzionalità avanzate che migliorano l’esperienza di gioco. Ne riporto alcune:

    • 42.000 campi internazionali precaricati. Una mappa virtuale sempre a disposizione, senza scaricare ulteriori dati, grazie ai 32Gb di memoria di storage di cui l’orologio è dotato.
    • Virtual Caddie consiglia il ferro più adatto da utilizzare, valutando vento, altitudine, stile di swing e dispersione del tiro.
    • PlaysLike Distance: calcola automaticamente pendenze e dislivelli del percorso, fornendo le distanze “front-middle-back” del green con grande precisione.
    • Green Contour Data: mostra la conformazione del green, consentendo di pianificare al meglio il colpo successivo.

    L’utilizzo del MARQ Golfer in combinazione con l’app Garmin Golf, disponibile per Android e iOS, potenzia ulteriormente queste funzionalità.
    Un valore aggiunto non trascurabile è la presenza, nella confezione, di tre sensori Approach CT10. Applicati al grip delle mazze, questi dispositivi forniscono dati precisi per un’analisi completa del gioco. Un vantaggio concreto per ottimizzare le performance sul green.

    Come emerso dalle prove su altri modelli MARQ (Commander, Athlete), è bene sottolineare che tutte le funzionalità specializzate non rappresentano un limite: l’orologio dispone anche di un’ampissima suite multisport. Il passaggio dal golf alla corsa, al nuoto o all’escursionismo avviene con pochi tocchi o tramite i pulsanti fisici. E permette di sfruttare in ogni contesto i sensori biometrici (lettura della frequenza cardiaca, saturazione del sangue, respirazione, stress, analisi del sonno, ecc.) e il Gps multi-GNSS potenziato dalla tecnologia SatIQ per una localizzazione più accurata e parsimoniosa nei consumi.

    Autonomia e funzioni da smartwatch premium

    Sul fronte smartwatch, il Garmin MARQ Golfer mantiene tutte le caratteristiche di punta tipiche dei dispositivi del Brand. Ovvero notifiche di chiamate, messaggi e applicazioni. Garmin Pay per i pagamenti contactless. Musica integrata con memorizzazione di brani e sincronizzazione con servizi streaming. Funzioni di sicurezza come rilevamento incidenti e LiveTrack.

    L’autonomia dichiarata è di circa 16 giorni in modalità smartwatch, un valore reso possibile dall’adozione di un nuovo chipset a basso consumo e dall’ottimizzazione del display Amoled. Durante i giorni di prova con un utilizzo misto (touch frequente, notifiche attive, monitoraggio sonno e qualche ora di Gps), ho verificato che la promessa di raggiungere le due settimane senza dover ricaricare è alla portata di un utente medio.

    Un aspetto interessante è la presenza della connettività Wi-Fi, che permette di eseguire diverse operazioni senza avere lo smartphone a portata di mano. Il MARQ Golfer può così sincronizzare automaticamente le attività e le metriche di allenamento con il cloud di Garmin senza bisogno di collegarsi al telefono via Bluetooth. Inoltre, è possibile ricevere e installare aggiornamenti software e firmware direttamente con il Wi-Fi, assicurando che il dispositivo sia sempre aggiornato con le ultime funzionalità e miglioramenti.

    La connessione Wi-Fi consente anche di scaricare e installare nuove app, widget, watch faces e data fields tramite Garmin Connect IQ, il ricco store di contenuti del Marchio, che amplia le capacità dell’orologio e consente una personalizzazione avanzata. Per quanto riguarda la navigazione, è possibile scaricare mappe dettagliate e aggiornamenti cartografici che migliorano le funzionalità di trekking, orientamento e navigazione.

    Sicurezza e tracciamento

    La funzione LiveTrack permette di condividere la propria posizione in tempo reale con amici e familiari attraverso il Wi-Fi per aggiornamenti più rapidi e affidabili. È poi possibile effettuare il backup dei dati e delle impostazioni su Garmin Connect, garantendo che tutte le informazioni siano al sicuro e facilmente ripristinabili se necessario.

    L’ampiezza delle informazioni offerte dal Garmin MARQ Golfer è notevole, con un focus che spazia dal monitoraggio biometrico all’analisi ambientale. Le 170 pagine del manuale utente riflettono la complessità e la precisione con cui ogni funzionalità è stata implementata. Prendiamo in considerazione per esempio l’app meteo. Si distingue per la completezza: oltre alle consuete previsioni, fornisce dati orari, percentuali di piovosità, informazioni su direzione e intensità del vento, trend meteorologici a 12 ore, indicatori della qualità dell’aria… E un’avanzata interfaccia cartografica, che consente la sovrapposizione di layer informativi relativi a precipitazioni, copertura nuvolosa, temperature e campi di vento. Una vera e propria stazione meteorologica portatile.

    Garmin MARQ Golfer – Carbon Edition: prezzo e conclusioni

    La politica di Garmin per la linea MARQ è molto chiara: proporre smartwatch collocati nella fascia alta del mercato, sia per materiali sia per soluzioni tecnologiche. Il prezzo di listino di 3.100 euro, certamente importante, riflette dunque questa scelta. E si rivolge a un pubblico che cerca un prodotto d’élite, in grado di coniugare lusso e sportività. Una filosofia che fa dei MARQ delle vere e proprie piattaforme su cui Garmin sperimenta e sperimenterà in futuro innovazioni destinate a influenzare anche le altre gamme di prodotto.

    Durante il test al polso, il Garmin MARQ Golfer – Carbon Edition si è dimostrato “un compagno di gioco” impeccabile, che unisce il meglio della tecnologia con la cura costruttiva e l’esclusività. Uno smartwatch robusto ma de luxe, per intenderci, in grado di offrire mappe avanzate, suggerimenti tattici e metriche di training approfondite. Non è necessario essere professionisti del golf per apprezzarne le qualità: la ricchezza di funzioni e il design premium lo rendono un dispositivo versatile, capace di accompagnare l’utente in ogni contesto, dal green a una riunione di lavoro, da un’occasione formale a un’escursione all’aria aperta.

    L’approccio “carbonio & tecnologia all’avanguardia” dimostra come Garmin sia riuscita a fondere performance, estetica e comfort in un unico prodotto. E ha così consolidato ulteriormente la propria posizione tra i brand più dinamici nel panorama degli smartwatch alto di gamma.

  • Ocean Star 200C Carbon: la categoria superiore di Mido

    Ocean Star 200C Carbon: la categoria superiore di Mido

    Quando ho avuto modo di osservare da vicino il Mido Ocean Star 200C Carbon, l’istinto è stato quello di metterlo a confronto con le altre referenze della serie 200C. Le quali, oltre a esibire un aspetto più in linea con la categoria dei diver, sono proposte a un prezzo inferiore alla metà di quello a cui è venduto il nuovo arrivato. Dovevo capire meglio. E così ho iniziato a osservare il Mido Ocean Star 200C Carbon con più attenzione e a cercarne gli aspetti distintivi. Dopo poco, ne avevo già individuati abbastanza, tanto da assegnare al nuovo diver della Casa svizzera una collocazione di categoria superiore. Vi preannuncio che si tratta di un’edizione limitata a 888 esemplari, quanto basta per conferire alla nuova referenza anche un valore collezionistico. Ma andiamo per gradi. 

    L’estetica e i vantaggi della fibra di carbonio

    Come lascia intuire il nome, la costruzione del Mido Ocean Star 200C Carbon utilizza il carbonio. Più precisamente, sia la cassa, sia il quadrante sono realizzati in materiale composito di fibra di carbonio. Non proprio una scelta economica, visti i costi di produzione decisamente più alti di quelli dell’acciaio. La fibra di carbonio, oltre a esaltare l’estetica e il carattere sportivo dell’orologio, ne aumenta la resistenza fisica riducendone il peso. La nuova referenza (M042.431.77.081.00) pesa soltanto 122 grammi, contro i 187 delle versioni in acciaio e i 129 di quella in titanio.

    Non solo. Il materiale composito, proprio in quanto tale, conferisce una propria unicità all’aspetto dell’orologio. E devo dire che in questo caso crea un contrasto notevole tra le sfumature di grigio/antracite/nero della cassa e del quadrante con il colore arancio tipico del mondo Mido. Che si ritrova sulla sfera dei minuti e sugli indici dei primi 15 minuti incisi nella lunetta in ceramica nera.
    Già, perché anche la lunetta girevole unidirezionale è stata prodotta in un materiale leggero e resistente, degno partner del composito in carbonio. Dimostrazione di quanto i tecnici della Casa abbiano curato ogni aspetto nella progettazione dell’Ocean Star 200C Carbon.

    Il che vale anche dal punto di vista estetico, ovvio. L’effetto lucido della lunetta è ripreso dalla corona a vite in acciaio Pvd nero (con inciso il logo) e dal fondello: il quale, come tradizione Mido vuole, riporta la stella marina che da sempre identifica la serie di orologi Ocean Star. Non solo. La rotazione della lunetta in senso antiorario è scorrevole ma resistente quanto basta, e colpisce anche per il sound. Su questo le marche del Gruppo Swatch, di cui Mido fa parte, devono aver lavorato parecchio negli ultimi tempi. Strano a dirsi ma è un dettaglio non da poco soprattutto per gli appassionati di orologi subacquei.

    Certificazione COSC e calibro 80

    Il secondo aspetto che differenzia il Mido Ocean Star 200C Carbon dagli altri modelli della stessa serie è la certificazione COSC. Se mai aveste qualche dubbio sulla costanza di marcia dell’orologio in questione, la certificazione di “cronometro” rilasciata dall’ente svizzero Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres rappresenta un’ottima garanzia. Ogni orologio meccanico a cui venga assegnato questo riconoscimento è testato per giorni in varie condizioni di temperatura e in più posizioni. Solo i migliori passano il test. Ricordo che per ottenere il certificato ufficiale di cronometro, lo scarto registrato dal movimento deve essere compreso fra -4 e +6 secondi al giorno, secondo le norme Iso 3159/2009.

    Come se non bastasse, il movimento incassato nel Mido Ocean Star 200C Carbon, ossia il Calibro 80 a carica automatica derivato dall’Eta C07.821, si affida a un bilanciere con spirale in silicio. Materiale insensibile ai campi magnetici che, perfino nelle profondità marine, non andranno mai a compromettere la costanza di marcia. Cui contribuiscono anche le 80 ore di carica completa: un’autonomia così lunga infatti, significa infatti che l’amplitudine del bilanciere – la cui frequenza è di 21.600 alternanze/orarie – rimane più a lungo costante nel tempo. Senza dimenticare i vantaggi pratici: poter riporre l’orologio al venerdì sera e ritrovarlo perfettamente in orario al lunedì mattina. Anche se – ci scommetto – sarà difficile privarsi dell’orologio proprio durante il weekend, visto che sembra fatto apposta per le giornate al mare.

    Considerazioni finali sull’Ocean Star 200C Carbon

    Per concludere, mi ricollego a quanto scrivevo all’inizio. L’Ocean Star 200C Carbon costa 2.450 euro, mentre le altre referenze della collezione hanno un prezzo compreso fra 1.110 e i 1.350 euro, a seconda della presenza del cinturino o del bracciale. A proposito, questo nuovo subacqueo è corredato di due cinturini, ma trovate le informazioni al riguardo nelle didascalie… Per tornare al prezzo più elevato, è indubbiamente riconducibile a un insieme di fattori, che spero di essere riuscito a raccontarvi al meglio nelle righe precedenti.

    In sintesi, però, questo orologio vanta elementi distintivi che di solito si riscontrano in segmenti di mercato più elevati. In pratica, comunque, la presenza del diverso materiale high-tech per l’abbigliamento e la certificazione Cosc del movimento costituiscono costi effettivi per il produttore, che si ripercuotono per forza di cose sul prezzo al pubblico. Certo, il cliente finale paga di più, ma deve avere la consapevolezza di avere in mano un prodotto superiore per qualità e prestazioni. E credetemi se vi dico che altre marche, per offrirvi caratteristiche equivalenti, si farebbero pagare molto, ma molto di più…

  • Garmin Marq Carbon, la prova al polso

    Garmin Marq Carbon, la prova al polso

    Con la collezione Marq, Garmin ha da tempo alzato l’asticella della qualità nel settore degli smartwatch. Sistemi operativi di ultima generazione, usabilità intuitiva e immediata, vestibilità ottimale e materiali moderni e di altissima qualità caratterizzano la collezione di punta del marchio americano. La referenza più recente è il Garmin Marq Carbon, che ho avuto l’opportunità di testare e toccare con mano nella versione Commander, come ho fatto lo scorso ottobre con il Tactix 7 Amoled Edition. Eccomi qui a condividere con voi impressioni ed esperienze.

    Parto con il dire che non sono un novizio della collezione, in quanto possiedo un Marq 2 Athlete. Questo significa che, da una parte, prima di mettermi al polso il Garmin Marq Carbon conoscevo l’ecosistema Garmin, dall’altra sapevo che tipo di performance attendermi da un orologio così. Eppure, nonostante questo, lo smartwatch è riuscito a sorprendermi soprattutto per il tratto che lo distingue da tutti gli altri: la cassa in carbonio.

    Il fascino del carbonio

    Non si tratta certo di una prima assoluta in orologeria, anzi. Eppure, quando ho avuto l’orologio tra le mani, ho capito molto di quanto mi aveva raccontato, durante una chiacchierata, il creative leader di Garmin, Todd Register. In primis il fatto che la cassa in fibra di carbonio è uno sbocco naturale per la collezione Marq, una linea votata alla performance.

    Il carbonio è al vertice tra i materiali performanti, ma per arrivare al Garmin Marq Carbon il percorso è stato lungo. Per trovare e creare il giusto amalgama che superasse tutti i test cui deve essere sottoposto un vero adventure watch, ci sono voluti circa cinque anni.

    Da tempo, infatti, il Brand era impegnato nella valutazione e nella scelta di fibre di carbonio, un materiale la cui lavorazione è complessa. Serve tempo per trovare la giusta disposizione degli strati in modo che la resistenza agli sforzi, alle cadute e alla trazione siano ottimali. Una fase di prove che ha richiesto molto tempo, poiché il Garmin Marq Carbon è stato testato secondo le specifiche militari. Ciò significa centinaia cadute con diversi angoli d’impatto, su diversi materiali come cemento o acciaio. 

    Il risultato è una cassa da 46 mm di diametro (standard della collezione Marq 2) per 15 di spessore. Un valore, quest’ultimo, non banale per uno smartwatch, dispositivo spesso associato a qualcosa di ingombrante, una specie di mattoncino da polso. E invece no. Sia l’ottimo rapporto tra spessore e diametro, sia l’uso del carbonio rendono l’orologio comodissimo.

    Lo schermo del Garmin Marq Carbon

    Altro plus del Garmin Marq Carbon è lo schermo. Si tratta di un Amoled, ormai lo stato dell’arte per gli smartwatch di alta gamma, che misura 12 pollici, pari a 30,4 mm. La risoluzione di 390×390 pixel è al di sotto, per esempio, dei 454×454 del Tactix 7 Amoled Edition, ma non dimentichiamo che quello è un device con cassa da 51 mm.

    Detto questo, il display è perfettamente leggibile in qualsiasi condizione di luce, anche indossando occhiali per la visione notturna. La versione Commander è infatti pensata per un utilizzo militare, anche in missioni che prevedano volo e lanci con il paracadute.

    Proprio per un tale impiego lo smartwatch è dotato di funzionalità strategiche come la modalità Stealth, che lo mantiene operativo ma cessa di memorizzare e condividere la posizione GPS e disabilita la connettività e la comunicazione wireless. L’ho provata, anche se non ero al fronte: funziona. Per le operazioni in volo, segnala il Brand, il Garmin Marq Carbon è dotato di un pacchetto dedicato, composto dalle funzioni “direct-to” per navigare verso una posizione, un waypoint o un aeroporto vicino, e da differenti bollettini meteo.

    Un cervellone al polso

    La suite di app dedicate al benessere è più che fornita e in linea con quella che si può trovare nei device alto di gamma di Garmin. Dal valore dell’ossigenazione del sangue (quanto mai richiesto dopo lo choc del Covid) alle più classiche frequenze respiratorie e cardiache, fino ai parametri di idratazione e temperatura, ce n’è davvero di ogni. Date un’occhiata al sito ufficiale per rendervene conto.

    Allo stesso modo abbondano le funzioni per monitorare le attività sportive: dai profili per le sessioni in palestra a quelli per la corsa indoor e outdoor; dai profili multisport, bici o nuoto fino a quelli per le attività all’aperto o per gli sport acquatici o con racchetta. Si possono persino monitorare le proprie performance nel cricket o nell’hockey su prato, ma non sono arrivato a tanto.

    Quello che mi importa sottolineare, a parte la ricchezza della suite, è la precisione che il Garmin Marq Carbon ha nella rilevazione delle attività e dei parametri biometrici. Una precisione che è anch’essa “figlia” del carbonio. In che senso, vi chiederete. Provate a ragionare.

    Il peso dell’orologio è importante, perché l’operatività dei rilevatori biometrici che sono sul fondello può essere influenzata negativamente dal movimento del device: più esso è pesante, più rischia di muoversi con gli spostamenti del polso inficiando la precisione delle rilevazioni. Poiché il carbonio (così come anche il titanio, che caratterizza la collezione Marq 2) è leggerissimo, gli spostamenti dell’orologio indossato sono minimi anche durante l’attività fisica. In questo modo si massimizza il contatto del polso con i sensori posti sul fondello, garantendo rilevazioni precisissime. Per inciso, l’orologio pesa 76 grammi con il cinturino in nylon, uno in meno con quello in silicone.

    Garmin Marq Carbon, l’impressione estetica

    Qualche parola, infine, sull’estetica del Garmin Marq Carbon. Il colpo d’occhio, al di là delle performance e delle funzionalità, ha infatti il suo peso e nel caso di questo smartwatch è davvero notevole. Il nero profondo di cassa e cinturino è a mio personale gusto molto bello, soprattutto se parliamo del cinturino in nylon. Ha infatti una trama jacquard che richiama le venature e gli strati del carbonio sulla cassa e rende l’impatto visivo dell’orologio molto omogeneo.

    È evidente come per Garmin la collezione Marq sia un po’ come una concept car, sulla quale sperimentare nuovi materiali e nuove tecnologie e migliorarle, in modo che possano essere applicate anche ad altre collezioni. Creare questo tipo di orologi è molto costoso e ciò implica un posizionamento di prezzo alto: il Garmin Marq Carbon Commander che ho provato io costa 3.200 euro, le versioni Golfer e Athlete si fermano a 2.950 euro.

    Siamo, non dimentichiamolo, al top di gamma per Garmin e il perché credo sia chiaro da ciò che scritto finora e da ciò che potete leggere nelle didascalie. Per quanto abbia potuto provare questo tool watch solo per poche ore e non per diversi giorni come nel caso del Tactix 7 Amoled Edition, il feeling è scattato subito. Spero di avervi almeno in parte fatto capire il perché e di avervi minimamente incuriosito. Specialmente se siete gente, come me, per la quale la funzionalità è nulla senza l’emozione della bellezza.

  • RM 35-03 Automatic Rafael Nadal, l’effetto farfalla di Richard Mille

    RM 35-03 Automatic Rafael Nadal, l’effetto farfalla di Richard Mille

    Che Richard Mille sia ormai un mostro sacro dell’orologeria è fuor di dubbio. Ma non è sempre stato così, anzi. Sono ben note le storie in cui si racconta che il signor Mille, agli esordi, cercava di convincere potenziali clienti e investitori della qualità dei suoi pezzi sbattendo letteralmente contro un muro gli orologi, per provare la loro resistenza. C’è riuscito a convincerli, eccome. Lo ha fatto anche grazie all’aiuto di notissimi ambassador che, per primi, hanno creduto in lui. Tra essi, storico, è Rafael Nadal.
    Al campione maiorchino si riconosce il merito di aver aiutato Richard Mille a diventare famoso. Non stupisce, ed è giusto così, che ci sia una produzione costante di nuovi orologi da parte del Brand per onorare questa collaborazione. L’ultimo arrivato è il cosiddetto nuovo “Baby Nadal”, l’RM 35-03 Automatic Rafael Nadal, ora con cassa in Carbon Tpt.

    Doppio pulsante

    Si tratta di una classica creazione di Richard Mille, che mette insieme, in un orologio dal look pazzesco, materiali leggerissimi, d’avanguardia e una complicazione meccanica che solo un brand così può concepire. Nel caso di questo modello, è una complicazione destinata ad adattarsi all’utilizzo che si vuol fare dell’orologio. Trattandosi di un pezzo per Rafael Nadal, va da sé che parliamo di un utilizzo sportivo.

    Parto proprio da qui, dalla complicazione meccanica, perché è a mio avviso l’aspetto più interessante e, passatemi il termine, figo, dell’RM 35-03 Automatic Rafael Nadal. Come spesso accade negli orologi del Brand, la complicazione assume, per chi li usa, la forma di un pulsante. Due, in questo caso, posizionati sui lati opposti della cassa, a ore 2 e a ore 7. Quest’ultimo reca la scritta “Sport Mode”, l’altro la scritta “Selector”. Entrambi sono collegati al calibro automatico RMAL2 che si trova all’interno della cassa.

    Chi conosce Richard Mille sa che i calibri dei suoi orologi hanno spesso un rotore a carica automatica a geometria variabile, la cui inerzia può essere regolata per far sì che esso si avvolga in modo differente. Con più forza, ricostituendo la riserva di carica in modo più rapido quando l’orologio è indossato da chi vive una vita meno attiva. Con più delicatezza, per ridurre al minimo l’usura del meccanismo nel caso in cui lo si metta al polso frequentemente, durante una pratica sportiva che mette a dura prova le parti del meccanismo.

    In un brand normale, per apportare questa modifica, l’orologio deve essere aperto e il rotore regolato a mano da un orologiaio. Ma Richard Mille non è un marchio normale. Ecco perché l’RM 35-03 Automatic Rafael Nadal ha un’innovazione brevettata a dir poco prodigiosa, un rotore a farfalla per la ricarica automatica. Questa innovazione è gestita proprio dal pulsante “Sport Mode” il quale, a tutti gli effetti, spezza a metà il rotore. «In che senso?», chiederebbe Leo-Verdone di Un sacco bello. Vediamo.

    La farfalla di Richard Mille

    Il rotore a farfalla è costituito da due bracci in titanio grado 5 con applicati alcuni segmenti periferici in metallo pesante. Sono collegati al pulsante a ore 7 attraverso un treno di ingranaggi dedicato al loro azionamento. Nella loro posizione iniziale, i bracci sono affiancati e costituiscono un classico rotore a mezzaluna da 180 gradi. In questa configurazione lo sbilanciano, concentrandone la massa da una parte e convertendo ogni movimento del polso in una rotazione utile a riavvolgere la molla.

    Premendo il pulsante “Sport”, gli ingranaggi dedicati al sistema “spezzano” il rotore posizionando simmetricamente a 180 gradi i due bracci, che gli fanno assumere la forma di una farfalla. In questo modo lo bilanciano e lo rendono meno sensibile ai movimenti del polso. Sospendendo quindi il processo di avvolgimento della molla di ricarica, se ne impedisce una tensione eccessiva che rischierebbe di danneggiarla.

    La disposizione divisa è quella prevista per l’utilizzo dell’orologio durante l’attività sportiva, in quanto distribuisce più uniformemente il peso del rotore stoesso, riducendo così l’usura del cuscinetto. È un meccanismo che in un certo senso ricorda quello di un cronografo rattrapante, che utilizza anch’esso una piccola molla: in questo orologio, essa tira con forza questi componenti piuttosto pesanti. Un piccolo display sul quadrante con le scritte “On” e “Off” a ore 6 indica, tramite una lancetta, se il sistema di carica è in funzione o disattivato, dopo aver selezionato la modalità “Sport”.

    Selezionare la marcia

    L’altro pulsante, quello indicato come “Selector”, non specifica che cosa seleziona. È vero che gli amanti di Richard Mille non hanno bisogno di spiegazioni perché conoscono già simili diavolerie nei suoi orologi, ma è singolare constatare come gli orologiai e gli ingegneri spesso non ragionano come un utente finale.

    Ebbene, come in altri orologi del marchio, il pulsante seleziona la funzione della corona. W per la carica (winding), N per il neutro (neutral), H per l’impostazione dell’ora (hour). Sempre sul quadrante, a ore 2:30, c’è un display più piccolo con un’altra lancetta rossa che indica le posizioni W, N e H per conoscere la funzione disponibile per la corona. Non sarebbe bastata una corona estraibile?, chiederete voi. Ma sarebbe stato un Richard Mille, chiedo io?

    Materiali al potere

    Svelato quindi il mistero del doppio pulsante, esco dal calibro e arrivo alla cassa. Le dimensioni sono le classiche, generose, cui ci ha abituati Richard Mille: 43,15 mm per 49,95 mm per 13,15 mm di spessore. Inutile, o quasi, ricordare che le dimensioni passano in secondo piano quando si parla di un orologio-piuma, il cui peso è dato dal combinato disposto di cinturino in caucciù, movimento scheletrato e cassa in materiale composito ultraleggero. Del resto, è pensato per risultare quasi impercettibile al polso durante l’attività sportiva.

    L’RM 35-03 Automatic Rafael Nadal con la cassa in questo straordinario materiale si affianca alle altre due versioni, quella in Blue Quartz Tpt e quella in White Quartz Tpt e Carbon Tpt. Si tratta di materiali leggeri, che lavorano in sinergia con la platina e i ponti del movimento in titanio grado 5 per garantire un comfort ideale mentre si gioca a tennis o si praticano altri sport agonistici. 

    Giusto per rinfrescare la memoria, il Carbon Tpt e il Quartz Tpt sono materiali composti da più strati di filamenti paralleli ottenuti dividendo fibre di carbonio o fili di silicio. Una resina impregna questi strati, che hanno uno spessore massimo di 45 micron, e poi una speciale macchina li tesse letteralmente, modificando l’orientamento della trama di 45 gradi tra uno strato e l’altro. Riscaldati a 120 gradi centigradi e lavorati a una pressione di 6 bar, questi materiali sono poi pronti per essere modellate su una macchina Cnc nella fabbrica di casse di Richard Mille. La cassa è poi assemblata con 20 viti scanalate in titanio grado 5 e con rondelle resistenti all’abrasione in acciaio inossidabile 316L.

    Se Richard Mille sposta gli equilibri…

    Segnalo infine il prezzo, che è di 211.000 franchi svizzeri tasse escluse. Tutto sommato un costo al di sotto di quello di molte altre referenze di Richard Mille, anche all’interno della collezione creata per Rafael Nadal. Per ulteriori dettagli sull’orologio, vi rimando alle didascalie e chiudo con una riflessione stimolata dal fatto che il Brand, nella cartella stampa di presentazione dell’RM 35-03 Automatic Rafael Nadal, parla di “effetto farfalla”.

    Lo fa, ovviamente, giocando sulla forma del rotore dell’orologio e mettendola in relazione a un’idea matematica presente nella teoria del caos. L’idea che piccole variazioni nelle condizioni iniziali di un sistema producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine del sistema stesso. Ebbene, è un po’ quello che è successo all’industria con l’arrivo di Richard Mille. Un Brand nel complesso piccolo rispetto ad altri colossi, che si è inserito nel sistema dell’orologeria con piccole variazioni che ne hanno modificato – in questo caso a breve termine – comportamento e condizioni. Un battito d’ali del marchio e l’orologeria è cambiata per sempre.

  • Nuovo Tissot Sideral: una macchina del tempo

    Nuovo Tissot Sideral: una macchina del tempo

    Erano i primi di marzo quando ho avuto la possibilità di toccare con mano e di indossare il nuovo Tissot Sideral. Era l’occasione dell’anteprima stampa delle novità del marchio per il primo semestre 2023. Ammetto che quell’orologio, per me, ha rubato la scena.

    Belle le nuove referenze del PRX, dei Chemin de Tourelles, dei vari T-Race, Supersport e Seastar. Ma il Tissot Sideral aveva il classico non so che. Che in realtà so, perché l’ho capito fin da subito e provo a spiegarlo anche a voi, facendo una breve escursione nel passato.

    Ha rubato la scena, innanzitutto, perché è un pezzo di design. E quando in orologeria si parla di design si pensa principalmente, salvo rare eccezioni, agli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70. Il periodo in cui nacquero quelle forme che avrebbero attraversato i decenni, diventando imprescindibili anche oggi. Solo per restare nella famiglia Tissot, pensate al “cugino minore” del Sideral, il PRX.

    Tissot Sideral: nel suo nome, la sua origine

    Il Sideral del passato nacque ben prima del “cugino”, tra i due decenni in cui design, ricerca di nuovi materiali e di soluzioni tecniche passarono dallo spazio all’orologeria. Non dimentichiamo che in quel periodo si combatterono le grandi sfide tecnologiche tra Usa e Urss per la conquista del cosmo e della Luna, culminate nell’impronta di Neil Armstrong sulla polvere del nostro satellite.

    Specialmente il campo dei materiali era e rimane importante per lo sviluppo di nuovi composti che, dall’ambito aerospaziale e tecnologico in generale, trovano poi utilizzo anche in oggetti della vita di tutti i giorni. E il Tissot Sideral, ieri come oggi, è un esempio calzante in questo senso.

    Perché nel 1969, quando fu lanciato, si presentò al mercato con una cassa tonneau, in linea con il gusto sportivo dell’epoca, ma realizzata con un materiale ultra-moderno per l’epoca. Mai prima di allora la fibra di vetro aveva fatto la sua comparsa in orologeria. Dopo le prime versioni con bracciale in acciaio mesh, un anno dopo arrivò il Sideral S, molto più sportivo e con un rivoluzionario cinturino in caucciù, che è d’ispirazione per il pezzo moderno.

    L’uso della fibra di vetro

    La cassa monoblocco del Sideral era realizzata in quel materiale inedito da un’azienda svedese, che le inviava poi in Svizzera per l’incassaggio dei movimenti e per dare forma finita all’orologio. La fibra di vetro, per quanto moderna, non era una novità industriale. Utilizzata nella cantieristica navale (e la Svezia era un’eccellenza in questo) e in campo automobilistico per vetture all’avanguardia, faceva però per la prima volta capolino tra gli orologi.

    Portava in dote caratteristiche perfette per quel tipo di prodotto. Resistente agli urti e ai graffi, molto più leggera dell’acciaio (con una densità di circa 2,48 g/cm³ contro i 7,85 g/cm³ dell’acciaio), antimagnetica e termicamente stabile, la fibra di vetro era perfetta per un orologio moderno. Pensato anche per i giovani.

    Lo tsunami Sessantotto era appena agli inizi e quale modo migliore per presentare il Tissot Sideral se non come un pezzo di rottura con il passato? “Allontaniamoci dallo stile tradizionale dell’orologio di papà” o “L’orologio giovane, per i giovani” sono solo due degli slogan che il marchio scelse per le campagne di lancio. Oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, il focus sulla modernità rimane intatto, così come quello sulla forma e sul materiale.

    Anno 2023: il carbonio forgiato

    Partiamo da quest’ultimo, che non è più la fibra di vetro ma il carbonio forgiato che costituisce la cassa del nuovo Tissot Sideral. Passano i decenni, ma non passa la tensione alla ricerca né cambiano le dinamiche industriali. Così come la fibra di vetro, anche quella di carbonio è passata dall’aerospazio all’automotive alla nautica, per arrivare all’orologeria. Anche sotto forma di carbonio forgiato che, pur non essendo una novità nel mondo delle lancette, non è così comune.

    E non tutti, forse, sanno che la sua invenzione si deve a un ingegnere meccanico italiano, Paolo Feraboli. Fondatore della Gemini Composites (consociata interamente controllata da Mitsubishi Chemical Carbon Fiber and Composites) e dell’Automobili Lamborghini Advanced Composite Structures Laboratory, nell’ambito di quest’ultimo Feraboli lavorò al progetto dell’auto Sesto Elemento. La vettura aveva la scocca e altre parti proprio in carbonio forgiato. 

    Un composto ottenuto dalla combinazione di frammenti di fibra di carbonio con una resina sintetica, diverso dalla fibra di carbonio perché le fibre non hanno tutte un orientamento preciso e definito. Sono infatti spezzate, fuse e pressate fino a costituire una struttura piena. E diventano un materiale che, come la fibra di vetro, è leggero, inscalfibile, insensibile agli sbalzi termici e agli effetti del magnetismo.

    I dettagli del Tissot Sideral

    Insomma, metodi e materiali moderni ma risultati analoghi. Perché la cassa del nuovo Tissot Sideral, ve lo garantisco, è leggerissima e molto vestibile. Non ha anse e i suoi 41 mm di larghezza sono bilanciati da un lug-to-lug contenuto a 46,5 mm e da uno spessore inferiore ai 14 mm che la rendono indossabile anche su un polso da bambolina come il mio. Inoltre, la particolare struttura del carbonio rende ciascun orologio unico, a beneficio di quanti amano dire «Ce l’ho solo io».

    Detto che la cassa è impermeabile fino a 30 bar, diamo un’occhiata al quadrante, la cui vocazione sportiva è un rimando diretto al Sideral S. È infatti presente un settore colorato rosso e verde su base dieci minuti che serve da funzione regata, completata da due settori da cinque minuti presenti sulla lunetta, da utilizzare come conto alla rovescia. La lunetta stessa, del diametro di 39 mm, è girevole, unidirezionale, in acciaio trattato Pvd nero, abbinata a un anello lucido.

    Il giro della minuteria è colorato in tinta con il cinturino, nelle versioni blu e gialla, e indica il tempo trascorso dall’avvio della regata. È ben riempito con Super-LumiNova come le lancette di ore e minuti, mentre quella dei secondi centrali, rossa, ha il classico contrappeso a T.

    Affidabile e adorabile

    Per quanto riguarda il movimento, calibro che vince non si tocca. Tissot ha in casa il Powermatic 80, frutto delle sinergie di ricerca e sviluppo di Swatch Group. Non ha bisogno di presentazioni: automatico, 80 ore di autonomia e spirale in Nivachron, una lega amagnetica a base di titanio, resistente alle variazioni termiche e agli urti. Se nel Sideral S originale la resistenza ai campi magnetici era garantita almeno fino a 150 Gauss da una gabbia di Faraday intorno al calibro, ancora una volta, oggi, l’avanzamento della tecnologia porta a performance migliori.

    Poco sopra ho citato il cinturino in caucciù colorato. Disponibile rosso, giallo o blu, in quest’ultima cromia richiama il colore dei pigmenti presenti nel carbonio della cassa. Quello giallo, invece, rimanda direttamente al progenitore degli anni ’70 anche nella chiusura. Di fatto senza fibbia, si affida a un piccolo bottone a incastro che sfrutta la traforatura lungo l’intero cinturino.

    Un orologio furbo

    Il prezzo? Tenetevi forte. Con 1.075 euro, il Tissot Sideral si pone in un segmento furbo, soprattutto per i contenuti che ha. Cassa in carbonio forgiato, movimento automatico, cinturino speciale: stando di poco sopra i 1.000 euro significa un posizionamento intelligente e allettante. Lungi dall’essere un orologio estivo, nonostante il look disimpegnato e le cromie sbarazzine, credo che voglia puntare a replicare l’effetto PRX. Sicuramente, il Tissot Sideral è meno pop di quest’ultimo, ma penso abbia i contenuti giusti per parlare a un cliente che non è solo quello del suo antenato, giovane e ribelle. Trasversale e attuale.

  • Locman Mare 300Mt Carbon: Dna italiano

    Locman Mare 300Mt Carbon: Dna italiano

    In una delle tante chiacchierate che ho avuto modo di fare con Marco Mantovani, il fondatore e Presidente di Locman mi parlava così della sua azienda: «Penso che il marchio Locman possa aspirare a essere uno stile di vita oltre che un orologio, per via della nostra italianità e creatività. Se di esperienze come quelle vissute da Locman non facciamo un fardello pesante ma una ricchezza, credo che la storia della nostra azienda possa tramutarsi in un successo di lunga durata».

    Un pensiero che è alla base del lavoro fatto dal marchio dell’Isola d’Elba in quasi quarant’anni di lavoro, che hanno segnato in maniera positiva la storia dell’orologeria italiana. E che hanno portato Locman a credere fortemente nella rinascita della filiera dell’orologio tricolore con il progetto Oisa, di cui abbiamo già scritto. Ma questa è un’altra storia.

    Perché l’articolo di oggi vuole parlare di presente e di prodotto. Di un prodotto e di un presente che non ci sarebbero se non ci fosse un’impresa con una storia che è davvero una ricchezza. Il prodotto si chiama Locman Mare 300Mt Carbon e racchiude nel nome, oltre al Brand, almeno altre due parole chiave che spiegano l’avventura umana e imprenditoriale di Marco Mantovani.

    Locman, dammi due parole

    Comincio da Mare. È una delle collezioni più giovani di Locman, che comprende diverse referenze tra cronografi e solo tempo. Ma soprattutto è la collezione che richiama l’elemento fondante della storia del marchio. Quel mare che, insieme alla natura, come mi raccontava il Presidente sempre in quella chiacchierata, «in luoghi ricchi di storia e cultura come i nostri rappresentano valori eterni, fonte di ispirazione e motivazione artistica».

    L’altra parola è Carbon. Un materiale del cui utilizzo Locman è pioniera, almeno in orologeria. Perché non ha mai avuto paura di sperimentare fin dagli albori della sua storia, quando stregò i Vip di mezzo mondo – da Elton John a Puff Daddy, da Jennifer Lopez a David Beckham – con le casse in alluminio anodizzato della linea Sport.

    Prima dell’alluminio, negli anni ’80, Locman si era persino cimentata con una cassa in radica di erica. Non è un caso, perciò, la fondazione nel 2002 di Materie Future, una società specializzata nella ricerca e nell’applicazione del titanio e dei materiali compositi.

    Da lì, nel 2003, la sperimentazione arrivò al carbonio, appunto. Leggerissima, ancora più dell’alluminio, la fibra di carbonio fu utilizzata da Locman per creare la prima cassa integrale al mondo fatta di quel materiale. Un primato che non tutti conoscono e che ne aprì la strada all’utilizzo su larga scala in orologeria.

    Edizioni anniversario

    E arrivo così all’oggetto di queste righe, presentato proprio per celebrare il 20° anniversario della prima cassa in carbonio. Il Locman Mare 300Mt Carbon è declinato in due versioni, solo tempo e cronografo: entrambe – nemmeno a dirlo – in tiratura limitata di 2003 esemplari, ed entrambe caratterizzate dalla cassa integrale in carbonio. La quale le rende non solo leggere, ma anche sportive e adatte all’ambiente evocato dal loro nome: le onde e le profondità.

    Sia il solo tempo sia il crono sono orologi versatili, con tutti i codici estetici e le caratteristiche tecniche che ci aspetta di trovare nei subacquei professionali. La cassa da 44 mm si integra con continuità al cinturino in silicone, chiuso da una fibbia ad ardiglione. Molto bella la ghiera girevole bombata per il calcolo dei tempi di immersione, con i numeri incisi.

    La ghiera è realizzata in Abs (una termoplastica utilizzata per creare materiali leggeri e allo stesso tempo rigidi) e acciaio con trattamento in Pvd nero (ossia Physical Vapor Deposition, tecnologia usata per la deposizione di film metallici sottili su diverse tipologie di substrati).

    Locman Mare 300Mt Carbon: ottimi calibri, ottimi prezzi

    L’altro aspetto caratterizzante degli orologi, va da sé, è la texture del quadrante in fibra di carbonio. Nel solo tempo, quest’ultimo è pulito e leggibile, grazie ai grandi indici a pallettoni luminescenti, alle grandi lancette scheletrate di ore e minuti e a quella dei secondi centrali con la punta arancione. A ore 6 è presente, con orgoglio, il Tricolore. Informazioni ben chiare anche sul quadrante del cronografo.

    Per i movimenti, Locman ha operato due scelte differenti. Sul solo tempo il fondello in vetro, bloccato da un anello di titanio, consente la visione del calibro automatico, un Sellita SW200. Una meccanica onesta e affidabile per un orologio che, pur nella sua eleganza, rimane uno strumento professionale basato su precisione e affidabilità.

    Il cronografo è invece equipaggiato da un calibro al quarzo Swiss Made (Ronda). Anche in questo caso, Locman è andata sul sicuro consegnando la misura del tempo del Mare 300 Metri Carbon crono a uno dei costruttori di movimenti al quarzo più seri e affidabili.

    Locman ha dunque scelto di non utilizzare movimenti creati dalla propria accademia interna di formazione S.I.O., la Scuola Italiana di Orologeria. Questo ha consentito all’azienda di mantenere anche nel caso del Mare 300Mt Carbon l’ottimo rapporto qualità-prezzo che distingue le sue collezioni. Il solo tempo costa 1.798 euro, il cronografo 1.498 euro.

    L’importanza di fare squadra

    Chiudo come ho aperto, con le parole di Marco Mantovani di quel dialogo dell’epoca pre-covid che conservo: «Penso che le imprese funzionino quando c’è la squadra. È la cosa principale e più difficile da allestire, specialmente in un settore come il nostro che necessita di competenze tecniche molto specifiche. In ciascun ambito servono persone capaci, che si prendano delle responsabilità e sappiano dialogare».

    Non solo il Locman Mare 300Mt Carbon, ma l’intera storia dell’azienda e le sue collezioni sono lì a dimostrare che la squadra c’è e che l’impegno profuso nel suo allestimento ha ripagato ampiamente in termini di risultati e prodotti.

  • La spirale in carbonio di TAG Heuer. Una prima assoluta

    La spirale in carbonio di TAG Heuer. Una prima assoluta

    La guerra ai campi magnetici. Ci risiamo, dirai. Ma perché prima non si facevano tante storie per i campi magnetici? In realtà non è vero: già nella prima metà dell’Ottocento, Vacheron Constantin cercava senza gran successo di usare materiali poco sensibili ai campi magnetici derivanti dalle novità tecnologiche sempre più “elettriche”. Provò ad usare il palladio per bilanciere, spirale e àncora, ma il palladio non era sufficientemente stabile da un punto di vista termico.

    Nel 1896 il fisico svizzero Charles Édouard Guillaume mise a punto una lega a base di nichel, l’Invar (ferro, nichel, carbonio e cromo), che gli valse il premio Nobel per la fisica, dal momento che nel frattempo la resistenza al magnetismo era diventata un problema esteso ad altri campi oltre l’orologeria. Va comunque detto che Guillaume – che poi perfezionò un’altra lega, l’Elinvar (meno antimagnetica, ma più stabile a fronte di shock termici) -, era nato a Fleurier, la cittadina svizzera dove oggi hanno sede Parmigiani, Chopard e Bovet…

    Nel tempo seguirono poi altri materiali come il Glucydur (berillio e bronzo), ancor oggi usato per i bilancieri, e il Nivarox (lega di ferro, nichel, cromo, titanio e berillio) per le spirali. Il problema, in pratica, è vecchio quanto Matusalemme, il Grande Vecchio della Bibbia (ebbe la fortuna di morire serenamente una settimana prima del Diluvio, alla tenera età di 969 anni). Ma oggi è paradossalmente più sentito, perché – a fronte del progresso tecnico degli orologi meccanici – la resistenza ai campi magnetici era rimasta un po’ in secondo piano.

    In pratica, l’uso di materiali standard come il Nivarox e il Glucydur è già sufficiente a soddisfare le regole ISO 764, relative alla normale resistenza ai campi magnetici degli orologi. Mentre per andare oltre (un annesso dell’ISO 764), l’orologio non deve far registrare scarti superiori ai ±30 secondi/giorno, anche se esposto a campi magnetici superiori ai 4.800 Ampere/metro. Un altro buon sistema per proteggere il movimento è quello di chiuderlo in un contenitore di latta: la sua grande permeabilità ai campi magnetici li lascia “scorrere” nella latta, evitando che il campo raggiunga il movimento.

    Anche in questo caso, però, si tratta di campi magnetici relativamente bassi, mentre oggi basta un magnete di quelli usati per fissare al frigorifero la lista della spesa per arrestare un orologio meccanico. Dopo un picco l’orologio di solito riprende a funzionare, ma con ritardi abissali che per giunta, nel tempo, si sommano, aumentando la percentuale d’errore. E qui mi fermo, anche per evitare di addentrarmi in concetti di fisica dei quali non ho sufficiente competenza.

    La situazione attuale degli orologi antimagnetici si può riassumere così: in testa a tutti c’è Omega con la sua resistenza a 1,5 Tesla, grazie all’uso di componenti in silicio e di una lega, il Nivagauss, con cui vengono persino realizzate le viti. Il Nivagauss (come il Nivarox, del resto) è un brevetto della