Giornale Degli Orologi
Menu
Menu

Tag: vintage

  • Oris Big Crown Pointer Date Bullseye: dritto al bersaglio

    Oris Big Crown Pointer Date Bullseye: dritto al bersaglio

    In un avvio di 2026 piuttosto avaro di lanci, la presentazione dell’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye è stata una bella novità, per diversi motivi. Intanto, per un fatto oggettivo, ossia perché dimostra come Oris continui a lavorare bene, sfruttando al meglio la propria indipendenza industriale e attingendo in maniera intelligente al ricco patrimonio di meccanica e di design. Poi, per un fatto del tutto soggettivo: l’estetica “bullseye” a me personalmente piace molto e questo orologio la esprime ottimamente.

    Si tratta di una tipologia di design che si ritrova già negli orologi degli anni ’20 del secolo scorso. E l’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye la fa propria anche in virtù del fatto che, in passato, è stata molto presente nei cataloghi della Maison, almeno fino alla fine degli anni ’80. Prende il nome dal termine che in inglese indica il centro di un bersaglio, tipicamente per le frecce e per le fremette. Infatti, i quadranti degli orologi bullseye riportano dei cerchi concentrici di diametri diversi, che fanno convergere al centro lo sguardo di chi li osserva, come in un bersaglio.

    La cassa dell’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye

    Venendo all’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye, ricordo che, al di là del design distintivo, abbiamo a che fare con un modello ricco di storia, che si è rivelato cruciale per l’azienda. Introdotto per la prima volta nel 1938, è stato il primo orologio che il Brand ha creato pensando ai piloti. Corona oversize, numeri leggibili, minuteria chemin-de-fer, lancette “cattedrale” e datario a lancetta lo hanno reso da subito un utile tool watch.

    Periodicamente rivisto con casse di dimensioni differenti, calibri e materiali aggiornati e migliorati, il modello esiste con vari diametri, 40 mm, 36 mm e persino 34 mm. Il nuovo Oris Big Crown Pointer Date Bullseye ha una cassa compatta, 38 mm, una misura molto equilibrata. Attualmente, gli unici altri Big Crown da 38 mm sono il Cervo Volante e i modelli più costosi alimentati dai calibri di manifattura 473 e 403. La cassa in acciaio è dotata della caratteristica corona scanalata oversize e della lunetta zigrinata, ha uno spessore di 12,2 mm e una misura da ansa ad ansa di 45,5 mm. Dimensioni, che insieme al diametro, la rendono vestibile anche da polsi sottili.

    Il destino nel quadrante

    Come ho accennato all’inizio, parlando dell’estetica riconoscibile, l’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye fa del quadrante il proprio punto di forza. Sebbene abbia elementi molto simili a quelli del modello Cervo Volante, l’orologio colpisce immediatamente per il layout a settori. Come se fosse un bersaglio da freccette, la serie di cerchi concentrici di dimensioni decrescenti che indicano il centro, articola il quadrante in quattro anelli.

    A partire dall’anello periferico grigio chiaro con i numeri rossi della data indicati dalla lancetta centrale con punta rossa – Pointer Date -, la successiva scala dei minuti/secondi ha uno sfondo grigio chiaro, chemin-de-fer nero, con cunei triangolari neri a intervalli di 5 minuti e un doppio indicatore a mezzogiorno. Invertendo la combinazione di colori, l’anello più largo è nero, con numeri arabi bianchi nitidi e incornicia il centro del “bersaglio”, grigio chiaro.

    Il bilanciamento del quadrante non ha solo un valore grafico. Importante è anche la funzione di migliorare la leggibilità e di sottolineare la vocazione originaria dell’orologio, ossia quella di strumento professionale da utilizzare nelle cabine di pilotaggio. Le lancette sono in stile “cattedrale”, classico della collezione, con punte affilate e segmenti interni riempiti con Super-LumiNova. Il quadrante è protetto da un vetro zaffiro bombato d’ispirazione rétro trattato internamente con un rivestimento antiriflesso.

    Oris Big Crown Pointer Date Bullseye tra meccanica e sostenibilità

    Sul fondello c’è un vetro minerale attraverso il quale è visibile la massa oscillante bidirezionale rossa di Oris, che genera energia per il calibro automatico 754. È il movimento che dà vita ai Big Crown Pointer Date ed è stato ottimizzato da Oris partendo da una base Sellita SW200 modificata con il datario. Lavora a 28.800 alternanze/ora e ha una riserva di carica piuttosto contenuta di 38 ore. Più che le prestazioni, ciò che distingue il calibro sono l’affidabilità e la facile manutenzione, che contribuiscono a contenere il prezzo: l’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye costa 1.950 euro.

    Segnalo che anche per questo orologio (come per altri della collezione) il cinturino in pelle di cervo è realizzato da Cervo Volante, azienda elvetica che produce cinturini in pelle di cervo proveniente da piani di controllo della popolazione animale svizzera. Una partnership, quella con Cervo Volante, che si inquadra nel piano Change for the Better, un programma globale di attività intrapreso da Oris per preservare e proteggere il pianeta. Il Marchio collabora infatti con aziende e organizzazioni ambientaliste pioniere nell’azione sociale e nella difesa dell’ambiente.

    Qualche paragrafo sopra ho scritto che il Big Crown Pointer Date è un modello cruciale per Oris. Oltre 40 anni fa, Rolf Portmann, ex dipendente Oris e attuale Presidente onorario, organizzò un management buyout per salvare il Marchio dal fallimento a seguito della crisi del quarzo. Con la grande quantità di movimenti al quarzo a basso costo, puntare sugli orologi meccanici parve un’impresa rischiosa, ma la decisione di rendere il Big Crown Pointer Date il modello di punta del Brand anticipò il successo postumo e ancora attuale degli orologi da pilota sul mercato. L’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye è solo l’esempio di quanto quella scelta fu lungimirante.

  • Heritage Chronograph: il fascino del vintage di Lebois & Co.

    Heritage Chronograph: il fascino del vintage di Lebois & Co.

    Oggi parliamo di Lebois & Co. Un Marchio praticamente sconosciuto al grande pubblico, ma che meriterebbe fama e onori. Perché sembra avere tutto, tutto quello che può piacere a noi appassionati. Un lungo passato, una produzione Swiss made e orologi ben fatti, dal design curato, dalla meccanica di pregio e dall’ottimo rapporto qualità/prezzo. Dove sta la sòla?, mi potrebbe chiedere qualcuno di voi… Il punto è questo: non c’è. Ve lo posso assicurare personalmente, dopo aver visto – toccato, provato, per un pomeriggio intero – gli orologi Lebois & Co.: vale a dire l’Heritage Chronograph (il modello ora in collezione, anche se in pentola bolle già tanto altro). Che è esattamente quello che promette: niente di più, niente di meno. Se avete tempo e voglia di leggermi, ve lo racconto. A cominciare dalla storia.

    Quasi un secolo

    Lebois & Co. è stato fondato nel 1934 a Besançon, in Francia, per volere di Raymond Dodane, terza generazione di una famiglia di orologiai (il marchio Dodane 1857 esiste ancora oggi), con l’obiettivo di fabbricare orologi di qualità a un prezzo accessibile. Durante la Seconda Guerra Mondiale – un po’ come succede all’intero settore – converte la produzione per l’industria bellica, e realizza strumenti di precisione (tipo i telemetri usati dall’artiglieria). Devo citare però un episodio degno di nota. Nel 1940, l’Aeronautica militare svedese commissiona alla Caproni – all’epoca fiore all’occhiello dell’industria metalmeccanica del nostro Paese – dei bombardieri da ricognizione Ca.313. Manda allora a Somma Lombardo uno squadrone di piloti, così da recuperare gli aerei e portarli in patria. Per ringraziarli, gli italiani omaggiano gli aviatori svedesi di cronografi Lebois & Co. Grazie a questo dono, Lebois & Co. riemerge di recente in un’asta a Stoccolma.

    Nel 1947, il Marchio passa di mano all’importatore italiano (non sono ancora riuscita a identificare chi fosse, ma appena lo scopro correggerò queste righe), che durante la Guerra aveva dato un sostegno notevole a Dodane. Credo sia questo il motivo per cui ogni tanto, in Italia, ancora oggi a qualche fortunato càpita di ritrovare nei cassetti di casa qualche Lebois & Co., acquistato dal nonno o dal prozio tra gli anni Cinquanta e Sessanta (basta fare un giro sui principali forum e se ne ha la prova). In genere si tratta di cronografi equipaggiati da un Valjoux 22 o da un Landeron 39, entrambi con ruota a colonne – giusto per capire con che cosa si ha a che fare. In seguito però il Brand non sopravvive alla crisi del quarzo: e nel 1972 termina definitivamente le attività.

    La rinascita

    Per 40 anni il vuoto assoluto. Poi, nel 2012, da Christie’s viene battuto per oltre 6mila dollari un cronografo Lebois & Co. del 1945. Ed è proprio mentre sfogliano il catalogo dell’asta che due appassionati di orologi, Tom ed Eveline van Wijlick, s’innamorano di quel cronografo e iniziano a far ricerche sul Marchio. L’imprenditore olandese (con esperienze come IT manager) e la moglie decidono di raccoglierne l’eredità e di riportarlo in vita: riescono a contattare i Dodane e ne acquisiscono i diritti. Stessa sorte, poco dopo, per un altro brand di proprietà della medesima famiglia: Airain, specializzato in orologi da aviatore. Ma ne riparleremo in un’altra occasione.

    Per finanziare l’operazione di rilancio e la produzione del primo esemplare, l’Avantgarde Date, i van Wijlick organizzano una campagna di crowdfunding su Kickstarter e raccolgono in breve il 126 per cento del necessario. L’orologio è quindi venduto in 20 Paesi in tutto il mondo. Nel 2018 è poi la volta di un’altra campagna, “Diventa un azionista” (cui hanno aderito 75 persone), che ha permesso agli appassionati di orologi di investire nel Marchio e al Marchio stesso di mantenere la propria indipendenza. Nello stesso anno esce il secondo modello, il Venturist, come il precedente dallo stile contemporaneo, ma che in più ottiene da Timelab la certificazione di cronometro (OC+, Observatoire Chronometrique +).

    L’Heritage Chronograph e le scelte condivise

    Penso che l’attitudine “comunitaria” degli esordi, la proprietà “allargata” abbiano contato molto sul recente destino di Lebois & Co. Nel 2021, infatti, Tom van Wijlick istituisce il primo CoLab per condividere progetti e idee con la community di appassionati. Nasce così l’Heritage Chronograph, ispirato agli eleganti esemplari prodotti negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Nel processo creativo di questo orologio, van Wijlick ha coinvolto il pubblico in ogni aspetto, dal design alle caratteristiche tecniche. Nel 2022 sono pronti i primi prototipi, sviluppati con il designer ginevrino Matthieu Allègre, mentre la produzione – per rispettare i canoni dello Swiss made – avviene nel Canton Ticino.

    Per una descrizione più dettagliata dell’Heritage Chronograph vi rimando alle didascalie, qui accenno solo alle caratteristiche principali. La cassa, realizzata in acciaio 316L, misura 39 mm di diametro e presenta le lunghe anse e i pulsanti rettangolari tipici della prima metà del Novecento. E, proprio come certi modelli d’epoca, il display bicompax – con i minuti al 3 e i secondi continui al 9 – è circondato dalla minuteria e, poi lungo il perimetro, dalla scala tachimetrica e/o telemetrica (in certi modelli da entrambe, in altri da una sola delle due). Il quadrante è declinato in sei versioni: una color crema, due salmone, un’argenté, una nera (ormai sold-out) e una dedicata a Indian Motorcycle. Per vedere le differenze, date un’occhiata alle fotografie della gallery in alto.

    Questioni di tecnologia

    Anche la scelta della meccanica è stata determinata dalla community di appassionati. Che ha optato per un movimento prodotto da La Joux-Perret, un calibro a carica manuale con ruota a colonne, e lo ha preferito ai più consueti e diffusi Eta o Sellita. Mi piace pensare che il pubblico lo abbia voluto per rispetto alla fedeltà storica, per coerenza con gli originali del passato, anche a costo di aumentare il prezzo dell’orologio. Lo ha spiegato lo stesso van Wijlick in un’intervista: «Gli appassionati di orologi non sono solo clienti: sono custodi dell’arte e della storia dell’orologeria. Coinvolgendoli nel processo creativo, abbiamo visto trasparire la loro passione e la loro competenza (…). A volte le idee migliori provengono da coloro che amano e comprendono veramente il prodotto».

    Ma non si creda “all’operazione nostalgia”, tanto romantica quanto evanescente: non lo è affatto. Lebois & Co. è invece ben ancorato alle tecnologie del presente. Tutti gli Heritage Chronograph sono infatti dotati di passaporto digitale, basato sull’Nft e sulla blockchain. In pratica, all’acquisto dell’orologio, si riceve una carta con un QR code, che (previa registrazione) permette l’accesso a una piattaforma crittografata in cui sono contenute tutte le informazioni sull’esemplare in questione: i dati della produzione, i dettagli della garanzia, le date della manutenzione. Al tempo stesso una prova dell’autenticità e della proprietà del nostro orologio, è utile per esempio in caso di vendita.

    L’Heritage Chronograph: prezzo e disponibilità

    Chiudo, come sempre, con qualche indicazione pratica. Indispensabile, prima di tutto, è darvi il prezzo: l’Heritage Chronograph costa (in tutte le referenze) 3.075 euro. Lo si può acquistare sul sito ufficiale, mentre la rete di rivenditori nel nostro Paese è ancora in costruzione. Se volete vedere e toccare fisicamente l’orologio – e l’esperienza merita -, dovete necessariamente recarvi a Bergamo, da Portanuova Gioielli, per ora l’unico concessionario ufficiale del Brand in Italia. Se invece siete un negoziante interessato alla distribuzione, scrivete in redazione e vi metteremo in contatto con chi di dovere. Perché Lebois & Co. è uno di quei pochi marchi capaci di riaccendere gli entusiasmi un po’ sopiti – per i contenuti tecnici ed estetici, la qualità, le cose da raccontare… Proprio come è successo a me.

    Concludo con quanto ha detto Tom van Wijlick riguardo al posizionamento “nell’orologeria artigianale indipendente accessibile”: «Non si tratta tanto di una dichiarazione politica quanto di una filosofia personale. Credo che il vero artigianato e l’arte debbano essere accessibili a più persone, non solo a pochi eletti. Detto questo, “accessibile” non significa scendere a compromessi. Il minimo che possiamo fare è dare il meglio di noi stessi per creare orologi che siano allo stesso tempo tecnicamente eccezionali e belli. La mediocrità non è un’opzione: il nostro obiettivo è creare orologi che le persone siano orgogliose di possedere e tramandare, di generazione in generazione».

  • Historiques 222: il carattere d’acciaio di Vacheron Constantin

    Historiques 222: il carattere d’acciaio di Vacheron Constantin

    Dell’Historiques 222 di Vacheron Constantin scrivemmo tre anni fa, quando a Watches and Wonders la Maison ginevrina presentò una riedizione del mitico orologio del 1977 in oro giallo. Un pezzo per pochi: sia per il prezzo, sia perché l’oro giallo non è portabile da tutti, sia per la “cultura” necessaria ad apprezzarlo. Oggi, in occasione dei 270 anni della Maison che si celebrano in questo 2025, Vacheron Constantin torna alle radici del 222 con una versione in acciaio e quadrante blu anch’essa fedelissima all’originale. C’è da scommettere che sia solo il primo di una serie di referenze con le quali il marchio intende festeggiare la ricorrenza a cifra tonda.

    Il “mistero” del nuovo Historiques 222

    Della storia del 222 e delle sue origini trovate tutto nell’articolo del 2022. Anni ’70, bracciale integrato, dimensioni generose per l’epoca: non penso sia il caso di ritornarci. Meglio concentrarsi sul pezzo appena presentato, che ho avuto il privilegio di provare al polso in anteprima un paio di mesi fa. Nell’occasione, Vacheron Constantin organizzò degli incontri privati con la stampa italiana per anticipare il nuovo Historiques 222, sotto embargo strettissimo. Anzi, nel più fitto mistero, visto che scoprii che si trattava di questo pezzo solo quando mi presentai all’appuntamento.

    L’effetto wow funzionò alla grande. Sarà perché sono un po’ frescone, ma non mi aspettavo di trovarmi di fronte a un Historiques 222 in acciaio. Evidentemente Vacheron Constantin ha ascoltato i mormorii del mercato e degli appassionati, che chiedevano una versione più accessibile dell’orologio.

    Le sensazioni al polso sono esattamente quelle che ci si aspetta da questa referenza. A partire dalla vestibilità offerta dal bracciale articolato, dal design identico a quello della versione in oro. Morbido e confortevole, grazie alla struttura piuttosto articolata, ha le maglie ben compatte con i perni di giunzione nascosti e la chiusura pieghevole a farfalla a tre lame. 

    Anche qui, la cassa misura 37 mm di diametro con lo spessore molto contenuto di 7,95 mm. La combinazione diametro, spessore e morbidezza del bracciale rende perfetto l’Historiques 222 anche su polsi piccoli, nonostante il peso generoso dell’acciaio si senta tutto. 

    La lunetta scanalata, la croce di Malta incisa nell’angolo in basso a destra della cassa, la cassa stessa dalla forma tonneau sono tutti elementi che ritornano nella versione in acciaio dell’Historiques 222. Bello il dettaglio della croce di Malta a contrasto: qui è dorata e spicca sull’acciaio che la circonda, nella referenza del 2022 era argentata per farla emergere dal giallo dell’oro.

    Quadrante e calibro

    Una menzione speciale merita il quadrante blu mat. Il colore è bello pieno, uniforme, molto contemporaneo, identico a quello di quasi 50 anni fa. Le lancette sono a bastone così come gli indici, allungati, e insieme alla finestra del datario incorniciata a ore 3 offrono un’ottima leggibilità. Lo confermo personalmente, avendolo provato e avendo qualche difficoltà nel mettere a fuoco le scritte da vicino.

    A proposito di scritte, proprio come nella referenza in oro giallo, anche qui “Automatic” a ore 6 riporta lo stesso carattere tipografico del 1977. Una riedizione filologica che testimonia quanto l’importanza della reinterpretazione del proprio patrimonio storico stia a cuore a Vacheron Constantin. 

    Per quanto riguarda il calibro, nulla è cambiato rispetto alla referenza in oro. È sempre il 2455/2 di manifattura a carica automatica, visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro: 28.800 alternanze/ora, 40 ore circa di autonomia, Punzone di Ginevra. Anche la massa oscillante è sempre la stessa, in oro giallo, personalizzata 222 e con un decoro scanalato che ricorda il design della lunetta.

    Historiques 222: oggetto del desiderio

    Secondo Christian Selmoni, Style & Heritage Director della Casa, «ripercorrere il passato di Vacheron Constantin significa analizzare gran parte della storia dell’orologeria. Dato che siamo una delle più antiche Maison in attività, abbiamo senz’altro un maggiore dovere della memoria. Lo si è capito fin dal 1755, dunque sentiamo la responsabilità di preservare e perpetuare questa storia per le generazioni future».

    In questa frase c’è praticamente tutta la filosofia che ha portato a questa iterazione dell’Historiques 222. Come ho già scritto, era un orologio che appassionati e cultori stavano aspettando come alternativa all’oro giallo per i motivi di cui sopra. Buona cosa che non sia in edizione limitata ma, come tutti i pezzi di pregio dei grandi marchi, in produzione limitata. L’esclusività fa crescere l’attesa, l’attesa aumenta il desiderio: chi ama questo mondo sa quanto forte sia questa leva nel determinare il successo di vendita di un orologio.

  • Vulcain Nautical Legacy Massena LAB: un tuffo nel passato

    Vulcain Nautical Legacy Massena LAB: un tuffo nel passato

    Il bello di un marchio come Vulcain è che, quando lancia un nuovo orologio, difficilmente passa inosservato. E, soprattutto, spinge me e i colleghi a scriverne. Lo avete visto due anni fa con la collezione Chronographe 1970’s, un neo-vintage storicamente coerente. Lo avete rivisto all’inizio del 2024 con lo Skindiver Lagoon x Ocarat e, un paio di mesi fa, con il Cricket President 36 Pistacchio Green. Il nuovo Vulcain Nautical Legacy Massena LAB ha avuto lo stesso effetto.

    Da Manufacture Ditisheim a Fabrique Vulcain

    Non è solo per una questione di estetica o di meccanica, ma anche per una legittimazione storica che fa della manifattura Vulcain uno dei marchi a mio avviso più interessanti tra quelli meno considerati dal cosiddetto mainstream. Ed è un peccato, perché il Brand – fondato nel 1858 a La Chaux-de-Fonds come Manufacture Ditisheim da Maurice Ditisheim e divenuto Fabrique Vulcain 40 anni dopo – ha una storia con molto da raccontare. Basti dire che è l’inventore della complicazione della sveglia per gli orologi da polso, che ha fatto la fortuna anche di manifatture a oggi ben più quotate.

    Questa innovazione, presentata per la prima volta nel 1947, aveva il pregio di dare forma a un meccanismo di sveglia sufficientemente potente da essere udito senza problemi da chi indossava gli orologi. Il suono, simile al cri-cri di un grillo, ispirò il nome della collezione, Cricket (grillo, in inglese), che ancora oggi è sinonimo di Vulcain.

    Il resto della fortuna di cui hanno goduto e godono gli orologi del Marchio è legato agli Stati Uniti. A partire da Harry S. Truman, furono infatti molti i presidenti americani a indossare un Vulcain, da Eisenhower a Nixon a Lyndon Johnson. Il Brand si guadagnò così il soprannome di Watch of Presidents (a volte in coabitazione con un altro, celebre marchio svizzero), guadagnandosi così una forte reputazione globale. Senza contare che, nel percepito di molti non addetti ai lavori, è ancora oggi considerato americano e non svizzero.

    Vulcain Nautical Legacy Massena LAB e gli anni ‘50

    Vengo finalmente al nuovo Vulcain Nautical Legacy Massena LAB. Che vede appunto lo zampino di Massena LAB, lo studio di design orologiero che ha sede a New York ed è stato fondato da William Massena. Da tempo nel settore orologiero come giornalista, banditore, rivenditore e collezionista, Massena è stato per alcuni anni membro della giuria del GPHG e fiduciario della Horological Society of NY. Il bello di Massena LAB è che, oltre ad avere alcune collezioni proprie, ha come business il disegno, lo sviluppo e la creazione di edizioni limitate in collaborazione con altri marchi, principalmente indipendenti. Il Vulcain Nautical Legacy Massena LAB ne è un esempio.

    Si tratta di un orologio subacqueo ispirato agli anni ’50: con un bel quadrante marrone, lancette ridisegnate di ispirazione vintage e un cinturino in caucciù nero progettato da Massena LAB. L’orologio conserva il know-how tecnico del Vulcain Cricket Nautical cui rimanda, uno dei primissimi orologi subacquei con allarme udibile anche sott’acqua, uscito nel 1961. Per questa creazione, Vulcain e Massena LAB sono partiti da una domanda: come sarebbe oggi il Cricket Nautical se fosse stato creato un decennio prima, negli anni ’50?. 

    Quadrante di fascino

    La prima risposta arriva dal quadrante. In molti orologi di quel decennio, ha un color marrone-bruno, virato dalla tonalità originale a causa dell’azione della luce sui pigmenti del quadrante stesso. Una colorazione che, in gergo orologiero, è chiamata “tropical”. Ecco perché nel Vulcain Nautical Legacy Massena LAB il quadrante è stato ricolorato di un ricco marrone cioccolato, che brilla sottilmente alla luce. Le lancette, completamente ridisegnate e uniche per questa collaborazione con Massena LAB, sono a bastone (ore), a freccia (minuti), a freccia (sveglia) e lollipop (secondi centrali). 

    Ciò che differenzia le lancette principali è il colore. Quelle di ore e minuti sono riempite di lume beige, con trame di lume abbinate sul quadrante, e hanno una luminescenza verde in condizioni di scarsa illuminazione o in acque profonde. Quella della sveglia è di un rosso acceso con lume beige sulla punta. Il colore del lume imita il trizio dell’epoca e richiama l’ispirazione vintage dell’orologio. 

    Geniale ma poco utile

    Come avrete capito, il bello di questo orologio sta tutto o quasi nel quadrante. Poiché si tratta di un diver d’ispirazione vintage, il quadrante presenta una scala di decompressione che troviamo anche nel Cricket Nautical del 2023 e che è un’invenzione del team di Hannes Keller, pioniere svizzero delle immersioni profonde che collaborò alla creazione del primo Cricket Nautical nel 1961. La scala si rivela attraverso un’apertura sul quadrante e, per impostarla correttamente, chi indossa l’orologio deve prima determinare la durata e la profondità dell’immersione utilizzando la corona a ore 4 per ruotare la parte superiore del quadrante. 

    Il funzionamento ricorda un po’ quello della scala del Mido Decompression Timer. Se utilizzata correttamente, questa scala rivelata dall’apertura sul quadrante indica al subacqueo per quanti minuti deve fermarsi a 9, 6 e 3 metri prima di tornare in superficie. Si tratta di una funzione complessa – a ben vedere poco utile al giorno d’oggi, considerando le innumerevoli e precisissime diavolerie elettroniche da polso disponibili per i subacquei -, ma di indubbio fascino. Inoltre, il quadrante rotante fa riferimento a protocolli di immersione stabiliti decenni fa, che non sono necessariamente gli standard di oggi.

    Vulcain Nautical Legacy Massena LAB: vintage sì, “fintage” no

    Parlando della cassa in acciaio, misura 42 mm per 17,5 di spessore. Un’altezza importante, dovuta al fatto che si tratta di un diver e perché la cassa è dotata di un “triplo fondello” chiuso che funge da camera di risonanza. Esso consente al suono della sveglia di avere un volume sufficientemente forte da essere udito sott’acqua, avvisando chi lo indossa che è ora di iniziare la risalita.

    Il Vulcain Nautical Legacy Massena LAB è alimentato dal calibro Cricket Alarm V10 a carica manuale, che lavora a una frequenza di 18.000 alternanze/ora e ha un’autonomia di 52 ore. Il calibro, sviluppato in-house, ha due bariletti: uno è la fonte di energia per la cronometria mentre l’altro alimenta la funzione di allarme. Entrambi i bariletti si caricano ruotando la corona a ore tre: in senso orario per la funzione di tempo e in senso antiorario per il sistema di allarme. Il pulsante a ore 2 inserisce e disinserisce la sveglia.

    Il Vulcain Nautical Legacy Massena LAB è in edizione limitata di 25 esemplari, costa 4.950 dollari e può essere acquistato sia sul sito di Vulcain, sia su quello di Massena LAB. Un prezzo importante, che può essere un ostacolo anche per chi ama orologi dal sapore vintage come questo. Il quale rimane, dal mio punto di vista, un pezzo ben fatto e certamente non “fintage”. Che ha il pregio di mantenere vivo l’interesse su un Marchio e su una collezione capaci di segnare, in orologeria, un’epoca e un gusto ormai perduti.

  • Retrovision ’47, Hautlence mette la radio al polso

    Retrovision ’47, Hautlence mette la radio al polso

    Io che sono diversamente giovane, quando ho visto il Retrovision ’47 di Hautlence ho pensato immediatamente a un’orecchiabile canzone della mia infanzia, Video Killed the Radio Stars, dei semisconosciuti The Buggles. Un motivetto il cui video, due anni dopo, diede il via alle trasmissioni di Mtv, il 1° agosto 1981, a mezzanotte e un minuto. E che mi torna in testa come il classico dei tormentoni estivi ora che mi accingo a scrivere del Retrovision ’47. Ossia di un oggetto che fatico a definire orologio, anche se nasce a tutti gli effetti per segnare l’ora.

    Il colpo di genio del Retrovision ’47

    Quali siano la storia e la filosofia costruttiva di Hautlence, l’ho accennato poco più di un anno fa in questo articolo, al quale vi rimando per rinfrescarvi la memoria. E, se leggete bene, c’è anche una coincidenza interessante. Là scrivevo del Linear Series 2 e di come mi avesse impressionato una volta visto a Watches and Wonders. Per il Retrovision ’47 è stata più o meno la stessa cosa, a dimostrazione di quanto l’appuntamento ginevrino valga il prezzo del biglietto, specialmente per ciò che mettono in mostra i marchi cosiddetti indipendenti.

    Fatta questa premessa, arrivo al Retrovision ’47 perché, per coloro che sono alla ricerca di novità e originalità, questo orologio è semplicemente una bomba. Ed è nato (come spesso accade per gli orologi di Hautlence e di H. Moser & Cie.) per far parlare. Creato come pezzo unico, ha un design dichiaratamente ispirato all’apparecchio radiofonico Model 5A5 della General Television & Radio Corp., realizzato negli anni ’40. Un esercizio di stile e di design per immaginare il tipo di orologio che Hautlence avrebbe potuto costruire se fosse stata fondata allora e non vent’anni fa.

    Ebbene, nonostante il Marchio non avesse previsto di metterlo in commercio, questo modello ha talmente colpito nel segno, è stato accolto con così tanto entusiasmo da convincere il management a moltiplicare per dieci il pezzo unico iniziale. Così il Retrovision ha dato vita a un’edizione limitata di 10 esemplari. Se pensiamo poi che un orologio più che su un polso si appoggia sul radio… ebbene, il cerchio si chiude.

    Una cassa non banale

    In sostanza, quindi, Hautlence ha preso quasi in toto il design rétro di quella radio, lo ha ridotto di scala e lo ha trasformato in un orologio meccanico di altissima qualità. Le differenze visive sono minime – nel Retrovision ’47 mancano le due manopole del ricevitore radio ed è comparsa una seconda maniglia a ore 6 – perché uno degli obiettivi di Hautlence è chiaro: preservare il più possibile l’identità estetica della radio, anziché richiamarla in modo vago con il design e la scelta dei colori.

    Il risultato è una cassa dalle linee rettangolari smussate, che misura 44,4 mm di larghezza e 39,2 mm da ansa a ansa, con uno spessore tutto sommato contenuto: 12,1 mm. Il Retrovision ‘47 è leggerissimo perché ha la cassa in titanio grado 5. Oltre alla forma particolare – ancora più notevole se si considera la difficoltà di lavorazione di questa lega -, la cassa ha un’altra peculiarità: è dipinta a mano. Nessun procedimento industriale sarebbe stato in grado di riprodurre l’aspetto marmorizzato verde e bianco del guscio in bachelite della radio Model 5A5.

    Il piccolo quadrante è in ottone placcato oro ed è decorato nella parte centrale con un motivo che ricorda il cosiddetto Nastro di Möbius, che Hautlence ha adottato come logo. È protetto da un vetro zaffiro con trattamento antiriflesso, ma il Marchio non specifica se applicato su un solo lato o su entrambi. La griglia dell’altoparlante a fianco del quadrante, la cornice di quest’ultimo e le due “maniglie” curve sui lati verticali della cassa – che fungono da anse – sono in titanio grado 23 lucido, un’altra brutta bestia da lavorare con questo tipo di finitura. 

    Il movimento di manifattura

    Il fatto che qualche riga sopra io abbia definito il Retrovision ’47 un orologio meccanico di altissima qualità è dovuto non solo alle finiture, ma anche e soprattutto al movimento. Che Hautlence ha reso visibile attraverso un fondello in cristallo zaffiro trasparente, anche se forse avrebbe potuto fare di meglio senza esagerare con le scritte.

    Considerando le dimensioni ridotte del fondello, l’averci messo “Model ED 20 Made to operate only on 21.600 A/h – Guaranteed Autonomy for 72 hours – Proudly produced in Switzerland” crea qualche difficoltà nella piena visione del calibro. Per quanto le scritte siano traslucide, un movimento di alta manifattura come il D20 automatico meriterebbe di essere messo maggiormente in luce e non mortificato come se fosse un qualunque movimento industriale.

    Lasciato spazio a questa considerazione del tutto personale, riservo qualche dettaglio tecnico in più sul movimento per le didascalie, accennando solo a quanto già si legge sul fondello: il calibro lavora a 3 Hz e ha circa 3 giorni di autonomia. E, a proposito di vedo-non-vedo, la griglia sul quadrante non ha solo una funzione estetica, ma anche quella di celare parzialmente alla vista la star del calibro D20: il tourbillon volante a un minuto. Che dà il meglio di sé al buio.

    Poiché la griglia lo nasconde parzialmente, Hautlence ha pensato a un tocco magico: lo ha circondato con un motivo a onde radio ricoperto di Super-LumiNova grigia su sfondo nero, che emette un bagliore verde al buio come gli indici sul quadrante. Un effetto suggestivo, che esalta l’ispirazione radio-vintage del Retrovision ’47 ed è del tutto privo di funzionalità pratica. Se si considera inoltre che anche gli indici sul quadrante hanno la stessa luminescenza verde, ma che le lancette non hanno alcun punto di Super-LumiNova, il risultato (voluto) è più una radio che un orologio.

    Retrovision ’47: per chi cerca altro

    Chiudo con qualche considerazione. Come credo molti di voi abbiano capito, personalmente ho un debole per i marchi indipendenti. Anche se spesso tendono a strafare, in termini di design più che di complicazioni, compromettendo quello che in orologeria è inderogabile: la leggibilità. È un peccato di gioventù, un’esuberanza tipica di brand poco più che adolescenti, che denota però voglia di osare e di rompere, se non gli schemi (un orologio servirà sempre a segnare le ore, altrimenti sarà un oggetto diverso), almeno qualche tradizione codificata.

    Ebbene, penso che nel caso del Retrovision ’47 Hautlence non abbia voluto rompere un bel niente se non le scatole ai tradizionalisti in servizio permanente effettivo. Lo ha fatto con un orologio visionario, giustamente inserito in quel segmento premium che il Marchio occupa stabilmente e a pieno diritto.

    Dopotutto, 60mila franchi svizzeri non sono una cifra per chiunque. Lo sono, probabilmente, per quanti cercano un pezzo insolito con un’accattivante estetica rétro. Un esemplare che vuole allontanarsi stilisticamente non solo dalla normalità del “già visto” in orologeria, ma anche dalle linee moderne e tecniche che caratterizzano il catalogo di Hautlence. Che dire: beati loro.

  • Singer Reimagined 1969: re-immaginazione al potere

    Singer Reimagined 1969: re-immaginazione al potere

    “Mainstream: espressione usata prevalentemente in ambito artistico (musica, cinema, letteratura, ecc.), per indicare la corrente più tradizionale e anche più seguita dal grande pubblico”. Così definisce l’enciclopedia Treccani un anglicismo usato, spesso a sproposito, anche in orologeria. E mainstream è la parola che mi viene in mente, ma a rovescio, quando penso a Singer Reimagined. Perché è tra i marchi meno “allineati” e, proprio per questo, mi piace non poco.

    Non si può dire che Singer Reimagined non tenga fede con il proprio nome alla missione che si è data: re-immaginare l’orologeria meccanica. O, almeno, un certo tipo di orologeria meccanica: quella che punta all’originalità abbinata all’eccellenza. Lo fa con la collezione 1969, lanciata a giugno 2023 e composta dal Chronograph Ref. SR201 e dal Timer Ref. SR301. Entrambi gli orologi avevano la cassa e il bracciale in acciaio in acciaio e il quadrante laccato nero.

    Ora la collezione 1969 si amplia con quattro nuove versioni, due in acciaio con quadrante color argento spazzolato e due con cassa in bronzo e quadrante verde opaco. Fondamentalmente un’estensione di gamma, a mio parere azzeccata. Per vedere se la pensate anche voi come me, mi permetto di prendere qualche riga per raccontarvi la genesi del Marchio e i suoi due punti di forza: l’estetica e la meccanica.

    La filosofia di Singer Reimagined

    Singer Reimagined appartiene al Gruppo Singer, la cui specializzazione non è sugli orologi ma su qualcosa di vicino a questo mondo: le auto. Ha sede in California e si è costruito fama e reputazione grazie ai restauri su misura della Porsche 911. Il Marchio orologiero nasce invece nel 2015 dall’incontro tra Rob Dickinson, fondatore di Singer Vehicle Design, e Marco Borraccino, designer italiano di orologi.

    Una collaborazione a distanza tra due continenti. Borraccino è in Svizzera, Dickinson in California, ma la distanza non impedisce loro di scambiarsi idee e pareri su auto e orologi, con un punto di contatto forte: il fascino che su entrambi esercitano i miti della meccanica e della micromeccanica. In particolare, in quest’ultimo campo, i due hanno le idee chiare su quelli che sono i modelli intramontabili: i cronografi sportivi classici della fine degli anni ‘60 e ‘70.

    Perché allora non pensare a orologi capaci di re-immaginare l’alta orologeria? Serviva una terza anima in questo sodalizio, qualcuno che avesse non solo le idee e i sogni, ma anche le capacità tecniche per dare vita a quanto i due fondatori avevano nella testa. L’incontro decisivo con questa terza anima avviene di lì a poco, quando Marco Borraccino condivide la propria idea di un cronografo mai visto prima con il maestro orologiaio Jean-Marc Wiederrecht.

    Nel 2017 Wiederrecht dà vita al movimento AgenGraphe, che sarebbe diventato la base tecnica per buona parte delle collezioni di Singer Reimagined – tra le quali Track1, Flytrack e 1969. E quando Marco Borraccino immagina l’orologio dei sogni, il Singer Track1 Launch Edition, attinge dai modelli degli anni ’70 più amati, a partire dall’Heuer Autavia e dall’Omega FlightMaster. L’ecodi questi due pezzi si trova nella collezione 1969 di Singer Reimagined che, tuttavia, non sarebbe quello che è senza la meccanica sopraffina.

    Tutto (o quasi) parte dal calibro

    Quando nel paragrafo sopra ho scritto del calibro AgenGraphe, non vi è suonato qualcosa nella memoria? AgenGraphe non vi ricorda per caso Agenhor? Se è così, allora bravi. Perché questa manifattura di calibri e complicazioni di altissima qualità, non a caso partecipata da H. Moser & Cie, è stata fondata proprio da Jean-Marc Wiederrecht e da sua moglie Catherine. Ed ha all’attivo numerose collaborazioni con il Gotha dell’alta orologeria (una per tutte: quella con Van Cleef & Arpels, sfociata in diverse “complicazioni poetiche”).

    Il fatto che AgenGraphe sia un calibro con indicazione centrale fa in modo che non sia necessario leggere la misura del tempo breve in un punto diverso dal centro del quadrante. Inoltre, il movimento ha un altro vantaggio: la modularità. Le diverse parti che lo compongono possono essere aggiunte o tolte in base alle necessità o alle richieste del marchio cliente.

    AgenGraphe è anche un calibro estremamente preciso. La rilevazione del tempo ha infatti un salto istantaneo, senza latenza, mentre normalmente il salto dei cronografi inizia intorno al 58° secondo e dura circa due secondi. Una precisione che necessita della migliore visualizzazione possibile delle informazioni da parte di chi indossa l’orologio. Ecco perché i designer di Singer Reimagined hanno posizionato le lancette dei secondi, dei minuti e delle ore al centro del quadrante: campo libero per chi guarda.

    Singer Reimagined 1969 Chronograph…

    Visto che ho scritto del calibro AgenGraphe, questa volta parto dal movimento per parlare dei nuovi 1969, iniziando dal 1969 Chronograph. Sulla base dell’AgenGraphe è infatti nato il cuore di questo orologio, il calibro Singer Reimagined AGH 6365, elaborato e prodotto da Agenhor sulla base delle richieste arrivate dal Marchio. Si tratta di un calibro automatico con ruota a colonne e indicazione centralizzata, chiamata 3-60: 60 ore, 60 minuti cronografici, 60 secondi cronografici.

    I cronografi Singer sono gli unici che permettono di cronometrare eventi fino a 60 ore, grazie a un’ingegnosa architettura. Nel 1969 Chronograph, le lancette dei secondi, dei minuti saltanti e delle ore saltanti sono montate al centro e puntano tutte sulla medesima scala, base 60. L’indicazione dell’ora del giorno è visibile nella parte inferiore del quadrante ed è erogata tramite due dischi rotanti. La loro grafica e le frecce che indicano l’ora sono in Super-LumiNova.

    Il calibro AGH 6365 del 1969 Chronograph ha un’autonomia di 3 giorni. Il sistema di carica automatica è posto sotto al quadrante: in questo modo, attraverso il fondello in vetro zaffiro, il calibro AGH 6365 è completamente visibile e sembra quasi un calibro manuale. Nello specifico, conta 491 componenti e 56 rubini e lavora a 21.600 alternanze/ora. 

    … e 1969 Timer

    Analoga cura e ingegnosità è stata messa nel calibro AGH 6363 a carica manuale, che lavora nella cassa del 1969 Timer. Stesse 21.600 alternanze/ora e stessa riserva di carica di 72 ore del 6365. Si tratta di una versione re-ingegnerizzata del calibro Flytrack di Singer Reimagined, dotata di una funzione ingegnosa governata dal pulsante a ore 2, che ha comportato lo spostamento della corona di carica a ore 4. Perché un pulsante in più su un orologio solo tempo?

    Perché l’AGH 6363 è dotato di un sistema di azzeramento combinato con un dispositivo flyback. Premendo il pulsante a ore 2 è possibile misurare il tempo trascorso in modo immediato, utilizzando la lancetta centrale dei secondi. È un sistema per eseguire misurazioni istantanee e sequenziali, senza che interferiscano con il funzionamento regolare dell’orologio.

    Grazie a un dispositivo di frizione brevettato, si può dissociare la lancetta centrale dei secondi dal movimento, mantenendola ferma, e la si può rimettere in moto rilasciando il pulsante. In questo modo, la lancetta centrale dei secondi diventa un contatore di un minuto. Con il pulsante a ore 2 si azzera e si riavvia rapidamente il cronometraggio, senza utilizzare la consueta sequenza start-stop-reset.  

    Le due nuove referenze

    Le due nuove referenze, Chronograph ref. SR201-S e Timer ref. SR301-S, combinano i quadranti color argento spazzolato soleil con la cassa e il bracciale in acciaio inossidabile di Singer Reimagined. Lo stile del marchio è riconoscibile dal design, contemporaneo e classico al tempo stesso. Con i loro 40 mm di diametro, i modelli stanno bene sia sui polsi femminili sia maschili.

    L’estetica nitida dei quadranti argentati e delle casse abbinate tono su tono amplificano l’eleganza e il fascino della collezione. La finitura spazzolata soleil del quadrante crea un gioco di luci che si fonde con la finitura della cassa. Questo colore del quadrante è anche un omaggio alla prima Track1 Launch Edition, edizione limitata del 2017 che ha dato il via alla storia di Singer Reimagined.

    Interessante il design del bracciale, composto da due elementi a contrasto: le maglie spazzolate ad H e le maglie centrali arrotondate e lucide. Il bracciale garantisce vestibilità e comfort, anche per mezzo del meccanismo di microregolazione che consente di adattarne la lunghezza fino a 2 cm. La regolazione può anche essere fatta senza togliere l’orologio dal polso. 

    Ben diverse le casse in bronzo del Chronograph ref. SR203 e Timer ref. SR303, una novità per Singer Reimagined. Il bronzo è infatti un materiale robusto e resistente, che si evolve e cambia visivamente a seconda dell’ambiente circostante. Per via delle sue particolari proprietà è spesso preferito all’acciaio, in quanto non solo è durevole, ma anche resistente alla corrosione dell’acqua salata e alle condizioni atmosferiche estreme.

    La cassa in bronzo scolpito da 40 mm dei due orologi è evidenziata dai bordi lucidi e si combina con il quadrante verde opaco, con inserti color crema e tocchi dorati, che esalta il look vintage dei 1969 Bronze, rendendo omaggio a un’epoca sinonimo di avventura. Per questi primi modelli in bronzo, Singer Reimagined ha scelto un’altra “prima”, il cinturino. Si tratta di un cinturino realizzato a mano, in tessuto e pelle verde, abbinato al colore del quadrante e chiuso da un velcro. Una scelta estetica e pratica, che si sposa con la vocazione outdoor delle due referenze.

    L’intelligenza di Singer Reimagined

    Insomma, re-immaginare l’orologeria tradizionale non è certo facile, soprattutto perché è un campo nel quale il “già visto” è all’ordine del giorno. Per uscire dal mainstream con cui ho aperto questo articolo servono idee, visione e la capacità di tradurle in un progetto solido, in grado di convincere mercato e appassionati. Una sfida non banale, alla quale il marchio Singer Reimagined si è avvicinato con intelligenza e umiltà.

    Lo ha fatto puntando su ciò che serve a distinguersi con un prodotto di qualità: meccanica ed estetica. Solo abbinando queste due componenti base dell’orologeria di qualità in modo che si sposino a un’idea forte e visionaria, è possibile provare ad avere successo in un mercato sempre più esigente e orientato verso l’alto di gamma.

    Un mercato nel quale il marketing deve lasciare spazio alla sostanza, dove lo storytelling deve essere funzionale al prodotto e non viceversa. Ebbene, la collezione 1969, a mio parere, va esattamente in questa direzione: tanto arrosto e poco fumo. Perché di fumo, su lancette e quadranti, ne abbiamo già fin troppo.

  • Glashütte Original Sixties Small Second: non chiamatelo vintage

    Glashütte Original Sixties Small Second: non chiamatelo vintage

    Quando ho ricevuto il materiale stampa del nuovo Sixties Small Second di Glashütte Original ho fatto un esperimento. So che non si dovrebbe scrivere, ma… lo scrivo lo stesso. Ho fatto una ricerca su una delle tante piattaforme online certificate che vendono orologi di secondo polso, inserendo come chiave “GUB Glashütte”. Fatelo anche voi e capirete il perché mi è venuto quello sghiribizzo. Se non volete farlo, ve lo spiego io.

    Un po’ di storia

    Come dice il nome stesso dell’orologio, il nuovo modello di Glashütte Original si ispira agli anni ’60, un periodo nel quale la marca come la conosciamo oggi non esisteva. C’era però la sua antenata, quella VEB Glashütter Uhrenbetriebe (GUB), costituita nel 1951 dallo Stato e dallo Stato gestita. Non dimentichiamo che il borgo di Glashütte si trova in quella che fu la Germania Est: GUB nacque infatti come collettivizzazione forzata, unendo tutte e sette le aziende di orologeria della città, tra cui UROFA, UFAG (oggi Tutima) e A. Lange & Söhne.

    Dopo la riunificazione della Germania e il ritorno dell’economia di mercato nell’ex DDR, ciò che restava della Glashütter Uhrenbetrieb fu registrato come società privata nel 1990. Nel 1994 Heinz W. Pfeifer acquistò l’azienda, che all’epoca contava una settantina di dipendenti, e la chiamò Glashütte Original. Riportò in vita il tradizionale lavoro orologiero artigianale di Glashütte così bene, che nel 2000 Swatch Group acquistò il Marchio.

    Prima del Sixties Small Second, lo Spezimatic

    Ebbene, tornando alla ricerca online, se la fate vi accorgerete dai risultati di come il Sixties Small Second abbia in sé tanto, ma tanto, della lezione stilistica di quegli anni. Un’estetica che negli orologi del collettivo GUB era ben presente e diffusa, anche se tecnicamente a prevalere era la soluzione con i secondi centrali e non con i piccoli secondi.

    Specialmente la linea Spezimatic ha dato “il la” a Glashütte Original per liberare la propria ispirazione creativa e pensare al Sixties Small Second. Il marchio produce orologi che richiamano gli anni ’60 da tempo, ma è una storia che vale la pena rivisitare, soprattutto alla luce di questo pezzo che trovo particolarmente interessante nella sua versione modernizzata.

    Interessante è anche il fatto che, allora come ora, la Manifattura puntava molto sulla qualità. Un aspetto non banale, perché il dettato dell’economia socialista passato a GUB all’epoca della Cortina di Ferro fu quello di produrre orologi “popolari”, a basso costo, affidabili e resistenti. Qualcosa che il tedesco orientale medio potesse permettersi, nonostante il proprio salario contenuto, e che fosse poco vistoso e omologato.

    Così erano quegli orologi, al di fuori. In alcuni di essi, però, la qualità stava all’interno. Unico indizio esteriore, una Q con il numero 1 sul quadrante, a ore 6, dove la Q stava per Qualität ed era spesso associata a una certificazione di cronometro del movimento. Un’attenzione alla qualità che è ancora oggi un vanto di Glashütte Original.

    Le misure e il calibro

    Ecco dunque da dove arriva il nostro Sixties Small Second. Che dagli antenati si distingue principalmente per la misura della cassa. Se negli anni ’60 orologi simili andavano grosso modo dai 33 ai 37 mm, la nuova referenza di Glashütte Original arriva a 42, con uno spessore di 12,4 mm. Misure importanti – specialmente lo spessore -, considerando che si tratta di un solo tempo, senza data. In questo caso si fanno sentire sia il vetro zaffiro sul quadrante sia quello sul fondello, entrambi bombati, ma anche il fatto che il Brand lavora spesso con misure generose dei calibri.

    In questo caso parliamo del Calibro 39-60 di manifattura, realizzato appositamente per l’orologio a partire dal calibro 39-22. Purtroppo Glashütte Original non ha inserito nel materiale stampa un’immagine del movimento, ma siccome vale la pena di essere visto sono andato a scovarne una che trovate nella gallery. Trovate anche qualche dettaglio tecnico in più. Qui mi limito a ricordare che si tratta di un calibro automatico con circa 40 ore di autonomia. Lascio ai “precisetti” la discussione – che trovo oziosa – sull’opportunità o meno di un calibro manuale, vista la dichiarata ispirazione agli anni ’60.

    Una cassa in stile Glashütte Original

    Torno alla cassa. Impermeabile fino ai soliti 3 bar, è in oro rosa. Purtroppo non ho avuto ancora l’opportunità di vedere l’orologio dal vivo, ma l’impressione che si ha dalle immagini è quella di un oro rosa che tende più al giallo. Probabilmente il colore è dovuto a una percentuale di rame minore nella lega, forse con l’obiettivo di avvicinare la cromia della cassa a quelle degli anni ’60, in cui l’oro giallo era dominante.

    La distanza da ansa ad ansa è di 49,5 mm, che rende il Sixties Small Second un dress watch sui generis, abbondante ma ben proporzionato. L’idea che mi sono fatto è che abbia una buona vestibilità, nonostante le dimensioni. Il fatto che siano lievitate di diversi millimetri rispetto a quelle del periodo cui l’orologio si ispira, è compensato dalle anse decisamente corte.

    Due parole sul quadrante

    La prima impressione che si ha guardando il quadrante dell’orologio è che i designer di Glashütte Original abbiano fatto un lavoro importante per fargli guadagnare ariosità. Vi rimando alle didascalie per dettagli più approfonditi. Quello che voglio farvi notare qui è il bilanciamento tra il quadrante stesso e la lunetta.

    Quest’ultima è molto sottile, con un impercettibile gradino che la fa scivolare ancora di più verso la carrure. Il risultato è quello di alleggerirla il più possibile, senza farla quasi sparire, ma in modo che la sua presenza discreta consenta di ampliare ancora di più l’apertura del quadrante. Che con quella finitura argenté galvanica-opalina è di una luminosità unica.

    Un prezzo strategico

    Come ormai sapete, se siete dei miei lettori assidui, lascio per ultimo il prezzo. L’orologio è disponibile da qualche giorno nelle boutique di Glashütte Original a 18.100 euro. Una cifra sicuramente importante, specialmente perché parliamo di un marchio che non è propriamente mainstream. Però, come spesso accade, i numeri vanno letti in controluce e comparati.

    Nel suo segmento di mercato, orologi di marchi prestigiosi con caratteristiche analoghe (dress watch in oro, con piccoli secondi) costano in media il 50% in più. Si può discutere sui contenuti tecnici di ciascun concorrente, ma di certo quelli del Glashütte Original Sixties Small Second non sono secondi a nessuno. Senza dimenticare che cosa comportano in termini di costi lo sviluppo di un movimento ad hoc e l’impiego di un metallo prezioso per la cassa, solo per citare due voci da mettere a bilancio. Ragion per cui, quella cifra ha senso. Certo, ai papaveri della nomenklatura DDR sarebbe venuto un accidente se l’avessero vista sul cartellino del prezzo di un GUB Glashütte, ma questa è un’altra storia.