Giornale Degli Orologi
Menu
Menu

Tag: Watches and Wonders 2025

  • Ref. 5308G Quadrupla Complicazione: l’empireo di Patek Philippe

    Ref. 5308G Quadrupla Complicazione: l’empireo di Patek Philippe

    Quando è stato presentato a Watches and Wonders 2025, il Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione è stata una delle superstar del salone. Un orologio talmente complesso che ci siamo presi quasi un anno per parlarne su queste pagine. Un po’ perché ci sono state altre novità che, mese dopo mese, hanno preso la scena, un po’ perché si tratta di un pezzo talmente alto che, come si suol dire, aveva bisogno dei suoi tempi.

    La cosa certa è che il Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione è la traduzione materiale del modo in cui il Presidente Thierry Stern intende il futuro del Marchio. Un futuro che si era cominciato a intravedere nel 2023, quando era stata presentata in anteprima mondiale in serie limitata, in occasione della Grande Esposizione Patek Philippe “Watch Art” di Tokyo, la Ref. 5308P-010 con cassa in platino. Ora, da anteprima, la Ref. 5308 è diventata parte della collezione corrente di Patek Philippe. Anticipo subito che dedicherò le didascalie a una parte dei dettagli tecnici dell’orologio, altrimenti questo pezzo rischierebbe di diventare lungo come una quaresima.

    Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione: il calibro

    Però, per parlare del Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione, mi è utile partire dal calibro, o meglio, dal suo nome che spiega la quadrupla complicazione. Nel calibro R CHR 27 PS QI troviamo infatti la ripetizione minuti (R), il cronografo (CH) che è rattrapante (R, ricordiamo che Patek considera la funzione rattrapante una complicazione distinta dal cronografo) e il calendario perpetuo istantaneo (QI). Per completezza, 27 e PS indicano il fatto che il calibro è basato sul movimento originale da 27 mm con piccoli secondi.

    La maggior parte dei componenti tecnici è nascosta sotto al quadrante. Dal fondello trasparente è possibile vedere il micro-rotore con lavorazione guilloché e i martelli lucidi della ripetizione minuti, oltre al regolatore per la ripetizione nascosto sotto la croce di Calatrava in oro, simbolo della Casa. Sotto al quadrante si trova il modulo del calendario perpetuo, mentre il lavoro fatto sul cronografo ha richiesto agli ingegneri di Patek Philippe una importante serie di modifiche che ha portato anche a due brevetti.

    Il primo è una ruota di innesto a recupero di gioco, che consente di evitare qualsiasi sfarfallio della lancetta dei secondi del cronografo, eliminare l’attrito della ruota del cronografo e consentire così un risparmio di energia. Il secondo è un meccanismo che permette di sollevare la leva della lancetta rattrapante quando quest’ultima è arrestata, invece di farla correre attorno al “cuore” del cronografo, riducendo così il consumo di energia. Sforzi tecnici tesi ad aumentare l’autonomia del Patek Philippe Ref. 5308G-001 Quadrupla Complicazione, che rimane comunque contenuta: 38 ore con il cronografo in funzione, che diventano 48 quando non lo si usa. Il movimento, contraddistinto dal sigillo Patek Philippe, è dotato di bilanciere Gyromax a inerzia variabile, con spirale in silicio Spiromax, che lavora a 21.600 alternanze/ora.

    Dal salmone al ghiaccio

    Se il quadrante della Ref. 5308P-010 aveva una tonalità salmone, il 5308G-001 è un’esperienza visiva inedita per Patek Philippe. Il quadrante blu ghiaccio con finitura soleil è intriso di elementi blu: le lancette di ore e minuti, il giro della minuteria, le cornici del calendario perpetuo, la minuteria dei contatori, il cielo delle fasi lunari. Una coerenza cromatica che stempera la presenza imponente dei due contatori cronografici dei 60 minuti (a ore 3) e delle 12 ore (a ore 9).

    Il calendario perpetuo istantaneo con visualizzazioni a finestrelle impiega lo stesso meccanismo che ha dato luogo al deposito di due brevetti, introdotto nel 2008 nella Ref. 5207 e ripreso nel 2011 nella Ref. 5208. Il sistema è complesso: dei 799 componenti del calibro, ne conta da solo ben 220. Le indicazioni saltano in 30 millisecondi all’interno delle quattro finestrelle di giorno della settimana, data, mese e anno bisestile, anche quando la riserva di carica scende a dieci ore. I dischi impiegati per la visualizzazione della data hanno una massa superiore a quella delle indicazioni a lancetta e ciò sottolinea ancora di più l’importanza del lavoro sul movimento. La visualizzazione istantanea richiede infatti la padronanza dell’energia per trattenere i dischi e rilasciarli contemporaneamente con uno scatto fulmineo.

    La cassa in oro bianco è imponente, non tanto per il diametro (42 mm), quanto per lo spessore, che sfiora i 18 mm (17,71). La lunghezza da ansa ad ansa è di 52,11 mm, ma per la Ref. 5308G-001 Quadrupla Complicazione la Maison si è impegnata sul fronte della vestibilità e dell’impatto visivo. Le anse allungate e il cinturino agganciato quasi alla loro estremità provano a mitigare al polso l’altezza e il peso della cassa; la traforatura delle anse stesse e la lunetta concava vogliono alleggerire all’occhio la struttura dell’orologio.

    Gli antenati del Ref. 5308G Quadrupla Complicazione

    Detto che il Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione costa, tasse incluse, ben 1.297.279 euro, lascio come detto il resto dei dettagli alle didascalie e chiudo con un breve excursus sui principali predecessori di questo orologio. Giusto per far capire quanto un simile pezzo non sia spuntato come un fungo dalla sera alla mattina, ma sia il frutto più recente di una lunga evoluzione preparatoria.

    Per circa quindici anni, la Ref. 5016 è stata il Patek più ambito a unire calendario perpetuo, ripetizione minuti e tourbillon. All’inizio degli anni 2000, gli appassionati iniziarono a volere orologi più grandi, moderni e più consistenti al polso. Nel 2008, Patek Philippe lanciò il primo calendario perpetuo istantaneo, la Ref. 5207P – con finestrelle per il giorno, la data e il mese disposte radialmente nella parte superiore del quadrante -, abbinato a una ripetizione minuti e a un tourbillon. 

    Nel 2011 fu la volta della Ref. 5208. Eliminando il tourbillon ma inserendo un cronografo monopulsante, Patek aggiunse un micro-rotore al movimento, rendendolo automatico. A differenza della maggior parte dei cronografi di Patek, la massa di leve e ponti era nascosta sotto il ponte di carica e il meccanismo di ripetizione.

    La Ref. 5308P-010 della Patek Philippe Watch Art Grand Exhibition di Tokyo 2023, infine, fu la naturale “evoluzione della specie” iniziata con il lancio del 5207 nel 2008. Cassa in platino, quadrante salmone e lancette e indici anneriti, fu una creazione di altissimo livello, ma limitata a 15 esemplari. Oggi, con la quadrupla combinazione, le cose cambiano. Certo, il prezzo non è per tutti, ma esclusività non ha mai fatto rima con disponibilità.

  • Patek Philippe 4946R-001 e 4947/1A-001: gemelli diversi

    Patek Philippe 4946R-001 e 4947/1A-001: gemelli diversi

    Mettendo mano a questo articolo sul nuovo Patek Philippe 4946R-001 e sul suo fratello maggiore 4947/1A-001, ho ripensato a un passaggio di una conversazione che ho avuto di recente con il grande Aurel Bacs, consulente della casa d’aste Phillips e tra i massimi esperti di orologeria al mondo. Perché, tra i molti argomenti toccati, abbiamo parlato anche di che cosa, tra gli orologi, può essere considerato “un classico”. Secondo lui, classico non significa per forza “datato”: è in realtà un concetto molto soggettivo che si applica anche – e soprattutto, dico io – a pezzi moderni o contemporanei. Ed ecco il perché della lampadina che si è accesa.

    All’ultimo Watches and Wonders, il Patek Philippe 4946R-001 ha rivitalizzato il celebre Calendario Annuale, inventato e brevettato dalla Manifattura nel 1996 con la Ref. 5035J. Un orologio che non solo a mio parere (modesto e irrilevante), ma anche per come la vedono gli esperti, gli appassionati e quelli che ci capiscono sul serio, è davvero “un classico”, nonostante compirà solo 30 anni nel 2026. Un classico che nel 2021 Patek Philippe aveva vestito di blu e di acciaio e che la scorsa primavera, nei padiglioni ginevrini, ha indossato un abito marrone e oro rosa. 

    Nelle prossime righe parlerò sostanzialmente del più recente arrivato, il Patek Philippe 4946R-001, ma, senza che diventiate strabici, è come se parlassi anche del 4947/1A-001. Tra i due c’è solo, si fa per dire, un cambio d’abito.

    Il Patek Philippe 4946R-001 e l’arte del tessuto

    Il Patek Philippe 4946R-001 è l’esempio perfetto di ciò che accade quando si parla di orologi di alta gamma: il bello sta fuori e sta dentro, c’è chi apprezza l’estetica, chi la meccanica e chi non si accontenta e non concepisce l’una staccata dall’altra. Nel caso di questo orologio, l’estetica parla di un abbinamento cromatico tra marrone e oro rosa che è molto contemporaneo, almeno quanto lo era quattro anni fa quello tra l’acciaio e il blu del 4947/1A-001. A unire le due referenze c’è la particolare lavorazione del quadrante, che Patek Philippe chiama “shantung”.

    Io che sono ignorante in materia mi sono rivolto a mia moglie, molto più esperta di me in termini di tessuti e filati: mi ha spiegato esattamente ciò che trovate su Google inserendo la parola shantung. Ossia che si tratta di un tessuto di seta selvaggia, in tinta unita, con una superficie ruvida e irregolare, dall’aspetto grezzo. Per quelli che, come ho scritto sopra, prediligono l’estetica, questa lavorazione del quadrante è il pezzo forte del Patek Philippe 4946R-001. Guardandolo da vicino a Watches and Wonders, la doppia satinatura orizzontale e verticale mi ha dato proprio l’impressione plastica della trama e dell’ordito.

    Qualcuno vi parlerà, come al solito, dei riflessi cangianti della luce che lo colpisce. Lasciate dire, è marketing. Ciò che conta è la realizzazione sopraffina che trasforma davvero il quadrante in un tessuto. E pazienza se non è fatto a mano da ineffabili artigiani certosini: il risultato materico unito al caldo del marrone rendono questo orologio unico nel suo genere. Anche perché il marrone prosegue nel cinturino in vitello con motivo denim e cuciture a contrasto color crema, che dà coerenza all’intero orologio. 

    Chiaro e pulito

    Naturalmente il quadrante non è solo colore e finitura. È principalmente leggibilità, come da sempre è il Calendario Annuale di Patek Philippe. Le lancette delle ore e dei minuti – a forma di foglia, in oro rosa e con materiale luminescente – dialogano con una scala delle ore caratterizzata da numeri arabi applicati anch’essi in oro rosa. La sottile lancetta dei secondi centrali si estende ben oltre la scala delle ore e fluttua sopra uno chemin de fer di grande classicità.

    I contatori nella parte superiore del quadrante indicano il giorno della settimana (a ore 9) e il mese (a ore 3). L’indicazione del giorno del mese è lasciata a una finestrella a ore 6 con il disco data bianco. I puristi diranno che il bianco stacca troppo rispetto al resto del quadrante; io dico che farlo tono su tono avrebbe “annegato” il giorno del mese rendendolo illeggibile. Un non senso per un Patek Philippe. 

    Il bilanciamento della disposizione dei contatori si chiude con la finestra delle fasi lunari a ore 6, dove c’era il contatore delle 24 ore nella Ref. 5035J del 1996. La manifattura sviluppò il primo orologio con fasi lunari nel 1925, noto come Perpetual Calendar 97975. Il Patek Philippe 4946R-001 combina il design originale della complicazione delle fasi lunari con eleganti innovazioni e con la facilità d’uso tipica delle referenze della Maison ginevrina. Infatti, supponendo che l’orologio sia sempre carico, la data dovrà essere regolata solo una volta all’anno, il 1° marzo, non avendo lo scatto automatico dal 28 febbraio. L’indicatore delle fasi lunari presenta uno scarto di un solo giorno ogni 122 anni rispetto al vero ciclo lunare. Quattro correttori posizionati sulla cassa, due per lato, facilitano la regolazione dei contatori tramite uno stilo apposito.

    Oro e marrone

    A proposito di cassa, ho anticipato sopra il materiale, oro rosa. Chi si ricorda del 4947/1A-001 avrà capito che parliamo di un diametro di 38 mm, misura perfetta per inquadrare il Patek Philippe 4946R-001 tra gli orologi che fuggono dall’apparenza e dall’ostentazione. Sia nella precedente versione in acciaio sia in questa, la cassa è splendidamente rifinita e sinuosa. La impreziosiscono molti dettagli sottili che arricchiscono l’aspetto generale dell’orologio.

    Ad esempio, il vetro zaffiro ha un bordo smussato che si assottiglia verso la lunetta, un particolare che può sembrare insignificante, ma se considerato insieme a numerosi altri piccoli dettagli, arricchisce l’esperienza al polso. Nonostante il carattere sobrio, la cassa è interamente lucidata a specchio, un trattamento che Patek Philippe ha eseguito alla perfezione e che non tutti gli orologi sono in grado di portare. Un po’ come un abito: blu o marrone, solo il Calendario Annuale di Patek Philippe è capace di indossarlo senza mai sfigurare.

    Il calibro del Patek Philippe 4946R-001

    Detto che la cassa è completata da un fondello a vista, arriviamo a ciò che da quel fondello si vede: il calibro automatico di manifattura 324S QA LU, splendidamente rifinito. I ponti sono decorati con motivo Côtes de Genève verticale e hanno i bordi smussati e lucidati. Il perlage impreziosisce la platina e abbondano le scritte dorate. La massa oscillante è realizzata in oro giallo 21 carati ed è impreziosita da Côtes de Genève circolari e dall’emblema della Maison, la croce di Calatrava.

    Oltre alla finitura eccellente del movimento, sono presenti numerose raffinatezze tecniche. Lasciando i dettagli alle didascalie, per esempio, il calibro 324S QA LU è dotato del bilanciere Gyromax® di Patek, che è sostanzialmente un tipo di bilanciere a inerzia variabile in cui la lunghezza della molla del bilanciere rimane fissa. I quattro pesi a forma di C, fissati ai raggi del bilanciere, si possono ruotare in senso orario o antiorario per regolare il momento di inerzia, rendendo il movimento più veloce o più lento.

    Il bilanciere Gyromax® è superiore al più diffuso bilanciere con indice regolato, poiché la molla è meno soggetta a errori di posizione. Anche la stabilità della frequenza è superiore. Patek Philippe ha posizionato i pesi inerziali sui raggi del bilanciere invece di adottare l’approccio tradizionale che prevede il fissaggio di viti al bordo esterno. Grazie a questo accorgimento, il bilanciere Gyromax® genera meno turbolenze d’aria, favorendo così la precisione di marcia del calibro.

    Andare oltre il prezzo

    Chiudo con il prezzo, che per la versione in oro rosa è di 55.836 euro, qualcosa meno per quella in acciaio: 52.866. E con una considerazione finale, prima di lasciarti alle didascalie. In linea con i prodotti di alta gamma, sotto la superficie di ciascun orologio della Maison si nasconde una grande sostanza. Infatti, Patek Philippe 4946R-001 non è solo bello all’esterno, ma possiede anche un’anima meravigliosa, il calibro 324S QA LU un combinato disposto che va oltre il mero valore commerciale.

    Certo è che quando si parla di Patek Philippe, e in particolar modo di una collezione come la Nautilus, il tema degli investimenti, della rivalutazione dell’orologio e dei rendimenti spesso travalica il dato di fatto di avere tra le mani un orologio raffinato. Mi auguro che sia il Patek Philippe 4946R-001 sia il 4947/1A-001 non conoscano lo stesso loop del Nautilus e possano finire nelle mani di proprietari che ne apprezzano il vero valore, al di là della speculazione. È anche da questo che si riconosce un classico.

  • Independence Skeleton Chrono 42mm, il flyback di Norqain

    Independence Skeleton Chrono 42mm, il flyback di Norqain

    La luce danzava sul quadrante traforato dell’Independence Skeleton Chrono 42mm, trasformando l’orologio in una scultura cinetica. A Watches and Wonders 2025, lo spettacolo attirava i visitatori nella booth di Norqain come falene alla fiamma. Lo sguardo veniva prima catturato dai vibranti toni viola o verde, poi si immergeva nel labirinto meccanico del Calibro 8K, seguendo il profilo delle montagne inciso nel movimento. L’occhio percorreva le curve dei ponti scheletrati, le intersezioni dei ruotismi e il battito costante del bilanciere. Questo viaggio visivo dall’estetica alla tecnica manifestava la vera essenza del Brand: l’orologeria rivelata, non celata.

    Norqain e la collezione Independence

    Fondata nel 2018 dalla famiglia Küffer, con sede a Nidau (non lontano da Biel/Bienne), Norqain rappresenta un’anomalia nel panorama orologiero elvetico: una giovane marca indipendente che ha saputo affermarsi in un settore dominato da gruppi industriali e maison centenarie. La presenza al Salone di Ginevra per la seconda volta consecutiva ne testimonia l’ascesa in appena sette anni. L’assenza di rigide strutture corporate le permette di esplorare soluzioni originali, differenziandosi nel mondo conservatore dell’orologeria. Norqain sfida così i giganti del settore, reinterpretando in questo caso l’estetica del cronografo contemporaneo.

    La collezione Independence è rapidamente diventata il simbolo della filosofia aziendale, bilanciando tradizione manifatturiera e design contemporaneo. Il nome stesso riflette sia lo status indipendente dell’azienda sia l’approccio distintivo all’orologeria. Possiamo considerare questa famiglia di orologi come il laboratorio creativo di Norqain, in cui si fondono tecnica e audacia estetica. L’Independence Skeleton Chrono, che ha debuttato a New York nell’autunno scorso, ha segnato un’importante evoluzione per il Brand, introducendo il primo movimento cronografico flyback scheletrato sviluppato internamente.

    Le due versioni dell’Independence Skeleton Chrono

    Nel cuore del prestigioso Salone ginevrino, Norqain ha rotto i codici dell’alta orologeria con due nuove referenze dell’Independence Skeleton Chrono 42mm. Nelle quali il viola profondo e il verde giada non sono semplici variazioni cromatiche, ma manifesti d’indipendenza creativa. I colori scelti per le nuove edizioni riflettono l’identità del Marchio, costruita attorno al concetto di “libertà di esplorazione”, sia fisica che concettuale. Il verde evoca i paesaggi alpini svizzeri, mentre il viola è piuttosto un elemento urbano e cosmopolita.

    Applicati sugli elementi del quadrante scheletrato, i colori creano un effetto tridimensionale che enfatizza il profilo montano. Prendere ispirazione dalla montagna, anziché dalle automobili o dagli aerei come fanno molti altri cronografi, crea un racconto personale coerente con l’identità svizzera di Norqain, e rimanda silenziosamente a una storia di esplorazione e di avventura. Il contrasto cromatico con il titanio della cassa (soprattutto nel caso del trattamento Dlc nero che caratterizza la versione verde) esalta le tonalità vivaci e le rende protagoniste della composizione.

    Le caratteristiche essenziali…

    La scelta del titanio grado 5 costituisce già di per sé una soluzione tecnica sofisticata. Non a caso utilizzato in particolare nell’industria aerospaziale, è un materiale dall’eccellente rapporto resistenza-peso. In più è dotato di proprietà ipoallergeniche e anticorrosive, che lo rendono perfetto per un orologio sportivo di qualità. Il rivestimento Dlc, là dove presente, ne aumenta ulteriormente la durezza superficiale senza comprometterne la leggerezza.

    Se l’evoluzione si manifesta nell’interpretazione cromatica, i nuovi Independence Skeleton Chrono conservano gli elementi distintivi della collezione, già presenti nei modelli del 2024: la cassa da 42 mm dalle proporzioni equilibrate, l’impermeabilità fino a 10 bar, il quadrante scheletrato, l’esclusivo movimento. Indici e lancette sfaccettati da un taglio diamante conferiscono all’orologio un aspetto più tecnico, mentre l’X1 Super-LumiNova® consente un’ottimale visibilità in tutte le condizioni di luce. Ci tengo a sottolineare quanto l’Independence Skeleton Chrono mantenga un’eccellente leggibilità a dispetto della scheletratura. Il cinturino in caucciù integrato, dall’effetto maglia milanese, unisce estetica, comfort e praticità.

    …e la meccanica dell’Independence Skeleton Chrono

    Attraverso il vetro zaffiro, il Calibro 8K rivela la propria anima: un cronografo flyback scheletrato il cui nome rende omaggio agli “Ottomila”, le 14 montagne più alte del mondo. Sviluppato in collaborazione con Manufacture AMT (il dipartimento interno a Sellita, specializzato in movimenti personalizzati), il calibro a carica automatica dimostra l’approccio pragmatico e innovativo di Norqain: formare partnership strategiche per combinare expertise tecnica e visione creativa. Oltretutto ha partecipato alla creazione Jean-Claude Biver, eminenza grigia del settore nonché membro del Consiglio di Amministrazione di Norqain, che deve aver contribuito all’ideazione delle specificità costruttive identitarie.

    Se si guarda il movimento dal lato fondello, infatti, si nota la particolare silhouette del ponte superiore, a forma di montagna. Il logo Norqain, che a sua volta ricorda un monte creato dall’incontro delle due N maiuscole, è poi intagliato nella massa oscillante. In questo modo, quando quest’ultima è “a riposo”, posta in basso, il ripetersi delle vette crea l’effetto di una catena montuosa meccanica in 3D. E poi ci sono le altre caratteristiche. La funzione flyback aggiunge all’orologio un valore d’uso concreto, con una risposta tattile precisa e soddisfacente dei pulsanti. La ruota a colonne mantiene una precisa funzionalità cronografica durante tutta la misurazione. Le 62 ore di autonomia contribuiscono alla costanza di marcia e ottimizzano le prestazioni, garantite anche dal certificato ufficiale di cronometro ottenuto dal Cosc.

    La mia opinione

    Durante le giornate primaverili di Ginevra, sotto le luci di Watches and Wonders, i due nuovi Independence Skeleton Chrono risplendevano con una vivacità inusuale per l’alta orologeria. I colori freschi e moderni, particolarmente il verde giada, sembravano catturare perfettamente l’energia della stagione estiva alle porte. Nonostante lo spessore di quasi 14 mm, l’orologio si adattava naturalmente alla forma del mio polso e mi è sembrato sorprendentemente comodo da indossare.

    La scelta di diversificare cromaticamente un modello affermato riflette un approccio strategico all’espansione del catalogo, consolidando l’identità del prodotto mentre offre nuove opzioni ai collezionisti. L’edizione verde giada, con una tiratura limitata a soli 500 esemplari, occupa una nicchia particolarmente interessante nel mercato, mentre la variante viola amplia l’offerta della collezione “regolare”. In quest’ottica consideriamo i prezzi al pubblico: 6.600 euro la versione viola, 6.800 la versione verde.

    Questa strategia di prodotto crea un equilibrio tra esclusività e accessibilità che distingue l’Independence Skeleton Chrono dai cronografi scheletrati di altre marche, generalmente più costosi. Proprio questo equilibrio posiziona il Brand come alternativa interessante sia per i collezionisti esperti in cerca di originalità, sia per i neofiti che desiderano un primo orologio alto di gamma significativo. La narrazione dell’azienda familiare indipendente risuona in un mercato sempre più attento all’autenticità. In un’epoca dominata da tendenze rétro, Norqain guarda avanti creando orologi che rispettano la tradizione senza esserne prigionieri.

  • Calatrava 8 giorni ref. 5328G: Patek Philippe da dress watch a field watch

    Calatrava 8 giorni ref. 5328G: Patek Philippe da dress watch a field watch

    Una delle tante caratteristiche che fanno grande Patek Philippe è la capacità di evolversi e svilupparsi senza tradire la propria identità storica. Non è una cosa facile, badate bene. Specialmente se abbiamo a che fare con la collezione Calatrava. Adattare ai tempi, ai gusti, alle mutate necessità della vita di oggi una linea che è universalmente nota tra gli appassionati per essere il non plus ultra della classicità, è un lavoraccio. Eppure, esempi come il Calatrava 8 giorni ref. 5328G che ho visto e provato a Watches and Wonders dimostrano che, come si dice, “è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo”. Con questo orologio, Patek Philippe lo ha fatto.

    In primis perché – io come altri colleghi anche stranieri -, quando ho potuto osservare l’orologio con la lente e me lo sono messo al polso, ho avuto la strana impressione di avere tra le mani non tanto un dress watch quanto un cosiddetto field watch. Ossia un orologio “da campo”, progettato e realizzato per un uso militare. Forse il più caro field watch in circolazione. Ed è probabile che non fosse nemmeno nelle intenzioni di Patek Philippe dare questa sfumatura al Calatrava in questione. Eppure qualcosa rimane…

    Calatrava 8 giorni 2.0

    Probabilmente perché, negli ultimi anni, Patek Philippe ha messo mano in maniera sottile e intelligente al design della collezione Calatrava. Proprio per non tradirla, come ho scritto all’inizio, ma per fare in modo che non restasse impantanata in una tradizione che avrebbe finito per renderla stantia. Parlo, per esempio, dell’ampliamento delle finiture dei quadranti, di forme più “decise” (specialmente nelle anse), dell’impiego della finitura a clous de Paris lungo la carrure.

    Tutti elementi che si ritrovano presenti e ben amalgamati nel Calatrava 8 giorni ref. 5328G. A testimonianza del fatto che, su questa collezione, la Maison ginevrina non ha intenzione di stare ferma, anzi. Per aggiornarla e renderla più interessante anche per nuove tipologie di appassionato, Patek Philippe non esita ad attingere a soluzioni tecniche e a elementi del proprio passato. In questo caso, l’abbondante riserva di carica di otto giorni e più.

    L’autonomia dei calibri di Patek Philippe

    Una caratteristica, questa lunga autonomia, che si trova già in alcune pendolette da tavolo con calendario perpetuo degli anni ’20 del ‘900, dotate di otto giorni di riserva di carica. Più vicino a noi, la Maison ci ricorda la Ref. 5100 10 Giorni del 2000, cassa rettangolare e serie limitata a tremila pezzi: il primo orologio da polso cronometro al mondo con riserva di carica di 240 ore.

    Oppure, ancora, la Ref. 5101P 10 Giorni Tourbillon del 2003, un esemplare in platino con cassa rettangolare ispirata all’Art Déco e movimento di forma, a carica manuale. Per arrivare, dieci anni dopo, alla Ref. 5200 Gondolo 8 Days, Day & Date Indication, il cui calibro rettangolare a carica manuale e salti istantanei del giorno della settimana e della data ha molto a che vedere con la referenza di cui scrivo oggi. Lo vedremo più avanti.

    Questa faccia non mi è nuova…

    Intanto, torno a quella sensazione di field watch di cui ho scritto sopra. Una sensazione che mi viene principalmente dalla struttura del quadrante. Come sempre, in questo tipo di articoli, preferisco lasciare i dettagli più strettamente tecnici alle didascalie, ma credo sia necessario fare qui almeno un accenno a quello che è il volto del Calatrava 8 giorni ref. 5328G.

    Il quadrante blu fumé presenta infatti una texture simile all’asfalto, qualcosa che non è nuovo in Patek Philippe. L’abbiamo vista per la prima volta, sul marrone, nella ref. 5226G, introdotta nel 2022. Oltre a questa finitura, il Calatrava 8 giorni ref. 5328G si porta dietro da quel predecessore il design delle lancette a siringa e dei numeri arabi, che gli conferiscono la sensazione di serietà e l’aspetto severo del field watch. Una tipologia di orologio che ha nella robustezza e nella chiarezza nella lettura delle informazioni alcune caratteristiche imprescindibili. Ecco perché, in questo senso, penso che il quadrante sia ben riuscito.

    Otto giorni senza pensieri

    Non dimentico, però, che tra le prerogative di un orologio da campo ci sono anche l’affidabilità e, per quanto possibile, l’autonomia. In questo senso, prima di tornare nelle didascalie sugli aspetti tecnici, fatemi accennare a un dettaglio storico del calibro che lavora nella cassa del Calatrava 8 giorni ref. 5328G.

    Come spesso accade per il movimenti di Patek Philippe, ha una sigla pressoché impossibile da ricordare – 31-505 8J PS IRM CI J – ma radici solide nel passato della Maison. Rimanda infatti alla Ref. 5200 Gondolo 8 Days, Day & Date Indication di cui ho scritto sopra, perché riprende l’architettura di base del movimento incassato in quell’orologio. La differenza principale sta nel fatto il calibro 28-20 REC 8J PS IRM C J era rettangolare come la cassa, mentre quello attuale è tondo, per integrarsi alla perfezione nella cassa in stile Calatrava.

    L’autonomia di otto giorni è specificata anche dalla dicitura 8J presente all’interno del nome del movimento, in cui si riscontrano dettagli che si possono desiderare da Patek Philippe e funzionali a un field watch. Mi riferisco principalmente al salto istantaneo del giorno della settimana e del mese e, ancora, alla riserva di carica che, se formalmente è di otto giorni, nella realtà arriva fino a nove. E questo nono giorno supplementare è individuato da una zona rossa sull’indicatore dell’autonomia residua.

    Un Calatrava 8 giorni per tutti i giorni

    Ora tutti alle didascalie. Non prima di aver ricordato il prezzo del Calatrava 8 giorni ref. 5328G – 71.280 euro – e di aver fatto qualche considerazione finale sull’orologio. Patek Philippe lo ha presentato a Watches and Wonders insieme a un’altra referenza del Calatrava, la 6169P con cassa in platino dall’elegante design “classico”. Secondo me, una mossa azzeccata.

    Se l’orologio in platino è il dress watch per eccellenza, più un pezzo da grandi occasioni che un cosiddetto everyday watch, per come la vedo io il Calatrava 8 giorni ref. 5328G è invece un orologio perfetto da indossare tutti i giorni. O anche solo qualche giorno alla settimana, sicuri di poter contare sulla sua capacità di essere ancora all’ora e alla data giuste quando lo si mette al polso. In questo modo, la Maison ha offerto un’alternativa all’interno della stessa collezione, provando a coprire gusti, appassionati e necessità diverse. Senza snaturarla, come ho scritto nelle prime righe. Ecco perché il Calatrava 8 giorni ref. 5328G è uno dei pochi pezzi di alta orologeria che, oggi, è qualcosa di più della somma delle sue parti. E, in questo, è molto Patek Philippe.

  • Club Sport neomatik Worldtimer: Nomos e l’orologeria intelligente

    Club Sport neomatik Worldtimer: Nomos e l’orologeria intelligente

    «La creatività è l’intelligenza che si diverte». Prendo in prestito una frase attribuita ad Albert Einstein perché penso che sarebbe un pay-off perfetto per il Club Sport neomatik Worldtimer che Nomos Glashütte ha presentato all’ultimo salone di Watches and Wonders. E con questo confermo il debole che ho per il Marchio tedesco, che traspare in altri articoli che gli ho dedicato.

    Torno alla frase di apertura. Creatività, intelligenza, divertimento sono tre parole che si adattano bene alla filosofia di Nomos Glashütte e alle quali lascerò il compito di condurvi lungo le righe che leggerete sotto. Creatività, perché dal 2021 Nomos amplia costantemente la collezione Club Sport neomatik, a partire dalla prima referenza, il 42 mm Date. Da allora, ogni anno una nuova dimensione di cassa si è aggiunta alla linea più sportiva del Marchio.

    Ora è possibile scegliere tra il Nomos Club Sport neomatik in 34, 37, 39 e 42 mm e ciascun modello si distingue per il quadrante soleil in un colore specifico a seconda della dimensione. Finora, però, a parte il datario sulla versione da 42 mm, non erano disponibili complicazioni, per cui la linea era caratterizzata principalmente da orologi solo tempo. Con il nuovo Nomos Club Sport neomatik Worldtimer si cambia decisamente marcia.

    Ore del mondo in salsa sassone

    Nomos Glashütte ha già in collezione un sofisticato ore del mondo dal 2011, lo Zürich World Time. Da allora, ha realizzato diverse versioni limitate di questo orologio che è diventato “un classico”, grazie all’estetica elegante e alla speciale complicazione, destinato a un certo tipo di appassionato. Ora, dopo 14 anni, era giunto il momento di offrire un’alternativa più sportiva: Nomos lo ha fatto con il Club Sport Neomatik Worldtimer. Ecco qui l’intelligenza.

    Perché affiancare a un modello dal successo consolidato, e associato a un profilo ben preciso di cliente (anche per via del prezzo, che lo pone ai vertici della scala di Nomos), un orologio di tutt’altro sapore e di target differente, significa voler rinsaldare una competenza tecnica e una posizione. Farlo con una complicazione che è la stessa solo come funzione, ma è del tutto nuova come ingegnerizzazione e come visualizzazione, è intelligenza applicata al marketing.

    I quadranti del Club Sport neomatik Worldtimer

    E il divertimento? Per trovarlo, basta dare un’occhiata alla scorpacciata di quadranti che Nomos Glashütte propone per il Club Sport neomatik Worldtimer. Ci sono una versione argento e una versione blu, entrambe con una finitura galvanizzata a raggiera che, nella referenza argentata, ha una placcatura rodiata. Sono i due quadranti delle referenze che potremmo chiamare della collezione corrente.

    Accanto a esse, però, il Marchio ne presenta altre sei. Per ciascuna di queste sei coloratissime versioni, che non hanno il quadrante soleil, saranno realizzati solo 175 esemplari. Ognuna è caratterizzata da un nome e da una colorazione distintivi. Canyon, Dune, Glacier, Jungle, Magma, Volcano richiamano paesaggi naturali cui si ispirano le cromie dei quadranti. Un sottile e divertente riferimento a un ipotetico viaggio alla scoperta della Terra, da un fuso orario all’altro, essenza di ogni orologio worldtimer.

    Con questo profluvio di colori sembra quasi di essere tornati a Watches and Wonders 2024, quando il marchio presentò 31 versioni del Tangente 38 Date. Proprio come allora, queste edizioni limitate del nuovo Club Sport neomatik Worldtimer sono affascinanti e si adattano bene al modo di fare specifico di Nomos. Che affianca alla meccanica, appunto, il divertimento. In un ambiente come l’orologeria, che spesso si prende troppo sul serio, sdrammatizzare è salutare.

    Club Sport neomatik Worldtimer: si può fare

    Come ho già fatto in altri articoli, riservo le didascalie per approfondire l’estetica e la meccanica del Club Sport neomatik Worldtimer. Qui mi limito a una considerazione finale che condivido con voi: non voglio convincervi della mia idea, ma usarla per stimolarvi a farvene una vostra. Ed è una considerazione sul prezzo. Meno di 4.000 euro – ne costa 3.940 – per un ore del mondo con questo livello di meccanica e di finiture è qualcosa che in giro non si trova (per restare in Nomos, lo Zürich ne costa quasi 1.000 in più). Stesso prezzo per le sei edizione limitate e per le due di collezione corrente: non torniamo forse al concetto di intelligenza?

    Provoco. A Watches and Wonders 2025 ho notato che la corsa di gran parte dei marchi a occupare fasce di prezzo sempre più elevate pare non fermarsi, nonostante gli indicatori del mercato non siano tutti così incoraggianti. Va bene la preziosità dei materiali, vanno bene i costi di ricerca e sviluppo, va bene che nel lusso – e quindi anche in orologeria -, una volta alzati i prezzi non si può tornare indietro. Con il Club Sport neomatik Worldtimer abbiamo un orologio davvero nuovo nell’estetica e nella meccanica: queste novità, per essere implementate, avranno pur comportato dei costi per l’azienda Nomos Glashütte. O no?

    Creare qualcosa di nuovo e di ben fatto posizionandolo a un prezzo ragionevole sembra dunque possibile. E credo non sia necessario essere pragmaticamente sassoni per riuscirci, tanto più che parliamo di una manifattura di medie dimensioni. Forse basta porsi realmente come obiettivo l’interesse di chi vorrebbe comprare certi orologi per vera passione, ma si sente frustrato nel vederli sempre più irraggiungibili. Intelligenza anche in questo caso? No, solo buon senso.

  • BR-03 Skeleton: la tripletta di Bell & Ross a Ginevra

    BR-03 Skeleton: la tripletta di Bell & Ross a Ginevra

    Quando al recente Watches and Wonders Geneva ho toccato con mano il nuovo BR-03 Skeleton di Bell & Ross ho pensato a come, in orologeria, vi siano alcuni temi che dividono gli appassionati più o meno come i tifosi in un derby tra Inter e Milan. Datario sì, datario no; ardiglione o déployante; cassa tonda o cassa quadrata; scheletratura o quadrante pieno. Ecco, proprio quest’ultimo dilemma mi è venuto alla mente, perché con questa collezione il Brand francese potrebbe aver trovato una soluzione che mette d’accordo le due tifoserie.

    Lo ha fatto presentando tre referenze accomunate dallo stesso movimento, ma che declinano ciascuna a proprio modo il concetto di scheletratura. BR-03 Skeleton Black Ceramic, BR-03 Skeleton Grey Steel e BR-03 Skeleton Lum Ceramic hanno tratti simili ma un’anima unica e differente. Un’anima che, appunto, può accontentare i tifosi delle differenti versioni di quadranti scheletrati. Perché, se mettete gli orologi uno a fianco dell’altro sembrano simili, ma in realtà sono molto diversi tra loro.

    Il calibro del BR-03 Skeleton

    Parto dal punto di contatto, ossia dal movimento. Il calibro BR-CAL.328 è un ore, minuti e secondi sviluppato da Sellita appositamente per Bell & Ross. Del resto, tra le due aziende c’è una collaborazione di lunga data, grazie alla quale Sellita è diventata il più affidabile fornitore di movimenti per il Marchio transalpino.

    Il calibro BR-CAL.328 è un nuovo movimento automatico da 28.800 alternanze/ora, senza datario e con un’autonomia di 54 ore. I ponti superiori, con i quattro doppi bracci del movimento, sono collegati ciascuno a una delle quattro viti della lunetta, la firma estetica della collezione BR-03. Sebbene ognuna delle tre versioni esplori una differente strada creativa, sono tutte progettate attorno alla stessa struttura a X.

    Trattandosi di uno scheletrato, il movimento è parzialmente visibile dal quadrante, mentre per il fondello Bell & Ross ha scelto quello chiuso, tipico della collezione. Una scelta che credo dettata sia dalla volontà di coerenza con l’estetica della linea, sia perché il calibro è comunque un movimento industriale, rifinito il giusto ma senza essere wow. In questo senso apprezzo la scelta. Quanti di voi, come me, hanno visto marchi cavalcare il trend del fondello aperto mettendo in evidenza calibri poco più che ordinari che nulla aggiungono alla bellezza dell’orologio, quando non la rovinano?

    Altro punto di contatto è il diametro della cassa, la tipica quadrata della collezione BR-03: 41 mm. Lievi differenze negli spessori: 10,60 mm per il Black Ceramic, 9,65 per il Grey Steel e 11,25 per il Lum Ceramic. Un’altalena di millimetri dovuta principalmente alla necessità di armonizzare il materiale della cassa (ceramica in due referenze, acciaio in una) con la diversa struttura del quadrante. Proprio in quest’ultima sta il fattore che, secondo me, può accontentare chi ama la scheletratura e chi, invece, la guarda con diffidenza.

    BR-03: scheletrato, ma con giudizio

    Per come ha lavorato Bell & Ross, non abbiamo un’estetica estrema, ma una soluzione che lascia intravedere più che vedere il movimento, in ciascuna delle tre referenze. La più “nuda” è quella del BR-03 Skeleton Black Ceramic, che fonde scheletratura e trasparenza, rendendo il quadrante e il movimento un tutt’uno. Realizzata in ceramica nera opaca, la cassa incornicia un quadrante in vetro zaffiro fumé che offre uno sguardo furtivo al movimento. La leggibilità è sempre una priorità assoluta per Bell & Ross, che ha scelto qui degli indici neri applicati di forma baignoire, ossia a vasca da bagno. Come le lancette, sono trattati con Super-LumiNova a emissione verde.

    Il BR-03 Skeleton Grey Steel è la versione più scultorea della trilogia. Più che la scheletratura sono le finiture lucide e satinate della cassa in acciaio a catturare l’occhio. Finiture che si estendono fino al réhaut, le cui rientranze ospitano i muscolosi indici a bastone. Bruno Belamich, guru del design di Bell & Ross, definisce il BR-03 Skeleton Grey Steel un orologio che è «allo stesso tempo scultura orologiera e macchina brutalista dal design dirompente». In effetti, un richiamo nelle forme all’architettura brutalista c’è. Così come c’è la volontà dell’azienda di rendere esclusiva questa edizione, limitata a 100 esemplari.

    Limitato, ma a 250 pezzi, è anche il BR-03 Skeleton Lum Ceramic, a mio parere il più interessante dei tre. Parere non richiesto, ovviamente, ma avendo avuto la possibilità di provare gli orologi a Ginevra, non è una valutazione del tutto campata in aria. Anche perché qui, come nel Grey Steel, la scena alla scheletratura viene rubata da uno stratagemma. Là dall’acciaio scolpito, qui dalla luminescenza: che, come elemento decorativo, incornicia ed evidenzia con il Super-LumiNova verde – in tinta con le lancette e gli indici a baignoire – le aree aperte del quadrante.

    Rispetto per l’appassionato

    Tutti e tre i BR-03 sono dotati di due cinturini: uno in caucciù nero e uno in velcro nero di ispirazione aeronautica. I prezzi sono un po’ più cari rispetto alla media della collezione. Il BR-03 Skeleton Black Ceramic costa 6.400 euro, il Grey Steel 5.900, il Lum Ceramic 6.900. Di buono c’è il fatto che Bell & Ross, per quanto riguarda queste referenze, ha scelto di renderle disponibili subito dopo Watches and Wonders. Una tendenza che negli ultimi anni si è diffusa tra molti marchi, quando invece un tempo molte delle novità presentate a Ginevra sarebbero arrivate nelle boutique anche sei mesi dopo, a Dio piacendo.

    Una scelta che dimostra soprattutto un occhio di riguardo per il possibile acquirente, non più lasciato in attesa per un tempo interminabile di un modello visto al Salone. Tempo durante il quale, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe scordato di quell’orologio. Nella peggiore avrebbe virato su un modello già acquistabile, facendo perdere al Marchio un possibile cliente. Visto il posizionamento del prezzo, questa scelta prova anche a proporre all’appassionato qualcosa di più o meno abbordabile (per quanto non certo un entry price), in un mercato nel quale le cifre sono in costante crescita, a dispetto della congiuntura non rosea. Strategia coraggiosa e apprezzabile, vedremo se e quanto pagherà.

  • WWG25: Salone e nuovi prodotti battono ogni record!

    WWG25: Salone e nuovi prodotti battono ogni record!

    Watches and Wonders Geneva 2025 ha raggiunto un’affluenza record, oltre 55.000 visitatori durante tutta la settimana! Anche le giornate dedicate al pubblico e il programma “In The City” hanno riscosso un grande successo, confermando il crescente interesse per un evento che è diventato un “must”. Tante le novità e le animazioni, vera testimonianza della vitalità dell’industria orologiera Svizzera.

    Con oltre 55.000 visitatori (+12% rispetto allo scorso anno), 6.000 rivenditori (+5%), 1.600 giornalisti (+7%) e 23.000 biglietti venduti nei giorni di apertura al pubblico (+21%), le cifre parlano da sole! Dai 43.000 pernottamenti in hotel (+17%) ai 12.000 incontri con i rivenditori (+21%), tutti gli indicatori sono aumentati considerevolmente.

    Cyrille Vigneron, Presidente di Watches and Wonders Geneva Fondation ha commentato: «Watches and Wonders si è affermato non solo come un evento interprofessionale imperdibile, ma anche come una piattaforma di espressione per le Maison orologiere. L’evento offre a ciascuna di esse l’opportunità di esprimere visivamente il proprio universo, di vedere e indossare splendide creazioni e di condividere una passione comune. Media, medium e mediatore».

    Questa creatività si riflette nel numero di lanci e nella diversità delle nuove proposte. Alcuni marchi di orologi hanno celebrato il loro patrimonio, mentre altri le loro collezioni iconiche. Le donne sono state protagoniste, soprattutto nel segmento degli orologi gioiello Le dimensioni ridotte offrono nuove opportunità di differenziazione, grazie alle texture e ai colori dei quadranti. Anche la proliferazione degli orologi scheletrati riflette il fascino irresistibile dell’ingegneria di precisione. Prodezza tecniche che hanno portato a record e primati mondiali.

    Il Salone ha accolto molte celebrità, tra cui Simone Ashley, Usain Bolt, Roger Federer, Carl Lewis e Hans Zimmer. I marchi espositori, i giornalisti, gli influencer e gli YouTuber hanno creato un maggiore coinvolgimento sui social network con l’hashtag #watchesandwonders2025 che ha raggiunto una portata stimata di oltre 700 milioni di persone alla conclusione dell’evento (+17%).

    Come ospite d’onore di quest’anno, le giovani generazioni si sono dimostrate ricettive. Quasi 10.000 giovani hanno potuto scoprire l’esperienza orologiera partecipando al Salone o attraverso visite scolastiche, presentazioni di formazione professionale e qualifiche per SwissSkills 2025.

    In The City ha suscitato altrettanto entusiasmo, con un programma interessante. I workshop e le visite guidate sono andati rapidamente esauriti. Il Village horloger ha accolto numerosi studenti delle scuole ginevrine. Giovedì sera, le animazioni delle boutique hanno mantenuto la magia fino alle prime note del concerto Bon Entendeur.
    Molte persone si sono lasciate tentare dalla celebrazione di questa primavera orologiera, che fa di Ginevra la capitale del tempo.

    Ulteriori informazioni: watchesandwonders.com

  • Heritage Tropic-Proof: gli anni ’60 secondo Alpina

    Heritage Tropic-Proof: gli anni ’60 secondo Alpina

    Sto seguendo con interesse il lavoro di Alpina dal momento in cui, lo scorso anno, è entrata sul mercato italiano. Un interesse nato perché, in passato, mi sono imbattuto in alcuni orologi vintage del Marchio come il Tropic-Proof e l’Alpina 4, decisamente affascinanti. Il mix di modernità e storicità che caratterizza le collezioni attuali del Brand deve molto a quella tradizione e il fatto che a Watches and Wonders Geneva Alpina abbia rilanciato proprio il Tropic-Proof mi è sembrato una mossa intelligente.

    Oggi l’interesse per le reinterpretazioni di orologi storici (non copie, attenzione) è in costante crescita. Il fatto che le nuove generazioni interessate all’orologeria vi si avvicinino molto spesso attraverso il canale del vintage, rende queste riedizioni ancora più “utili” per i brand che decidono di realizzarle. Sempre ammesso, naturalmente, che abbiano una storia credibile e autorevole che giustifichi queste operazioni. Alpina ce l’ha, perché il Tropic-Proof è stato per il Brand uno degli orologi simbolo degli anni ’60, oggi molto apprezzato dai collezionisti. Ecco perché ho deciso di dedicargli queste righe.

    Da dove viene il Tropic-Proof?

    Come ricorda il Marchio nella comunicazione a supporto del lancio, il Tropic-Proof nacque in un’epoca, gli anni ’60, nella quale i confini del mondo si allargarono definitivamente. Questo grazie soprattutto al boom dell’aviazione commerciale, iniziato un decennio prima. Regioni come, appunto, i Tropici, cominciarono a essere meta di un turismo d’avventura che necessitava di strumenti, come gli orologi, in grado di affrontare un clima particolarmente sfidante per la meccanica e la tecnologia.

    Ecco perché la scelta del nome Tropic-Proof. Per definire un orologio “a prova di Tropico”, un accessorio costruito con criteri e materiali affidabili. Una sorta di tool watch o adventure watch ante litteram, come lo chiamerebbe oggi chi parla bene. Un nome che compare sui quadranti di Alpina intorno alla metà degli anni ’60 ma le cui origini restano tuttora in parte oscure, come comunicano con onestà dalla Maison. 

    Se, infatti, è attestato un lancio ufficiale nel 1968, vi sono tuttavia indizi che suggeriscono come il nome Tropic-Proof fosse già attestato all’inizio del decennio stesso. Come si fa con un testo antico, in Alpina hanno svolto un’analisi filologica sui numeri di serie degli orologi, che si collocano tra il 760XXX e l’809XXX. Ebbene, da questa sequenza pare che la produzione di questo particolare orologio sia stata avviata a partire dall’anno 1965. 

    Ora come allora

    Sia come sia, oggi siamo nel 2025 e mi piace pensare che il Tropic-Proof compia 60 anni. L’occasione migliore per festeggiare con una riedizione che, per come la vedo io, è di una pulizia disarmante. In senso buono, si intende. Alpina ha realizzato il nuovo Heritage Tropic-Proof sia con il quadrante bianco, sia con quello nero. In entrambe le referenze l’aspetto richiama il modello del ’65 nelle lancette dauphine, negli indici sottili, sfaccettati e allungati (doppi al 3, 6, 9 e 12), e ancora nell’assenza del datario. Per fortuna, aggiungo, in Svizzera non hanno ceduto alla tentazione di mettercelo, in nome di chissà quale utilità o modernità, a scapito della cura filologica.

    Anche le proporzioni della cassa sono piuttosto fedeli all’originale, a partire dalla misura assai poco contemporanea – 34 mm – fino ad arrivare alle anse, allungate ma non troppo. Per quanto ne so, l’unica differenza sta nella bella finitura, perché nella nuova edizione abbiamo la cassa satinata rispetto a quella lucida di 60 anni fa. Anche il vetro, che oggi è in zaffiro con trattamento antiriflesso e ieri era in resina, mantiene la stessa forma cosiddetta glassbox degli anni ’60.

    Torno un attimo alla cassa per ricordare che la realizzazione di quella del Tropic-Proof del passato era stata affidata a uno dei maestri di questa parte fondamentale degli orologi: lo svizzero François Borgel. Attivo a Ginevra tra la fine del XIX e e i primi decenni del XX secolo, François Borgel lavorò per tutti i più importanti marchi elvetici registrando diversi brevetti. Ancora oggi, nelle referenze vintage, il punzone FB all’interno del fondello è sinonimo di cassa di altissima qualità. A proposito di fondello, qui è giustamente chiuso. Se riedizione deve essere, che lo sia fino in fondo.

    Il calibro dell’Heritage Tropic-Proof

    O, almeno, fin dove si può arrivare. Perché, per forza di cose, il calibro del nuovo Heritage Tropic-Proof di Alpina è un movimento moderno, erede di quello che era al cuore dell’antenato negli anni ’60. Allora si trattava del calibro a carica manuale Alpina 598R, progettato a partire dagli anni ’50 e diventato nel 1965 un modello di affidabilità e robustezza. Oggi è il calibro AL-480 che, come nella versione originale dell’epoca, è a carica manuale. Dotato di 17 rubini, lavora a 28.800 alternanze/ora e offre 42 ore di autonomia. Nasce su base Sellita ed è stato appositamente rilavorato da Alpina.

    Oltre che dal quadrante il movimento è protetto, come ho scritto, dal fondello chiuso in acciaio. Anche per questo, Alpina ha attinto a piene mani dal modello delle tradizione riprendendone l’estetica e decorandolo in maniera misurata. Oltre alla scritta “Heritage”, al numero della referenza e all’indicazione dell’impermeabilità (3 bar), ha al centro il logo storico di Alpina. A proposito, dimenticavo: lo stesso logo storico caratterizza il quadrante insieme alla scritta Tropic-Proof ma, rispetto alla referenza del 1965, è meno sottile e più ingombrante.

    Per concludere

    Entrambe le referenze hanno il medesimo cinturino in Alcantara beige con impunture tono su tono e fibbia ad ardiglione in acciaio. E costano 1.795 euro. 

    Visti e toccati con mano a Watches and Wonders Geneva, che dire? Credo che l’operazione nostalgia che Alpina ha messo in moto con l’Heritage Tropic-Proof, oltre ad avere un senso, come ho già scritto, potrà avere anche successo. Ottimo rapporto qualità-prezzo, estetica minima e curatissima, rigore storico e modernità; tutto questo va nella direzione di ciò che si proponeva il fondatore del Marchio, Gottlieb Hauser: creare orologi robusti e resistenti che fossero antimagnetici, impermeabili, antishock e in acciaio. Direi che ci siamo.

  • J12 “Dripping Art”: il cofanetto Chanel fra make-up e mestieri rari

    J12 “Dripping Art”: il cofanetto Chanel fra make-up e mestieri rari

    Quella dell’anno scorso si chiamava Couture O’Clock. La precedente, Chanel Interstellar. Invece la capsule collection presentata in questi giorni a Watches and Wonders Geneva dalla Casa della Doppia C s’intitola Blush. Un nome sintetico ma rivelatore, perché rimanda immediatamente al mondo del beauty. Per i meno esperti di trucchi e belletti, il blush – detto fard, in passato – è il cosmetico che si applica su gote e zigomi per avere un aspetto sano e radioso (bonne mine, lo definiscono). Lanciata ora in anteprima, la Collection Capsule Horlogerie Chanel Blush uscirà in settembre e sarà composta da tanti esemplari delle diverse linee di orologi Chanel. Qui mi concentro su un modello solo, il J12: o meglio cinque J12, tante sono le referenze racchiuse nel cofanetto J12 “Dripping Art“. Un box a sua volta replicato in cinque pezzi, che – c’è da scommetterci – i collezionisti si aggiudicheranno in tempi record.

    La Bellezza secondo Chanel

    A quanti non colgono il nesso fra l’orologeria, la beauté, l’arte e Chanel, cerco di chiarire le idee. Mademoiselle Coco è stata un’antesignana del concetto di lifestyle applicato alla moda. Già negli anni Venti esordisce con le linee di accessori Chanel, cui dedica una boutique nel ’29. Nel 1932 crea la prima collezione di alta gioielleria, nel ’34 inaugura l’atelier dei bijoux… E in parallelo estende l’attività anche nella sfera della cosmesi.

    Nel 1921 lancia il mitico N° 5, una fragranza rivoluzionaria sviluppata con Ernst Beaux e composta da 83 componenti, tuttora il profumo più famoso al mondo. Seguito, negli anni successivi, da altre essenze: Gardenia, Bois des Iles, Cuir de Russie… Intanto, nel 1924, istituisce la Societé des Parfums Chanel per mettere in commercio non solo i profumi, ma anche i prodotti di bellezza, che esprimono la sua personale concezione di cura del viso e del maquillage.

    In primis il rossetto, prodotto nello stabilimento di Pantin. (“Se siete tristi, se avete un problema d’amore, truccatevi, mettetevi il rossetto rosso e andate all’attacco…”: è una sua celebre esortazione rivolta alle donne). Lei stessa se ne faceva preparare uno per uso personale, color vermiglio intenso (si dice che, dopo averlo messo sulle labbra, lo tamponasse con un velo di cipria per conferirgli maggiore tenacia).

    Ma la società riguarda anche tutti gli altri elementi del trucco, che Mademoiselle tratta alla stregua dei complementi di moda, in ogni aspetto. Così, nel ’34, inventa un ombretto color oro. E l’anno dopo adotta la bachelite – usata all’epoca per fabbricare i cruscotti delle automobili – per le confezioni dei cosmetici, piccoli astucci neri che evocano lusso ed esclusività. Dai quali deriva il packaging di oggi: più che scatoline, scrigni in miniatura, laccati neri e personalizzati dalla doppia C intrecciata, al centro di un vero e proprio feticismo.

    La capsule collection Blush

    Ancora ai nostri giorni, profumi, skincare e make-up sono categorie fondamentali nel patrimonio culturale e nell’economia della Maison. Formano un universo complesso e affascinante, in cui l’alta tecnologia s’incontra con la ricerca scientifica, per mettere a punto texture ed emulsioni innovative, mix di oli, cere e principi attivi, pigmenti policromi rivoluzionari, balsami pastosi e idratanti, polveri illuminanti o metallizzate…

    Così, palette di rosa, di rossi, toni neutri e colori della terra, sfumature dall’indaco all’azzurro ghiaccio, tinte cangianti e sfaccettate (anche derivate dalle cartelle tessuti della Couture) danno vita a infinite collezioni per gli occhi, le labbra, le mani, la pelle… Un po’ giochi, un po’ coccole per le donne che li usano, gli oggetti beauty di Chanel sono invece diventati per Arnaud Chastaingt, Direttore dello Studio de Création Horlogerie, una fonte di ispirazione per la capsule collection Blush.

    Ma il Creativo della Maison non si è limitato a riprendere i componenti del trucco – la cipria, il rossetto l’ombretto… – per riproporli sui quadranti. Li ha invece trasformati. Talvolta ne ha ricavato semplici suggestioni cromatiche, altre autentiche trasposizioni artistiche. Fantasiose metamorfosi in cui il materiale originario si trasfigura in forme, tecniche e correnti ripescate dalla storia dell’arte, subito riconoscibili da parte di chi ha abbastanza cultura personale da coglierne i riferimenti.

    Lo dichiara lui stesso nel comunicato ufficiale: «In orologeria, queste tavolozze, matite, pennelli, pigmenti e texture mi hanno portato a fare collegamenti con movimenti artistici come la Dripping Art e la Pop Art. Perché non “truccare” il tempo per renderlo più bello? Così, ho operato questa mise en beauté su tutta la collezione».

    ll coffret J12 “Dripping Art”

    Nel caso del coffret J12 “Dripping Art”, l’idea deriva dallo smalto per unghie – che nella realtà si chiama Le Vernis de Chanel. Fatto con una formula ad alta concentrazione di pigmenti arricchita con eco-ceramidi di camelia (un ingrediente di origine naturale, sviluppato in esclusiva), lo smalto crea sulle unghie un film sottile e resistente, perfettamente coprente e uniforme, dall’effetto lacca ultra-brillante. Ed è naturalmente declinato in tantissimi colori vibranti.

    Chastaingt ha scelto cinque nuance di rosa/rosso (dal nudo al mattone) per simularne l’applicazione su lunetta e quadrante del J12. Ma non ha steso il colore in maniera ordinata e precisa, con pennellate regolari e omogenee. Piuttosto ha seguito la tecnica dell’Action Painting americano, il dripping appunto, in cui la vernice è fatta sgocciolare dall’alto o lanciata sulle superfici con pennelli, bastoni o semplicemente con le dita.

    Un po’ come Pollock, de Kooning o, più tardi, Rothko e gli altri pittori dell’espressionismo astratto, Chastaingt sembra aver messo in fila, allineati per bene uno accanto all’altro, gli esemplari del J12 per dipingerli con tratti continui, casuali, gocce e sovrapposizioni cromatiche. Ha raggiunto quindi un risultato finale di massima libertà espressiva, che trasmette quel senso di movimento, di spontaneità e imprevedibilità, tipici dell’arte contemporanea.

    Solo che nel coffret J12 “Dripping Art” non c’è alcuna tela. Ci sono invece cinque esemplari in ceramica nera ad alta resistenza – prodotta “in casa” nella Manifattura di La Chaux-de-Fonds -, impreziositi con smalti policromi. Ma mettere a punto un processo efficace di decorazione della ceramica con la tecnica dello smalto Grand Feu non è stato affatto facile. I tecnici della Maison hanno impiegato più di 200 ore di ricerca per fondere i materiali e hanno dovuto realizzare un centinaio di prove colore per ottenere le tonalità desiderate. Ma alla fine ci sono riusciti.

    Le caratteristiche del J12 “Dripping Art”

    Il risultato è sotto gli occhi di tutti e non c’è bisogno di essere critici d’arte per valutarlo. Io mi limito ancora a raccontare in breve le caratteristiche principali degli orologi. Che sono quelle ben note dei J12 già in collezione: come i 38 mm di diametro della cassa, il quadrante e l’inserto della lunetta in ceramica, come il bracciale leggermente rastremato, a tre file, chiuso dalla tripla fibbia déployante – ormai un “classico” della collezione.

    Quanto alla meccanica, il J12 “Dripping Art” monta il consueto Calibre 12.1: il movimento a carica automatica sviluppato in collaborazione con Kenissi. Che si può definire in-house perché Chanel possiede una quota di partecipazione della società di Le Locle. Il Giornale degli Orologi se n’è occupato a tempo debito, quindi non entro nei dettagli. Mi limito a scrivere che si tratta di un movimento di moderna concezione, capace di rispondere alle esigenze del pubblico attuale, dalle prestazioni cronometriche attestate dal Cosc.

    L’esclusività del cofanetto J12 “Dripping Art”, implicita nella tiratura estremamente limitata, trova conferma anche nel prezzo: 300mila euro. Solo per pochi, in tutti i sensi.

  • Speake Marin Resilience Gold, destinato a sfidare il tempo

    Speake Marin Resilience Gold, destinato a sfidare il tempo

    Tra le novità di Speake Marin che saranno presentate a Watches and Wonders Geneva, spiccano due nuovi modelli della collezione Resilience. Una collezione che è ormai un classico, così come improntate alla tradizione britannica sono tutte le scelte del Brand. Le nuove proposte di Speake Marin sono il Resilience Gold e il Resilience Titanium: very British, very classy. Ci concentreremo oggi soprattutto sul Resilience Gold, ma prima introduciamo uno dei punti di forza di entrambi gli orologi: il quadrante in smalto.

    Smalto, ma perché?

    Come sa chi ci segue anche nella sezione storica del Giornale degli Orologi, smalti e orologi sono un connubio vincente. L’arte dello smalto è antichissima: conosciamo esempi di smaltatura sin dai tempi degli Egizi. Polveri minerali, in proporzioni accuratamente calibrate, posate su un substrato idoneo e riscaldate ad altissima temperatura, fondevano e vetrificavano. Al termine del processo, dopo un’ultima lucidatura, il risultato era uno strato vitreo dai colori sgargianti.

    La perfezione della superficie, l’inalterabilità del colore, le cromie ottenibili aprirono la strada a diversi utilizzi. Se da una parte, in ambito orologiero, si pensò subito a decorare le casse, fu agli inizi del XVIII secolo che i primi quadranti bianchi videro la luce. Si sarebbero potuti ottenere – come in molte pendole – semplicemente dipingendo una lastrina di materiale idoneo, senza problemi. Ma, col tempo, sarebbero ingialliti. Lo smalto, invece, anche a distanza di secoli si mantiene fedele a sé stesso: perfetto, lucente, sfondo ideale su cui leggere l’ora.

    Smaltare, però, era ed è tuttora un’arte. Per ottenere la vetrificazione si devono raggiungere alte temperature e l’intero processo è veramente critico. Speake Marin per il quadrante del proprio Resilience Gold ci parla di Grand Feu. Il Gran Fuoco è, nell’arte dello smalto, il passaggio ad alta temperatura, indispensabile per la vetrificazione. Si tratta di una fase molto critica: si rischia di ammorbidire – per non dire peggio – la lastra che deve essere smaltata, e rovinare tutto. Ecco quindi che Speake Marin rivisita l’arte dei quadranti smaltati, introducendo nuove tecnologie. Vediamole insieme.

    Il quadrante dello Speake Marin Resilience Gold

    Il risultato è perfetto, indubbiamente. Ma nulla, in orologeria, è frutto del caso. Per ottenere quadranti impeccabili e che, pur nella loro sobrietà, siano delle vere dichiarazioni di stile, serve un’alchimia molto speciale. In primo luogo, la scelta del materiale di substrato: la lastra che diverrà il quadrante vero e proprio. Speake Marin ha scelto l’Inconel, una lega di nickel, cromo e altri elementi che ha la caratteristica di “reggere” temperature anche molto alte, senza deformarsi.

    Una micro-lavorazione intermedia della lastra crea un effetto a buccia d’arancia impercettibile, ma fondamentale. Avviene in questo stadio la cosiddetta smaltatura a secco. In questo modo, si aumenta la superficie di contatto e un primo strato di polvere di smalto “aggrappa”, come si dice in gergo, in modo ottimale. Lo smalto bianco scelto è giapponese: difficile da lavorare, ma garanzia di risultato impeccabile. La cottura avviene intorno agli 800°C, per circa cinque minuti.

    Si passa, quindi, alla fase di raffreddamento, per poi tornare a smaltare. Per arrivare all’ultimo stadio sono necessari cinque passaggi in forno: qualsiasi imperfezione, nei tempi o nei materiali, è inaccettabile. Comprometterebbe il risultato finale. Ogni transizione di temperatura è un’operazione da gestire con maestria. Terminata l’ultima passata in forno, e dopo il raffreddamento in condizioni controllate, si passa alla lucidatura finale.

    La classe come scelta

    Ammirato il candore come elemento portante dello Speake Marin Resilience Gold, vediamo ora l’esemplare nel suo complesso. Restando al quadrante, le ore sono in XII, in cifre romane, nere, contrastanti con eleganza con la minuteria esterna a chemin de fer, in blu. Sempre blu sono le lancette, il logo del marchio e una piccola vite al centro del quadrante, con soli fini estetici. Un tocco di originalità è nel posizionamento del quadrante dei piccoli secondi, collocato ad ore 1.30. Leggibilità perfetta, un’aria rétro ma non seriosa: promosso, su tutti i fronti.

    La cassa è in oro rosso 5N, derivata dalla celebre Piccadilly, nella reinterpretazione che Eric Giroud lanciò nel 2017. Con un diametro di 38 mm e uno spessore di 10,5, attira lo sguardo di chi sa cogliere la qualità, senza mai scivolare nell’ostentazione. La corona di carica, conica, che contraddistingue il Brand, è sapientemente progettata per conciliare ergonomia, presa sicura e buon bilanciamento visivo con le forme circostanti. L’equilibrio delle linee, morbide senza indulgere al lezio, rende l’orologio, comunque elegante, perfettamente fruibile anche in occasioni meno formali. Sempre con classe, naturalmente. Il fondello a vista permette di ammirare il movimento, che ora andiamo a conoscere.

    Meccanica, tra arte e tecnica

    Per il Resilience Gold, la Maison svizzera ha adottato il calibro SMA03, di manifattura, in quanto prodotto da Le Cercle Horlogers, l’atelier di La Chaux-de-Fonds che fa capo a Christelle Rosnoblet, l’imprenditrice svizzera proprietaria anche della stessa Speake Marin. ll movimento è a carica automatica, con microrotore in tungsteno, bilanciere a 4 Hz (28.800 alternanze/ora) e autonomia di 52 ore, se caricato a fondo. Il look del movimento è ai migliori livelli, con Côtes de Genève sottili e anglage per i ponti. La scelta di una finitura rodiata nera per la platina superiore e per i ponti contribuisce a un indiscutibile fascino.

    Il lancio commerciale è previsto per la fine di aprile 2025 e il prezzo di listino in Svizzera è di 26.900 franchi, al netto delle tasse.