Giornale Degli Orologi
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Tag: Swatch Group

  • L’Eta Delirium e la corsa alla sottigliezza

    L’Eta Delirium e la corsa alla sottigliezza

    Con il nostro racconto stiamo ormai giungendo alla fine degli anni ‘70. La guerra per il mercato di massa sta volgendo male per gli svizzeri, il quarzo sta diventando sempre più economico e sta occupando pressoché tutte le fasce di mercato. In Svizzera si sta facendo largo l’idea che sia impossibile competere sul prezzo, ma che si debba alzare l’asticella della qualità e dell’innovazione. A dire il vero, l’arrivo di lì a qualche anno degli Swatch smentì in parte questo assunto.
    Nel 1978 i giapponesi presentarono un orologio di soli 3 mm di spessore. Questa fu la molla che spinse Maurice Grimm a dedicarsi all’ideazione di un movimento ancora più sottile. Se non si possono battere sulla quantità, che sia perlomeno possibile riprendersi lo scettro dell’innovazione. Ed è così che si arriva all’Eta Delirium.

    Maurice Grimm, progettista geniale

    Grimm non è proprio l’ultimo arrivato. Ha studiato all’École technique di La Chaux-de-Fonds, è progettista di orologi e nel periodo di cui stiamo parlando ha già lavorato in Jaeger-Le Coultre, Audemars Piguet, Omega e Movado. Quando arriva l’epoca del quarzo si specializza anche in elettronica. In quel momento stava lavorando in Eta, che entro pochi anni sarebbe stata assorbita nel Gruppo Swatch.

    Lui stesso racconta così la genesi del progetto: «Nel 1978 ci fu una sorta di click nella fabbricazione di orologi elettronici, perché i giapponesi avevano presentato un orologio inferiore ai 3 mm di spessore. Il mio Direttore tecnico insisté perché se ne facesse uno al di sotto dei 2 millimetri. Ho voluto accettare la sfida. Mi ricordo che una sera ero nel mio ufficio e mi divertivo a disegnare su un blocco a quadretti da 4 millimetri, a grandezza reale lo spessore del mio orologio. Ero preoccupato. “In questi due millimetri”, mi sono detto, “devo mettere un quarzo, un circuito elettronico con più di 800 transistor, un motore, delle ruote e una pila”. Detto questo, dovevo trovare molto velocemente una soluzione; in sei mesi avevamo un orologio che detronizzò i giapponesi. Dovettero ritirare dal mercato il loro orologio».

    La genesi dell’Eta Delirium

    I problemi da risolvere non erano pochi. Prima di tutto reperire i componenti: Grimm voleva che fossero tutti di produzione svizzera. Dopo anni di importazione di circuiti integrati dagli Stati Uniti e di quarzi dal Giappone, gli elvetici si erano resi indipendenti e stavano perfino diventando grossi esportatori. Dopo aver reperito le componenti, il secondo problema era far entrare in uno spessore simile il quarzo. Alla fine degli anni ‘70 il grosso parallelepipedo tagliato a mano che regolava gli orologi da polso dell’inizio del decennio era diventato un ben più piccolo diapason inserito in un tubetto cilindrico. Piccolo, ma pur sempre grossotto rispetto all’idea che aveva Grimm: dovette limare il tubetto per farlo entrare nei prototipi.

    Il problema maggiore, però, era il terzo: far entrare tutti i ruotismi. E qui, Grimm tira fuori il vero colpo di genio: fare a meno dei ponti! Come si sa, fino ad allora i movimenti degli orologi erano tenuti insieme dai ponti superiore e inferiore a formare un unico meccanismo, poi incassato. La sua idea è fare del tutto a meno dei ponti e imperniare le ruote direttamente sulla cassa, rendendola così un elemento strutturale.
    Quest’ idea, mai vista prima di allora, verrà brevettata. E sarà alla base di un prodotto di vastissimo successo: è infatti la modalità costruttiva degli Swatch, i quali hanno tutte le ruote imperniate sul fondo della cassa – in questo caso per questioni di economia e non di spessore, dal momento che anche gli Skin attuali si fermano a 5,5 mm.

    Imperniare i ruotismi direttamente sul fondello della cassa però è alla base anche degli ultrapiatti meccanici dei giorni nostri. Basti pensare a certi Piaget Altiplano di ultima generazione o ai Bulgari Finissimo per ritrovare la stessa costruzione.

    Dal nome Delirium alla produzione

    Last but not least, il nome in codice da dare al progetto. In questo, Grimm non si è rivelato geniale come negli altri aspetti. In francese, il termine ultrasottile si dice très mince, che suona simile al latino tremens. Da lì gli viene in mente delirium tremens. Poi, dal momento che invece in tedesco il gioco di parole non vuol dire nulla, tiene solo la prima parola. E Delirium sia!

    Eta, per statuto, produce solo progetti e movimenti ma non orologi. Quelle rare volte che ha messo in vendita prodotti completi, tipo il curioso Esa 9176, ha fatto ricorso a nomi diversi. Le case che monteranno l’Eta Delirium saranno quattro: Longines, Eterna, Concord e Omega. Nota sempre Grimm con una certa ironia: «Ognuno lo vendeva a nome suo, ognuno diceva che era lui che l’aveva fabbricato. Ne ho ricavato qualcosa: mi hanno pagato 15 giorni di vacanza in America».

    E infatti Longines chiamerà l’orologio Feuille d’or (o Golden Leaf). Eterna, semplicemente Quartz. Concord (con poca originalità) Delirium. Mentre Omega sceglierà l’inspiegabile nome di Dinosaure. Ognuno di loro interpreta l’Eta Delirium in modo personale, portando al movimento ulteriori affinamenti. Ne sarà prodotta persino una strabiliante versione da 0,98 mm, che risulterà rischiosa da indossare perché si incurvava con la semplice azione di stringere il cinturino.

    I pezzi prodotti alla fine saranno oltre 11.000, che non è poco per orologi che andavano dai 4.500 ai 15.000 dollari dell’epoca. Al di là, però, del successo del singolo prodotto, sarà importante la strada aperta, che porterà alla rinascita dell’orologeria svizzera grazie a Swatch. Le idee infatti che renderanno possibile produrre in Europa orologi poco costosi sono già tutte presenti qui.

  • Cronache dell’orologeria. News & previews – 13/10/2023

    Cronache dell’orologeria. News & previews – 13/10/2023

    Acquisizioni immobiliari e aperture di nuove boutique, un simpatico genetliaco e l’ormai ricorrente fiera di settore che conquista sempre più marchi e pubblico. In pratica, questa settimana, le nostre Cronache dell’orologeria sono dedicate alle notizie di corporate (e affini). Non ce ne vogliano quanti si sono dati da fare nell’ultimo periodo con eventi sportivi e mondanità varie: li ritroveremo tutti la prossima settimana, promesso…

    Buon compleanno, Tex!

    La scorsa settimana, il tempio dello shopping meneghino – la Rinascente di piazza Duomo – ha festeggiato con allestimenti e installazioni ad hoc i 75 anni di Tex Willer, il personaggio dei fumetti di Sergio Bonelli. Alle celebrazioni non poteva mancare Eberhard & Co., che di recente ha dedicato al Ranger un’edizione limitata (anzi tre) del Chrono 4 Pards. La Maison de l’Aigle ha quindi celebrato l’Aquila della notte con un evento speciale, e nei giorni successivi ha personalizzato la vetrina di Rocca 1794 al piano terra. Un po’ in ritardo, ma… ancora auguri!

    Cronache dell’orologeria indipendente

    Il prossimo weekend, a Tortona, si tiene la IV mostra-mercato WOI – Watches of Italy Ormai diventata un appuntamento imperdibile con l’orologeria indipendente italiana (intesa come filiera, a 360°), quest’anno riunisce una cinquantina di marchi: soprattutto microbrand nostrani ma anche qualche nome internazionale di rilievo. Da segnalare la tavola rotonda La professione dell’orologiaio in Italia – con, fra gli altri, Gabriele Ribolini e Irene Baiardi. Complimenti all’organizzatore Fabrizio Dellachà e al suo braccio destro Silvia Bonfanti…

    Shopping milanese (e non solo)

    Via Montenapoleone 21: IWC Schaffhausen non poteva che inaugurare la nuova boutique nella via milanese più chic. Uno spazio dall’inedito concept: mix di materiali tecnici e de luxe, pavimenti e soffitti scuri a contrasto con le finiture luminose delle pareti. L’ambiente coinvolge tutti i sensi e invita a restare, catturati anche dal videowall a parete intera. Non solo. IWC ha annunciato un’ulteriore opening con Haussman & Co., in via del Babuino a Roma, mentre ha già riaperto il flagship store in Rodeo Drive, a Beverly Hills. Alla grande!

    Ospitalità extralusso

    Nuovo flagship store a Singapore per Richard Mille, inaugurato di recente nel quartiere di Orchard Road, in St. Martin. Lo spazio di 700 metri quadri accoglie tanti ambienti diversi con arredi creati ad hoc: dalla biblioteca al crafting space, dai privé all’esposizione. Fino all’opera dell’artista francese William Amor: un ulivo radicato nella struttura (simbolo di infiniti valori, tra cui il rimando all’amato bacino del Mediterraneo). Lo stuolo di persone che vi hanno lavorato non lascia dubbi: ancora una volta Richard Mille ha fatto le cose in grande…

    London Calling

    Swatch Group ha da poco acquistato uno dei palazzi più lussuosi della capitale inglese, al 171 di New Bond Street. Costruito nel 1856, composto da 562 metri quadri sviluppati su cinque piani, l’edificio ospita dal 2006 un Salon di Harry Winston. Costo dell’operazione: 90 milioni di franchi svizzeri. Ma non è tutto. Quest’anno, infatti, il Gruppo ha già acquisito un’altra proprietà di 1.347 metri quadri al civico 32/33 di Old Bond Street (per 120 milioni di franchi svizzeri) e un negozio sugli Champs Elysées a Parigi. Quando si dice “allargarsi”…

    N.B. Le nostre Cronache dell’orologeria non dormono mai… E spesso sono riaggiornate durante la settimana. Continuate a seguire il nostro appuntamento per non perdervi nessuna novità.

  • Il rapporto annuale di Swatch Group: emozioni e numeri

    Il rapporto annuale di Swatch Group: emozioni e numeri

    Tempo di numeri e di bilanci per Swatch Group. Come ogni anno, questa mattina l’Amministratore delegato Nick Hayek ha presentato ai giornalisti internazionali i dati relativi al 2022. Una conferenza stampa di oltre un’ora, nella quale però i numeri hanno occupato solo una decina di minuti. E che diavolo, penserete voi: dieci minuti per un anno di conti per un colosso come Swatch Group?

    Sì, perché il senso della conferenza stampa è stato tutto condensato nei cinque minuti di introduzione fatti da Nick Hayek, quando ha parlato del 2022 come di un anno «interessante e perfetto» per un gruppo che ha in sé tanti brand emozionali. Perché, ha detto il Ceo, nel 2022 «sono tornate le emozioni, le persone hanno avuto voglia di esprimerle e di incontrarsi».

    I relatori

    E all’insegna delle emozioni è stato l’appuntamento a Bienne poiché sul palco dei relatori, oltre a Nick Hayek, c’era sì il Cfo Thierry Kenel, l’uomo dei numeri, ma anche altri manager chiave del gruppo. Che hanno dato spazio alle emozioni, ciascuno per il proprio ambito.

    Ha iniziato Marc Hayek, Presidente e Ceo di Blancpain, che ha parlato dei 70 anni del Fifty Fathoms, il primo orologio subacqueo moderno, attraverso video storici e contemporanei. Lo ha seguito Raynald Aeschlimann, Presidente e Ceo di Omega, che ha raccontato la genesi dell’innovativa tecnologia Spirate, una spirale del bilanciere che consente regolazioni finissime della marcia dell’orologio, con una garanzia di precisione straordinaria. Senza dimenticare, naturalmente, il nuovo Speedmaster Super Racing, il primo orologio a montare questa tecnologia.

    Poi una parte importantissima del business di Swatch Group, la formazione delle nuove generazioni di tecnici orologieri. Ne ha parlato Reto Kohli, responsabile degli apprendisti e delle scuole di orologeria Nicolas G. Hayek, le quali formano ogni anno centinaia di nuovi tecnici. Perché, come ha detto Nick Hayek introducendo il suo intervento, «dobbiamo essere attrattivi verso le nuove generazioni e portare i giovani a entrare nelle aziende e a creare prodotti, non solo a riflettere su di essi in maniera teorica». Generazione Z, a me gli occhi… e le competenze.

    MoonSwatch ancora protagonista

    E, a proposito di Generazione Z, Nick Hayek si è tenuto per ultimo l’intervento sul fenomeno MoonSwatch, l’orologio che ha stregato i ragazzi ma non solo. L’orologio che ha fatto rivivere le scene di entusiasmo collettivo che hanno caratterizzato i primi anni del Brand, ormai tre decenni or sono. L’orologio, in sostanza, più emozionale del 2022. 

    Hayek ha lanciato un video di una decina di minuti che ha ripercorso il boom del MoonSwatch, esploso il 26 marzo dello scorso anno. Un boom che ha portato Swatch a vendere oltre un milione di pezzi negli ultimi 12 mesi, con un hype mai visto sui social media e un successo commerciale che è diventato subito un fenomeno di costume. Come nel 1983, quando un orologio di plastica, colorato, salvò l’agonizzante industria svizzera delle lancette.

    I numeri del rapporto annuale di Swatch Group

    Per quanto riguarda i freddi numeri, ci arrivo. È vero, nell’oretta e passa di conferenza stampa si è parlato di emozioni, ma le cifre avrebbero dovuto essere il fulcro della presentazione. Oddio, qualcuno è in grado di emozionarsi anche con grafici, percentuali e cifre, e sicuramente per costoro l’intervento di Thierry Kenel sarà stato elettrizzante. Io, senza entrare nel dettaglio dei segmenti più specifici dell’industria di Swatch Group, negli investimenti, negli asset liquidi e illiquidi dell’azienda, mi limito ai numeri secondo me più significativi del 2022 sul 2021. Gli altri li potete leggere qui. Tutte cifre in franchi svizzeri, naturalmente.

    Utile netto: +6,3%, da 774 milioni a 823 milioni. Margine netto pari all’11% dal 10,6%. Fatturato netto di 7,5 miliardi, pari al +4.6% rispetto all’esercizio precedente, a tassi di cambio costanti, al +2,5% ai tassi di cambio attuali. Incremento del fatturato del 25% in valuta locale in tutte le regioni, ad esclusione della Cina, dove i lockdown dovuti al Covid hanno comportato un mancato guadagno di oltre 700 milioni.

    Utile operativo pari a 1 miliardo e 158 milioni, da 1 miliardo e 21 milioni del 2021. Margine operativo pari al 15,4% contro il 14% dell’esercizio precedente. Cash flow operativo di 724 milioni, calato dal miliardo e 298 milioni dell’esercizio precedente, soprattutto a causa dell’aumento delle scorte di sicurezza a scopo precauzionale. Liquidità netta elevata di 2 miliardi e 540 milioni contro i 2 miliardi e 558 milioni dell’esercizio 2021.

    Per quanto riguarda le vendite, il 32% è avvenuto nell’area della cosiddetta Greater China, il 27% in Europa, il 24% in Asia e Medio Oriente e il 15% nelle Americhe. In generale, in Europa, Usa, Medio Oriente e nella maggior parte dei mercati asiatici si sono registrate vendite a doppia cifra, non solo a livello di Swatch Group ma anche nelle boutique di proprietà di marchi come Swatch, Breguet, Harry Winston e Omega.

    La solidità di Swatch Group

    Siccome Swatch Group è un’azienda quotata in Borsa, la sua ricchezza è anche quella degli investitori. Ecco dunque che il Consiglio d’amministrazione ha deciso di proporre un dividendo di 6 franchi per azione al portatore e di 1,20 per azione nominativa. Nell’esercizio precedente erano di 5,50 e 1,10 franchi.      

    Insomma, tante emozioni ma anche tanti bei soldoni. Perché Swatch Group era e rimane un gruppo solido e in salute, capace di occupare in maniera stabile e coerente tutte le fasce di prodotto dal basso all’altissimo di gamma. Ma capace soprattutto di produrre ricchezza, occupazione e di fare cultura in un’industria, quella degli orologi, che è diversa da tutte le altre industrie del lusso. Un’industria in cui alla base di tutto, oltre alla sapienza artigiana e alla tecnologia, c’è proprio l’emozione. Ecco perché, come ha detto ancora Nick Hayek, il 2022 con la sua voglia di ritorno alle emozioni è stato «un anno perfetto per un consumer brand e un gruppo come Swatch». E se lo certificano anche i numeri, qualcosa di vero c’è.

  • Baroncelli Signature Lady Colours, Mido veste di moda la tecnologia

    Baroncelli Signature Lady Colours, Mido veste di moda la tecnologia

    Personalizzare. Senza dubbio, una parola chiave nel mondo delle lancette di oggi. Dettata da un lato dal desiderio di distinguersi e dall’altro dall’esigenza di cambiare. Soprattutto fra le signore, che sentono più forte la voglia di avere al polso un accessorio sempre nuovo. Per questo il sistema di intercambiabilità del cinturino è sempre più diffuso tra gli esemplari femminili: perché permette di modificare rapidamente l’aspetto dell’orologio, di trasformarlo ad hoc per l’occasione e in accordo allo stile del momento. Ecco allora la proposta di Mido, che coglie nel segno con il nuovissimo Baroncelli Signature Lady Colours: una special edition dotata non di uno ma di ben cinque diversi cinturini. Con una palette cromatica in grado di accontentare anche le più sensibili alla moda.

    Un passepartout multicolore

    Tortora, nude, fucsia, purple, acquamarina: cinque sfumature di tendenza – particolari, non banali, riflesso del gusto più attuale –, che si adattano perfettamente al guardaroba e lo valorizzano con tocchi chic. Alcune neutre e sofisticate, altre più sature e profonde, sono un autentico passepartout da abbinare, in armonia o per contrasto, ai propri outfit. Il color nude per esempio si adatta di giorno con un total look bianco, o in ton-sur-ton con capi beige o rosa; mentre la sera è perfetto per illuminare una mise nera… Il Baroncelli Lady Colours insomma permette di giocare con le diverse nuance, in un “via libera” all’estro personale e al mood della situazione, per comporre fin nei minimi dettagli la propria immagine.

    Anche dal punto di vista dei materiali, i cinturini del Baroncelli Signature Lady Colours offrono possibilità di scelta. Due i tipi di pelle (vera): a grana fine o stampa alligatorre, a seconda del colore. Tutti i cinturini si allacciano facilmente al polso con la pratica fibbia ad ardiglione. E tutti ovviamente sono dotati del sistema di intercambiabilità “a barrette”, per permetterne la rapida sostituzione con pochi gesti, senza bisogno di particolari strumenti (e senza neppure scalfirsi lo smalto). Da segnalare anche il packaging: una femminilissima pochette rosa cipria, anch’essa in pelle stampa alligatore, fatta apposta per racchiudere l’orologio con i cinturini di ricambio, e portarli con sé ovunque – come fosse un portagioie.

    Il Baroncelli Signature Lady Colors tra estetica classica e meccanica innovativa

    Ma se nel Baroncelli Signature Lady Colors il cinturino è protagonista, è anche grazie all’estetica “classica”. I designer di Mido infatti hanno progettato una cassa rotonda, realizzata in acciaio lucido e dal formato adatto ai polsi femminili (perfino quelli più esili). Che racchiude un quadrante in madreperla, impreziosito da diamanti taglio brillante incastonati ai quarti, alternati a sottili indici a bastone che convergono in un profilo lucido, e scandito da lancette Dauphine. Un lay-out sobrio ed elegante, decorato dal logo e, in sequenza, dalle scritte “Automatic”, “Baroncelli” e “Swiss made”. A ribadire il nome della collezione e il tipo di meccanica – degna di nota.

    All’interno, il Baroncelli Signature Lady Colours non monta infatti un movimento al quarzo, come ci si potrebbe aspettare dalle dimensioni ridotte. Invece, coerente con la famiglia di orologi cui appartiene, è animato da un movimento automatico, il Calibro Mido 48. Basato sull’Eta C26.111, si chiama così per le consuete 48 ore di autonomia, ma si distingue per una caratteristica importante: la spirale in Nivachron. Un’invenzione recente, che rappresenta un vero e proprio progresso dell’intera orologeria, perché di fatto rende l’orologio insensibile ai campi magnetici (fino a una certa potenza) e agli sbalzi di temperatura. A tutto vantaggio dell’affidabilità e della precisione.  

    In questa sede non posso soffermarmi più di tanto su un argomento così tecnico, ma le interessate possono comunque approfondirlo con la lettura dell’articolo di Augusto Veroni, a questo link. Qui limito solo a dire che si tratta di una tecnologia innovativa a disposizione dei marchi di Swatch Group, e accessibile a tutti – con costi contenuti – grazie alle economie di scala del gruppo. Tant’è che il prezzo del Baroncelli Signature Lady Colour risulta assolutamente competitivo: 1.050 euro.

  • Amarcord. Senior e la Svizzera degli orologi

    Amarcord. Senior e la Svizzera degli orologi

    Omaggio affettuoso a Nicolas G. Hayek (1928/2010), fondatore di Swatch Group e fautore della rinascita dell’orologeria svizzera. Conosciuto personalmente da Augusto Veroni che qui ne ricorda la lunga frequentazione, diventata nel tempo qualcosa di più di un semplice rapporto professionale. Ben espressa da quel soprannome, Senior, che non è solo indicazione generazionale, ma anche segno di riconoscimento di un imprenditore che apparteneva a una categoria superiore, per preparazione ed esperienza

    Quando ho iniziato, nella seconda metà degli anni Ottanta, facevo il critico musicale. Trasmissioni, anche di successo, alla Rai e riviste come Chitarre, che però stentavano maledettamente per palese insufficienza di inserzioni pubblicitarie. Uno dei soci della casa editrice Technimedia mi contattò per chiedermi se volevo fare un’altra rivista di chitarre per loro. Io gli risposi che sarebbe stato impossibile e lui mi chiese allora un’altra idea.

    Saltò fuori quasi come un’ispirazione inconscia, sia pure su basi di osservazioni mai legate prima. «Facciamo invece una rivista di orologi. Non ce ne sono in tutto il mondo: riviste patinate per il pubblico, intendo, e vedo grandi quantità di inserzioni su più o meno tutti i giornali». Paolo Nuti, il mio interlocutore, prima rise molto, ricordando che della mia follia era stato avvertito. Una settimana dopo però mi chiamò per dirmi che amici, da Bulgari, avevano apprezzato la cosa. E che mi sarebbe stato assegnato come “controllore” uno dei soci della Technimedia, Renato Giussani, ingegnere, progettista di casse acustiche, ma soprattutto uomo severo, non incline a mattane di alcun tipo.

    Prima di partire, Renato e io chiedemmo “il permesso” a persone per noi fondamentali. Leonardo “Dado” Pagani, importatore di Vacheron Constantin e Presidente dell’associazione di categoria, fu il primo. Ci disse di essere onorato del nostro interesse, ma anche preoccupato: «Avrete materiale per riempire tre numeri della rivista? Non mi sembra che a disposizione ci sia poi molto». Poi ci spedì (eravamo alla fiera di Basilea, quando la manifestazione era davvero ineludibile) da Nicolas Hayek, il proprietario di quello che sarebbe diventato Swatch Group.

    Per accedere a Senior (Junior è ancor oggi Nick Hayek) dovemmo passare per le forche caudine della sua inflessibile segretaria, Beatrice Howald, che però in qualche modo intuì le nostre buone intenzioni e ci procurò un quarto d’ora con il boss. Un quarto d’ora che fu sufficiente a creare con Senior un buon rapporto che ancor oggi mi commuove perché interrotto solo dalla sua morte. Tutto questo ha avuto inizio in un periodo nel quale per me era tutto (quasi) facile perché non esistevano giornalisti spazializzati. È nato con Benedetto Mauro di Hausmann a Roma (l’unico a conoscere di tecnica, di italiano e a saper tradurre termini sconosciuti a tutti, a quei tempi). Ed è nato in un periodo in cui andare a Ginevra per una settimana e conoscere qualcuno che ti aprisse incondizionatamente le porte della sua fabbrica lo trovavi sempre. Sempre.

    I giornalisti di orologeria sono nati e si sono anche quasi estinti. I passacarte di oggi, gli esperti in parafrasi talvolta claudicanti delle cartelle stampa, sono frutto di adeguamenti “culturali” degli editori e di giornali cartacei in crisi nera. Nerissima. Un professore delle medie consumerebbe una matita rosso/blu al giorno. Ma lasciamo perdere. È di lui – Senior –, della famiglia Hayek e della loro importanza che voglio parlare oggi.

    Il punto è semplice: Swatch Group non è – ripeto: non è – in alcun modo un gruppo finanziario diversificato, come altri che operano anche in orologeria. Swatch Group nasce per rilanciare l’orologeria svizzera stroncata da una crisi spaventosa, dopo un primo fallimento degli orologi elettronici al quarzo. Nasce dall’intuizione di Senior di rilanciare gli orologi meccanici svizzeri, salvo poi studiare meglio l’elettronica per arrivare quindi a produrre un orologio al quarzo, lo Swatch, ancor oggi imbattibile in tutte le sue forme.

    Questa strategia di base porterà come benefici collaterali non soltanto un notevole, importantissimo reparto elettronico, appunto, che si rivelerà fondamentale anche per sviluppare nuovi metodi di produzione degli orologi meccanici (e qui comincia a far capolino Nick Hayek, il Razionalizzatore). Ma guiderà l’intero settore orologiero svizzero ad una rinascita che dura ancor oggi. Sia ben chiaro, nessuno dei concorrenti orientali si è dovuto inginocchiare: i tre grandi nomi (Citizen, Casio e Seiko) hanno numeri fortissimi e una maggior forza – è indiscutibile. Ma Swatch Group ha salvato l’orologeria svizzera dalla scomparsa e ne ha preservato, accresciuto, il prestigio.

    Ecco: io sono stato molto fortunato ad essere pioniere di questo settore proprio in un periodo tanto particolare. E Senior ha subito compreso che attraverso quella prima rivista, e poi le centinaia che sono nate in tutto il mondo, si poteva davvero far del bene alla Svizzera. Ma c’è stato anche molto altro. Ricordo che arrivavo alla sede di Bienne in genere la mattina, dopo una nottata all’Hotel Plaza: niente grandi alberghi, ma pura efficienza elvetica. Un quarto d’ora di intervista con Hayek Senior e poi tiravo fuori dal mio giubbotto “magico” qualche specialità gastronomica italiana che sgranocchiavamo insieme, chiacchierando a ruota libera. Vere e proprie lezioni di economia e anche momenti di sincero, semplice affetto.

    Senior, fino alla fine, ha sempre trovato un po’ di tempo per me e forse anche un po’ di affetto per la mia sfrontatezza. Ricordo di una volta, a Parigi, in cui Senior era chiuso in una stanza a rilasciare interviste sulla nascente sponsorizzazione di Cindy Crawford. A un certo punto esce la signora Howald che dice a Chantal Guidi (storica colonna della comunicazione Swatch Group in Italia) come Hayek abbia fame ma che i francesi gli procurano solo verdure crude. Sguardi imbarazzati, poi tiro fuori il bottino dal mio giubbotto magico. Le due signore mi invitano ad entrare, ma a me non sembra bello interrompere l’intervista a un collega. Lascio a loro l’incarico, e dalla stanza arriva un grido: «Viva l’Italia! Viva Veroni!». Un bel momento. Seguìto, per altro, da un giro di Parigi a inaugurare negozi insieme a Senior.

    Sfrontatezza, dicevo. Si vociferava dell’entrata in azienda di Nick Junior, regista cinematografico il cui primo film aveva avuto un convincente successo. Ma dal cinema a guidare un colosso dell’orologeria ce ne passava. La definizione più gentile sulle capacità imprenditoriali di Junior era “non adatto”. Incontro Senior a Basilea e tra una parola e l’altra lo informo delle dicerie sul figlio. Lui non fa un plissé.

    Un’oretta dopo lo ritrovo in bagno. Mi raggiunge e mi dice secco: «Non metterei mai qualcuno non adatto in azienda. Nick, lo scorso anno, ha procurato un 6% di aumento del fatturato solo riordinando razionalmente le aziende che io ho acquistato negli scorsi anni. Nick sarà un successo e la garanzia del futuro per Swatch Group». Risposi che ero felice di sentirglielo dire: ma lo aveva detto, questo, a Nick? «Certo che no! Io sono suo padre, non cerco di farmi voler bene, ma di crescerlo forte e capace». Una lezione di vita. Provai a dire che glielo avrei detto io. Mi rispose di stare attento, se non volevo essere spianato come l’asfalto. «Glielo dirai quando sarò morto». E così ho fatto.

    Un giorno, nell’estate del 2010, mi chiama uno dei miei “informatori”, solitamente garruli e allegri. E piange. Senior è morto, infarto improvviso. Piango. Dopo una settimana, mando una mail a Nick per dirgli che il padre gli voleva bene. Vado a Bienne dove trovo Nick, la sorella Nayla e il nipote Marc. Piango, piangiamo e parliamo. E cazzo – quanto sono vecchio! – piango ancor oggi a parlarne.

    Oggi è diverso. I giornali sono tanti e il tempo per le interviste poco. Eppure recentemente Nick, che ha saputo del mio mieloma, mi ha mandato un messaggio di apprezzamento per un intervento televisivo sul fenomeno degli Omega/Swatch. Certi affetti non muoiono.

  • I negozi di orologi, tra nuove aperture e problemi internazionali

    I negozi di orologi, tra nuove aperture e problemi internazionali

    Qualche parola ancora sui negozi di orologi. Questa volta però non ci focalizziamo più sul discorso dei prezzi: puntiamo invece l’attenzione su due diversi argomenti. Uno più “leggero”, nel nostro stile di intrattenimento: l’inaugurazione di nuove boutique monomarca – in Italia soprattutto, ma con una “puntata” anche dall’altra parte dell’oceano. L’altro, più serio e di respiro internazionale, riguarda invece la difficile situazione dell’Est europeo. Cominciamo da qui.

    L’invasione ucraina

    No, non abbiamo intenzione di mettervi ansia pure da queste pagine: quanto si vede in televisione e si legge sui giornali è già abbastanza angosciante. Ma vogliamo informarvi sul fatto che la guerra in Ucraina ha ripercussioni anche nel mondo dell’orologeria. Con approcci diversi in relazione alla nazionalità del marchio o del gruppo cui ci si riferisce. Anche se nessuno per ora ha fatto dichiarazioni spontanee riguardo al conflitto, attraverso varie fonti di informazione trapelano già le prime notizie.

    Swatch Group per esempio ha comunicato al sito inglese WatchPro di aver interrotto le esportazioni di tutti gli orologi dei propri marchi in Russia. E, per quanto ne sappiamo, è la prima presa di posizione di questo tipo all’interno dell’industria delle lancette. Sicuramente un bel gesto, anche se la filiale russa e i negozi dei marchi che fanno capo al Gruppo rimangono aperti, almeno per il momento. Ma la situazione è in divenire e non si sa cosa succederà nel prossimo futuro.

    Del resto le sanzioni prese a livello internazionale nei confronti del governo di Putin hanno drasticamente limitato il movimento del denaro contante in Russia e chiuso i mercati azionari. Succede quindi che i russi più ricchi acquistino orologi e gioielli come beni rifugio, nel tentativo di preservare la propria ricchezza. Perciò “la sospensione delle vendite di beni come gli orologi è significativa”, ha scritto Rob Corder proprio sulle pagine di WatchPro. “Si pensa che le élite russe stiano acquistando beni di alto valore poiché il rublo in caduta libera erode la loro ricchezza. E gli orologi, come i gioielli e l’oro, sono facili da trasportare”.

    Tant’è vero che Jean-Christophe Babin, Ceo di Bulgari, ha dichiarato a Bloomberg (la rete di canali tv satellitari e via cavo specializzata in economia e finanza) che le vendite nei negozi della maison romana in Russia sono aumentate negli ultimi giorni. “Nel breve termine (la situazione, ndr) ha probabilmente potenziato il business”, ha affermato Babin, che ha descritto i gioielli e gli orologi di Bulgari come “un investimento sicuro”. Ma, ha aggiunto, “è difficile dire quanto durerà perché in effetti, con le misure Swift pienamente attuate, esportare in Russia potrebbe diventare difficile se non impossibile”.

    Intanto però LVMH, che oltre a Bulgari ha in portafoglio anche Hublot, TAG Heuer e Zenith, ha donato 5 milioni di euro al Comitato internazionale della Croce Rossa proprio per aiutare le vittime della guerra in corso. In una dichiarazione apparsa due giorni fa sul sito ufficiale, il gruppo sostiene anche di avere come prima preoccupazione la sicurezza dei propri dipendenti in Ucraina (circa 150 persone), cui fornisce un’assistenza finanziaria e operativa essenziale. In più ha attuato una raccolta fondi tra le 76 maison che lo compongono e i dipendenti in sede. “Il comitato di crisi del gruppo LVMH segue costantemente la situazione e adatterà le sue misure secondo necessità”, conclude la dichiarazione. Stiamo a vedere in concreto cosa succederà*. D.F.

    Negozi e nuove aperture

    Flagship store

    La Fashion Week meneghina appena conclusa ha portato a Hublot l’inaugurazione della quarta boutique in Italia. Dopo Capri, Forte dei Marmi e Roma, il marchio di Nyon ha aperto i battenti a Milano, nel Quadrilatero della moda, in via Verri 7. A gestire il nuovo punto vendita, 60 metri quadri suddivisi su due piani, è lo storico partner Pisa Orologeria. Per il taglio del nastro c’erano il Ceo Ricardo Guadalupe e l’ambasciatrice del brand, Chiara Ferragni. Poi, cena di gala agli East End Studios con catering Da Vittorio e concerto con Mahmood e Blanco.

    Travel retail

    Rocca 1794 ha inaugurato una boutique all’aeroporto di Milano Linate. Il marchio, parte del gruppo Damiani, recentemente premiato come eccellenza nel settore della distribuzione di gioielli e orologi di alta gamma, in Italia è presente con 20 negozi nelle vie dello shopping chic. Ed è già presente nello scalo romano di Fiumicino e in quello Malpensa. Nel nuovo spazio gli appassionati potranno scoprire le creazioni del Gruppo Damiani e di vari marchi di orologeria: Hublot, Panerai, Tudor, TAG Heuer, Longines, Tissot, Gucci e Swatch.

    Lifestyle boutique

    Soho, 134 di Wooster Street. Impossibile non notare la vetrina fiammeggiante, con la porta d’ingresso di un garage che si apre sugli interni rossi. Sui muri della nuova boutique di New York, Roger Dubuis ha fatto scrivere il proprio motto a caratteri cubitali: No Rules Our Game. E così è. Accanto agli orologi, un’esposizione temporanea sui generis finora ha ospitato un aereo Icon A5 giallo canarino e una Lamborghini Huracan STO 2022 bianca. Per l’occasione, è uscito anche un Excalibur Monobalancier dedicato: iperorologeria nello stile del marchio.

    *Aggiornamento del 6/3/2020

    In questi giorni in effetti c’è stato qualche sviluppo.

    LVMH infatti ha annunciato la chiusura di tutte le sue 146 boutique in Russia. Ma ha comunicato anche di voler continuare a pagare gli stipendi ai propri dipendenti, che nel Paese sono circa 3500. La notizia, riportata dal giornale americano WWD che l’ha raccolta da una portavoce del gruppo, è rimbalzata poi sugli altri media a livello globale. Ed è stata seguita da dichiarazioni dello stesso tenore di altri colossi del lusso.

    Già venerdì scorso, infatti, il Gruppo Richemont ha affidato a un post su LinkedIn la decisione di aver sospeso dal 3 marzo tutte le attività commerciali in Russia (in Ucraina le aveva già bloccate il 24 febbraio). Inoltre ha affermato di voler assicurare ai propri dipendenti tutto il supporto finanziario, logistico e morale necessario. E di aver anche effettuato una cospicua donazione a Medici senza Frontiere impegnate sul campo, mentre ulteriori contributi sono in atto da parte delle propre maison.

    Un annuncio simile è stato pubblicato sul social network “professionale” anche da Hermès, che ha comunicato la temporanea chiusura delle proprie boutique in Russia e la sospensione di tutte le attività commerciali, ma la volontà di restare al fianco dei team locali. E da Chanel, che ha aggiunto in più di aver bloccato anche l’ecommerce. Idem per Kering Group, che ha divulgato la notizia ieri con un Tweet.

    Ricordiamo che lo scorso anno la Russia è stata il 17° mercato mondiale per l’orologeria elvetica (secondo i dati della FHS). Ha mosso un flusso di esportazioni dalla Svizzera di 260 milioni di franchi svizzeri, con un valore al dettaglio di oltre mezzo miliardo di franchi.

  • Swatch Group: dati di bilancio, prospettive e sorprese

    Swatch Group: dati di bilancio, prospettive e sorprese

    Anche per via telematica Nick Hayek riesce a trasformare una noiosa sequenza di numeri in un vero e proprio spettacolo. Con tanto di fuochi artificiali per chiudere.
    Nick Hayek (Direttore generale del Gruppo Swatch e membro del Consiglio d’amministrazione) si trasforma nel conduttore di un piccolo show ad uso e consumo dei giornalisti per l’annuale diffusione dei dati di bilancio di Swatch Group. Hayek gestisce la sequenza degli interventi. Su tutti ovviamente quello di spiegazione delle cifre da parte di Thierry Kenel, responsabile di Corporate Finance, Reporting e Investor Relations. E alla fine risponde ad una decina di domande da parte dei giornalisti.

    Cina, Usa, Europa

    Le cifre? Se vediamo il 2020 sul 2019 il calo è vistoso, solo parzialmente mitigato dalla risalita a fine anno dei mercati cinese e statunitense. Che però valgono da soli più di metà del totale delle esportazioni svizzere d’orologi. A tutti gli effetti, sembra che il punto debole del mondo sia proprio la Vecchia Europa, in questo periodo. Hayek specifica, comunque, che lui considera il 2020 un anno non classificabile e che per quanto lo riguarda i dati che contano sono quelli del 2021 rispetto al 2019. Il che induce a ritenere che Swatch Group potrebbe concludere il 2021 con un pareggio o addirittura con un aumento di fatturato rispetto al 2019.

    Il 2020, anno orribile, sarebbe almeno economicamente una brutta parentesi chiusa con largo anticipo rispetto alle previsioni. Che prospettavano una lenta risalita: un paio d’anni almeno per tornare ai livelli del 2019. In quest’ottica i dati dei primi due mesi del 2021 sono in effetti incoraggianti per i primi due principali mercati, Cina e Usa. Che fanno registrare (statistiche globali delle esportazioni svizzere fornite dalla Associazione Svizzera dell’Orologeria) un aumento del 47,9 per cento e del 15,2 per cento sul 2019, appunto.

    Secondo Hayek i dati dei primi due mesi dell’anno si prospettano, per Swatch Group, migliori della media del totale delle esportazioni svizzere e marzo potrebbe andare ancora meglio. Mercato globalmente non poi così disastrato, si direbbe, eccezion fatta per l’Europa, dove i cali dovuti alla mancanza di turisti rimangono decisamente notevoli. Anche queste considerazioni sono decisamente attendibili e in linea con la tradizione di Swatch Group, che gode del fatto di possedere marche distribuite sull’intero spettro di prezzi dell’orologeria svizzera e di essere anche proprietaria d’industrie in grado di produrre tutte le componenti necessarie per gli orologi.

    Marca per marca

    In più, aggiungerei, Swatch Group è l’azienda che più di ogni altra investe per automatizzare tutto quel che ha senso automatizzare nella realizzazione di orologi. Un percorso partito tanti anni fa da Swatch, con un know-how che man mano è stato esteso e adattato ad altri marchi tradizionalmente “industriali” (seppure in gradi diversi) come Tissot, Longines e Omega. Al punto che, ricorda Nick Hayek, per parecchi modelli di queste marche la produzione non riesce comunque a star dietro alla richiesta.

    Cosa, che, per altro, sembra si stia verificando anche per Blancpain. Breguet, come sempre, resta un piccolo mondo rarefatto per super intenditori anche se, ricorda Nick, la ricerca sui nuovi materiali ha portato notevoli vantaggi anche alla stessa Casa. Le locomotive del gruppo restano comunque i grandi protagonisti mondiali come Omega, Longines e Tissot. Che, stando alle stime di Morgan Stanley, sono rispettivamente la seconda, la quarta e la settima classificata, per fatturato, nella top ten dell’orologeria svizzera.

    Gli investimenti di Swatch Group

    Noto, nelle cifre fornite, una consistente liquidità dovuta anche ad un notevole calo degli investimenti (che per Swatch Group sono di solito una priorità). E azzardo come unica domanda concessa ad ogni giornalista l’ipotesi che Swatch possa approfittarne per un buyback, un riacquisto delle proprie azioni in Borsa. Mi prendo un bel cazziatone (secondo il vocabolario Treccani: cazziatóne s. m. [accr. di cazziata], volg. – Rimprovero duro, sgridata, ramanzina) da Nick: «Augusto, pensi davvero che abbiamo così poca fantasia da non sapere come investire la nostra liquidità?». Mi viene il dubbio che tagliare gli investimenti per avere liquidità per investire suona un po’ strano, ma è anche vero che nel 2020 tutti hanno stretto allo spasimo i cordoni della borsa in ogni modo immaginabile.

    Lo prendo come un segno di ritorno al sorriso e agli investimenti, come il classico passo indietro per prendere la rincorsa e saltare lontano. E infatti ad una delle domande successive Nick precisa che quest’anno Tissot deve aprire una nuova linea di produzione per il “connesso”, che è un caso unico nel panorama degli smartwatch (ne abbiamo parlato qui). E io mi ritrovo a pensare per l’ennesima volta che Nick non siede su quella sedia solo perché figlio di suo padre, ma perché è un degno figlio di tanto padre.

    Altre domande

    Tra le tante cose interessanti che Nick dice in risposta alle domande della stampa internazionale, noto che Swatch Group procederà ad ulteriori tagli delle forniture di movimenti a marche esterne («Abbiamo mandato una circolare qualche settimana fa: l’80/90 per cento di questi marchi dovrà trovarsi fornitori esterni»). E questo spiega una sorda, nascosta battaglia per assicurarsi, a tutti i livelli, i migliori tecnici e i migliori dirigenti in grado di creare nuovi reparti di produzione.

    Swatch Group pensa di tornare ad esporre in fiera? La domanda è chiaramente tesa a verificare la posizione del gruppo rispetto a Watches & Wonders, che si terrà telematicamente all’inizio del prossimo mese. La risposta di Hayek è netta: Non ci interessa partecipare alle fiere telematiche. Andiamo avanti con i nostri canali di Paese in Paese. Ogni marchio ha la propria strategia locale di presentazione e commercializzazione, con modi e tempi adeguati alle esigenze di ciascun mercato. Una conferma di strategie tagliate su misura, sartorializzate per le peculiarità di ciascun mercato. Il che in qualche modo segna un passo avanti nella battaglia localizzazione contro globalizzazione. O magari per una globalizzazione della localizzazione: sono previsti mal di testa per gli uffici marketing.

    E poi si conclude con il fuoco artificiale conclusivo. Per l’intera conferenza stampa Nick Hayek ha sventolato due orologi. Uno ben riconoscibile come il nuovo Tissot T-Touch connesso («Sei mesi di durata della batteria. Ma io lo porto al polso da oltre sei mesi e ancora non ho dovuto ricaricare»); e uno bianco, di grandi dimensioni, interpretabile come uno Swatch. Sì, conferma Nick, è uno Swatch che lanceremo il mese prossimo. È realizzato in bioceramica. Un materiale sul quale non vi dico nulla perché altrimenti i dirigenti di Swatch mi rimproverano…

  • Swatch Group, una galassia di marchi e di novità

    Swatch Group, una galassia di marchi e di novità

    Per capire cosa sia Swatch Group bastano alcune semplici considerazioni. Tanto per cominciare è l’unico gruppo svizzero che produce solo orologi e componenti d’orologeria. Dopodiché Swatch Group rappresenta da solo, complessivamente, circa un terzo del fatturato dell’intera orologeria svizzera: 8,243 miliardi di franchi svizzeri sui circa 24 del totale, nel 2019. La cifra (basata sui dati ufficiali di bilancio e su quelli diffusi dall’Fhs) comprende i movimenti e i componenti venduti ad altri marchi.  

    Swatch Group è appunto l’unico gruppo che produce da sé tutti, ma proprio tutti i componenti necessari per fare un orologio, che sia meccanico o al quarzo. Possiede infatti una serie di fabbriche specializzate: da Eta (movimenti) a Nivarox-Far (spirali, bilancieri, scappamenti), da Manufacture Ruedin e da Lascor (casse) a Rubattel et Weyermann e a Mom Le Prélet (quadranti); ancora, da Meco Suisse (corone, pulsanti) a Comadur (rubini, vetri zaffiri, ceramiche), da Renata (batterie) a Moebius (olii), fino a EM Microelectronic (microchip). E l’elenco potrebbe continuare. In più è proprietario anche di una serie di reparti di Ricerca & Sviluppo (per esempio Asulab o Belenos). E, come sottoprodotto, le sue società realizzano componenti anche per altri settori merceologici.

    Per tornare alla produzione di orologi veri e propri, a Swatch Group fanno capo 18 marchi trasversali ai segmenti di mercato, con una gamma che va dal meno costoso all’altissima orologeria. Qui ci concentriamo solo su quelli distribuiti in Italia, esposti rigorosamente in ordine alfabetico. Dei quali presentiamo una singola novità tra quelle più rappresentative del momento. Poca cosa rispetto alla globalità della produzione, certo, ma quanto basta per dare un’idea della varietà di stelle comprese nella galassia Swatch Group.

    BLANCPAIN Villeret Ultraplate
    Cassa (40 mm) in oro rosso. Movimento meccanico ultrapiatto a carica automatica, calibro 1151 di manifattura, con 100 ore di autonomia, spirale in silicio e indicazione della data. Quadrante satinato soleil, indici applicati e lancette in oro, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 18.470 euro. La manifattura Blancpain è stata acquisita da Swatch Group (all’epoca Smh) nel 1992.

    BREGUET Marine Haute Joaillerie Poseidonia
    Cassa (35,8 mm) in oro bianco. Movimento meccanico ultrapiatto a carica automatica, calibro 591C di manifattura, con spirale e anse dell’ancora in silicio. Quadrante in madreperla con gemme di colore taglio baguette come la lunetta (circa 10.35 ct), carrure, anse e corona con diamanti baguette e un briolette, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore nacré. 253mila euro. La maison Breguet appartiene a Swatch Group dal 1999.

    CALVIN KLEIN WATCHES calvin klein glam
    Cassa (42 mm) in acciaio Pvd oro rosa. Movimento al quarzo Swiss made. Quadrante semi-trasparente, bracciale a maglia milanese in acciaio Pvd oro rosa. 349 euro. L’accordo di licenza tra il designer americano e Swatch Group è stato siglato nel 1997. E terminerà alla fine del prossimo anno.

    FLIK FLAK Pool in Miami Releaf Cassa (34,75 mm) in plastica. Movimento al quarzo Swiss made. Quadrante opaco, ghiera girevole, cinturino in tessuto con motivo palme. L’orologio è lavabile in lavatrice a  40° C. 48 euro. Il marchio Flik Flak è stato creato da Nicolas Hayek nel 1987.

    GLASHÜTTE ORIGINAL Sixties Annual
    Cassa (39 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 39-52 di manifattura, con massa oscillante in oro 21 carati. Quadrante satinato soleil effetto degradé, lancette e indici luminescenti, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle scamosciata. 6.600 euro. La manifattura Glashütte Original è entrata a far parte di Swatch Group nel 2000.

    HAMILTON PSR Cassa (40,8 mm x 34,7 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento al quarzo Swiss made (durata della batteria di 5 anni). Quadrante con display digitale ibrido Lcd e Oled, vetro zaffiro, bracciale in acciaio.  695 euro. Il marchio Hamilton appartiene a Swatch Group dal 2003.

    HARRY WINSTON Premier Majestic Art Déco Automatic Cassa (36 mm) in oro bianco. Movimento meccanico a carica automatica con spirale in silicio e 3 giorni di autonomia. Quadrante in oro bianco con intarsi di madreperla (anche cabochon), giada nera (anche taglio smeraldo) e diamanti, lunetta e anse con diamanti (2.9 ct in totale), vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. La maison Harry Winston è stata acquisita da Swatch Group nel 2013.

    JAQUET DROZ Grande Seconde Skelet-One Cassa (41 mm) in oro rosso. Movimento meccanico scheletrato a carica automatica, calibro 2663 SQ di manifattura, con 68 ore di autonomia, spirale e anse dell’ancora in silicio, piccoli secondi. Quadrante decentrato e scheletrato in oro bianco, indici applicati e lancette in oro, indicazione dei piccoli secondi su contatore in vetro zaffiro, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 34.900 euro. La maison Jaquet Droz entra a far parte di Swatch Group nel 2000.

    LONGINES Spirit Cassa (42 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro L.688.4 realizzato in esclusiva, cronografo con secondi continui, datario e certificato ufficiale di cronometro (COSC). Quadrante satinato soleil, indici applicati e lancette luminescenti, vetro zaffiro, fondello inciso, cinturino in pelle di vitello. 2.980 euro. Il marchio Longines è entrato nel portfolio di Swatch Group (all’epoca Smh) dal 1985.

    MIDO Ocean Star GMT Cassa (44 mm) in acciaio, impermeabile fino a 20 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 80 (base Eta), con autonomia di 80 ore, secondo fuso orario e datario. Quadrante opaco, indici applicati e lancette luminescenti, ghiera girevole con anello in ceramica, vetro zaffiro, fondello con incisione dei diversi fusi orari, cinturino in tessuto. 1.150 euro. Il marchio Mido è entrato nel portfolio di Swatch Group (all’epoca Smh) nel 1985.

    OMEGA – Speedmaster  Moonwatch Chronograph calibro 321 Cassa (39,7 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica manuale, calibro  321 di manifattura,  con autonomia di 55 ore, cronografo con ruota a colonne e secondi continui. Quadrante  opaco, lunetta con anello in ceramica lucida e scala tachimetrica, vetro zaffiro anche sul fondello, bracciale in acciaio. 13.400 euro. La maison Omega è entrata nel portfolio di Swatch Group (all’epoca Smh) nel 1985.

    RADO Captain Cook Automatic Cassa (42 mm) in bronzo, impermeabile fino a 30 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro ETA C07, con autonomia di 80 ore e datario. Quadrante soleil, indici applicati e lancette luminescenti, ghiera girevole con anello in ceramica high-tech, vetro zaffiro, fondello in titanio, cinturino in pelle. 2.680 euro. Il marchio Rado è entrato nel portfolio di Swatch Group (all’epoca Smh) nel 1985.

    SWATCH Big Bold Orangeinjelly Cassa (47 mm) in plastica trasparente. Movimento al quarzo Swiss made. Quadrante trasparente, indici e lancette fluo, cinturino in silicone trasparente. 95 euro. Il marchio Swatch è stato creato da Nicolas Hayek nel 1982.

    TISSOT Seastar 1000 Quartz Chrono Cassa (45,5 mm) in acciaio, impermeabile fino a 30 atm. Movimento al quarzo Swiss made, cronografo con secondi continui e datario. Quadrante effetto degradé, contatori azuré, indici e lancette luminescenti, ghiera girevole con anello in alluminio, vetro zaffiro, cinturino in caucciù. 520 euro. Il marchio Tissot è entrato a far parte del portfolio di Swatch Group (all’epoca Smh) nel 1985.

  • Hamilton PSR, il ritorno al futuro del Pulsar

    Hamilton PSR, il ritorno al futuro del Pulsar

    Un’allerta per gli appassionati dello stile vintage: è uscito l’Hamilton PSR. Ovvero una fedele riedizione dell’Hamilton Pulsar Time Computer, il primo orologio digitale della storia. Negli anni Settanta, il non plus ultra della modernità: con la cassa a televisore e le cifre rosse sul quadrante, per l’epoca era un oggetto avveniristico, simbolo di quell’era spaziale che dominava cronache e costumi.

    Già dal nome: le pulsar sono stelle di neutroni dalla densità enorme, in cui la rotazione e il campo elettromagnetico provocano l’emissione di onde radio a intervalli regolari, estremamente precisi. Un oggetto cosmico che sembra frutto della fantascienza, proprio come l’esemplare di Hamilton. Lo definivano un “computer da polso allo stato solido”. E doveva essere davvero eccezionale, visto che a quel tempo l’ingombro di un computer occupava almeno mezzo tavolo.

    Presentato con una conferenza stampa all’Hotel Four Seasons di New York il 6 maggio 1970, il Pulsar apparve subito come qualcosa di innovativo, una tecnologia senza precedenti. Non solo era animato da un movimento al quarzo (allora all’avanguardia), ma era privo di lancette e ticchettii. Al posto del tradizionale quadrante, aveva un display nero in cui comparivano (su richiesta) i Led rossi delle indicazioni orarie.

    Bastava infatti premere il pulsante sulla cassa (alle ore 6) per visualizzare ore e minuti; se poi si prolungava il tempo di pressione, ecco anche i secondi. Il consumo eccessivo di energia da parte dei Led (la sigla sta per Light Emitting Diodes, in italiano diodi a emissione di luce) e la scarsa durata delle batterie d’antan non consentivano infatti di mostrare l’orario in modo permanente.

    Comunque, con quelle inedite indicazioni digitali che sembravano ipnotizzare lo sguardo, il Pulsar cambiò davvero il modo di leggere l’ora. Ed ebbe un tale effetto a livello sociale da entrare a far parte degli strumenti per la misura del tempo esposti allo Smithsonian Institution, il più importante istituto di istruzione e di ricerca americano.

    Il primo modello, chiamato P1, venne messo in commercio nel 1972. Il lancio conobbe un’ampia eco, con numerosi passaggi televisivi – come l’apparizione al “Tonight Show” di Johnny Carson – che ne accrebbero la notorietà. Anche se, a dire il vero, non era proprio alla portata di tutti. Realizzato interamente in oro giallo e in una serie limitata di 400 esemplari, aveva un prezzo di 2.100 dollari. Per intenderci, costava 10 volte un Rolex Submariner, più di un’automobile come la Ford Pinto.

    Alla fine del 1972, poi, uscì il P2, con la cassa leggermente arrotondata, il pulsante sulla carrure a destra, e il modulo elettronico perfezionato. Fu prodotto in diversi materiali, anche in acciaio (con un prezzo di 295 dollari, che comunque non erano pochi, per un orologio). Ed ebbe un successo notevole: lo acquistarono nelle tante varianti numerosi personaggi celebri – da Keith Richard a Elton John, da Sammy Davis Jr. fino al Presidente degli Stati Uniti Gerald Ford o allo Scià di Persia. E, in Italia, Gianni Agnelli.

    Ebbe perfino un cammeo nel film di 007 “Vivi e lascia morire”, del 1973, in cui appare, nelle scene iniziali, al polso di James Bond/Roger Moore. Che viene svegliato da un campanello insistente prima dell’alba, mentre è in dolce compagnia; e, per vedere l’ora, illumina il display in cui risaltano con nitidezza le 5:48. (A riprova, se mai ce ne fosse bisogno, del legame storico che esiste fra Hamilton e il mondo di Hollywood).

    Nonostante il successo, però, nel 1977/78 il marchio Pulsar è acquisito dalla Seiko, che ne possiede tuttora i diritti legali (anche se lo utilizza per modelli di fascia bassa di tipo analogico). Per questo, nel 2010, in occasione dei 40 anni del primo esemplare digitale a Led, Hamilton creò un esemplare celebrativo, ma lo chiamò Pulsomatic. Ispirato nell’estetica al famoso predecessore, il Pulsomatic aveva però un formato più grande e un movimento meccanico a carica automatica.

    E siamo a oggi. Il nuovo Hamilton PSR festeggia il 50° anniversario del Pulsar, di cui è una versione aggiornata ma più coerente con l’originale. La cassa ha le stesse dimensioni (40,8 x 37,4 mm) e la stessa forma a televisione. Ed è sempre equipaggiata da un modulo elettronico, anche se ora è fabbricato in Svizzera, all’interno di Swatch Group. Ovviamente di moderna concezione (e precisione), ha preso il posto di quello con 25 chip integrati e uno scarto di un minuto l’anno, montato in passato.

    Ma la tecnologia attuale comporta inevitabili differenze che ne migliorano le prestazioni. L’impermeabilità dell’Hamilton PSR ora raggiunge le 10 atmosfere (contro le 3 del passato); il vetro zaffiro si trova al posto di quello minerale; un display ibrido Oled/Lcd a basso consumo ha sostituito il vecchio a Led e offre una lettura perfetta in tutte le condizioni di luce, anche in pieno giorno; la batteria del quarzo ha una durata di 5 anni.

    Una differenza notevole rispetto al passato riguarda la regolazione dell’orario. I primi modelli avevano infatti un insolito sistema magnetico in grado di modificare la progressione delle indicazioni. La parte bassa del fondello ospitava infatti due zone preposte all’avanzare delle ore e dei minuti, su cui si agiva tramite un piccolo magnete, che si smontava  dall’interno del bracciale (più precisamente era inserito nella fibbia). Ora invece la regolazione avviene “normalmente”, attraverso il pulsante posto sulla carrure a ore 3.

    Il nuovo Hamilton PSR è declinato in due versioni. La prima, “di serie”, è interamente in acciaio spazzolato e ha un prezzo al pubblico di 695 euro. La seconda, in edizione limitata di 1970 esemplari, è invece in acciaio Pvd oro giallo e costa 945 euro. Entrambe sono già in vendita presso i concessionari e sul sito di e-commerce del marchio. 

  • Lo streaming di Swatch Group farà scuola?

    Lo streaming di Swatch Group farà scuola?

    È appena terminata la conferenza stampa in streaming di Swatch Group e butto giù queste prime impressioni a caldo. Non voglio commentare i dati di bilancio, lascio il compito agli analisti finanziari che ne sanno molto più di me, certa che sappiano fare bene il proprio lavoro. E nemmeno parlare dello smartwatch di Tissot, il primo di Swatch Group, e in quanto tale importante. Voglio solo condividere le mie sensazioni con quanti sono rimasti quasi un’ora e mezza incantati davanti allo schermo a sentire parlare Nick Hayek & Co – proprio come ho fatto io.

    Beh, la sensazione è di aver assistito a qualcosa di epocale. Così speciale da aver cambiato del tutto il corso della comunicazione, in orologeria e non solo. E in modo irreversibile, perché da qui non si può più tornare indietro. Dopo lo streaming di Swatch Group, di colpo qualsiasi altra forma di rapporto aziende/pubblico sembra vecchia, obsoleta. Superate le fiere di settore, inutili gli spostamenti fisici (comprensibili solo quando si vogliano fare esperienze di “feel & touch”). Cifre, messaggi, novità sono stati snocciolati in un amen. Rivolti a tutti, con immediatezza. Benedetta l’era digitale.

    Cosa c’è di tanto straordinario? In fondo si è trattato solo di un discorso (vari) a porte chiuse, di fronte a una platea di orsacchiotti di peluche. Evviva l’autoironia e la leggerezza, prima di tutto, che aiutano a sdrammatizzare un momento così duro. La cosa eccezionale è stata proprio l’apertura verso l’universo mondo. Non solo i giornalisti economici, non solo i propri rivenditori: chiunque ha potuto seguire la diretta streaming, dall’operatore dei mercati finanziari all’appassionato di orologi fino al semplice curioso. Un’azienda che si rivolge direttamente al proprio pubblico, di qualsiasi pubblico si tratti, senza filtri né intermediari, è qualcosa di fantastico.

    Oggi lo fanno già i social, è vero (e le pubblicità). Ma qui nessuno voleva vendere niente, nemmeno la propria immagine. Si è trattato invece dell’utilizzo intelligente di un mezzo, il digitale, per fare il punto della situazione. Dare uno spaccato della propria realtà. Non a caso lo streaming di Swatch Group è stato fatto dalla sede di Biel/Bienne. Ancora più autentico perché a metterci la faccia c’era lui, Nick Hayek, in prima persona. Certo, hanno contato molto le sue parole, capaci di infondere speranza e positività senza indorare la pillola, di trasmettere fiducia senza minimizzare la situazione. Un po’ di sana e lucida sincerità, aperta e consapevole. E poi il suo atteggiamento: diretto, naturale, spontaneo. Privo di fronzoli e di formalismi, quasi da “ragazzo della porta accanto” che dice le cose chiare e tonde.

    Merito della sua personalità un po’ istrionica? Della perfetta padronanza di tre lingue? (Che invidia: passava dall’inglese al francese al tedesco con una fluidità sconcertante). Non saprei. Sicuramente è stato molto efficace. E paziente, nel rispondere alle domande mandate per e-mail al termine della sessione, molte delle quali tradivano le paure e le incertezze tipiche di questo periodo. Ovvio che nessuno ha la sfera di cristallo per prevedere cosa succederà, nemmeno il Ceo di Swatch Group. Ma la sua umanità, la sua empatia, quelle sì sono state risolutive.

    In estrema sintesi, Hayek ha dichiarato che, sì, gli impianti stanno lavorando a regime ridotto, ma non c’è alcuna intenzione di chiudere fabbriche o licenziare personale. Si prendono decisioni giorno per giorno, si hanno reazioni calibrate su una situazione in divenire. Ma le riserve di liquidità disponibili permettono al gruppo di avere un buon margine di manovra e affrontare la crisi di questi mesi. È opportuno serbare maestranze e savoir-faire: così, quando arriverà la ripresa, sarà tutto pronto per ripartire. Il rilancio dell’economia, degli acquisti – da lui definito rebound – ci sarà di sicuro: è solo questione di tempo.

    Al di là dei contenuti, comunque, credo sia importante sottolineare la svolta che questa conferenza stampa in streaming di Swatch Group potrà imprimere all’intero settore. Non so in quanti ne seguiranno l’esempio nell’immediato, quanti siano pronti (più nella mentalità che nella tecnologia) a realizzare qualcosa di simile; a dire il vero non so nemmeno quanti ne sappiano cogliere la reale portata. So però che oggi il gruppo Swatch ha fatto veramente un passo avanti. E, mi auguro, voglia ripetere l’esperienza ancora e ancora, farla diventare una ricorrenza periodica, se non un’abitudine. Perché – non ho dubbi – il futuro è proprio questo. Inizia da qui.

  • La spirale Nivachron debutta nel Sistem51, il primo Swatch antimagnetico

    La spirale Nivachron debutta nel Sistem51, il primo Swatch antimagnetico

    L’avevano promesso e quelli di Swatch non raccontano favole. La rivoluzionaria spirale Nivachron viene finalmente montata su tutta (o quasi) la collezione Sistem51.

    Perché parlo di rivoluzione, quando di solito cerco di tenermi stretto con gli entusiasmi? Beh, perché la spirale Nivachron, antimagnetica, farà sentire in seguito – man mano che la produzione entra a regime – la propria presenza su tutti o quasi i movimenti che derivano dalle ricerche effettuate per realizzare il Sistem51. Come il Powermatic 80 di Tissot, l’H-30 di Hamilton o il Calibro 80 di Mido.

    Il background

    Ok, mi spiego meglio. Qualche anno fa Nick Hayek, che guida Swatch Group, investe la bellezza di 90 milioni di franchi svizzeri per realizzare un orologio di alta qualità e basso prezzo: lo Swatch Sistem51, appunto. Il lavoro del reparto Ricerca e Sviluppo di Swatch raggiunge l’obiettivo dopo aver esplorato strade interessanti, ma non adatte al marchio Swatch. Il risultato di queste ricerche si rivela però utile per altre marche: il tutto viene implementato dai tecnici Eta e nasce una intera famiglia di movimenti meccanici, i Powermatic 80. Che passeranno poi ad altre marche del gruppo in versioni più o meno personalizzate, più o meno elaborate secondo le esigenze di ciascun marchio.

    State molto attenti: questo modo di ragionare, questo coordinamento fra i marchi che non parte dal marchio stesso, ma dai reparti tecnici, è la strada più intelligente e quindi redditizia per arrivare all’innovazione. Oggettivamente, negli ultimi anni nessuno ha saputo innovare quanto Swatch Group. A tutti i livelli, con tutti i marchi. Magari non sono stati bravissimi nel restituire la percezione di questo buon lavoro, magari non sono stati fulmini nel coordinare anche la comunicazione, ma non si può avere tutto. “Nessuno è perfetto”, come recitava la battuta conclusiva del film “A qualcuno piace caldo”.

    La tecnica

    Facciamo un po’ di storia. L’organo regolatore degli orologi meccanici è composto sostanzialmente dal bilanciere che al proprio interno ha una molla a spirale. Il bilanciere è mosso dall’energia prima immagazzinata e poi ceduta dalla molla del bariletto, serbatoio energetico dell’orologio. Una spinta e (tic) il bilanciere ruota in un senso; arrivato a fine corsa il bilanciere viene spinto a ruotare in senso contrario (tac) dalla spirale, appunto, che si carica d’energia nella fase tic e la restituisce nella fase tac.

    Il bilanciere (tramite un nottolino) fa muovere l’àncora nelle due direzioni tic e tac, ma questo porterebbe ad avere un orologio con le lancette che fanno avanti e indietro. Non serve a nulla, un orologio così. E quindi l’àncora, ingegnosamente dimensionata, agisce sulla ruota di scappamento che trasforma l’avanti/indietro in una rotazione avanti/avanti. E il gioco è fatto. Tutti questi componenti devono essere dimensionati in maniera precisissima, per rendere l’orologio moderatamente preciso, ossia per ottenere che si muova costantemente nel tempo.

    Ma anche dimensionati come meglio non si può, gli elementi che compongono l’organo regolatore soffrono di alcuni problemi che ne limitano l’efficacia. Il primo consiste nell’effetto delle variazioni di temperatura, che modificano le dimensioni delle componenti di quel tanto (pochissimo) che basta per imprecare contro l’imprecisione del proprio orologio.

    La storia

    Fin dal Settecento si sono usati più o meno fantasiosi bilancieri il cui anello era composto da lamine sovrapposte di metalli con un diverso coefficiente di dilatazione, cercando di ottenere una media pari a zero. I bilancieri termocompensati. Figo, per i tempi, ma con molti altri problemi fra cui un bilanciere pesante e quindi avido d’energia.

    Poi arriva Charles Édouard Guillaume, un fisico svizzero figlio di orologiai. Nato a Fleurier (dove oggi risiedono Bovet, Chopard e Parmigiani), Guillaume si fissa sulla ricerca di un nuovo materiale, una nuova lega pressoché insensibile alle variazioni di temperatura, e la trova. La chiama Invar, è per più della metà composta da ferro, è pressoché insensibile a quasi tutte le forme di corrosione ed ha un coefficiente di dilatazione termica molto contenuto: ≃ 0,5∙10−6 °C−1 fra 20 e 50 °C.

    Ma Guillaume non è contento e perfeziona l’Invar in Elinvar, ossia una lega contenente meno ferro, la stessa quantità di nichel e un bel 12% circa di cromo. In questo modo conserva un bassissimo coefficiente di dilatazione, ma aumenta la resistenza meccanica e agli agenti corrosivi. La qualità delle nuove leghe (dal quale non trarrà vantaggio solo l’orologeria, ma la micromeccanica in generale) consentirà a Charles Édouard Guillaume di vedersi assegnare, nel 1920, il Premio Nobel per la fisica. E non venitemi a dire che l’orologeria è una nicchia di tecnici fuori di cotenna.

    Arriveranno in seguito variazioni sul tema dell’Elinvar, molte, fra le quali spiccano quelle con manganese e/o palladio. E perché dico spiccano? Perché nel frattempo le perturbazioni introdotte dai campi magnetici (implacabili sulla parte ferrosa dell’Invar e dell’Elinvar) si manifestano in tutta la loro capacità di rompere le scatole, una volta eliminata la coperta della termocompensazione.

    Il silicio

    Risolvi un problema, ma ne arriva un altro in primo piano. Le nuove leghe danno buoni risultati: nascono così gli orologi genericamente definiti “antimagnetici”, che però poi tanto antimagnetici non sono. È per questo, fra l’altro, che in tanti sono saltati a cavallo del silicio, appena si è riusciti a produrre spirali in silicio, appunto: è totalmente trasparente ai campi magnetici, non ne soffre le conseguenze. Ok, mi dirai tu, ma se il silicio è quel portento che dici, perché i tecnici di Swatch si intestardiscono a trovare qualcos’altro?

    Bella domanda. Perché l’orologeria meccanica di qualità sogna di durare in eterno e il silicio innanzitutto non è un metallo; secondariamente non è prodotto con metodi classici, che si usavano ieri, si usano oggi e si useranno domani; e in terzo luogo perché qualche minimo dubbio sul silicio sta nascendo, al punto che al Politecnico di Milano stanno cercando la strada per cercare il silicio 2.0. (Tranquilli, comunque, i molti che hanno un orologio con spirale in silicio: per ragioni di forza maggiore ne sono state realizzate quantità enormi, da usare come pezzi di ricambio nei prossimi tre o quattro secoli).

    La lega e la spirale Nivachron

    Sta di fatto che l’orologeria di qualità preferisce le “normali” leghe metalliche e i tecnici di Swatch ne hanno elaborata una a base di titanio; nella quale il ferro, l’acciaio serve soltanto per conferire elasticità al titanio e ridurre quindi le richieste energetiche della spirale. Per non sbagliare, comunque, la molla nel bariletto è stata maggiorata e fornisce un’autonomia energetica di circa 90 ore. Mica male. E chissà che la stessa lega Nivachron (o una sua variazione sul tema) non venga un giorno utilizzata per la molla nel bariletto, visto che anche lei, come la spirale, può rivelarsi problematica sotto il lento, subdolo aumento della magnetizzazione.

    Infine: attenzione che questa lega non è la soluzione di tutti i problemi. Il silicio sì che è totalmente antimagnetico, ma con le considerazioni appena fatte. La spirale Nivachron contiene del ferro: quindi si magnetizza, un poco, comunque. E quanto si magnetizza? Circa un decimo di quanto non si magnetizzi una moderna spirale antimagnetica. Ma costa poco, tanto poco da poterla montare di serie sugli Swatch Sistem51. E poi, probabilmente, sugli orologi di molte marche appartenenti a Swatch Group. È questa la vera rivoluzione della spirale Nivachron: prestazioni eccellenti a prezzo contenuto…

  • Due o tre cose che so di Longines (e del Longines HydroConquest)

    Due o tre cose che so di Longines (e del Longines HydroConquest)

    Prima di parlare del Longines HydroConquest devo fare una premessa. E partire da lontano: fino al primo quarto del 1800 francesi e inglesi erano i campioni mondiali dell’orologeria. Nessuno era in grado di realizzare macchine “perfette” come le loro. Tanto che uno svizzero di genio come Abraham-Louis Breguet lasciava Neuchâtel, dov’era nato, per trasferirsi a Parigi. E proprio a Parigi, infatti, raggiungerà la fama così attivamente cercata.

    E la Svizzera? La Svizzera produceva orologi, e anche tanti e anche qualcuno di buona qualità. Ma era considerata un po’ la Cina di quei tempi: questi svizzeri si impegnavano, certo, ma difficilmente riuscivano a superare la qualifica di “volonterosi imitatori”. Perché, allora, nel giro di una cinquantina d’anni la Svizzera degli orologi sbaraglierà la concorrenza francese e inglese fino a farla praticamente scomparire?

    Perché il mercato chiedeva non più tanto minime quantità di orologi eccezionali, sì, ma costosissimi; chiedeva quantità maggiori di orologi della miglior qualità possibile – a prezzi tali da consentirne la diffusione. Il secolo dell’esplosione scientifica, il secolo in cui il tempo diventa una variabile da tener costantemente sotto controllo – e non solo da parte di una sparuta pattuglia di privilegiati – aveva bisogno di orologi con un buon rapporto fra prezzo e qualità. Inglesi e francesi presero sottogamba questa esigenza, quasi disprezzandola, e gli svizzeri ne approfittarono. Vincendo in maniera così determinante che ancor oggi la Svizzera viene considerata, non a torto, come il Paese dei migliori orologi.

    Per aumentare la quantità di orologi prodotti, aumentando la qualità e contemporaneamente diminuendone i prezzi, c’era una sola strada possibile: l’industrializzazione. Il passaggio dal tutto fatto a mano al “facciamo a mano solo quel che serve” o “che costa troppo produrre a macchina” fu assolutamente fondamentale perché includeva l’intercambiabilità dei pezzi da un orologio all’altro, una maggior facilità di riparazione e una riduzione degli alti e bassi qualitativi negli orologi non costosi.

    Fra i pionieri di questa splendida rivoluzione Longines ha un posto di grande rilievo. Per saperne di più vi consiglio di fare un salto sul loro sito e leggere la loro storia. Quel che conta, qui, è che Longines – ieri, oggi e probabilmente domani – continua a produrre orologi con un fantastico rapporto fra prezzo e qualità, quello che negli States è definito value for money. E perché continua a farlo?

    Perché alla Longines (come del resto in quasi tutte le marche svizzere d’orologi) non sono così scemi da disperdere la propria eredità, ossia il patrimonio di credibilità messo da parte in quasi due secoli di storia. Per cui, con la complicità di gran parte di Swatch Group (prometto di spiegarvi presto cosa sanno architettare per continuare a battere la concorrenza) cui Longines appartiene, fanno orologi davvero convenienti anche in relazione al prezzo.

    Ottimi acquisti come – penso all’estate – l’intera collezione di subacquei Longines HydroConquest. Come al solito non mi pronuncio sull’estetica: ognuno di noi ha – fortunatamente – gusti diversi. Mi limito a notare la qualità delle finiture: rarissime spigolosità, superfici ben lavorate, grande attenzione alla qualità del bracciale, ma anche del cinturino. Apprezzo molto anche la chiusura pieghevole, con tanto di pulsanti di sicurezza, ben concepiti per evitare aperture accidentali; ah, devi premerli entrambi, altrimenti non succede niente.

    Apprezzo alcune positive astuzie ergonomiche, ben pensate per rendere più amichevole l’uso dell’orologio; penso alla grafica, elegante perché i disegnatori del Longines Hydroconquest hanno saputo evitare la cacofonia di font che spesso rende incongruo il quadrante di orologi anche più famosi; penso all’unghiatura (non una novità, ma comunque un pensiero gentile) per facilitare l’estrazione della corona al momento di regolare il datario; e penso anche alla buona scelta di versioni differenti fra loro per il diametro, il colore e il movimento montato nella cassa.

    C’è anche la variazione cronografica: quella da 43 mm di diametro addirittura con un movimento molto raffinato, in relazione al prezzo, per la presenza della ruota a colonne con frizione a innesto verticale. Anche se devo confessare una mia personale perplessità relativa a tutti i cronografi subacquei, qualunque sia la marca. Un “solo tempo” è più leggibile e ha meno fori sulla cassa, fori attraverso i quali umidità o addirittura acqua potrebbero farsi strada ed allagare l’orologio; magari non subito, ma dopo qualche anno di uso.

    Ed è proprio per questo che l’impermeabilità garantita da Longines (ben 30 atmosfere) non deve – ripeto: non deve – essere considerata eccessiva e inutile. La garanzia riguarda sempre l’orologio nuovo; ma dopo qualche tempo gli inevitabili urti (Longines HydroConquest ha comunque due solide spallette per proteggere la corona) rischiano di diminuire nemmeno di poco il grado di tenuta stagna. Trenta atmosfere sono una certezza di poter essere al sicuro per qualche anno, anche se un subacqueo esperto preferisce far verificare l’impermeabilità ogni anno, prima della stagione delle immersioni.

    Confesso infine qualche micron di preferenza per il modello con la cassa in ceramica, che resterà come nuova anche dopo avventure potenti. Anche se l’acciaio fornisce qualche sicurezza in più. Una caduta da grande altezza su una superficie dura potrebbe effettivamente distruggere la ceramica; ma con l’acciaio una caduta del genere avrebbe effetti quasi altrettanto distruttivi. In compenso la ceramica ha il vantaggio dell’eterna giovinezza, mentre dal punto di vista tecnico protegge meglio il movimento dalle forti escursioni termiche.

    Il consiglio, come sempre, è quello di andare da un concessionario Longines e verificare da sé. Poi fare qualche confronto (non dimenticando che gli HydroConquest hanno la lunetta girevole unidirezionale con l’inserto in ceramica, il vetro zaffiro con un trattamento multistrato per ridurre al minimo i riflessi) e infine scegliere secondo i vostri gusti personali. Sempre che riusciate a trovare un orologio subacqueo (fra i 1.370 e i 3.180 euro) che offre di più a minor prezzo…

    Alcuni indirizzi utili: Concessionari Longines

  • Le sfide di Francesca Ginocchio tra lavoro e famiglia

    Le sfide di Francesca Ginocchio tra lavoro e famiglia

    Al polso tre Swatch: due rosa e uno nero. «Ogni mattino apro il cassetto dei desideri e dei colori e, tra i settanta Swatch della mia collezione, ne scelgo tre: uno abbinato al colore che indosso, uno che rifletta il mio momento emotivo e uno dell’ultima collezione». Francesca Ginocchio, Amministratore delegato di Swatch Group Italia, è una donna di una semplicità e di un’umanità disarmante. Sorprendentemente, il racconto di una delle (non più così poche) donne al vertice nel mondo dell’orologeria, parte dai suoi polsi, coloratissimi.

    E da lì fa emergere ricordi d’infanzia, sogni, perdite, conquiste, intrecciando le strategie aziendali a normali scene di vita familiare. Perché sebbene sia arrivata a guidare la filiale italiana del più grande gruppo mondiale di orologeria, Francesca Ginocchio è una donna “normale”. E forse è proprio questo il segreto del suo successo, tutto costruito – dopo gli inizi nel marketing di due brand cosmetici – all’interno del gruppo Swatch, nell’arco di un ventennio in cui le tappe di carriera sono coincise con la costruzione della sua famiglia.

    «Da bambina sognavo un lavoro legato alla psicologia, in qualche modo ci sono arrivata». La psicologia? Sembra una risposta spiazzante. «Il cuore della mia esperienza è il marketing, dove è importante riuscire a catturare l’attenzione della gente. L’approccio psicologico quindi è vincente», racconta, «così come secondo me è vincente in azienda l’atteggiamento tipicamente femminile attento alle persone. Perché sa cogliere e valorizzare i talenti, ascoltare tante voci e gestire uno scambio di informazioni sempre più trasversale. Fare squadra con una regia che sappia coniugare leadership e sensibilità».

    Francesca Ginocchio non ha dubbi: le donne in azienda sono un valore aggiunto. E nonostante il welfare avrebbe, almeno in Italia, ancora tanto da fare, la carriera non deve oggi precludere una scelta di maternità. «Ogni vita è un’esperienza a sé. Ognuno deve capire all’interno del suo life balance come può gestire al meglio le cose. Bisogna solo trovare compromessi e non pretendere di essere su tutto al cento per cento», afferma.

    Il suo ingresso nel mondo dell’orologeria è avvenuto quasi per caso, 19 anni fa, quando l’interesse femminile per questo mondo era ancora scarso. «Diciannove anni fa ne sapevo poco anche io: fui chiamata dal gruppo Swatch per dedicarmi al marketing di Tissot. Sempre diciannove anni fa, nel 2000, mi sono anche sposata. Vita professionale e vita personale sono per me parallele, e sono davvero due famiglie. C’è una componente affettiva pazzesca nel mio lavoro».

    Da responsabile marketing di un marchio a Managing director per l’Italia di un gruppo che conta 18 marchi: una scalata che dà un messaggio molto positivo ai giovani. E non è certo un caso che Francesca Ginocchio sia la seconda donna alla guida in Italia. «Il gruppo Swatch offre opportunità a

  • La ricerca (di gruppo) è la chiave per il futuro

    La ricerca (di gruppo) è la chiave per il futuro

    Fondamentalmente lo schema è semplice: prima di investire in Ricerca e Sviluppo si cerca di capire a chi, eventualmente, potrebbero tornar utili le ricerche fatte. Più marche possiedi (e più differenziate sono, come nel caso di Swatch Group), più è probabile che la ricerca ti torni utile e che gli investimenti si rivelino redditizi.

    Esempio. Swatch ha elaborato un progetto per creare un nuovo orologio meccanico, che potremmo chiamare Sistem51, composto di pochi elementi uniti fra loro da un metodo di costruzione totalmente automatizzato. Investimento richiesto: 90 milioni di franchi svizzeri. Troppo per una sola marca, Swatch, che oltretutto deve mantenere bassi i prezzi. Ma con un piccolo investimento extra la stessa ricerca sforna come effetto collaterale un movimento, il Powermatic 80, che può essere declinato in un ventaglio di proposte da utilizzare per Tissot, Hamilton, Mido, Longines e Rado. Un affare. Poi quel movimento viene rovesciato per portare il rotore sotto il quadrante, e con il rotore il bilanciere con la spirale antimagnetica di nuova concezione. Nasce lo Swatch FlyMagic. Spirale che presto sarà montata su tutti gli Swatch meccanici e poi anche sui discendenti del Powermatic 80: un vero affare.

    O parliamo dello scappamento Co-Axial, che nessuno era riuscito a realizzare a prezzi umani. Ci riesce Omega, lo scappamento se lo pappa lei e se lo tiene. Ma il vantaggio delle nuove tecnologie necessarie per consentire a Nivarox di realizzarlo è suddiviso fra tutte le marche del gruppo.

    Compresa Breguet, che a questo punto può sperimentare a costi più bassi diversi tipi di bilanciere, alcuni dei quali saranno utilizzati da Blancpain che, a sua volta, condividerà con Jaquet Droz nuovi movimenti… E così via: sono queste le nuove frontiere della ricerca. Superate le quali anche l’orologeria svizzera, tradizionale e innovativa al tempo stesso, potrà affrontare la nuova era digital senza tradire le proprie origini.

    BLANCPAIN Fifty Fathoms Automatique Cassa (45 mm) in titanio, impermeabile fino a 30 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 1315, con doppio bariletto, 5 giorni di autonomia, spirale in silicio e datario. Quadrante spazzolato soleil, lancette e indici luminescenti, ghiera girevole unidirezionale con inserto in vetro zaffiro, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in tela vela. 14.900 euro

    BREGUET Tradition 7097 Cassa (40 mm) in oro bianco. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 505 SR1, con spirale in silicio, rotore in oro, indicazione dei secondi con lancetta ad andamento retrogrado. Quadrante decentrato in oro argenté e guilloché, lancette azzurrate alla fiamma, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 33.100 euro

    HAMILTON Khaki Field Mechanical Cassa (38 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica manuale, calibro H-50, con 80 ore di autonomia. Quadrante con indicazione dell’ora militare, lancette e indici luminescenti, vetro zaffiro, cinturino Nato in pelle. 480 euro

    JAQUET DROZ Grande Seconde Skelet-One Ceramic Cassa (41,5 mm) in ceramica. Movimento meccanico scheletrato a carica automatica, calibro  con doppio bariletto, autonomia di 68 ore, spirale e corni dell’ancora in silicio, rotore in oro bianco e componenti anneriti. Quadrante in vetro zaffiro, lancette azzurrate alla fiamma, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in tessuto. 24.600 euro

    LONGINES Record Cassa (38,5 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica automatica, calibro L888.4, con autonomia di 64 ore, spirale in silicio, datario e certificato ufficiale di cronometro (Cosc). Quadrante mat, numeri dipinti, lancette azzurrate alla fiamma, vetro zaffiro anche sul fondello, lunetta rivestita in oro rosa come le maglie centrali del bracciale in acciaio. 3.290 euro

    MIDO Baroncelli Caliber 80 Chronometer Silicium Cassa (40 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 80 Si, con autonomia di 80 ore, spirale in silicio, datario e certificato ufficiale di cronometro (Cosc). Quadrante motivo ardesia, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle. 1.010 euro

    OMEGA Seamaster Aqua Terra 150M Omega Co-Axial Master Chronometer Cassa (38 mm) in acciaio, impermeabile fino a 15 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro Master Chronometer 8800, con autonomia di 55, scappamento Co-Axial, spirale in silicio e datario; certificato Master Chronometer dal Metas (Istrituto federale svizzero di metrologia), resistente a campi magnetici fino a 15.000 gauss. Quadrante motivo “teak”, lancette e indici luminescenti, vetro zaffiro bombato e antiriflesso, fondello trasparente, bracciale in acciaio. 5.500 euro

    RADO DiaMaster “Bridge” Cassa (43 mm) in ceramica high-tech al plasma, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro Eta 2899S2, con platina decorata a Côtes de Genève, indicazione decentrata di ore e minuti, piccoli secondi e datario. Quadrante soleil aperto, vetro zaffiro antiriflesso, fondello in titanio con oblò decentrato in vetro zaffiro, cinturino in pelle stampa alligatore. 2.990 euro

    SWATCH FlyMagic Cassa (45 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica automatica, di costruzione “ribaltata” (richiesta di 5 brevetti), con spirale Nivachron, bariletto scheletrato, autonomia di 90 ore, rotore periferico, piccoli secondi con lancetta ad andamento antiorario. Quadrante scheletrato, vetro zaffiro antiriflesso, cinturino in gomma o in pelle. Edizione limitata di 500 esemplari. 1.500 euro

    TISSOT Gentleman Powermatic Cassa (40 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro Powermatic 80, con spirale in silicio, autonomia di 80 ore e datario. Quadrante spazzolato soleil, lancette e indici luminescenti, lunetta in oro massiccio, vetro zaffiro, fondello trasparente, bracciale in acciaio. 1.295 euro

  • Breguet o il flusso della Storia: da Abraham-Louis a oggi

    Breguet o il flusso della Storia: da Abraham-Louis a oggi

    Si trattasse “solo” di far buoni orologi, la cosa sarebbe quasi facile. L’orologeria, però, è molto di più che un buon orologio. Se ci pensiamo per pochi minuti, la cosa appare in tutta la sua evidenza. Pensate ad esempio a quante marche usano movimenti più o meno standard, come gli ETA e i Valjoux: buoni movimenti con i quali è (quasi) facile fare buoni orologi. L’estetica, dite? Sì, certo, è importante. Importantissima.

    Ma provate a pensare ad una marca che fa un bellissimo orologio classico e poi un bellissimo orologio proiettato nel futuro e poi un cronografo sportivissimo… Ciascuno di loro può essere, come abbiamo visto, sia di ottima qualità che bellissimo, ma non basta. Serve un senso, serve un carattere. La marca, per essere tale, deve avere carattere e personalità propri, originali e riconoscibili. E qui torniamo, inevitabilmente, al genio di Abraham-Louis Breguet. Che non è solo uno straordinario inventore di dispositivi micromeccanici, ma molto, molto di più.

    Cercherò di riassumere al massimo, ma non è possibile comprendere Breguet se non lo si inserisce nella sua epoca: il Settecento, il Secolo dei Lumi, l’era dell’Illuminismo. Scienza, certo, ma anche una forma di risveglio del popolo che scoppierà, alla fine, con la Rivoluzione francese. E poi Napoleone, poi la Restaurazione… Ma è anche il tentativo di rendere belli e poco costosi gli orologi che spinge Breguet a perfezionare o inventare canoni estetici propri – che poi diventeranno così caratteristici da decretare il successo della marca.

    Un successo così forte da far gola ai falsari, costringendo Breguet ad inventare la minuscola “firma segreta” che ieri come oggi caratterizza i suoi orologi. Ma Breguet è anche un “povero svizzero” proveniente da un paesino lacustre elvetico venuto in Francia per imparare l’orologeria vera. Perché, a quei tempi, gli orologi di qualità erano solo francesi o inglesi. Gli svizzeri, nell’orologeria dell’epoca, venivano considerati una mezza schifezza.

    Breguet manda anche uno dei figli, Antoine-Louis, a studiare da John Arnold, eminente orologiaio inglese che a suo tempo era venuto a Parigi per lavorare a fianco di Breguet stesso. L’atmosfera era quella di collaborazione, amicizia e condivisione della scienza orologiera. Fantastico, vero? E parte di questa sapienza tornò certamente in Svizzera quando Abraham-Louis Breguet vi trovò riparo dalla fase più cruenta della Rivoluzione Francese, dalla quale lui, fornitore della Corte, difficilmente si sarebbe salvato. Mi sono spesso chiesto se il successivo trionfo dell’orologeria svizzera, dovuto all’invenzione, per così dire, del buon rapporto fra prezzo e qualità, non sia in qualche modo germogliato da un seme piantato da Abraham-Louis Breguet.

    Sta di fatto che il marchio Breguet continua a produrre orologi anche quando i figli vendono la fabbrica, che poi passerà al gioielliere francese Chaumet e infine ad un fondo d’investimento mediorientale, l’Investcorp. E continua a produrli – anche quando la qualità non è poi così elevata – proprio perché Breguet ha carattere, Breguet ha una propria estetica, ha una propria personalità inconfondibile.

    Nel 1999 il marchio Breguet, una piccolissima fabbrica a Le Brassus, confine con la Francia, Giura svizzero, viene comprato da Nicolas Hayek, da Swatch Group. Hayek, più che Breguet, ha nel mirino la Lemania, la fabbrica che produce il leggendario movimento cronografico dello Speedmaster di Omega, l’orologio andato sulla Luna. Si riappropria in pieno di un orologio fondamentale per la corazzata Omega, che insieme a Longines costituisce lo zoccolo duro, il solido basamento di Swatch Group. E poi, mentre gradualmente lascia al figlio Nick le redini del gruppo di famiglia, Nicolas Hayek prende su di sé la responsabilità di Breguet.

    Una volta, parecchi anni fa, parlando di Breguet mi disse che tutto sommato era facile capire la strada: bastava osservare a lungo un prototipo, scorrere la storia di Breguet e chiedersi cosa avrebbe fatto Abraham-Louis Breguet, come avrebbe giudicato il prototipo. Perché – diceva Hayek – il sentiero aperto da Breguet è così chiaro, è ancora così ben segnato che bisogna solo seguirlo lasciandosi andare con fiducia.

    E così Breguet rinasce sia da un punto di vista estetico sia da quello tecnico, anche se il massimo viene raggiunto quando, alla morte del nonno, Breguet passa (come Blancpain, del resto, marchio con cui s’era fatto le ossa) al taciturno Marc Hayek. La sua passione per i motori (è un ottimo pilota sportivo) aggiunge al pensiero del nonno una semplice, ma fondamentale constatazione: bisogna che un orologio, innanzitutto, funzioni bene, funzioni sempre, funzioni senza problemi. E qual è il primo requisito per produrre orologi di qualità? Una fabbrica in grado di produrre orologi di qualità.

    Un giorno faremo un discorso serio, serissimo, su quanto Swatch Group abbia investito in tecnologie e materiali per l’orologeria. Qui mi limito a notare come la fabbrica Breguet sia – a ben vedere – proprio la fabbrica che Abraham-Louis Breguet vorrebbe, se fosse vivo oggi. C’è il fiume della storia, simboleggiato dalla macchina per realizzare i quadranti: una lastra d’oro incisa a mano da un artigiano specializzato (oggi come allora) ma con l’aiuto di una macchina a pantografo che rende più facile la produzione (più che altro limita gli errori e quindi gli scarti) senza però snaturare l’operazione o renderla alla portata di chiunque.

    Altrettanto avviene per le altre fasi di lavorazione: ovunque sia possibile avvalersi delle tecnologie moderne per migliorare la qualità finale ci si aiuta con queste tecnologie; ovunque la mano umana si riveli migliore delle tecnologie (in certi casi anche perché un pur costosissimo tecnico specializzato costa meno di una macchina progettata e realizzata per la produzione di un numero limitato di parti d’orologio), allora si continua a preferire la mano umana.

    Se Abraham-Louis Breguet entrasse oggi nella fabbrica Breguet avrebbe un iniziale senso di disorientamento. Ma subito dopo sarebbe in grado di riconoscere il proprio modo di lavorare apprezzando le tecnologie impiegate per migliorarlo. E poi passerebbe a studiarle, queste tecnologie, per migliorarle ancora.

    Perché ho rotto tanto con questa storia, per parlare, tutto sommato, solo di una fabbrica d’orologi? Perché prenderla così alla lontana, quando il punto è una officina micromeccanica? Perché c’è molto di più, lo ripeto. Perché quando sogno un Breguet sogno tutta la posta in palio, sogno la storia, sogno il genio, il precursore, sogno l’inventore della lancetta, l’inventore del marketing. Sogno non soltanto l’orologio, ma anche la sua personalità. È questa la grande orologeria: nasce dal passato e scorre verso il futuro, nel continuo, ininterrotto fiume della storia. Generazione dopo generazione. Per questo è bello, molto bello, sognare certi orologi.

  • Dietro le quinte: chi vince e chi perde alla guerra delle fiere

    Dietro le quinte: chi vince e chi perde alla guerra delle fiere

    In orologeria, come in altri settori di mercato, quel che conta è chi produce, chi vende e chi compra. Tutto il resto è più o meno facoltativo, un insieme di optional che vale la pena di far propri se sono utili, altrimenti è meglio espellerli come calcoli renali. Parlo di intermediari di vario tipo, di operatori o iniziative parassitarie, parlo degli stessi giornalisti e parlo delle fiere. O siamo utili o meglio lasciar perdere. Il mondo sta cambiando rapidamente e se persino il ruolo dei negozianti viene ridimensionato da nuovi mezzi, figuriamoci il resto. Dobbiamo imparare ad adeguarci.

    Le necessità dei produttori e dei compratori restano sostanzialmente immutate, ma muta, eccome, il modo di far parte dell’orologeria in maniera utile, appunto. Le fiere, ad esempio. Arriva per prima la notizia che nel 2020 il SIHH (Salone internazionale dell’Alta Orologeria) si terrà a Ginevra dal 26 al 29 aprile, anziché in gennaio come è ormai tradizione. Il SIHH sarà seguito, senza soluzione di continuità, da Baselworld, a Basilea, dal 30 aprile al 5 maggio. Qualcuno la interpreta come un armistizio tra fiere in guerra. Sbagliato: non è un armistizio, ma una nuova, astuta battaglia.

    La guerra delle fiere è una guerra commerciale fra gli organizzatori svizzeri. Solo in seconda istanza è anche una disputa commerciale fra marche, una disputa molto meno accesa di quanto molti credono. Non è con le fiere che si fanno concorrenza: al contrario, le fiere sono state, fino a poco tempo fa, un terreno comune sul quale far crescere il desiderio per l’orologeria svizzera, tutta l’orologeria svizzera.

    Per i giornalisti, gli appassionati d’orologeria e i compratori la guerra delle fiere è quasi priva d’interesse. È la vostra guerra, non la nostra. È la vostra guerra perché non è affatto importante avere in fretta il materiale relativo ad orologi che non sono sul mercato e quindi non possono essere visti nei negozi. È la vostra guerra perché comunque per molti negozianti e giornalisti le strategie alternative dei produttori d’orologi si stanno rivelando pratiche ed efficaci, pur avendo bisogno di qualche messa a punto: manifestazioni locali che non costringono a lunghi viaggi, a lunghe assenze, a sopportare costi elevati e consentono un migliore rapporto con gli operatori, non più assediati da migliaia di blogger, influencer provenienti da tutto il mondo. Per i giornalisti, sia chiaro, le iniziative locali – a patto che non siano troppe e non rendano quindi difficile il lavoro – si stanno rivelando molto interessanti e più direttamente collegate con il mercato reale del settore. Per i negozianti, sono un doveroso riconoscimento alla necessità di ritagliare strategie più rispettose dei gusti espressi dai compratori locali.

    Cosa succederà nel 2020? Fino al 29 aprile, nulla di diverso dal solito, tranne le date (fine aprile invece di metà gennaio). Come sempre Ginevra si rivela una bella fatica che culmina nel dover preparare le valigie, il 28 sera, e portarle con sé al Palexpo la mattina del 29. La sera del 29, dopo una giornata di fiera (sempre più faticosa, dopo quattro giorni di appuntamenti militarmente organizzati), devo però spostarmi da Ginevra a Basilea, per poter dormire a Basilea ed essere in fiera la mattina dopo. Ovviamente non ci sono soltanto io: nel 2018 il SIHH ha dichiarato circa 20.000 presenze, complessivamente. Se solo la metà di queste persone volessero proseguire per Baselworld avremmo 10.000 persone che devono andare, quasi contemporaneamente, da Ginevra a Basilea. 10.000, si badi bene, è il minimo per poter parlare di un successo nell’operazione travaso dei visitatori da una fiera all’altra. Meno di 10.000 sarebbe un insuccesso per Baselworld e renderebbe pressoché inutile lo spostamento e il coordinamento delle fiere.

    Come si sposteranno queste diecimila persone? Nessuno lo ha ancora detto. Ci saranno treni speciali, pullman organizzati? Ciascuno pensa per sé? Nessuno lo ha ancora detto. In previsione di una lunga assenza da casa (dal 26 aprile al 5 maggio) e dopo quattro giorni piuttosto faticosi di SIHH devo portare con me più di una valigia, portare con me gli abiti sporchi dei giorni precedenti, andare a Basilea (ma arrivato a Basilea troverò taxi sufficienti?), arrivare in albergo se avrò trovato albergo in città (e gli altri come fanno? Devono essersi già spostati a Ginevra con l’auto, se vengono dall’Europa? Chi gestirà gli ingorghi di traffico che si scateneranno la sera del 29? E cosa mangio, finalmente arrivato in albergo? Perché si rischia di rendere molto difficile anche il room service, con un improvviso accesso di persone troppo stanche per andare fuori a cena) oppure organizzarmi in qualche modo se dormo fuori città. Tutto questo per andare a dormire ad un’ora ragionevole per poter essere in fiera la mattina dopo, per un’altra settimana di Baselworld.

    Io mi rendo conto che a Basilea voi state cercando di mettere in atto un piano disperato per salvare Baselworld, e questo ve lo riconosco. Ma il tentativo di sincronizzare le due fiere è già stato fatto in passato (non ve lo avevano detto?) e non ha funzionato perché nessuno ha saputo trovare risposte efficaci a tutte le domande appena fatte. Tutte, si basi bene, perché basta un problema irrisolto per scatenare il caos. E il fallimento della sincronizzazione avvenne in un periodo in cui non essere a Baselworld voleva dire essere tagliati fuori dai giochi. Oggi c’è il web, ci sono le manifestazioni locali, ci sono le boutique monomarca… Oggi la presenza in fiera non è più indispensabile. È ancora importante, certo, ma non più indispensabile.

    È vero, un problema è stato parzialmente risolto: chi viene da lontano non dovrà più affrontare due viaggi intercontinentali nel giro di un paio di mesi, ma solo due settimane (fra viaggi e fiere) lontani da casa più un incerto esodo da Ginevra a Basilea. È davvero meglio? Americani e orientali saranno in parte contenti, fin quando non scopriranno quanto il tutto si trasformi in una fatica pesantissima. Il peggioramento è netto per chi invece deve fare viaggi più brevi, diciamo per gli europei. L’esodo da Ginevra a Basilea è ovviamente solo un primo problema – urgente – da risolvere, ma ce ne sono molti altri, come ad esempio per i giornalisti lo spostamento di tutti i piani editoriali. Per i negozianti, poi… Un esempio: ma a maggio i nuovi modelli di orologi subacquei non dovrebbero già essere nei negozi? Almeno in quelli dell’emisfero nord? E come si fa se Baselworld chiude il 5 maggio? La prima impressione è che i negozianti e i giornalisti europei non siano una priorità.

    Dopodiché arriva la notizia (ci avrei scommesso, che arrivava prima delle feste…) del trasferimento a Zurigo di Swatch Group. Già quest’anno. Un fatto importante non solo perché allontana ulteriormente Swatch Group da Basilea, ma perché cancella totalmente quell’accordo di non belligeranza, sulle fiere orologiere, fra Cantoni svizzeri e singole città. Molti anni fa chiesi al sindaco di Ginevra perché non affiancasse (affiancasse, si badi bene) una manifestazione orologiera al SIHH nei padiglioni rimasti vuoti dell’ampia zona fieristica. Mi guardò sorridendo e mi chiese come me la cavavo con il tiro all’arco. Non capivo e al mio sguardo incerto lui mi spiegò che sarebbe stato necessario un nuovo Guglielmo Tell per restituire pace alla Confederazione Svizzera.

    Oggi, a quanto pare, nessuno ha più paura di questa guerra che arriva a coinvolgere due città del Cantone tedesco: Basilea e Zurigo. Una guerra molto aspra, dal momento che quest’anno l’iniziativa di Swatch Group correrà parallela a Baselworld, negli stessi giorni. E Swatch Group, non dimentichiamolo, non è soltanto il maggior gruppo svizzero del settore, ma anche quello che possiede, nel mondo, la più ampia rete commerciale. Complessivamente a Baselworld c’è ancora un fatturato molto alto, ma un numero sempre inferiore di negozianti: che in definitiva è quel che conta. Ma è vero che a Baselworld c’è anche molta gioielleria mondiale: un vantaggio, certo, che però non può certo essere sfruttato a sfavore dei tanti negozianti che sarebbero costretti a far la spola fra le due città.

    Cosa intendo fare quest’anno? SIHH e poi Baselworld, come sempre. Sia pure ricacciando indietro dubbi crescenti. Terrò comunque d’occhio Zurigo, cercando anche di capire se devo buttar via i soldi per due alberghi, che durante la fiera arrivano a costare 10 volte il normale (vedere internet per verificare). Ma l’anno prossimo avremo un “fierone” doppio dal 26 aprile al 5 maggio. Molto faticoso, dicevamo. Se Nick Hayek e lo Swatch Group rimanessero a Zurigo – e in marzo -, per me la migliore sequenza sarebbe Zurigo, Ginevra e poi ritorno a casa, aspettando di ricevere le cartelle stampa relative a quanto non già anticipato nei mesi precedenti. Quella delle anticipazioni è un’altra amenità che andrebbe profondamente ridimensionata, ma di questo parleremo magari in un’altra occasione.

    Nel 2020, a malincuore e dopo oltre trent’anni – se non ci saranno cambiamenti radicali e rassicurazioni serie sull’organizzazione logistica -, chiuderò con Basilea, con i suoi prezzi esagerati e con la sua mancanza di rispetto per gli operatori, tutti gli operatori. Se qualcuno ha bisogno del mio lavoro mi verrà a cercare, rendendomi forse la vita meno difficile. Credo che altrettanto, in tutta modestia, avverrà anche per molti negozianti europei, per parecchi dei quali, in quel periodo, ci sarebbe da curare la clientela turistica. Poi si vedrà. Sono però certo che nel giro di pochissimi anni i marchi di orologi avranno totalmente rimodulato il calendario della produzione, con una scansione più lenta, ma più solida delle novità, articolata in base alle possibilità offerte dai più moderni mezzi di comunicazione, e contenendo le spese, suddividendo i risparmi tra maggiori guadagni e minori prezzi per i compratori. Le manifestazioni fieristiche così come le abbiamo conosciute nel passato potrebbero in tal modo rimanere marginali.

  • Le moderne alchimie di Moebius, la fabbrica degli oli – parte II

    Le moderne alchimie di Moebius, la fabbrica degli oli – parte II

    Dopo l’acquisizione nel 2008, Swatch Group ha trasferito la Moebius da Basilea a Itingen, in una parte della fabbrica di batterie Renata. Una logistica comprensibile, dal momento che per produrre gli oli non serve molto spazio, specialmente se la richiesta annuale è, per tutto il mondo, inferiore ai cento litri. Come sempre Swatch Group è ben disposta a investire in tecnologia moderne per migliorare la produzione: è una caratteristica ormai ben conosciuta di Nick Hayek, che guida il gruppo, e apprezzata ovviamente dai tecnici. Attrezzature moderne, grandi alambicchi (grandi, ma non immensi: non sarebbero utili) costruiti secondo le specifiche e i sogni dei tecnici.

    La produzione è più o meno doppia rispetto alle richieste e l’eccesso viene conservato in più o meno segreti rifugi antiatomici, di quelli che era quasi di moda avere in giardino – per fabbriche e privati – ai tempi della Guerra Fredda. Se non altro oggi si rendono utili. Il resto viene imbottigliato direttamente in fabbrica. Si diceva, la volta scorsa, di un centinaio di prodotti: oltre all’orologeria ricorre a Moebius il mondo dell’automobile (vanno oliati anche i tachimetri, i contagiri non digitali), della fotografia (lubrificazione degli otturatori), quello dell’aviazione ed altri ancora.

    Ma non ostante questo, se qualcuno pensa – visti i prezzi – che produrre oli sia un’attività remunerativa, si sbaglia: la Moebius “precedente” è fallita proprio per mancanza di soldi da investire in nuove attrezzature. In più, la qualità dei materiali impiegati in orologeria fa sì che la richiesta diminuisca: il sogno di ogni tecnico è di potersi svincolare dalla necessità di lubrificazione. Si pensi a certi scappamenti, ma anche ad alcune fabbriche, come quella Omega, che utilizzano macchine a controllo numerico per iniettare lubrificanti nella giusta quantità proprio là dove serve, riducendo gli sprechi. A questa razionalizzazione contribuisce attivamente proprio la Moebius, benché la cosa possa sembrare autolesionista.

    La prima “novità” si chiama aggrappante. Il termine, ribaditomi da Diego Tamone e immediatamente adottato, deriva dagli aggrappanti usati in edilizia. Una “vernice” che dopo l’essicazione crea una superficie ruvida, sulla quale l’olio si “aggrappa”, appunto, evitando di andarsene in giro per l’interno della cassa come invece avveniva anni fa. Per capirci: le rosette, i 

  • Le moderne alchimie di Moebius, la fabbrica degli oli – parte 1

    Le moderne alchimie di Moebius, la fabbrica degli oli – parte 1

    Swatch Group ha aperto le porte della Moebius, la fabbrica in cui si producono lubrificanti per gran parte della Svizzera delle lancette. Un laboratorio alchemico visitato in esclusiva da Augusto Veroni. Che ci spiega perché e per come gli oli in un orologio sono così importanti 

    Immaginiamo un tecnico fantastico in grado di realizzare l’orologio più preciso del mondo… La domanda che pochi si fanno, ma tutti dovrebbero, è: per quanto tempo sarà in grado di conservare la precisione? E la risposta sarà: dipende dai lubrificanti. È l’olio il componente davvero essenziale di ogni orologio.

    L’olio perfetto è da sempre il sogno più ardito di ogni tecnico. Abraham-Louis Breguet ebbe un vivace battibecco con Napoleone, che si lamentava di un orologio fermatosi durante la spedizione in Egitto. Sabbia, temperature estreme, urti e guasto. Breguet gli urlò in faccia: «Lei usi i suoi scienziati per darmi l’olio prefetto e io le darò l’orologio perfetto!». L’olio perfetto? Lo stiamo cercando ancor oggi, oltre due secoli dopo.

    A cercarlo sono soprattutto i chimici della Moebius, azienda fondata nel 1855 dal tedesco Hermann Moebius e oggi parte della galassia Swatch Group che, appunto, produce oli, grassi e altri materiali chimici per orologeria. Per tutta l’orologeria svizzera, si può dire, e anche per gran parte di quella mondiale: le minuscole fialette (le confezioni contengono di solito fra i 2 e i 5 millilitri: il millilitro è la millesima parte di un litro) si possono trovare praticamente in tutti i laboratori d’orologeria. Solo pochissimi produttori d’orologi hanno un reparto interno per la ricerca, lo sviluppo e la produzione di lubrificanti “in proprio”: fino a oggi l’ho visto solo da Rolex e Breitling, e la cosa ha un senso perché…

    Cominciamo con qualche numero: una fialetta da 2 millilitri di un olio di media qualità costa, su E-bay, circa 40 euro. Ma è un olio in offerta speciale perché prossimo alla scadenza (sì: gli oli hanno una scadenza, come gli alimenti e le medicine, anche a confezione chiusa). E comunque basta un rapido calcolo per capire che un litro di quell’olio costa la bellezza di 20.000 euro.

    Già, ma come funziona, ‘sta storia della lubrificazione? Lascio la parola a Michel Willemin, Ceo di Moebius e responsabile, quindi, del lavoro compiuto dai sette esperti chimici che vi lavorano: «Noi sintetizziamo circa 100 prodotti diversi perché ogni orologio meccanico ha come minimo 30 punti da lubrificare nei quali bisogna usare fra i 6 e i 9 diversi tipi di olio. Ma tenga presente che in un movimento cronografico molto diffuso come il Valjoux 7750 i punti da lubrificare salgono a un centinaio, mentre in un calendario perpetuo si arriva a 110 e in un ripetizione minuti come il Breguet Tradition i punti di lubrificazione salgono a 140. Sempre che si voglia fare un lavoro ben fatto, che garantisce fra i tre e i cinque anni di buon funzionamento».

    Ma cinque anni sono davvero tanti: fino a una trentina d’anni fa la durata degli oli era più o meno di un anno, oggi si arriva comunemente a tre. E solo di recente proprio Moebius ha sviluppato per Omega oli la cui durata arriva ai cinque anni – che hanno consentito al marchio di prolungare la garanzia fino, appunto, a cinque anni.

    E poi? Poi bisogna fare un intervento completo di manutenzione: smontare l’orologio pezzo per pezzo e mettere tutti i pezzi in un bagno ad ultrasuoni che ripulisce anche ogni traccia dei vecchi lubrificanti. Dopodiché si verifica lo stato di ogni pezzo, sostituendo eventualmente quelli malmessi, si rimonta l’orologio, si lubrifica e si procede ad una prima regolazione del movimento.

    Nel frattempo anche la cassa è stata smontata, pulita, sono stati eliminati i segni di vecchiaia (ovviamente nei limiti del possibile: niente botulino), sostituite le guarnizioni e verificata l’impermeabilità. Viene montato il movimento nella cassa e l’orologio, dopo una regolazione al cronocomparatore (un apparecchio elettronico in grado di fornire molte informazioni sulla corretta regolazione del movimento – in condizioni di laboratorio) viene montato su bracci mobili che simulano in maniera statisticamente credibile i movimenti del polso, per fare, nell’arco di qualche giorno, una regolazione più accurata in condizioni simili a quelle di un uso normale. Tanta roba, tanto lavoro e anche per questo un vero intervento di manutenzione difficilmente costa meno di qualche centinaio d’euro.

    E cosa succede al mio orologio se non cambio l’olio? Mi “grippa” il movimento? Beh, ne parliamo in una seconda parte, entrando più a fondo nel laboratorio alchemico della Moebius. E parleremo di aggrappanti, di luci rivelatrici e altre magie ancora. ”’”><\/script>‘

  • Nasce la spirale Nivachron. Addio al silicio?

    Nasce la spirale Nivachron. Addio al silicio?

    Il comunicato stampa è scarno e privo di foto, per cui la cosa sembra non aver entusiasmato nessuno. Ma stiamo parlando invece di una innovazione di enorme importanza, destinata a risolvere forse definitivamente uno dei problemi che affliggono gli orologi: la magnetizzazione. La soluzione viene da una particolare lega di titanio – Nivachron™ – sviluppata da Audemars Piguet e Swatch Group. Anzi: per la precisione da Nivarox che è l’azienda (appartenente a Swatch Group) demandata alla realizzazione di bilancieri, spirali e altre componenti minuscole, da realizzare con tolleranze bassissime, quasi da industria elettronica.

    Andiamo per ordine: la spirale – oggi realizzata in Nivachron™ – è una parte fondamentale dell’orologio. Riassumendo al massimo, la molla contenuta nel bariletto immagazzina energia dal sistema di ricarica e la cede, sotto forma di piccoli impulsi, al bilanciere, spingendolo a ruotare intorno al proprio asse di una semi oscillazione. La spirale è una molla a spirale, appunto, che fa rinculare il bilanciere riportandolo al punto di partenza, dal quale si sposterà per l’energia ricevuta dalla molla del bariletto, e così via. Tic e tac.

    Le due semi oscillazioni fanno muovere il bilanciere come fosse un pendolo e a sua volta fanno muovere l’ancora (c’è un nottolino sull’asse del bilanciere che ingaggia la forchetta dell’ancora) che trasmette il moto alla ruota di scappamento. Ancora e bilanciere (sistema di scappamento) trasformano le (altrimenti inutili) oscillazioni bidirezionali del bilanciere in (finalmente utili) impulsi unidirezionali trasmessi alle lancette o comunque distribuiti ai dispositivi dell’orologio. Dal momento che tutta questa parte, dal bariletto alla ruota di scappamento, è il motore di ogni orologio meccanico, la regolarità, la costanza di marcia è fondamentale per la precisione trasmessa alle lancette. Ed è quindi fondamentale che le oscillazioni del bilanciere siano identiche sia per la durata (isocrone) sia per l’ampiezza (amplitudine) per ragioni meccaniche. La spirale deve quindi rimandare indietro il bilanciere caricandosi nel tic e cedendo l’energia, nel tac, per farlo tornare indietro.

    La quantità di problemi da risolvere in questa parte dell’orologio è impressionante, ma il lavoro è sulla buona strada, quella che porta alla (impossibile per legge fisica) perfezione; peccato soltanto che per ogni problema risolto ne salti fuori un altro, che prima era in qualche modo coperto da imperfezioni più gravi. Uno di questi problemi, ben conosciuto da tempo, è la magnetizzazione della spirale: l’effetto della magnetizzazione è che quando le spire della molla si avvicinano (tic) tendono a farlo con maggior velocità e saranno invece più lente (tac) nell’allontanarsi.

    Si sono studiati materiali antimagnetici, ma il problema sembrava risolto solo con l’uso di spirali in silicio, realizzate con la stessa tecnica impiegata in elettronica. Ma a parte i costi, molto elevati, gli ingegneri orologiai non hanno mai amato davvero questa soluzione: loro creano orologi con destinazione eternità e del silicio non si conosce la durata né si sa come potrebbe essere prodotto in futuro, visto che l’industria elettronica comincia a considerarlo obsoleto e quindi potrebbe dismettere le macchine per costruirlo. E poi non si possono realizzare curve di compensazione, ma questo è un discorso fin troppo complicato, in questa sede. Meglio tornare al vecchio, caro metallo: questo è il punto.

    Da molti anni chiedo ai tecnici perché non impiegare il titanio, insensibile ai campi magnetici, alla corrosione, alle variazioni di temperatura (beh: quasi), persino autolubrificante… La risposta è che le proprietà meccaniche del titanio richiederebbero un impulso (tic) energeticamente esagerato, creando quindi problemi di autonomia. L’impressione, quindi, è che i tecnici di Audemars Piguet e di Nivarox abbiano messo a punto una lega “indebolita”, meno avida d’energia, e che siano anche riusciti a trovare il modo di produrre industrialmente (e quindi a prezzi accettabili) il Nivachron™, appunto. E l’impressione è che la prossima tappa sia produrre per il bariletto molle in una lega in qualche modo simile, visto che i campi magnetici fanno male anche alla molla. Un grande passo avanti, una grande innovazione, dal momento che molti dei problemi di precisione provengono da due cause principali: una insufficiente carica della molla e, appunto, dalla magnetizzazione permanente delle parti ferrose.

    A questo punto, però, la domanda, legittima, è: perché tante storie per il pericolo di magnetizzare parti dell’orologio? Prima questo pericolo non esisteva? E come la mettiamo con le casse ed i bracciali d’acciaio? In realtà il problema è ben conosciuto da sempre: per questo fino a relativamente poco tempo fa molti orologi avevano la cassa d’ottone cromato, molto meno costoso dell’acciaio inossidabile e anche (moderatamente) antimagnetico. E comunque gli altri problemi (dalla lubrificazione alle perturbazioni introdotte da variazioni di temperatura) erano tali da coprire, in un certo senso, quelli derivanti dai campi magnetici. Che oggi, oltretutto, sono molto più diffusi: dagli altoparlanti delle cuffie a quelli dei cellulari, alle chiusure di borse e custodie, il proliferare di motori elettrici malamente schermati sono tutti regali della tecnologia moderna.

    Volendo è possibile fare una prova, avvicinando un magnete ad un orologio meccanico: il rallentamento sarà piuttosto evidente e in certi casi si arriva all’arresto dell’orologio. Che poi magari riprenderà a funzionare, ma con problemi derivanti dalla magnetizzazione permanente di alcune componenti. Per rendersene conto non è necessario un costoso magnetometro: sarà sufficiente avvicinare all’orologio una qualunque bussola magnetica. Se l’ago si muoverà, puntando sull’orologio, allora la frittata è fatta, ma niente paura: si può comunque ottenere una discreta smagnetizzazione con un apparecchio da una ventina d’euro (si trovano facilmente su Amazon), anche se molti appassionati trovano che investire due o trecento euro per uno smagnetizzatore semi-professionale sia un buon investimento.