Giornale Degli Orologi

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  • Patek Philippe 5924G: il cronografo Calatrava per grandi viaggiatori

    Patek Philippe 5924G: il cronografo Calatrava per grandi viaggiatori

    Ci sono orologi che per tradizione, eleganza e quantità di complicazioni non risentono del tempo che passa. Patek Philippe, per esempio, ne ha diversi in collezione. La referenza di cui vi parlo in questo articolo, grazie alla maestria riposta nella realizzazione del calibro CH 28-520 C FUS a carica automatica, è tanto attuale oggi quanto lo sarà negli anni a venire. È il Patek Philippe 5924G Calatrava Pilot Travel Time Flyback Chronograph. Il nome, di per sé, ne anticipa il fascino: identifica l’orologio come Calatrava e lo colloca quindi in una delle collezioni storiche più apprezzate e riconosciute della Manifattura ginevrina. Ma svela anche di più: il termine Pilot lo riporta ai modelli del 2015 ispirati agli orologi per aviatori che la stessa Patek ha introdotto negli anni Trenta del secolo scorso. Gli ingredienti per fare del Patek Philippe 5924G un complicato senza tempo, quindi, ci sono tutti. Vediamo perché.

    Complicazioni ed estetica in stile Patek

    La Referenza 5924G, che a catalogo identifica il Calatrava Pilot Travel Time Flyback Chronograph – ed è declinata nelle due varianti “-010”, con quadrante blu-grigio soleil, e “-001”, con quadrante laccato verde kaki -, è la prima della collezione a integrare un cronografo. Non un cronografo qualsiasi, ma un cronografo flyback (o, come dicono i francesi, retour en vol). Che, nel caso dell’esemplare in questione, affianca il doppio fuso orario, l’indicazione giorno/notte per le ore di casa e locali, oltre al datario a lancetta a ore 6. Caratteristiche ricercate da chi, orologio al polso, si sposta continuamente da un lato all’altro del mondo.

    Noto subito, mettendo a confronto questo modello con quello del 2018 (Ref. 5524R-001), senza cronografo e con cassa in oro rosa, che la Manifattura ha sostituito i due pulsanti di sinistra deputati alla regolazione dell’ora locale con due correttori inseriti nella carrure che scompaiono alla vista. Una soluzione che preserva l’armonia estetica dell’orologio, vista la presenza dei due pulsanti a destra del cronografo flyback.

    Cos’è e a cosa serve il cronografo flyback

    Prima di spiegarvi in cosa consiste un cronografo flyback, riporto quanto Patek Philippe suggerisce nel manuale di istruzioni dell’orologio. E cioè che il cronografo può restare sempre in funzione senza inficiare sull’autonomia, che complessivamente si attesta fra 45 e 55 ore. A patto che l’orologio sia indossato regolarmente e caricato a fondo, mantenendo la molla nel suo range di funzionamento ottimale. Tenere il cronografo sempre attivo significa far sì che la lancetta centrale dei secondi cronografici funga da “normale” lancetta dei secondi. In questo modo Patek accontenta chiunque voglia vedere qualcosa muoversi ogni volta che punta gli occhi sul quadrante dell’orologio.

    Ma torniamo al cronografo flyback e vediamo cosa lo differenzia da un cronografo tradizionale. O, per meglio dire,” semplice”. In genere, il cronografo si attiva e si arresta con il pulsante a ore 2. Dopo che è stato fermato, il pulsante a ore 4 riporta a zero le lancette crono. Premere il pulsante di azzeramento senza che il cronometraggio sia stato arrestato può addirittura danneggiare il calibro. Tutto questo in un cronografo flyback non succede. Mentre il pulsante al 2 avvia e arresta il cronografo, quello al 4 azzera e fa ripartire istantaneamente il cronografo a ogni pressione. Il che permette di misurare intervalli di tempo in sequenza e senza sosta, agendo su un solo pulsante. Anche infinite volte, senza rischiare di danneggiare l’orologio.

    La funzione flyback affonda le origini nei primi decenni del secolo scorso, quando la navigazione aerea dipendeva esclusivamente da mappe cartacee, bussole e orologi da rilevamento. Questa complicazione permetteva gli aviatori di cronometrare singole tratte di volo o virate senza perdere quei secondi necessari ad arrestare e azzerare continuamente le misurazioni. Forse, oggi, un cronografo simile non serve a tutti, ma in termini di capacità realizzative si colloca nell’olimpo dell’alta orologeria.

    Come funziona la funzione Travel Time di Patek Philippe

    Introdotta proprio con la serie Pilot, la funzione Travel Time si traduce nella presenza di due distinte lancette delle ore. La prima, quella traforata, indica l’ora di casa, cioè del luogo di partenza, quello in cui si vive di solito, ed è intesa come punto di riferimento. La seconda lancetta, piena e rivestita di materiale luminescente (come quella dei minuti), indica invece l’ora locale, ossia l’ora del luogo in cui, per piacere o per lavoro, ci si trova. È evidente quanto la funzione Travel Time sia dedicata a chi viaggia.

    Non solo. È anche estremamente facile da regolare, in accordo con la filosofia della Maison che ha fatto della “semplicità d’uso” delle complicazioni un proprio mantra. Se ci si sposta verso ovest, rispetto alla propria residenza, occorre premere il correttore contrassegnato dal simbolo “-” (a ore 10) tante volte quante sono le ore di differenza fra i due fusi. Se si viaggia verso est, si deve agire sul correttore “+” (ore 8) per avanzare in senso orario del numero di ore necessarie. La lancetta delle ore locali è saltante, nel senso che scatta di un’ora esatta alla pressione del correttore. Quando si torna a casa, basta riportare la lancetta dell’ora locale sotto quella dell’ora di casa: la sovrapposizione è perfetta al punto di farla scomparire.

    Ma come sapere, quando si è in viaggio, se ci si riferisce a un orario prima o dopo mezzogiorno? Il dubbio dell’AM (ante meridiem) o PM (post meridiem) è importante soprattutto per stabilire che ore sono “a casa” (perché per l’ora locale basterebbe guardar fuori dalla finestra). Ma per amor di simmetria, Patek fornisce la risposta per entrambi i fusi orari. Sempre in modo semplice, affidata com’è alle due piccole finestrelle rotonde contrassegnate rispettivamente dalle scritte “local” e “home”. Il blu indica la notte, il bianco il dì.

    E la data?

    In un orologio pensato per garantire una perfetta collocazione temporale a ognuna delle nostre azioni, non poteva certo mancare il datario, sempre riferito all’ora locale. Patek Philippe, nella collezione Calatrava Pilot Travel Time, lo ha concepito a lancetta e lo ha collocato in un contatore a ore 12, con lo stesso diametro di quello dei minuti cronografici. Il numero 1 è di colore rosso. Non vi è una ragione particolare: semplicemente, gli orologiai di Patek hanno voluto far risaltare visivamente il primo giorno del mese.

    A parte questo, il datario non è in grado di correggersi autonomamente nel passare da un mese di 30 giorni a uno di 31, tantomeno nel passaggio da febbraio a marzo. Ricordiamoci che non siamo di fronte a un calendario annuale, né a un calendario perpetuo, che aggiungerebbero complicazioni alla complicazione. La correzione quindi deve essere effettuata manualmente, cinque volte l’anno, alla fine dei mesi con meno di 31 giorni, con una piccola pressione sul correttore invisibile posto sulla carrure tra le ore 12 e le ore 1. Importante: come in tutti gli orologi meccanici, la correzione non va fatta in corrispondenza del cambio effettivo di data, quindi tra le ore 22 e le 2 del mattino seguente.

    Il prezzo del Patek Philippe 5924G

    Sarà che quando scrivo di un orologio finisco per innamorarmene, sarà che alla Manifattura svizzera per eccellenza concediamo quasi tutto, ma gli 84.229 euro necessari per comprare il Patek Philippe 5924G Calatrava Pilot Travel Time Flyback Chronograph non mi sembrano poi così tanti, considerata “la sostanza” dell’orologio.

    Il prezzo è lo stesso per entrambe le versioni ed è almeno in parte giustificato dalla notevole quantità di oro utilizzata per costruirlo. Sono infatti realizzati in oro bianco la cassa da 42 mm di diametro per 13,05 mm di spessore, le lancette e gli indici delle ore, i pulsanti crono, la corona e la fibbia ad ardiglione. In più il prezioso metallo si ritrova anche nel rotore di carica, in oro giallo 21 carati (con tanto di Croce di Calatrava).

    Tutto il resto lo fanno le complicazioni a bordo. Il movimento CH 28-520 C FUS, rigorosamente ideato e costruito in-house, integra un cronografo flyback di ultima generazione. Lo si ritrova anche nel Nautilus Ref. 5990, ma non è il caso di parlarne qui. Lascio la descrizione dettagliata alle didascalie delle immagini nella galleria in alto.

    In sintesi

    CaratteristicheSpecifiche del Patek Philippe 5924G
    NomeCalatrava Pilot Travel Time Flyback Chronograph
    Referenza5924G-001 verde kaki / 5924G-010 blu-grigio
    CassaOro bianco, 42 mm di diametro x 13,05 mm di spessore
    CalibroCH 28-520 C FUS a carica automatica
    FunzioniOre, minuti, cronografo flyback, secondo fuso orario con doppia funzione giorno/notte, datario
    Autonomia55 ore
    Prezzo84.229 euro

  • Type XX Chronographe 2075: due flyback per i 250 anni di Breguet

    Type XX Chronographe 2075: due flyback per i 250 anni di Breguet

    Il 2025 è un anno di importanti novità per Breguet. È l’anno del 250° anniversario della Casa che – prima a Parigi con il Classique Souscription, poi a Shanghai con il Tradition Seconde Rétrograde 7035 – amplia il catalogo con modelli celebrativi, pensati per ripercorrere le principali tappe della propria storia. Il terzo lancio, quello di giugno, si è tenuto a New York e ha introdotto due varianti del nuovo Breguet Type XX Chronographe 2075 – quinta generazione dell’omonima linea nata nei primi anni ‘50. Entrambi cronografi con funzione flyback, si ispirano fortemente alla collezione del 2023, apportando novità inerenti i materiali impiegati, i calibri e i diametri della cassa. Le due nuove referenze si distinguono nei quadranti, nel contatore dei minuti cronografici posto a ore 3 e, anche se di poco, nel movimento meccanico a carica manuale.

    Breguet e il volo, un rapporto non soltanto commerciale

    Tutt’e due gli orologi sono di chiara ispirazione aeronautica. D’altronde, il legame dell’azienda svizzera con il volo aereo è noto – e non è solo di tipo commerciale. Come Abraham-Louis Breguet ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo delle lancette, suo nipote Louis Charles Breguet (1880/1955) lo ha fatto nel settore dell’aviazione. Ingegnere aeronautico, fondò nel 1911 la Breguet Aviation, azienda dalla quale uscirono biblani e monoplani d’avanguardia: uno dei quali era il Breguet 19, bombardiere da ricognizione utilizzato per voli a lunga distanza.

    Tant’è che due aviatori francesi – Dieudonné Costes e Maurice Bellonte – nel 1930 se ne servirono per attraversare l’Atlantico ed effettuare la tratta Parigi-New York senza scalo. Un’impresa in risposta alla traversata in solitario di Charles Lindbergh di tre anni prima sulla stessa rotta ma in direzione opposta. Tenetelo a mente perché ne riparleremo dopo.

    Per darvi un’idea della capacità produttiva di quell’azienda, sappiate che la Breguet Aviation costruì per l’aviazione francese, durante la Prima Guerra Mondiale, circa 55mila velivoli. E fu per la stessa aviazione che, nei primi anni ’50, Breguet propose i Type XX. I quali, attraverso quattro successive generazioni (gli anni di presentazione sono stati rispettivamente il 1971, il 1995 e il 2023) ci portano ai nostri giorni. E ai due esemplari oggetto di questo articolo, che adesso vi descrivo un po’ più nel dettaglio.

    L’estetica dei Type XX Chronographe 2075

    Il primo dei due nuovi orologi, la referenza 2075BH/99/398, ricorda assai da vicino il Type XX del 1955. Ha il quadrante nero in alluminio anodizzato, o meglio in Duralluminio, una lega di alluminio temprata. Segni particolari: il contatore dei 15 minuti cronografici al 3 più grande di quello dei secondi al 9 e la relativa lancetta a foglia. Personalmente trovo che il quadrante “big-eye” dei 15 minuti con la lancetta dalla forma differente rappresentino elementi estetici molto efficaci.

    Il secondo orologio, la referenza 2075BH/G9/398, è in edizione limitata a 250 esemplari (numerati sulla lunetta posteriore). Esibisce un quadrante in argento spazzolato, con contatori dei piccoli secondi e dei 30 minuti cronografici (anziché 15) simmetrici e di uguali dimensioni. A ore 6 si legge la scritta in corsivo retour en vol che ne sottolinea la funzione specifica, mentre la scala tachimetrica sul réhaut rimanda al calcolo della velocità.

    Tutt’e due gli esemplari vantano cassa, pulsanti, lancette e fibbia ad ardiglione in oro Breguet: una lega d’oro a 18 carati che la Casa de L’Abbaye ha sviluppato apposta per celebrare i 250 anni dalla fondazione. Oltre all’elemento chimico oro, presente per il 75%, l’oro Breguet contiene anche argento, rame e palladio. Ne deriva una lucentezza e una colorazione metallica unica.

    E tutt’e due hanno poi la cassa di 38,5 mm di diametro, a conferma della tendenza degli ultimi tempi a contenerne l’ampiezza. A giovare di questa caratteristica non saranno solo gli uomini dal polso sottile, ma anche quelle signore attratte dai cronografi in stile militare. La corona non è avvitata e questo spiega la limitata impermeabilità all’acqua: 5 bar per tutt’e due i modelli. Per approfondire gli aspetti estetici e costruttivi, vi suggerisco di leggere le didascalie a corredo della galleria di immagini soprastante.

    Il Breguet Type XX Chronographe 2075 e i calibri 7279 e 7278

    E siamo ai due calibri alloggiati all’interno della cassa, il cui spessore è in ambedue i casi di 13,2 mm. I movimenti derivano dal Breguet 728 del 2023 e differiscono fra loro di un solo componente. Il calibro 7279 dell’esemplare con quadrante nero conta 258 componenti, il calibro 7278 di quello con quadrante argento 257. Che evidentemente riguarda il diverso conteggio dei contatore dei minuti crono.

    Nell’aspetto sono pressoché identici: tutt’e due sfoggiano, attraverso il vetro zaffiro sul fondello, decorazioni e incisioni realizzate a mano nei laboratori della Manifattura. Si tratta, per essere precisi, del bombardiere da ricognizione Breguet 19 cui accennavo prima, del percorso di volo seguito nell’andare dall’Europa all’America, e di parte delle coste dei due continenti. In quanto ad artigianalità e capacità creative, Breguet ha ben poco da imparare.

    Come ho già fatto notare nell’introduzione, i due calibri sono a carica manuale: il che, secondo me, ne accresce il fascino. E tutt’e due dispongono della funzione flyback che per un orologio nato per gli aviatori è, anzi era più di mezzo secolo fa, una complicazione irrinunciabile. Basata su una ruota a colonne (visibile osservando il movimento lato fondello), la funzione flyback permette di azzerare il cronografo e farlo ripartire istantaneamente premendo il pulsante a ore 4.

    Una complicazione assai raffinata e di non facile realizzazione, ma di effettiva utilità. Permette, nel caso in cui debbano essere misurati intervalli di tempo parziali in serie, di non fermare, azzerare e far ripartire il cronografo per pressioni successive dei due pulsanti. Chiudo con un riferimento alla (alta) frequenza di funzionamento: 5 Hz, pari a 36.000 alternanze l’ora. Una soluzione tecnica che assicura un movimento estremamente fluido alle lancette dei secondi e una precisione cronografica superiore.

    Conclusioni e prezzi

    Non sappiamo cos’altro ci riserverà il 2025 di Breguet. Finora abbiamo assistito al lancio di modelli di pregio indiscutibile, in grado di coniugare storia, tradizione e capacità di rivisitare entrambe in chiave attuale. I due Breguet Type XX Chronographe 2075, grazie all’uso di materiali “nobili” (l’oro Breguet, l’alluminio e l’argento) e di calibri dotati della complicazione flyback, sono un’ulteriore conferma.

    I prezzi sono quindi allineati al blasone, alla qualità delle lavorazioni artigianali, al prestigio che la collezione Type XX mantiene invariato da 70 anni. Cioè 43.400 euro per il Type XX Chronographe 2075 con quadrante nero; 45.200 euro per il Type XX Chronographe 2075 con quadrante argento. Il lieve incremento di prezzo che si riscontra in quest’ultimo è ampiamente giustificato sia dal diverso materiale del quadrante sia dal valore collezionistico che l’orologio in tiratura limitata può assumere nel tempo.

  • Airain Type 20: torna il pilot dell’aviazione francese

    Airain Type 20: torna il pilot dell’aviazione francese

    Non solo Lebois. C’è un altro marchio, poco noto al pubblico italiano, che merita attenzione: Airain. Basta guardare l’Airain Type 20 per capirne il motivo. Fedele riedizione di un leggendario cronografo flyback degli anni Cinquanta, è un esemplare che mantiene tutto il fascino del vintage, ma è meglio dell’originale. Per materiali, meccanica, finiture – come vedremo fra poco. Prima però è opportuno fare una breve presentazione del Brand.

    Airain: cenni storici

    Oggi il termine airain è caduto in disuso. Ma nel francese antico significava bronzo, ottone o comunque una lega metallica a base di rame. E in senso lato stava anche a indicare tutto ciò che usciva dalle fucine – fossero armi, monete, statue, campane o, appunto, orologi.

    La scelta di attribuire questo nome al Marchio, fondato dalla famiglia Dodane nel 1934, potrebbe quindi essere una sorta di “dichiarazione di intenti”: un modo per sottolineare la vocazione tecnica dell’intera produzione, composta proprio da esemplari-strumento. Un’ipotesi, questa, che è solo mia e non si trova nella storia ufficiale di Airain. Ma mi sembra più che plausibile, vista la corrispondenza logica fra il nome del Brand e la destinazione d’uso degli orologi prodotti.

    Da notare che la famiglia Dodane appena citata è la stessa di Lebois. E in effetti fra le due marche sembra esserci un destino comune. Entrambe conobbero dapprima un certo successo e poi restarono a lungo silenti. Ed entrambe sono state riportate a nuova vita dal manager olandese Tom van Wijlick, che le riacquistò nel 2014 dallo stesso imprenditore francese.

    Come nel caso di Lebois, poi, Airain mantiene ben salde nel passato le radici per gli sviluppi futuri. E non solo riedita i modelli di culto di 60/70 anni fa, come appunto “l’aviatore” Type 20 o “il subacqueo” Sous-Marine, i cui originali ora sono oggetto del desiderio dei collezionisti. Ma li realizza con la formula del CoLab: si confronta cioè con la propria community di fan e appassionati per creare versioni che incontrano fin da subito i gusti del pubblico.

    Il passato dell’Airain Type 20

    Riguardo all’Airain Type 20, c’è da dire che è un “classico” degli anni Cinquanta, quando Airain era uno dei fornitori ufficiali – insieme a Breguet e a Dodane – dell’Armée Française. Come si legge sul magazine Horological Herald realizzato dalla Compagnie des Montres Lebois et Cie (Cdmlec), all’epoca, il Ministero della Difesa redasse un capitolato per l’acquisto di cronografi affidabili da fornire ai piloti.

    La caratteristica principale doveva essere la funzione flyback, estremamente utile in volo perché permetteva di iniziare un nuovo conteggio per il calcolo della rotta con un’unica pressione del pulsante. Altri requisiti erano poi il diametro di 38 mm e i 14 circa di spessore; il quadrante nero con indici e lancette luminescenti; il movimento meccanico a carica manuale, con almeno 35 ore di autonomia e uno scarto massimo di 8 secondi al giorno; pulsanti di stop e reset del cronografo garantiti per un uso di almeno 300 volte.

    La costruzione dell’Airain Type 20 rispettava perfettamente queste specifiche tecniche. In particolare, era animato da un Valjoux 222 e usava il radio per rendere visibili al buio indici e lancette. L’orologio fu adottato dai piloti dell’Esercito, in particolare dagli elicotteristi delle unità Alat (Aviation Légère de l’Armée de Terre). Rimase parte dell’equipaggiamento militare fino agli anni Novanta, poi cadde in disuso. E divenne un pezzo raro, ricercatissimo sul mercato antiquario.

    L’Airain Type 20 ai nostri giorni

    Nel 2020 l’Airain Type 20 riappare, nella riedizione contemporanea. Conserva ancora il design originario, con poche modifiche concesse al gusto attuale, e rispecchia le peculiarità costruttive d’antan. La cassa è solo leggermente più grande – ora raggiunge i 39,5 mm di diametro – ma mantiene la stessa estetica rétro. Quindi ha il vetro zaffiro bombato, i pulsanti a pompa, il quadrante nero bicompax con i numeri arabi luminescenti. Trovate tutti i dettagli nelle didascalie.

    Dal punto di vista meccanico, monta sempre un movimento a carica manuale con funzione flyback: all’inizio un La Joux-Perret, poi sostituito dal calibro AM2. Ovviamente di nuova concezione, è stato concepito e sviluppato appositamente insieme alla Manufacture AMT, il dipartimento interno a Sellita specializzato in movimenti d’alta gamma e personalizzazioni. Fornito di ruota a colonne per la gestione delle funzioni cronografiche, ha un’autonomia di 63 ore, a vantaggio sia della praticità d’uso sia della costanza di marcia.

    Un cronografo versatile

    Un’ulteriore particolarità del nuovo Airain Type 20 è che si presta a essere rielaborato in progetti speciali. Accanto alle referenze “di serie”, conosce quindi una serie di versioni messe a punto con specifiche collaborazioni. Come quella con Ace Jewelers, caratterizzata dal quadrante bianco. O la limited edition realizzata con seconde/seconde, che mira a “riportare l’Airain Type 20 al posto giusto e in Francia”, e perciò intitolata Up in the Air.

    Da citare anche l’Airain Type 20 Ehra 3, che trasferisce di nuovo il cronografo al polso dei piloti francesi di elicottero: perché è stato prodotto in partnership con l’Escadrille d’Hélicoptères de Reconnaissance et d’Attaque n°3, la Terza squadriglia di ricognizione e d’attacco dell’Aviazione militare francese, erede dell’Atlas. E merita almeno un cenno il Type 21, la variante aggiornata del Type 20 richiesta dal Ministero della Difesa francese nel 1956. Per vedere questi esemplari, date un’occhiata alla gallery in alto.

    Qui concludo con le immancabili informazioni sul prezzo. L’Airain Type 20 costa 3.250 euro, poco di più le edizioni speciali o le tirature limitate: 3.450 euro. Si può acquistare online, sulla piattaforma del Marchio, oppure fisicamente da Portanuova Gioielli di Bergamo, per ora l’unico rivenditore autorizzato. Confidiamo in una diffusione più ampia in un prossimo futuro.

  • Type XX Chronographe 2067, in volo con Breguet

    Type XX Chronographe 2067, in volo con Breguet

    Presentata al pubblico poco più di un anno fa, la nuova linea dei Breguet derivati dai modelli nati per il mondo dell’aviazione si amplia con il Type XX Chronographe 2067, mix di stile e azione. Già a prima vista il contrasto tra il blu vibrante del quadrante e l’oro rosa della cassa, che potrebbe sembrare un accostamento azzardato, si rivela essere una combinazione straordinaria. L’eleganza e il coraggio nelle scelte estetiche sono da sempre nel Dna della Maison – il cui fondatore, Abraham-Louis Breguet, aveva precorso di oltre un secolo con i propri quadranti essenziali l’Art Déco.

    Dietro a una sigla

    Se Abraham-Louis ha rivoluzionato l’universo dell’orologeria, i suoi discendenti hanno indissolubilmente legato il nome di Breguet al mondo dell’aviazione, in qualità di produttori di velivoli militari. Come abbiamo già ricordato in un precedente articolo, a partire dai primi anni ’50 l’aviazione francese decise di dotare i piloti di cronografi con caratteristiche di qualità, precisione, robustezza e semplicità di utilizzo.

    Fu Breguet ad aggiudicarsi l’appalto, creando una famiglia di cronografi, i Type 20, riservati ai militari. Ma nel contempo ottenne anche l’autorizzazione per produrre modelli analoghi destinati all’uso civile, designati con la sigla Type XX.
    Nell’arco di settant’anni, periodicamente, la Casa della Vallée de Joux ha rivisitato questi esemplari, dalla spiccata personalità. L’ultimo nato, nella quarta linea Type XX, adotta e coniuga oro e ceramica, pur restando fedele a quei tratti che la rendono inconfondibile.

    Il colore della notte

    Il Type XX Chronographe 2067 presenta per la prima volta, in questa famiglia di orologi, un quadrante blu soleil su cui sono collocati i contatori dei 15 minuti a ore 3, quello delle 12 ore a ore 6 e quello dei secondi continui, a ore 9, di diametro diverso – un classico dell’estetica della collezione Type XX. A tutt’e tre la decorazione azuré conferisce un senso di profondità. Tra ore 4 e ore 5, si colloca la finestrella per l’indicazione della data, che tanto ha fatto discutere gli appassionati. Cifre orarie e lancette in oro sono evidenziate da un trattamento luminescente di colore bianco, che ne esalta la leggibilità.

    Per racchiudere il quadrante, una lunetta in ceramica: altra grande première del Type XX Chronographe 2067. La lunetta a contrasto era stata adottata fin dagli anni ’70, con la seconda generazione dei Type XX. La novità è invece nell’adozione del materiale ceramico, di colore blu, su cui sono tracciati i numeri in oro. I diversi toni di blu di lunetta, quadrante e totalizzatori si fondono sapientemente, esaltati dalla luminosità della cassa.

    Type XX Chronographe 2067: la tradizione rinnovata

    Dopo i modelli Type XX e Type 20 in acciaio, della quarta generazione – disponibili anche nella versione con bracciale -, la scelta dell’oro rosa per il Type XX Chronographe 2067 potrebbe sembrare quasi una concessione edonistica, per un orologio dal carattere militare. Si tratta, invece, di una sapiente rivisitazione di un’idea presente fin dai primissimi modelli, anche se solo in forma embrionale.

    Nella collezione del Museo Breguet, infatti, si conserva uno dei soli tre esemplari di questa famiglia che negli anni ’50 furono dotati di cassa in oro. Due di essi erano dei Type 20 e uno un Type XX. Considerati sperimentali, non furono mai commercializzati.
    Sarà con la terza generazione che l’oro – nelle tre versioni bianco, giallo e rosa – verrà proposto per questi cronografi, insieme al platino. Dobbiamo però riconoscere che, in questo nuovo modello, l’abbinamento tra la cassa in oro rosa e l’effetto notte di quadrante e lunetta è assolutamente impareggiabile.

    Il Type XX Chronographe 2067 è consegnato con due cinturini che, grazie al sistema di intercambiabilità adottato, possono essere facilmente sostituiti senza richiedere attrezzatura. Per le occasioni più eleganti, un cinturino in alligatore blu notte; per le situazioni meno formali, un cinturino Nato dai profili bianchi, molto meno impegnativo. Per entrambi, chiusura logata in oro rosa, ad ardiglione.

    Raffinatezza meccanica

    Dopo le considerazioni di carattere estetico, passiamo all’analisi del movimento di questo crono. Breguet ha ideato, progettato e realizzato completamente al proprio interno il calibro 728, presentato sul mercato per la prima volta nel 2023 e adottato anche da questo modello.

    È un cronografo dalla costruzione integrata e con funzione flyback, a tre registri, innovativo sia per le soluzioni che garantiscono una maggior robustezza anche in condizioni di utilizzo intenso, in termini di sollecitazioni meccaniche, sia per aver semplificato la funzionalità del flyback. Che permette – credo sia opportuno ricordarlo – di azzerare il cronometraggio in corso e riavviare all’istante un’altra misurazione, così da monitorare uno o più eventi brevi in successione.

    La scelta di un bariletto importante e di una molla di carica ad alta densità energetica ha consentito di portare l’autonomia del Type XX Chronographe 2067 a 60 ore. Altre caratteristiche degne di nota: componenti in silicio, che rendono il movimento insensibile ai campi magnetici e agli sbalzi di temperatura; un bilanciere che lavora ad alta frequenza (36mila alternanze orarie); nonché la ruota a colonne, il dispositivo più raffinato per lo smistamento delle funzioni cronografiche.

    Impeccabili, come sempre quando parliamo di Breguet, le finiture. L’uso sapiente delle lavorazioni, l’anglage, il perlage, le lavorazioni soleil e a spirale sono immediatamente apprezzabili attraverso il fondello trasparente in vetro zaffiro. Risaltano all’interno del movimento sia la ruota a colonne dal colore nero creato dal trattamento superficiale, che migliora le caratteristiche di accoppiamento in termini di attrito, sia la massa oscillante, in oro brunito, la cui forma ricorda il profilo di un’ala. Un’altra citazione del mondo dell’aeronautica per cui queste serie sono nate.

    Il Type XX Chronographe 2067 in sintesi

    Un concentrato di eleganza, savoir-faire, meccanica di alta classe e personalità. Il Type XX Chronographe 2067 in oro rosa non passa certo inosservato, pur rimanendo fedele a una sobrietà che da sempre contraddistingue Breguet e chi sceglie le sue creazioni. Vale a dire un pubblico di grande cultura orologiera e altospendente, come conferma anche il prezzo di questo esemplare: 41.700 euro.

  • Longines Pilot Majetek Pioneer Edition, dall’acciaio al titanio

    Longines Pilot Majetek Pioneer Edition, dall’acciaio al titanio

    Ci sono oggetti che regalano emozioni. Altri, come gli orologi, che alle emozioni aggiungono storie. Storie talvolta importanti, che tutti dovremmo conoscere e che, in casi come questo, affondano le proprie radici agli inizi del secolo scorso. La storia che Longines riporta ai giorni nostri, con una nuova versione di uno dei suoi orologi da pilota più iconici, il Longines Pilot Majetek Pioneer Edition, è strettamente legata a quella dell’aviazione civile e militare.

    Indossare infatti la nuova referenza Longines (L2.838.1.53.2), che amplia la collezione dei Longines Pilot Majetek dello scorso anno con una variante in titanio grado 5, significa riflettere sull’importanza che le tecniche di misurazione del tempo hanno avuto nella evoluzione della nostra società.

    Non so voi, ma io, ogni volta che mi trovo di fronte a un orologio militare con origini nel passato, provo una curiosità indomabile. Longines, la cui fondazione risale al lontano 1832, ha infatti legato – negli anni ’20 del secolo scorso – i suoi primi orologi da polso proprio alle più importanti imprese ed esplorazioni dei cieli. Come quella (rinomata) dell’aviatore statunitense Charles Augustus Lindbergh che nel 1927 attraversò in solitaria l’Oceano Atlantico, volando da New York a Parigi, senza effettuare alcuno scalo, in “appena” 33 ore e 32 minuti. Lindbergh portò a compimento l’impresa con al polso un orologio progettato proprio da Longines, il famoso e complesso “Hour Angle” (in italiano “Angolo Orario”).

    Dall’aviazione cecoslovacca ai nostri giorni

    Ancora pochi anni e sarebbe nato il Longines Pilot Majetek, predecessore dell’orologio di cui vi sto parlando in questo articolo, il Longines Pilot Majetek Pioneer Edition per l’appunto. Fu progettato nel 1935 per i piloti dell’aviazione cecoslovacca. Oggi, di sicuro, le forze armate ceche non rappresentano nell’immaginario collettivo un simbolo indiscusso di potenza militare. Ma, in quegli anni, erano fra le meglio equipaggiate, sia in termini di armi, sia di tecnologia.

    Il nome “Majetek” traeva infatti origine dall’espressione in lingua incisa sul fondello: Majetek Vojenské Správy, ossia “di Proprietà dell’Esercito Cecoslovacco”. Era la referenza 3582, il cui design la casa di Saint-Imier registrò, nello stesso anno, presso l’International Bureaux for the Protection of Intellectual Property di Berna.

    Starting Time Indicator, prerogativa del Longines Pilot Majetek

    Esteticamente quel Longines Pilot Majetek non era molto diverso da quello attuale. Aveva infatti la stessa cassa a cuscino (coussin), ma un diametro inferiore: 40 mm di allora contro i 43 mm attuali. Le lancette differivano per forma: squelettes nel 1935, a bastone oggi.

    Presente anche il contatore dei piccoli secondi a ore 6 e l’indice a freccia con punta rovesciata in abbinamento alla lunetta zigrinata girevole in entrambe le direzioni. Un modo immediato per fissare, anche con i guanti da aviatore, un punto temporale di partenza (Starting Time Indicator). Nel Longines Pilot Majetek del 1935 il triangolo rovesciato ruotava insieme al vetro. Oggi il vetro resta invece fisso, contribuendo all’impermeabilità dell’orologio che si attesta sui 10 bar.

    Materiali e movimenti, sì, quelli erano diversi. Il radio come riempimento luminescente delle lancette, della punta di freccia e dei numeri arabi nel 1935; il Super-LumiNova grigio ma con emissione di luce blu oggi. Un vetro definito “infrangibile” nel 1935; una più robusta e performante lamina in zaffiro sintetico con trattamento interno ed esterno antiriflesso oggi.

    Una rivisitazione moderna e in edizione limitata

    Spiegata la discendenza del Longines Pilot Majetek Pioneer Edition, conviene fare una sintesi delle sue specifiche tecniche. A iniziare dal calibro L893.6 realizzato su base Eta A31.501, che la Casa della clessidra alata incassa anche in altre referenze. Un calibro a carica automatica, montato su 26 rubini, il cui bilanciere (con spirale in silicio anti-magnetica) oscilla alla frequenza di 25.200 alternanze orarie (3,5 Hz) e la cui autonomia tocca le 72 ore (3 giorni).

    In più, è certificato Cosc (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres) come l’incisione “Chronometer Officially Certified” sul fondello ricorda non appena si ruota l’orologio per osservarlo sul retro. Sempre dal fondello si apprende un’altra importantissima informazione. Il Longines Pilot Majestic Pioneer Edition è un’edizione limitata a 1.935 esemplari. Non si tratta di appena 100 o 200 esemplari, ma – vista l’importanza storica dell’orologio – la produzione limitata ne accresce senza dubbio il valore collezionistico. Ciò giustifica anche il prezzo di 5.400 euro.

    Un Longines Pilot Majetek in titanio

    Come dicevo, il nuovo Longines Pilot Majetek Pioneer Edition si distingue dalle referenze introdotte lo scorso anno (ne abbiamo parlato qui in modo diffuso) per la cassa, la corona a vite e la fibbia con chiusura ad ardiglione in titanio grado 5. Trattasi di una lega più raffinata e dalle caratteristiche fisiche ben superiori a quelle dell’acciaio inossidabile. Contiene, oltre al titanio, il 6% di alluminio, il 4% di vanadio e piccole parti di ferro e ossigeno. Una combinazione di elementi chimici che dà vita a un materiale leggero, resistente dal punto di vista meccanico (alla trazione in particolare), termico e alla corrosione (pensate all’acqua di mare).

    Per intenderci, le sue proprietà sono talmente nobili da farne la lega metallica di elezione nel settore aeronautico, biomedico e automobilistico di alto livello. Per capirci meglio, una cassa in titanio grado 5, a parità di forma e grandezza, pesa quasi la metà di una forgiata in acciaio 316L, ma vanta una resistenza alla trazione quasi doppia. 1.000 MPa del titanio contro i 570 MPa dell’acciaio. Il simbolo MPa indica il megapascal, ossia la forza per unità di superficie necessaria per deformare o strappare un materiale. Va da sé che ogni lega metallica tende a graffiarsi se trattata senza la giusta cautela, e il titanio non fa eccezione. Per cui, se tenete all’estetica del vostro orologio, usate la giusta accortezza affinché resti impeccabile nel tempo.

  • Nuovo Breitling Avenger, eccellenza in quantità

    Nuovo Breitling Avenger, eccellenza in quantità

    Probabilmente il nuovo Breitling Avenger sarebbe piaciuto al filosofo francese Joseph Joubert, che visse tra il ‘700 e l’800. Costui sosteneva che «non è l’abbondanza, ma l’eccellenza a essere ricchezza». Il lancio del nuovo orologio sfornato dal marchio guidato da Georges Kern dimostra infatti questo. Che in quanto a referenze e a collezioni legate all’aviazione, Breitling non ha eguali – ma in tutte riesce a mettere quel quid di eccellenza che rende la propria offerta ricca e variegata.

    Dal suo arrivo al timone del Brand, Kern ha infatti messo mano a tutte le collezioni con un forte legame con l’aeronautica, dalla Navitimer all’Aviator 8, passando per il Chronomat e dando una rinfrescata, nel 2019, anche al Breitling Avenger. Rivolta a veri piloti, questa collezione tecnica e spregiudicata era stata presentata da un team che includeva l’astronauta Scott Kelly.

    Ora, anno di grazia 2023, la linea subisce un ulteriore rinnovamento che ne affina le linee e le dimensioni, mantenendone però i tratti che ne hanno fatto la storia. Una storia non lunghissima, a dire la verità, rispetto a quella di altre collezioni.

    Breve ma intensa

    In Breitling Avenger fu lanciato nel 2001. Tra i primi di esemplari di questa serie vale la pena ricordare il Chrono Avenger in titanio, realizzato tra il 2001 e il 2007. Un modello che impiegava il movimento Breitling 13 o Valjoux 7750 e aveva una cassa impermeabile fino 30 bar. Nel 2002 è stato lanciato il Chrono Avenger M1, che, era mosso da un calibro Breitling 73 Superquartz e aveva una resistenza all’acqua di 100 bar.

    Un altro dei primi modelli degni di nota del Breitling Avenger è stato poi l’Avenger Seawolf, realizzato tra il 2003 e il 2008. Era disponibile in diverse varianti di quadrante e montava l’ETA 2824, sebbene altre versioni dei primi Avenger utilizzassero l’ETA 2893 con classificazione più elevata. Insieme a questi modelli, la linea Avenger comprendeva anche l’Avenger II, il Super Avenger II, l’Avenger Blackbird, l’Avenger GMT e molti altri.

    Il Breitling Avenger è quindi nato come un moderno orologio da pilota, ispirato alle prestazioni dal Dna del Marchio. I professionisti cui è dedicato – dai piloti pionieristici ai leader dell’aviazione commerciale, fino agli influencer – apprezzano orologi nuovi che rispettano ancora i codici di design del Brand.

    Breitling Avenger: la famiglia si allarga

    Come detto, quindi, Georges Kern si è divertito a fare rimettere mano nuovamente alla collezione Avenger. E, come sempre accade quando ci mette lo zampino, ha fatto le cose in grande, sia in termini di eccellenza, sia di abbondanza, per tornare alle parole di Joubert. Soprattutto di abbondanza, mi viene da dire, considerando che la nuova collezione conta la bellezza di 21 referenze.

    Per razionalizzare, il nuovo Breitling Avenger si declina in un cronografo da 44 mm, un GMT automatico sempre da 44 mm e un automatico solo tempo da 42 mm. Come si può vedere, non proprio misure da pilot’s watch ma in linea con la tendenza a ingentilire casse e proporzioni che diversi brand hanno ormai intrapreso con decisione.

    Il tratto comune alle varie referenze, tipico della collezione, è costituito dai cosiddetti “cavalieri”, ossia gli indicatori dello 0, 15, 30 e 45 posti in rilievo sulla lunetta. Ovviamente, nelle referenze GMT essi indicano il 6, 12, 18 e 24. Oltre ai cavalieri, l’altra analogia evidente si trova sul quadrante: le lancette e gli indici, entrambi a bastone, ben farciti di Super-LumiNova.

    Breitling Avenger Chronograph 44

    Le differenze sono invece, come prevedibile, a livello di tipologia di orologio. Parto dal cronografo, il modello il cui spirito è molto più legato all’aeronautica rispetto agli altri, a mio parere anche più del GMT. Un cronografo che, nella migliore tradizione di Breitling, fa della leggibilità il suo punto di forza. 

    Al di là degli indici a bastone e dei cavalieri di cui ho scritto sopra, ciò che la favorisce sono i contatori cronografici neri a contrasto nelle versioni con quadrante blu, verde o sabbia. Molto sportivo, in queste versioni, il giro della minuteria, sempre nero, nel réhaut interno. La finitura concentrica dei contatori spicca su quella opaca del quadrante.

    Mi convince meno la referenza con quadrante nero tono su tono rispetto ai contatori. Nonostante il bel lavoro fatto sugli indici dei contatori stessi, qui la leggibilità è un po’ sacrificata all’eleganza del pezzo. Diciamo che è un cronografo per aviatori stilosi.

    Tutt’e quattro le versioni di quadrante sono disponibili sia con cinturino in pelle, in tinta con il quadrante, sia con bracciale in acciaio a tre file. La fibbia è pieghevole sul bracciale e ad ardiglione sul cinturino.

    Missione notturna

    Del Breitling Avenger in versione cronografo esiste anche la referenza più “aggressiva”, chiamata Night Mission. È caratterizzata dalla cassa e dalla lunetta in ceramica nera antigraffio (quella dell’Avenger Chronograph “liscio” è in acciaio), mentre il fondello, la corona, i pulsanti e la fibbia sono in titanio. Una combo (come dicono i più giovani) all’insegna della leggerezza.

    È disponibile in due versioni di quadrante: nero, realizzato in fibra di carbonio, e giallo, una livrea che ricorda tanto quella del vecchio Chronomat Frecce Tricolori. I contatori sono neri e anche qui si “impastano” un pochino nella versione con il quadrante tono su tono. In questo caso nessun bracciale, solo cinturino. Tutte le versioni cronografo del nuovo Breitling Avenger sono mosse dal calibro di manifattura Breitling 01, per il quale vi rimando alle didascalie.

    Breitling Avenger Automatic GMT 44

    Lasciati alle spalle i cronografi, eccomi al GMT. La misura della cassa un acciaio è, come ho scritto all’inizio, la medesima di quella del crono, 44 mm. Il quadrante è pulito ed essenziale, blu o nero. Molto utile e a mio parere non ridondante il réhaut inclinato con gli indici GMT delle 24 ore, che rafforza la leggibilità data dai medesimi indici incisi sulla lunetta.

    La lancetta che indica le 24 ore spicca molto bene nel complesso del quadrante. Il merito è soprattutto della grande punta triangolare rossa ricca di Super-LumiNova, le cui forme e colori ritornano nei triangoli sul réhaut al 15, 30 e 45. Il medesimo dettaglio si trova anche nel cronografo e nel solo tempo, ma qui il gioco di rimandi con la lancetta del GMT lo valorizza di più.

    Riguardo alla meccanica, Breitling si affida al Calibro 32. Si tratta di un movimento onesto e collaudato, sviluppato dal Marchio su base ETA 2893-2, quindi con funzione di data e GMT. Lavora a 28.800 alternanze/ora e ha un’autonomia di circa 42 ore.

    Anche per il Breitling Avenger Automatic GMT 44 è disponibile la doppia opzione di cinturino in pelle (in tinta con il quadrante) o bracciale a tre file in acciaio. Il fatto che esistano solo le versioni blu e nera, restringe il numero di referenze a 4, contro le 11 del cronografo.

    E da ultimo, il solo tempo

    Ho lasciato per ultimo il solo tempo in acciaio da 42 mm perché, onestamente, mi sembra il più anonimo della collezione. Nel senso che solo il design tipico dell’Avenger lo distingue da innumerevoli altri orologi a tre lancette con datario presenti sul mercato, anche con la stessa dimensione di cassa. Parere assolutamente personale e non richiesto.

    A fianco dei quadranti blu e nero, già presenti nel GMT, rientra il verde, in una tonalità più accesa e squillante rispetto a quella del cronografo. Anche qui il cinturino in pelle in tinta può essere scelto in alternativa al bracciale in acciaio. Per il movimento, come nel caso del GMT, Breitling va sul sicuro con il Calibro 17, un tre lancette con datario su base ETA 2824-2 da 28.800 alternanze/ora e 38 ore di autonomia.

    Anziché annoiarvi con considerazioni personali che, in quanto tali, possono o meno essere condivise, chiudo affidandomi alle parole di Georges Kern: ««L’Avenger è stato creato per stare al passo con le implacabili condizioni di una cabina di pilotaggio e per supportare i piloti nelle manovre aeree più impegnative. Il suo nuovo design non poteva essere da meno. Questa collezione abbina tutta la performance a un sofisticato e moderno stile aeronautico».

    Al di là del tono studiatamente solenne, in queste parole c’è un fondo di verità. Il Breitling Avenger è poco più che maggiorenne ma si è costruito un’identità riconoscibile, operazione non facile quando in famiglia hai un mostro sacro come il Navitimer. Bene ha fatto dunque il Marchio a rinfrescarlo a pochi anni dell’ultimo rilancio: il modo migliore per mantenere accesa sia la passione di chi ama i pilot’s watch, sia l’appeal della collezione.

  • Pilot Majetek, l’eroe dei cieli di Longines

    Pilot Majetek, l’eroe dei cieli di Longines

    Se di mestiere disegnassi orologi, probabilmente per me sarebbe una pacchia lavorare per Longines. L’epopea del Marchio è fatta di pezzi memorabili: basta scartabellare nei suoi archivi sterminati per trovare, anche con poca fatica, modelli cui ispirarsi e ai quali dare una nuova vita. Come nel caso del Pilot Majetek, un orologio da aviatore che ha una storia molto interessante e che Longines ha appena fatto atterrare nel Terzo millennio.

    Longines Pilot Majetek: le origini

    Dal 1935 al 1948 Longines produsse per i piloti cechi questo modello, sul cui fondello era incisa la scritta “Majetek Vojenské Spravy”, ossia “Proprietà dell’Esercito Cecoslovacco”. Da qui il nome con cui è diventato celebre e con cui scrisse alcune pagine eroiche durante gli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale.

    Dopo l’occupazione tedesca nel 1938, molti piloti cechi fuggirono in Francia e da lì in Inghilterra, dove circa 90 di loro si unirono alla Royal Air Force. Ancora equipaggiati con i loro Longines, aiutarono la Gran Bretagna a combattere contro la Germania nazista ed ebbero un ruolo importante durante la Battaglia d’Inghilterra. Furono 29 gli aviatori cechi a diventare Flying Aces ufficiali – e uno di loro, Josef Frantisek, abbatté da solo 17 aerei tedeschi nel settembre 1940.

    Il Longines Pilot Majetek che lui, come i suoi commilitoni, portava al polso era dotato di una lunetta zigrinata girevole per indicare il tempo trascorso. Il quadrante nero con i numeri arabi, l’indicatore a forma di triangolo e le lancette a cattedrale ricoperti di radio erano facilmente leggibili al buio.

    Longines produsse questo modello con tre diversi movimenti (calibro 15.94, 15.26 o 15.68Z), sia per l’aviazione cecoslovacca sia per il mercato civile. Il calibro dell’orologio era alloggiato in una cassa a cuscino, in acciaio, da 40 mm, antimagnetica e resistente agli urti. Il quadrante era sormontato da un vetro infrangibile. Questo particolare design fu registrato il 1° aprile 1935 all’Ufficio Internazionale della Proprietà Industriale di Berna.

    Un secolo in volo

    Il cosiddetto Majetek è un esempio della storia che lega Longines al mondo dell’aviazione. Da Amelia Earhart a Elinor Smith, da Charles Lindbergh a Howard Hughes, sono innumerevoli i pionieri del volo che hanno legato il proprio nome a quello della Casa della Clessidra alata. Collaborazioni che hanno consentito al Marchio di Saint Imier di sviluppare competenze specifiche che, dopo 100 anni, mettono Longines ancora tra gli specialisti degli orologi da pilota.

    Proprio queste competenze hanno portato, per esempio, alla realizzazione nel 1925 del primo orologio da polso capace di indicare due fusi orari, lo Zulu Time, progenitore del modello presentato lo scorso anno. Una complicazione utile per i primi aviatori, che sarebbe poi diventata protagonista nelle collezioni di numerosi marchi.

    Pilota nell’anima

    Eccoci allora alla versione moderna del Pilot Majetek, che Longines ha appena paracadutato a noi direttamente dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Anche se, a dirla tutta, a Baselworld 2014 il Marchio aveva portato il modello Heritage 1935 che già era ispirato al Majetek, con alcune differenze importanti sia rispetto all’originale, sia al modello presentato ora. Di cui, immagino, vorrete sapere di più, quindi arrivo finalmente al sodo.

    L’aspetto dell’orologio è caratterizzato, come quello dei pilot storici, principalmente da un particolare: la ghiera fortemente zigrinata, adatta a essere maneggiata con i guanti da aviatore. È bidirezionale e abbinata a un triangolo di riferimento interno mobile luminescente, il cosiddetto Starting time indicator. Ruotando la lunetta, può essere posizionato sull’ora dalla quale si desidera far partire la misurazione della durata di un evento, tipicamente un decollo.

    Il triangolo si trova al di sopra del quadrante e sotto al vetro zaffiro, trattato antiriflesso all’interno e all’esterno, dal quale è indipendente. Nel modello del 1935, la lunetta e il vetro con lo Starting time indicator ruotavano insieme – mentre oggi il vetro è fisso, a beneficio dell’impermeabilità della cassa che arriva a 10 bar.

    Una cassa importante

    Già, la cassa… Sono 43 mm di solido acciaio, la cui forma coussin richiama quella dell’originale del secolo scorso, con l’aggiunta delle spallette proteggi-corona: una concessione al gusto moderno che bilancia l’estetica dell’orologio. Lo spessore è importante, 13,30 mm, e le anse molto corte provano a dare una migliore vestibilità a un esemplare che al polso si vede e si sente.

    È vero che gli orologi da aviatore hanno storicamente diametri importanti per favorire la leggibilità del quadrante, ma personalmente mi lascia un po’ perplesso il passaggio ai 43 mm. Il modello che ha ispirato il Longines Pilot Majetek misurava 40 mm (già l’Heritage 1935 di Baselworld 2014 era salito a 42) ed era un campione di pulizia e chiarezza. Ma immagino che la scelta sia dettata dalla volontà di inserire l’orologio nel perimetro estetico dei pilot contemporanei…

    Del resto le dimensioni del movimento non rinfluiscono minimamente su questa scelta. Nel Majetek c’è infatti il calibro L893.6, con certificazione di cronometro da parte del Cosc. Un movimento di derivazione Eta A31.L91 – al pari dell’L893.5 montato, per esempio, nell’Heritage Classic che però ha una cassa da 38,5 mm. D’accordo, quello è un dress watch, questo un tool watch (perdonatemi l’eccesso di anglicismi) e come tali chiamano misure differenti. Ma a mio parere, per quello che vale, i designer di Longines avrebbero potuto fare un lavoro altrettanto egregio con qualche millimetro in meno.

    Pilot Majetek: chiaro, essenziale, Longines

    Detto questo, la bontà complessiva del risultato non è in discussione. Lo si vede, per esempio, dal quadrante, di una sobrietà francescana. Nero opaco, accentua la visibilità dei numeri arabi bianchi, incisi e trattati con Super-LumiNova dalla tonalità old radium, effetto vintage. Le ore sono evidenziate dalla minuteria a chemin-de-fer che si ritrova nel contatore dei piccoli secondi a ore 6, posto a un livello leggermente inferiore rispetto a quello del quadrante.

    Per le lancette di ore e minuti, i designer di Longines si sono staccati dall’originale scegliendo la forma a bastone: erano a cattedrale sia nel pezzo degli anni ’30, sia nell’Heritage 1935 del 2014. Altra differenza è il font del logo, a ore 12. Nel nuovo Pilot Majetek è d’epoca ma in stampatello, mentre l’avo lo aveva in corsivo, con l’ulteriore scritta Anti-Magnetique sopra la secondina a ore 6.

    Niente datario, fortunatamente, a conservare l’allure dei primi modelli. Nell’edizione di Baselworld 2014 era invece presente a ore 6 e spezzava il contatore dei piccoli secondi in maniera piuttosto violenta e antiestetica.

    Tre cinturini, un solo prezzo

    Il Pilot Majetek è disponibile con tre diversi cinturini: pelle marrone o pelle verde, con impunture di fermo beige; oppure Nato, in tessuto color khaki, prodotto a partire da materiali riciclati. Le tre referenze costano tutte 4.000 euro. C’è poi un cofanetto speciale, con doppio cinturino, in pelle e Nato, che ha un prezzo suggerito al pubblico di 4.150 euro.

    Cifre tutto sommato competitive per un oggetto indubbiamente fuori dal coro, la cui estetica contribuisce a perpetuare il nomignolo con il quale divenne famoso il suo predecessore: big turtle, ossia tartarugona. Animale saggio, così come saggia si è dimostrata Longines nel produrre questa riedizione, perché la voglia di heritage non muore mai, specialmente se un orologio ha una storia da raccontare. E questo ce l’ha, eccome.

  • L’orologio di “Top Gun: Maverick”. Porsche Design torna a volare

    L’orologio di “Top Gun: Maverick”. Porsche Design torna a volare

    Immarcescibile Tom Cruise. A 36 anni di distanza dall’uscita di Top Gun, torna sul grande schermo con il sequel, Top Gun: Maverick, distribuito proprio da oggi nelle sale italiane. E insieme a lui, ora come allora al suo polso, ritorna anche l’orologio di Top Gun, un cronografo all black di Porsche Design. Presente praticamente in tutte le scene o quasi, accessorio inseparabile del leggendario pilota della US Navy Pete “Maverick” Mitchell. Non più semplice tenente dell’aviazione navale degli Stati Uniti, ora promosso a capitano di vascello (grado equivalente più o meno a colonnello). Forse più umano e romantico, ma spericolato e ribelle tanto quanto prima.

    Davvero l’orologio di Top Gun è sempre lo stesso?

    Diciamo subito che qui in redazione ci siamo stupiti non poco nel leggere che il protagonista avrebbe indossato lo stesso-identico orologio, tanto più che il Porsche Design by Orfina 7176s apparso nel primo Top Gun è fuori produzione ormai da parecchio tempo. Possibile che nessuno dei marchi con il catalogo ricco di modelli da aviatore – e ce ne sono tanti – si sia fatto avanti per realizzare un’operazione di product placement ben riuscita? E sì che il film promette di fare scalpore fin dal 2020, quando ne è stata annunciata l’uscita, poi posticipata per ovvie ragioni di pandemia. E a Cannes, la scorsa settimana, abbiamo visto tutti cosa è successo, con tanto di Palma d’oro “onoraria” a sorpresa…

    A metterci un carico da undici, poi, c’è Lady Gaga. Che firma il tema ufficiale della colonna sonora, quel singolo Hold my hand che è stato fin da subito un successo annunciato. Un brano così potente non solo da sostenere il confronto con il mitico Take my breath away dei Berlin; ma anche, a detta della critica, da far volare la star dritta verso l’Oscar. Oltretutto nel videoclip della canzone, interpretato e prodotto dalla stessa Lady Gaga, l’orologio si vede benissimo. In almeno un paio di inquadrature.

    Non per fare a tutti i costi il San Tommaso della situazione, e nemmeno per mancanza di fiducia nei confronti di quanto scritto da altri. Ma siamo andati a guardare con attenzione le sequenze dei trailer e abbiamo visto che sì l’orologio di Top Gun è un Porsche Design, ma non è detto che sia proprio lo stesso Orfina 7176s. Prima di tutto perché l’esemplare del primo film aveva un trattamento di superficie tutt’altro che uniforme: in molti punti del bracciale era rovinato, consumato, quasi smangiato. Mentre quello del nuovo film è in condizioni perfette, di un nero assoluto. Ed è strano che un pezzo vintage sia ancora così ben conservato, del tutto privo di graffi. Che sia stato “rigenerato” dalla Schifferle & Schifferle Gmbh, la società legata a Orfina che si occupa di restauro? Tutto è possibile, ma ne dubitiamo fermamente.

    Da Porsche Design… a Porsche Design

    Escluso che sia proprio lo stesso esemplare, è lecito chiedersi se sia comunque lo stesso modello. Quel che è certo che l’orologio di Top Gun del 1986 – il Porsche Design by Orfina 7176s – era un cronografo in acciaio Pvd nero alimentato da un Eta Valjoux 7750. Probabilmente il movimento automatico più famoso (e diffuso) di sempre, nel suo allestimento migliore – con funzione day-date. E non un Lemania 5100, come scritto altrove. I due calibri si distinguevano per l’indicazione nel contatore crono al 12: scandita nel primo con la successione numerica 10/20/30, che invece diventa 6/12/18/24 nel secondo. E le riprese del film dell’epoca sono inequivocabili.

    Il Porsche Design che si intravvede nel nuovo Top Gun: Maverick è sempre un cronografo tricompax dal look completamente nero, con indicazione del giorno e della data circondata dal logo e dal marchio. Ma solo un’analisi attenta dei frame del film permetterà di capire esattamente di cosa si tratta.

    Per gli appassionati del genere, comunque, ricordiamo che proprio all’inizio di quest’anno Porsche Design ha rieditato il Chronograph 1 creato da Ferdinand Alexander Porsche nel 1972, in una serie limitata di 500 esemplari. Non più realizzato in acciaio come l’originale d’antan, ma in un leggerissimo titanio: un materiale derivato dall’automotive, che proprio “Butzi” introdusse per primo in orologeria. Un orologio con cassa e bracciale anneriti da un più resistente rivestimento in carburo di titanio e animato da un movimento automatico di manifattura, il calibro WERK 01.140 certificato Cosc.

    In conclusione

    Ci resta un’ultima cosa da aggiungere. Assodato che si tratta appunto di un cronografo Porsche Design, è strano che il brand austriaco non abbia dato alcuna comunicazione al riguardo. Anzi, che abbia proprio passato la cosa sotto silenzio. Una spiegazione possibile è che la scelta del nuovo orologio di Top Gun derivi direttamente dalla produzione. Del resto l’intera trama è costruita sulla continuità ideale e visiva con il primo film. E quindi anche i costumisti devono aver lavorato con questo senso di coerenza col passato che arriva fin nei minimi dettagli. Come l’orologio al polso del protagonista, appunto: un dettaglio non da poco.

  • Khaki Pilot Pioneer. Rivive la passione per il volo di Hamilton

    Khaki Pilot Pioneer. Rivive la passione per il volo di Hamilton

    Lo stile neo-vintage colpisce ancora. Questa volta arriva dritto al cuore di Hamilton, che guarda indietro alla propria storia e fa rivivere un orologio creato per la Raf negli anni Settanta. Ecco quindi il nuovo Khaki Pilot Pioneer Mechanical Chronograph, lanciato proprio ieri sul mercato e in arrivo nei prossimi giorni nei negozi (e online) a 1.995 euro. Sviluppato all’interno della collezione Khaki Aviation, è il classico cronografo utilizzato dall’aeronautica militare del passato nei Paesi anglosassoni.

    Un po’ di storia

    Del resto, il marchio fondato a Lancaster (Pennsylvania), nel 1892, ha sempre avuto un rapporto stretto con le truppe di terra, di mare e di cielo. Fin dalla Prima Guerra Mondiale, infatti, ha fatto da fornitore ufficiale dell’Esercito degli Stati Uniti d’America. Si dice che il Generale Pershing sia riuscito a organizzare la logistica dei contingenti militari grazie appunto al proprio Hamilton. Ma di certo si sa che con la realizzazione di grandi quantità di orologi, destinati soprattutto agli ufficiali, l’azienda ha contribuito al passaggio dai modelli da tasca a quelli da polso. Anche se questi ultimi si affermarono definitivamente solo decenni dopo.

    Al termine del conflitto, comunque, un Hamilton fu impiegato nel primo servizio di posta aerea americana che faceva la spola tra Washington e New York. Mentre altri esemplari della Casa cronometrarono nel ’26 il primo volo compiuto dall’Ammiraglio Byrd sulla rotta per il Polo Nord; e nel ’27 la prima trasvolata dalla California alle Hawaii. Ancora, negli anni ’30, il Marchio ha continuato a essere partner delle principali linee aeree a stelle e strisce: dalla Twa alla United Airlines, dalla Eastern alla Northwest Airlines. Ed è diventato cronometrista ufficiale anche nel primo servizio postale “coast to coast”, da New York a San Francisco.

    Durante la Seconda Guerra Mondiale, poi, Hamilton sospese addirittura l’attività commerciale nel mercato civile per dedicare l’intera produzione alle forze armate. Produsse allora più di un milione di esemplari, fra orologi da polso e cronometri da marina. Nacque proprio così il Khaki, ancora oggi uno dei modelli di maggior successo del Brand; apprezzato all’epoca tanto per la solidità quanto per la presenza di alcune funzioni, come il “fermo macchina” (il cosiddetto hacking del secondi), che permetteva ai soldati di sincronizzarsi per effettuare azioni coordinate.

    Il Khaki Pilot Pioneer Mechanical Chronograph

    Comunque il tradizionale legame con le forze armate non è venuto meno neanche in tempi di pace. Lo conferma appunto la fornitura di cronografi alla Royal Air Force negli anni ’70, da cui prende ispirazione il Khaki Pilot Pioneer Mechanical Chronograph. Tipico orologio da aviatore nelle caratteristiche essenziali: robustezza, leggibilità, affidabilità. La cassa in acciaio misura 40 mm di diametro e ha una costruzione asimmetrica: più accentuata e di spessore maggiore sul lato sinistro, a protezione della corona e dei pulsanti crono.

    Il quadrante nero risulta ben visibile anche in condizioni di scarsa luce, grazie a un abbondante uso di materiale luminescente sugli indicatori orari. Le lancette, i grandi numeri arabi e gli indici puntiformi presentano infatti una tonalità anticata che ricorda il radio utilizzato in passato. E l’effetto cromatico “datato” accentua l’aspetto vintage dell’esemplare, insieme al vetro zaffiro bombato. Che però – utile concessione alla modernità – ha subito un doppio trattamento antiriflesso, così da offrire una visione ancora più nitida.

    Infine la meccanica. Il Khaki Pilot Pioneer Mechanical Chronograph monta il calibro H-51-Si, a carica manuale – come vuole la tradizione. Un movimento, tuttavia, tecnicamente avanzato, come rivelano la spirale in silicio e l’autonomia di 60 ore, che insieme garantiscono una buona costanza di marcia. La presenza del silicio, oltretutto, lo rende del tutto amagnetico – altra qualità apprezzata dagli esploratori dei cieli. A dimostrare che la passione per il volo di Hamilton non è affatto un’operazione nostalgia. E, sebbene affondi le radici nel passato, è una questione di assoluta attualità.

  • Spitfire Club, suonare IWC

    Spitfire Club, suonare IWC

    Un club, nell’accezione britannica del termine, è un circolo chiuso. Per soci, tutt’al più aperto su invito. Dunque riservato, e naturalmente di conseguenza esclusivo. Nella sua forma più estrema, non ha neppure insegne. Massima discrezione. Se sai che è lì (e se nella lista) bussi e ci vai, altrimenti passi oltre, senza accorgerti di nulla. Dietro il portone, anonimo, si apre un mondo inaspettato che neanche ai tempi della Chicago anni ’20, quando c’era il proibizionismo. Una formula tornata in voga. Parzialmente ri-arrangiata da IWC che sul finire di maggio ha aperto le porte del suo Spitfire Club.

    Un nome rivelatorio, almeno per i più attenti conoscitori della marca. Per tutti gli altri, pochi per la verità, ecco un ulteriore valido indizio veicolato tramite indicazione di massima relativa al dress code della serata: “ready to fly”. Pezzi del puzzle di una serata evento organizzata dalla marca di Sciaffusa in quel di Milano per dare il benvenuto ufficiale nelle boutique della nuova linea di Pilot’s Watch, tema portante di questo 2019. Ma anche per scaldare letteralmente i motori in vista dell’evento clou dell’anno, che vedrà uno Spitfire del 1943, originale e restaurato, intraprendere tra poco meno di due mesi un giro intorno al mondo.

    Dell’impresa abbiamo già avuto modo di parlarne diffusamente in occasione della presentazione ufficiale lo scorso dicembre a Goodwood, e ancora non mancheremo di farlo quando lo storico velivolo farà tappa in Italia sul finire del suo viaggio. Intanto però è doveroso riportare l’impegno con il quale IWC, sostenitore principale del progetto “Silver Spitfire – The Longest Flight”, continua incessantemente a supportare l’iniziativa. Avvicinamento a tappe nel quale rientra appunto lo Spitfire Club, aperto per una notte negli spazi delle Officine del Volo, un tempo (non a caso) sede delle officine aeronautiche Caproni.

    Qui IWC ha ricreato le atmosfere di un autentico club inglese anni ’40, con tanto di tavolo da biliardo, bersaglio per freccette, colonna sonora a tema (Radio Spitfire con Dj Albertino) e bancone bar circolare da cui veicolare cocktail a base gin, creati per l’occasione dalla Downtown Distillery. Ma soprattutto qui ha chiamato a raccolta un selezionato numero di ospiti e amici, amici sinceri. Dallo chef Andrea Berton a Rudy Zerbi finanche a Pierfrancesco Favino, fresco di passerella a Cannes con il suo “Il Traditore” diretto da Marco Bellocchio. Che ha intrattenuto i presenti “declamando” con il suo stile riconosciuto lo spessore di un’impresa, ancora tutta da compiere.

  • Stars & Cars and Pilot’s Watch. La nuova campagna Iwc

    Stars & Cars and Pilot’s Watch. La nuova campagna Iwc

    Lewis Hamilton è davanti alle telecamere. E fin qui nulla di nuovo. Non indossa però la tuta ignifuga da gara, d’ordinanza nei GP di F1, ma un giubbotto di pelle. Un giubbotto di pelle da aviatore. Per di più vintage. Un look che acquista la sua coerenza man mano che la macchina (questa volta quella “da presa”) allarga l’inquadratura. Il campione britannico appare alla guida di una Mercedes-Benz Silver Arrow W125 – per intenderci, un siluro d’argento costruito nel 1937 per dominare le competizioni su pista – impegnato sul circuito di Goodwood. Tutto apparentemente normale, persino possibile: un quadro realistico, insomma. Se non che, a movimentare ulteriormente la situazione, ecco uno Spitfire.

    Lewis Hamilton, Mercedes-Benz ad alte performance (se non fosse d’epoca oggi porterebbe le insegne di AMG), Spitfire, Goodwood. Per gli appassionati il collegamento è semplice. Per deduzione, dunque, manca solo un Iwc. Che arriva in scena puntuale, al polso del campione del mondo inglese. Nello specifico, un Pilot’s Watch Chronograph Spitfire, con quadrante verde oliva e cassa in bronzo. Il primo Pilot’s ad adottare un movimento cronografo della famiglia 69000. Un cast, si direbbe, d’eccezione, convocato nel sud del Regno Unito per prendere parte alla realizzazione di un “corto”. Ossia della campagna video dedicata ai nuovi Pilot’s Watch, grande novità di prodotto Iwc di questo 2019.

    Lo storyboard prevede dapprima un Lewis Hamilton concentrato alla guida, con tanto di orologio al polso. Poi, ecco irrompere nelle inquadrature lo Spitfire, in livrea argentea e specchiata, in sorvolo nei cieli della costa inglese meridionale. Sul finire, il clou. Con lo Spitfire lanciato in volo radente sul rettifilo d’arrivo, immobilizzato come d’incanto dallo stesso Hamilton alla sola pressione del pulsante di avvio del suo cronografo. La lancetta dei secondi cronografici corre, un Hamilton compiaciuto osserva il velivolo da vicino, vi si specchia, e una volta lasciatoselo alle spalle lo “rilascia” arrestando il tempo misurato. La nuova campagna Iwc è quindi un “sequel” del video del 2017, in cui ad arrestarsi era invece una Silver Arrow W196.

    Ma in questo 2019, c’era da aspettarselo, il ruolo da co-protagonista è spettato per diritto ad uno Spitfire, macchina da guerra bellica in forza alla Raf e non solo durante il Secondo conflitto mondiale. Proprio lo stesso velivolo che tra qualche giorno partirà per un avvincente giro del mondo battezzato “Silver Spitfire – The Longest Flight” progetto reso possibile da Iwc e dalla Boultbee Flight Academy (una delle poche scuole di addestramento per questo tipo di aereo ancora esistenti al mondo) con base non a caso all’interno della proprietà di Goodwood. Main sponsor della spedizione, naturalmente Iwc, che non a caso con lungimiranza ha dedicato quest’anno proprio ai suoi iconici orologi da aviatore.