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Tag: cronografo

  • Ref. 5308G Quadrupla Complicazione: l’empireo di Patek Philippe

    Ref. 5308G Quadrupla Complicazione: l’empireo di Patek Philippe

    Quando è stato presentato a Watches and Wonders 2025, il Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione è stata una delle superstar del salone. Un orologio talmente complesso che ci siamo presi quasi un anno per parlarne su queste pagine. Un po’ perché ci sono state altre novità che, mese dopo mese, hanno preso la scena, un po’ perché si tratta di un pezzo talmente alto che, come si suol dire, aveva bisogno dei suoi tempi.

    La cosa certa è che il Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione è la traduzione materiale del modo in cui il Presidente Thierry Stern intende il futuro del Marchio. Un futuro che si era cominciato a intravedere nel 2023, quando era stata presentata in anteprima mondiale in serie limitata, in occasione della Grande Esposizione Patek Philippe “Watch Art” di Tokyo, la Ref. 5308P-010 con cassa in platino. Ora, da anteprima, la Ref. 5308 è diventata parte della collezione corrente di Patek Philippe. Anticipo subito che dedicherò le didascalie a una parte dei dettagli tecnici dell’orologio, altrimenti questo pezzo rischierebbe di diventare lungo come una quaresima.

    Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione: il calibro

    Però, per parlare del Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione, mi è utile partire dal calibro, o meglio, dal suo nome che spiega la quadrupla complicazione. Nel calibro R CHR 27 PS QI troviamo infatti la ripetizione minuti (R), il cronografo (CH) che è rattrapante (R, ricordiamo che Patek considera la funzione rattrapante una complicazione distinta dal cronografo) e il calendario perpetuo istantaneo (QI). Per completezza, 27 e PS indicano il fatto che il calibro è basato sul movimento originale da 27 mm con piccoli secondi.

    La maggior parte dei componenti tecnici è nascosta sotto al quadrante. Dal fondello trasparente è possibile vedere il micro-rotore con lavorazione guilloché e i martelli lucidi della ripetizione minuti, oltre al regolatore per la ripetizione nascosto sotto la croce di Calatrava in oro, simbolo della Casa. Sotto al quadrante si trova il modulo del calendario perpetuo, mentre il lavoro fatto sul cronografo ha richiesto agli ingegneri di Patek Philippe una importante serie di modifiche che ha portato anche a due brevetti.

    Il primo è una ruota di innesto a recupero di gioco, che consente di evitare qualsiasi sfarfallio della lancetta dei secondi del cronografo, eliminare l’attrito della ruota del cronografo e consentire così un risparmio di energia. Il secondo è un meccanismo che permette di sollevare la leva della lancetta rattrapante quando quest’ultima è arrestata, invece di farla correre attorno al “cuore” del cronografo, riducendo così il consumo di energia. Sforzi tecnici tesi ad aumentare l’autonomia del Patek Philippe Ref. 5308G-001 Quadrupla Complicazione, che rimane comunque contenuta: 38 ore con il cronografo in funzione, che diventano 48 quando non lo si usa. Il movimento, contraddistinto dal sigillo Patek Philippe, è dotato di bilanciere Gyromax a inerzia variabile, con spirale in silicio Spiromax, che lavora a 21.600 alternanze/ora.

    Dal salmone al ghiaccio

    Se il quadrante della Ref. 5308P-010 aveva una tonalità salmone, il 5308G-001 è un’esperienza visiva inedita per Patek Philippe. Il quadrante blu ghiaccio con finitura soleil è intriso di elementi blu: le lancette di ore e minuti, il giro della minuteria, le cornici del calendario perpetuo, la minuteria dei contatori, il cielo delle fasi lunari. Una coerenza cromatica che stempera la presenza imponente dei due contatori cronografici dei 60 minuti (a ore 3) e delle 12 ore (a ore 9).

    Il calendario perpetuo istantaneo con visualizzazioni a finestrelle impiega lo stesso meccanismo che ha dato luogo al deposito di due brevetti, introdotto nel 2008 nella Ref. 5207 e ripreso nel 2011 nella Ref. 5208. Il sistema è complesso: dei 799 componenti del calibro, ne conta da solo ben 220. Le indicazioni saltano in 30 millisecondi all’interno delle quattro finestrelle di giorno della settimana, data, mese e anno bisestile, anche quando la riserva di carica scende a dieci ore. I dischi impiegati per la visualizzazione della data hanno una massa superiore a quella delle indicazioni a lancetta e ciò sottolinea ancora di più l’importanza del lavoro sul movimento. La visualizzazione istantanea richiede infatti la padronanza dell’energia per trattenere i dischi e rilasciarli contemporaneamente con uno scatto fulmineo.

    La cassa in oro bianco è imponente, non tanto per il diametro (42 mm), quanto per lo spessore, che sfiora i 18 mm (17,71). La lunghezza da ansa ad ansa è di 52,11 mm, ma per la Ref. 5308G-001 Quadrupla Complicazione la Maison si è impegnata sul fronte della vestibilità e dell’impatto visivo. Le anse allungate e il cinturino agganciato quasi alla loro estremità provano a mitigare al polso l’altezza e il peso della cassa; la traforatura delle anse stesse e la lunetta concava vogliono alleggerire all’occhio la struttura dell’orologio.

    Gli antenati del Ref. 5308G Quadrupla Complicazione

    Detto che il Patek Philippe Ref. 5308G Quadrupla Complicazione costa, tasse incluse, ben 1.297.279 euro, lascio come detto il resto dei dettagli alle didascalie e chiudo con un breve excursus sui principali predecessori di questo orologio. Giusto per far capire quanto un simile pezzo non sia spuntato come un fungo dalla sera alla mattina, ma sia il frutto più recente di una lunga evoluzione preparatoria.

    Per circa quindici anni, la Ref. 5016 è stata il Patek più ambito a unire calendario perpetuo, ripetizione minuti e tourbillon. All’inizio degli anni 2000, gli appassionati iniziarono a volere orologi più grandi, moderni e più consistenti al polso. Nel 2008, Patek Philippe lanciò il primo calendario perpetuo istantaneo, la Ref. 5207P – con finestrelle per il giorno, la data e il mese disposte radialmente nella parte superiore del quadrante -, abbinato a una ripetizione minuti e a un tourbillon. 

    Nel 2011 fu la volta della Ref. 5208. Eliminando il tourbillon ma inserendo un cronografo monopulsante, Patek aggiunse un micro-rotore al movimento, rendendolo automatico. A differenza della maggior parte dei cronografi di Patek, la massa di leve e ponti era nascosta sotto il ponte di carica e il meccanismo di ripetizione.

    La Ref. 5308P-010 della Patek Philippe Watch Art Grand Exhibition di Tokyo 2023, infine, fu la naturale “evoluzione della specie” iniziata con il lancio del 5207 nel 2008. Cassa in platino, quadrante salmone e lancette e indici anneriti, fu una creazione di altissimo livello, ma limitata a 15 esemplari. Oggi, con la quadrupla combinazione, le cose cambiano. Certo, il prezzo non è per tutti, ma esclusività non ha mai fatto rima con disponibilità.

  • PR100 Tour de France: Tissot, pedali e passione

    PR100 Tour de France: Tissot, pedali e passione

    La passione che lega l’orologeria al ciclismo è di lunga data e coinvolge molti marchi. Lo stiamo vedendo in questi giorni, mentre Tissot accompagna come cronometrista ufficiale il Tour de France, cui ha dedicato il nuovo cronografo PR100 Tour de France. Un orologio che ha il pedale nel Dna: non solo per l’estetica che lo contraddistingue, ma anche per il fatto di appartenere a una delle collezioni di cronografi del Brand dall’animo fortemente sportivo. 

    Tissot è partner ufficiale per il cronometraggio del Tour de France dal 2016, anche se il legame tra il Brand e la corsa gialla è molto più antico, poiché Tissot è stato cronometrista anche dal 1988 al 1992. Negli ultimi anni ha realizzato un orologio in serie speciale per ogni edizione della corsa e anche per il Tour 2024 la tradizione continua. In un anno, oltretutto, in cui la Grande Boucle ha espresso un grande affetto per l’Italia. Lo scorso 29 giugno la gara è infatti partita da Firenze (dove, per l’occasione, Tissot ha inaugurato la propria boutique) e, dopo aver attraversato Emilia Romagna e Piemonte, è arrivata a casa.

    L’estetica del PR100 Tour de France: uno scatto in avanti

    Anche per il 2024, quindi, il Marchio di Le Locle ha sfornato per l’occasione il PR100 Tour de France. Un cronografo che per gli appassionati di orologeria e pedivelle diventa, anno dopo anno, l’occasione per arricchire la propria collezione. Ebbene, dal mio punto di vista quest’anno l’orologio è più raffinato di quelli presentati nelle precedenti edizioni, a partire dalle finiture della cassa e dal design complessivo.

    Intanto, la cassa in acciaio satinato ha la lunetta liscia e lucida, a differenza delle versioni del 2022 e del 2023. Queste ultime erano infatti caratterizzate da un rivestimento in Pvd nero che dava loro un aspetto più dinamico, sportivo meno elegante. L’introduzione della lunetta liscia ha comportato l’eliminazione della scala tachimetrica. Come conseguenza, il quadrante è più ampio e leggibile, nonostante il diametro della cassa sia di 40 mm – contro, per esempio, i 45 mm del modello pensato per il Tour de France 2022.

    È vero che il PR100 Tour de France è comunque un orologio ispirato da uno sport di velocità, ma personalmente trovo che la mancanza della scala tachimetrica non tolga nulla al pezzo. A meno che non si voglia calcolare la velocità media di un ciclista in una specifica tappa del Tour, non sono molte le situazioni quotidiane il cui utilizzarla. Se poi l’assenza fa guadagnare ariosità e leggibilità al quadrante, ben venga. 

    I dettagli del PR100 Tour de France

    Il quadrante del PR100 Tour de France ha dettagli ben rifiniti. È nero, con una lavorazione granulosa che, nelle intenzioni dei designer di Tissot, dovrebbe richiamare quella dell’asfalto su cui si disputa la corsa. Il layout è quello classico del PR 100, a tre contatori (o tri-compax, per chi vuol parlare bene): quello dei 30 minuti, quello del decimo di secondo e infine dei secondi continui. La finitura concentrica li fa risaltare nettamente dal resto del quadrante.

    Belli e sottili gli indici a bastone, che aiutano il quadrante “a respirare” e gli danno anche una certa tridimensionalità, perché appoggiano l’estremità esterna al disco liscio della minuteria. Le lancette del decimo di secondo e quella dei trenta minuti sono gialle, colore simbolo del Tour de France che torna anche in quella dei secondi cronografici. In più, quest’ultima ha il contrappeso a forma di bicicletta, piuttosto ingombrante alla vista ma coerente con la “missione” dell’orologio. La finestra del datario è a ore 4:30, posizione che personalmente trovo incomprensibile ma che è giustificata dal disco data del calibro. Il datario è liscio: fosse stato granuloso come il quadrante, forse sarebbe stato meno evidente.

    Movimento e bracciale

    Che cosa intendevo poco fa parlando del disco data? Mi riferivo al fatto che il PR100 Tour de France è mosso da un calibro al quarzo, costruito da Eta, anch’essa parte di Swatch Group come Tissot. Si tratta del calibro cronografico G10.212 AD, con le indicazioni dei tre contatori di cui sopra e un disco data periferico. Per come è strutturato questo disco, l’unica altra posizione in cui la data risulterebbe leggibile in modo decente sarebbe quella classica a ore 3 ma, come penso immaginiate anche voi, la presenza di un datario lì sarebbe rovinosa per l’intera estetica dell’orologio.

    L’orologio è completato da un bracciale in acciaio a tre file completamente satinato con fibbia pieghevole a farfalla. È fornito con un bel cinturino ibrido, con la parte interna in gomma e quella esterna in pelle. Le piccole traforature ricordano quelle sull’impugnatura dei manubri. Il nero del cinturino lo armonizza al colore del quadrante, i profili gialli richiamano le lancette cronografiche e sono un ulteriore tributo alla Grand Boucle.

    Non di solo Tour vive Tissot

    La corsa gialla è l’occasione per ricordare che all’interno della collezione il PR100 Tour de France non è certo l’unico cronografo. Oltre all’edizione speciale legata al ciclismo, la linea PR100 offre altri tre cronografi: che si distinguono dal PR100 Tour de France per alcuni dettagli, mentre condividono le dimensioni della cassa, il movimento al quarzo e il lay-out a tre contatori.

    Intanto, hanno quadranti azzurro ghiaccio, blu scuro o verde, tutti con finitura soleil e non grené. Poi, il bracciale in acciaio non è completamente satinato ma ha la maglia centrale lucida (non è presente un cinturino aggiuntivo); il disco della data è bianco e non tono su tono; le lancette cronografiche non sono colorate ma in acciaio, in tinta con quelle di ore e minuti.

    I prezzi sono in linea con la vocazione di Tissot a creare orologi robusti, affidabili, ben rifiniti a un prezzo accessibile. In questo caso, su quest’ultimo aspetto influisce anche l’impiego di un movimento al quarzo. Il PR100 Tour de France costa 495 euro, 100 euro in meno per il PR 100 standard. Insomma, hai voluto il cronografo? Ora indossalo e… pedala.

  • RM 65-01: l’estate a colori di Richard Mille

    RM 65-01: l’estate a colori di Richard Mille

    Anche in Svizzera, come nel Nord Italia, l’estate si fa attendere. Richard Mille, però, prova a pensare positivo e lancia un’estensione di gamma del suo apprezzatissimo RM 65-01 dedicata alla bella stagione. E come si fa a dedicare un orologio all’estate? Lo si colora nel modo più fantasioso, possibilmente con delle cromie belle accese che si adattino ai cocktail a bordo piscina o alle giornate spensierate in barca.

    È esattamente ciò che ha fatto Richard Mille con le due nuove referenze del cronografo rattrapante RM 65-01. Perché l’orologio è ormai a catalogo da alcuni anni e sul Giornale degli Orologi gli abbiamo già dedicato un approfondimento tempo fa: un articolo al quale vi rimando per i principali dettagli tecnici sul funzionamento di questo pezzo di Richard Mille, nonché per quelli relativi al calibro. Prima di parlare dei nuovi colori e del materiale delle casse, penso però sia interessante spendere due parole sulla presenza ricorrente del cronografo rattrapante nella storia di Richard Mille.

    L’RM 65-01 e la funzione rattrapante

    Il cronografo rattrapante (o sdoppiante, per meglio dire), come l’RM 65-01, è una complicazione utile nelle corse automobilistiche e nelle competizioni sportive che coinvolgono più partecipanti. Permette di misurare contemporaneamente più eventi che iniziano nello stesso momento ed è una delle complicazioni più difficili da integrare nell’architettura di un orologio. 

    Richard Mille ha presentato il suo primo cronografo rattrapante nel 2004, l’RM 004. Una delle nuove caratteristiche sviluppate per quell’orologio era la quasi totale eliminazione del salto iniziale della lancetta dei secondi cronografici. Lo sviluppo dei componenti sdoppianti aveva permesso di ridurre il consumo energetico di questa funzione di circa il 50% rispetto al normale. 

    L’RM 008 del 2005 è stato invece il primo cronografo rattrappante con tourbillon progettato nel XXI secolo. Presentava tutte le caratteristiche dell’RM 004, con l’aggiunta di un tourbillon composto da 85 pezzi e dal peso di soli 0,34 grammi. Nella sua seconda versione, la platina dell’orologio è passata dal titanio alla nanofibra di carbonio, per garantire la tenuta del sistema di ingranaggi del movimento in ogni circostanza.

    L’RM 050 ha poi mostrato caratteristiche più raffinate rispetto a quelle dell’RM 008 e le ha portate a un livello ancora più alto. Gli ingegneri di Richard Mille hanno ottenuto la nuova qualifica di “cronografo da competizione” ottimizzandone la precisione cronometrica, l’affidabilità a lungo termine e il peso. L’RM 050 era infatti più leggero del 20% rispetto all’RM 008, con il movimento che pesava solo 9,5 grammi.

    Infine, prima dell’RM 65-01 con il suo calibro da 36.000 alternanze/ora, è stata la volta dell’RM50-03. Sviluppato in collaborazione con il team McLaren di Formula 1 nel 2017, questo modello è il cronografo rattrappante con tourbillon più leggero al mondo: 38 grammi. Un risultato ottenuto grazie all’uso di un materiale nuovo, il Graph Tpttm. Il cronografo è in grado di resistere a urti fino a 5.000 G.

    I nuovi colori dell’RM 65-01

    Dopo questo excursus, eccomi alle nuove referenze “estive” dell’RM 65-01. Un orologio già in collezione con cassa in oro rosso e Carbon Tpt, in titanio, in Carbon Tpt e in Quartz Tpt grigio. Colori austeri per la bella stagione, affiancati adesso da due nuove casse, una azzurro pastello e una giallo scuro. Per entrambe, Richard Mille ha di nuovo scelto come materiale il Quartz Ttp.

    Si tratta, come ho scritto, di un materiale già impiegato dal Marchio e sviluppato da un’azienda svizzera, la North Thin Ply Technology, il cui payoff è “il materiale giusto, nel posto giusto, con il processo giusto”. Musica per le orecchie del signor Richard Mille, il quale si è affidato come partner a questa impresa che, con i suoi materiali, crea scafi e vele ed è attiva nell’industria automobilistica, aerospaziale e ferroviaria.

    Il Quartz Tpt si sposa quindi con la filosofia di avanguardia di Richard Mille. A dare vita a questo composito sono molteplici strati di fibre di silice, impregnati con resine sviluppate appositamente per il Brand orologiero. Gli strati così composti sono fatti catalizzare a una temperatura di 120 gradi e a una pressione di 6 bar. Il risultato è un materiale uniforme, resistente, personalizzabile con colori che rimangono stabili e durano nel tempo.

    I due nuovi RM 65-01 sono in edizione limitata di 120 pezzi ciascuno e sono entrambi completati da un cinturino in caucciù dal classico design di Richard Mille, che ricorda le prese d’aria delle auto sportive. Per altri dettagli tecnici vi rimando alle didascalie e vi lascio con la curiosità del prezzo che, come sempre accade per questi orologi, è su richiesta. Io, se fossi in voi, un passaggio in boutique a chiedere lo farei: mal che vada, guardate le teche e sognate a occhi aperti. Questo sì, per fortuna, ancora non costa nulla.

  • Singer Reimagined 1969: re-immaginazione al potere

    Singer Reimagined 1969: re-immaginazione al potere

    “Mainstream: espressione usata prevalentemente in ambito artistico (musica, cinema, letteratura, ecc.), per indicare la corrente più tradizionale e anche più seguita dal grande pubblico”. Così definisce l’enciclopedia Treccani un anglicismo usato, spesso a sproposito, anche in orologeria. E mainstream è la parola che mi viene in mente, ma a rovescio, quando penso a Singer Reimagined. Perché è tra i marchi meno “allineati” e, proprio per questo, mi piace non poco.

    Non si può dire che Singer Reimagined non tenga fede con il proprio nome alla missione che si è data: re-immaginare l’orologeria meccanica. O, almeno, un certo tipo di orologeria meccanica: quella che punta all’originalità abbinata all’eccellenza. Lo fa con la collezione 1969, lanciata a giugno 2023 e composta dal Chronograph Ref. SR201 e dal Timer Ref. SR301. Entrambi gli orologi avevano la cassa e il bracciale in acciaio in acciaio e il quadrante laccato nero.

    Ora la collezione 1969 si amplia con quattro nuove versioni, due in acciaio con quadrante color argento spazzolato e due con cassa in bronzo e quadrante verde opaco. Fondamentalmente un’estensione di gamma, a mio parere azzeccata. Per vedere se la pensate anche voi come me, mi permetto di prendere qualche riga per raccontarvi la genesi del Marchio e i suoi due punti di forza: l’estetica e la meccanica.

    La filosofia di Singer Reimagined

    Singer Reimagined appartiene al Gruppo Singer, la cui specializzazione non è sugli orologi ma su qualcosa di vicino a questo mondo: le auto. Ha sede in California e si è costruito fama e reputazione grazie ai restauri su misura della Porsche 911. Il Marchio orologiero nasce invece nel 2015 dall’incontro tra Rob Dickinson, fondatore di Singer Vehicle Design, e Marco Borraccino, designer italiano di orologi.

    Una collaborazione a distanza tra due continenti. Borraccino è in Svizzera, Dickinson in California, ma la distanza non impedisce loro di scambiarsi idee e pareri su auto e orologi, con un punto di contatto forte: il fascino che su entrambi esercitano i miti della meccanica e della micromeccanica. In particolare, in quest’ultimo campo, i due hanno le idee chiare su quelli che sono i modelli intramontabili: i cronografi sportivi classici della fine degli anni ‘60 e ‘70.

    Perché allora non pensare a orologi capaci di re-immaginare l’alta orologeria? Serviva una terza anima in questo sodalizio, qualcuno che avesse non solo le idee e i sogni, ma anche le capacità tecniche per dare vita a quanto i due fondatori avevano nella testa. L’incontro decisivo con questa terza anima avviene di lì a poco, quando Marco Borraccino condivide la propria idea di un cronografo mai visto prima con il maestro orologiaio Jean-Marc Wiederrecht.

    Nel 2017 Wiederrecht dà vita al movimento AgenGraphe, che sarebbe diventato la base tecnica per buona parte delle collezioni di Singer Reimagined – tra le quali Track1, Flytrack e 1969. E quando Marco Borraccino immagina l’orologio dei sogni, il Singer Track1 Launch Edition, attinge dai modelli degli anni ’70 più amati, a partire dall’Heuer Autavia e dall’Omega FlightMaster. L’ecodi questi due pezzi si trova nella collezione 1969 di Singer Reimagined che, tuttavia, non sarebbe quello che è senza la meccanica sopraffina.

    Tutto (o quasi) parte dal calibro

    Quando nel paragrafo sopra ho scritto del calibro AgenGraphe, non vi è suonato qualcosa nella memoria? AgenGraphe non vi ricorda per caso Agenhor? Se è così, allora bravi. Perché questa manifattura di calibri e complicazioni di altissima qualità, non a caso partecipata da H. Moser & Cie, è stata fondata proprio da Jean-Marc Wiederrecht e da sua moglie Catherine. Ed ha all’attivo numerose collaborazioni con il Gotha dell’alta orologeria (una per tutte: quella con Van Cleef & Arpels, sfociata in diverse “complicazioni poetiche”).

    Il fatto che AgenGraphe sia un calibro con indicazione centrale fa in modo che non sia necessario leggere la misura del tempo breve in un punto diverso dal centro del quadrante. Inoltre, il movimento ha un altro vantaggio: la modularità. Le diverse parti che lo compongono possono essere aggiunte o tolte in base alle necessità o alle richieste del marchio cliente.

    AgenGraphe è anche un calibro estremamente preciso. La rilevazione del tempo ha infatti un salto istantaneo, senza latenza, mentre normalmente il salto dei cronografi inizia intorno al 58° secondo e dura circa due secondi. Una precisione che necessita della migliore visualizzazione possibile delle informazioni da parte di chi indossa l’orologio. Ecco perché i designer di Singer Reimagined hanno posizionato le lancette dei secondi, dei minuti e delle ore al centro del quadrante: campo libero per chi guarda.

    Singer Reimagined 1969 Chronograph…

    Visto che ho scritto del calibro AgenGraphe, questa volta parto dal movimento per parlare dei nuovi 1969, iniziando dal 1969 Chronograph. Sulla base dell’AgenGraphe è infatti nato il cuore di questo orologio, il calibro Singer Reimagined AGH 6365, elaborato e prodotto da Agenhor sulla base delle richieste arrivate dal Marchio. Si tratta di un calibro automatico con ruota a colonne e indicazione centralizzata, chiamata 3-60: 60 ore, 60 minuti cronografici, 60 secondi cronografici.

    I cronografi Singer sono gli unici che permettono di cronometrare eventi fino a 60 ore, grazie a un’ingegnosa architettura. Nel 1969 Chronograph, le lancette dei secondi, dei minuti saltanti e delle ore saltanti sono montate al centro e puntano tutte sulla medesima scala, base 60. L’indicazione dell’ora del giorno è visibile nella parte inferiore del quadrante ed è erogata tramite due dischi rotanti. La loro grafica e le frecce che indicano l’ora sono in Super-LumiNova.

    Il calibro AGH 6365 del 1969 Chronograph ha un’autonomia di 3 giorni. Il sistema di carica automatica è posto sotto al quadrante: in questo modo, attraverso il fondello in vetro zaffiro, il calibro AGH 6365 è completamente visibile e sembra quasi un calibro manuale. Nello specifico, conta 491 componenti e 56 rubini e lavora a 21.600 alternanze/ora. 

    … e 1969 Timer

    Analoga cura e ingegnosità è stata messa nel calibro AGH 6363 a carica manuale, che lavora nella cassa del 1969 Timer. Stesse 21.600 alternanze/ora e stessa riserva di carica di 72 ore del 6365. Si tratta di una versione re-ingegnerizzata del calibro Flytrack di Singer Reimagined, dotata di una funzione ingegnosa governata dal pulsante a ore 2, che ha comportato lo spostamento della corona di carica a ore 4. Perché un pulsante in più su un orologio solo tempo?

    Perché l’AGH 6363 è dotato di un sistema di azzeramento combinato con un dispositivo flyback. Premendo il pulsante a ore 2 è possibile misurare il tempo trascorso in modo immediato, utilizzando la lancetta centrale dei secondi. È un sistema per eseguire misurazioni istantanee e sequenziali, senza che interferiscano con il funzionamento regolare dell’orologio.

    Grazie a un dispositivo di frizione brevettato, si può dissociare la lancetta centrale dei secondi dal movimento, mantenendola ferma, e la si può rimettere in moto rilasciando il pulsante. In questo modo, la lancetta centrale dei secondi diventa un contatore di un minuto. Con il pulsante a ore 2 si azzera e si riavvia rapidamente il cronometraggio, senza utilizzare la consueta sequenza start-stop-reset.  

    Le due nuove referenze

    Le due nuove referenze, Chronograph ref. SR201-S e Timer ref. SR301-S, combinano i quadranti color argento spazzolato soleil con la cassa e il bracciale in acciaio inossidabile di Singer Reimagined. Lo stile del marchio è riconoscibile dal design, contemporaneo e classico al tempo stesso. Con i loro 40 mm di diametro, i modelli stanno bene sia sui polsi femminili sia maschili.

    L’estetica nitida dei quadranti argentati e delle casse abbinate tono su tono amplificano l’eleganza e il fascino della collezione. La finitura spazzolata soleil del quadrante crea un gioco di luci che si fonde con la finitura della cassa. Questo colore del quadrante è anche un omaggio alla prima Track1 Launch Edition, edizione limitata del 2017 che ha dato il via alla storia di Singer Reimagined.

    Interessante il design del bracciale, composto da due elementi a contrasto: le maglie spazzolate ad H e le maglie centrali arrotondate e lucide. Il bracciale garantisce vestibilità e comfort, anche per mezzo del meccanismo di microregolazione che consente di adattarne la lunghezza fino a 2 cm. La regolazione può anche essere fatta senza togliere l’orologio dal polso. 

    Ben diverse le casse in bronzo del Chronograph ref. SR203 e Timer ref. SR303, una novità per Singer Reimagined. Il bronzo è infatti un materiale robusto e resistente, che si evolve e cambia visivamente a seconda dell’ambiente circostante. Per via delle sue particolari proprietà è spesso preferito all’acciaio, in quanto non solo è durevole, ma anche resistente alla corrosione dell’acqua salata e alle condizioni atmosferiche estreme.

    La cassa in bronzo scolpito da 40 mm dei due orologi è evidenziata dai bordi lucidi e si combina con il quadrante verde opaco, con inserti color crema e tocchi dorati, che esalta il look vintage dei 1969 Bronze, rendendo omaggio a un’epoca sinonimo di avventura. Per questi primi modelli in bronzo, Singer Reimagined ha scelto un’altra “prima”, il cinturino. Si tratta di un cinturino realizzato a mano, in tessuto e pelle verde, abbinato al colore del quadrante e chiuso da un velcro. Una scelta estetica e pratica, che si sposa con la vocazione outdoor delle due referenze.

    L’intelligenza di Singer Reimagined

    Insomma, re-immaginare l’orologeria tradizionale non è certo facile, soprattutto perché è un campo nel quale il “già visto” è all’ordine del giorno. Per uscire dal mainstream con cui ho aperto questo articolo servono idee, visione e la capacità di tradurle in un progetto solido, in grado di convincere mercato e appassionati. Una sfida non banale, alla quale il marchio Singer Reimagined si è avvicinato con intelligenza e umiltà.

    Lo ha fatto puntando su ciò che serve a distinguersi con un prodotto di qualità: meccanica ed estetica. Solo abbinando queste due componenti base dell’orologeria di qualità in modo che si sposino a un’idea forte e visionaria, è possibile provare ad avere successo in un mercato sempre più esigente e orientato verso l’alto di gamma.

    Un mercato nel quale il marketing deve lasciare spazio alla sostanza, dove lo storytelling deve essere funzionale al prodotto e non viceversa. Ebbene, la collezione 1969, a mio parere, va esattamente in questa direzione: tanto arrosto e poco fumo. Perché di fumo, su lancette e quadranti, ne abbiamo già fin troppo.

  • Omega Speedmaster Moonwatch: c’è bianco e bianco…

    Omega Speedmaster Moonwatch: c’è bianco e bianco…

    Quando il nuovo Omega Speedmaster Moonwatch con quadrante bianco è stato lanciato, ai primi di marzo, ha generato un effetto curioso in chi si è trovato a scriverne o a parlarne. Ossia, il focalizzarsi in maniera quasi maniacale ed esaustiva sul collegamento tra il colore del quadrante e quello delle tute spaziali che gli astronauti impiegano per le attività extraveicolari. Un parallelo suggerito dalla comunicazione di Omega a supporto della nuova referenza. Parallelo indubbiamente vero e significativo che ai più è parso come l’unico argomento figo su cui insistere, senza pensare a che cosa significa il bianco nella storia dello Speedmaster. Un parallelo così abusato dai media, che mi ha indotto ad aspettare un po’ prima di scrivere del cronografo.

    È vero che al cronografo è associato, dalla maggior parte dei non addetti ai lavori, il quadrante nero. Perché lo Speedmaster è nato così e così è stato consacrato il Moonwatch dall’epopea delle missioni lunari della Nasa. Ma è altrettanto vero che i quadranti bianchi hanno un posto non di secondo piano nella storia dell’orologio. Referenze che sono diventate oggetti di culto per molti appassionati, che hanno una storia alle spalle spesso non meno interessante di quella del cronografo di nero vestito. Vale la pena soffermarcisi un attimo.

    White is the new black

    Il predecessore più illustre è forse il cosiddetto Moonwatch “Albino”, lanciato da Omega in occasione dei 40 anni dello Speedmaster, nel 1997. Prodotto in soli 500 pezzi e in esclusiva per il mercato italiano, aveva un quadrante bianco sporco, quasi un crema, che si differenziava da quello dell’orologio attuale. 

    Una referenza che vale la pena di ricordare anche per un altro paio di dettagli. Intanto perché era dotata di un doppio vetro zaffiro, uno sul quadrante (al posto dell’esalite) e uno sul fondello. Quest’ultimo consentiva la visione del calibro 1863 introdotto per la prima volta quell’anno. Così come per la prima volta, in quel 1997, fece la comparsa sullo Speedmaster il Super-LumiNova, seconda chicca dell’“Albino”.

    La storia dello Speedmaster Moonwatch “tutto bianco” passa poi per il celebre Alaska Project, referenza ricercatissima del 2008 la cui storia parte però quasi quarant’anni prima. Dai prototipi sviluppati per la Nasa a fine anni ’60, con quadranti color argento/bianco. La funzione del colore non era estetica ma pratica: riflettere meglio la luce solare e il calore, particolarmente aggressivi al di fuori dell’atmosfera terrestre. 

    Caratteristiche di quel modello erano le due lancette del cronografo a forma di capsula spaziale. Anche in questo caso, non per bellezza ma per praticità: puntavano verso le tracce dei minuti e delle ore ed erano meglio leggibili in condizioni difficili, a causa delle vibrazioni a bordo delle navicelle spaziali. La loro forma avrebbe caratterizzato i modelli successivi degli anni ’70, arrivando fino alla referenza del 2008 (e al Moonswatch Misson To Mars).

    L’ultimo Speedmaster Moonwatch tutto bianco che voglio ricordare è l’Apollo 13 Silver Snoopy Award presentato a Baselworld 2015 per celebrare i 45 anni della pericolosa missione. Un’altra edizione limitata, stavolta di 1.970 pezzi, con calibro Omega 1861, quadrante bianco con scritte e lancette nere.

    Il bello dello Speedmaster Moonwatch bianco? Il quadrante

    Lo Speedmaster Moonwatch è uscito anche con versioni panda, come una delle referenze dedicate alle Olimpiadi di Tokyo 2020, o come l’ultimo Silver Snoopy Award del 2020, con i contatori blu. Ma andrei troppo per le lunghe se ne scrivessi, per cui eccoci all’ultimo bianco della serie. Che, mi sbilancio subito, trovo davvero bello. Come sempre, cercherò di farvi capire perché il mio apprezzamento è motivato e non è solo una sensazione a pelle. 

    E per questo vi dico che la bellezza dell’orologio sta proprio nel quadrante. O meglio, nella sua laccatura. Non si tratta infatti di un bianco piatto, ma di un colore che, grazie proprio alla finitura laccata, impreziosisce l’estetica dell’orologio. L’effetto è quasi quello della porcellana Arita giapponese o dello smalto Grand Feu che tanto è apprezzato nell’alta orologeria svizzera. E il bello è, a mio avviso, che un risultato così è ottenuto con processi industriali e non “artigianali”.

    È un concetto che ho già espresso parlando del Bulova Marine Star: guai a demonizzare le lavorazioni industriali, se queste portano dei risultati di alto livello. E nel caso del quadrante di questo Speedmaster Moonwatch, il livello c’è. Specialmente perché la laccatura dà all’orologio una luminosità uniforme che ha il pregio di accentuare il design cosiddetto “step” del quadrante, smussandone e ammorbidendone contemporaneamente le finiture.

    Ricordo che il design “step” individua i diversi livelli di profondità che, sul quadrante, hanno l’anello della minuteria, la parte centrale e i contatori cronografici. Profondità differenti unite tra loro proprio dai gradini (step) del design, che in questo orologio sono smussati, morbidi e omogenei all’intera estetica dell’orologio. Una sensazione che diventa certezza se si osserva il quadrante lateralmente. Gli indici neri delle ore, applicati, spiccano in modo forte insieme alla punta rossa della lancetta dei secondi cronografici, contrastando la morbidezza dell’insieme.

    Meccanica e design

    Per strizzare ancora di più l’occhio ai collezionisti, Omega ha messo sulla lunetta tachimetrica il celebre “Dot over 90”. Detto che la lunetta nera è in alluminio anodizzato, ricordo l’importanza del dettaglio del “Dot over 90”. Indica infatti il posizionamento del puntino indicatore al di sopra del numero 90 sulla lunetta stessa e non al fianco di esso. Non è banale, perché questa posizione è tipica degli Speedmaster Moonwatch prodotti prima del 1970. Che oggi, ça va sans dire, sono le referenze di gran lunga più ricercate.

    Per il bracciale e i cinturini, Omega ha fatto le cose in grande con tre opzioni. Naturalmente è presente il classico bracciale del Moonwatch, d’ispirazione vintage, a cinque file e con le maglie incurvate, che alternano finiture lucide e satinate. Per chi preferisce sentirsi il polso più leggero, sono disponibili anche un cinturino racing in pelle nera micro-traforata con impunture bianche o uno in caucciù con trattamento antibatterico. Bello il dettaglio che lo caratterizza: la parte interna è decorata con un motivo in rilievo che riproduce la superficie lunare.

    Poco da dire sul movimento. O meglio, ci sarebbe tanto da dire, ma il calibro manuale Co-Axial Master Chronometer 3861 che lavora nella cassa è piuttosto noto. Realizzato nel 2019, dopo quattro anni di sviluppo, introduce rispetto ai predecessori alcune migliorie: come l’autonomia di 50 ore, la resistenza ai campi magnetici fino a 15.000 gauss, lo scappamento Co-Axial e la spirale del bilanciere in silicio.

    Come dice il nome, è certificato Master Chronometer e approvato dal Metas, l’ufficio di metrologia della Confederazione svizzera. Che cosa significhi questo in termini di precisione, lo potete leggere qui. Di certo, Omega sottopone ogni singolo Moonwatch a otto rigorosi test prima di fargli lasciare la Manifattura per essere supervisionato dall’Istituto elvetico di metrologia.

    Lo Speedmaster Moonwatch che parla al cuore

    Che dire quindi in più? Ah, certo. Che se volete acquistare questo orologio, lasciate perdere l’e-commerce ufficiale Omega. Al momento, per quanto ci è stato comunicato dalle nostre fonti, lo Speedmaster Moonwatch bianco è disponibile solo nelle boutique monomarca – a fronte, dicono, di una breve lista d’attesa, e con un prezzo che va da 8.700 a 9.100 euro -, mentre per la reperibilità sull’e-commerce e nei concessionari autorizzati ancora non ci sono notizie precise.

    Chiaro segnale del fatto che Omega ci ha preso, creando quella desiderabilità intorno all’oggetto che è croce e delizia per i brand. L’orologio piace, è fuori di dubbio. Piace perché ha meccanica, perché ha estetica e perché, lo abbiamo visto, ha qualcosa che va al di là delle tute spaziali. Di fronte a orologi come questo, la sostanza riesce a parlare al cuore di più e meglio di quanto non sappia fare il marketing. Pensateci.

  • Vacheron Constantin Overseas crono: performance in verde

    Vacheron Constantin Overseas crono: performance in verde

    Scrisse una volta il filosofo francese Henri Bergson che «esistere è cambiare, cambiare è maturare, maturare è continuare a creare se stessi senza fine». Una frase che è quasi la sintesi della storia del Vacheron Constantin Overseas. Un orologio dalla storia relativamente breve, ma capace di lasciare un segno fortissimo nel mercato e nel cuore degli appassionati.

    Sarà anche per questo che, a Watches and Wonders 2024, la Maison ginevrina ha portato un’estensione di gamma della collezione, caratterizzata da un contrasto pazzesco: cassa e bracciale in oro rosa e quadrante verde. Un colore che, stando a quanto raccontato dai signori di Vacheron Constantin, ha necessitato di diversi anni di sviluppo e di prove per ottenere la sfumatura corretta. Un verde unico, diverso da quelli che vediamo in altri marchi e marchietti.

    I nuovi Vacheron Constantin Overseas verdi sono declinati in quattro versioni: un automatico con cassa da 35 mm arricchita di pietre preziose, un solo tempo con datario da 41 mm, un dual time con lo stesso diametro di cassa e un cronografo da 42,5 mm. Mi concentrerò su quest’ultimo modello perché è quello che, a mio avviso, ha i maggiori contenuti tecnici ed estetici. Non me ne voglia chi considera il cronografo una complicazione superflua. Ma prima di arrivare a questo nuovo verdone, faccio un passo indietro nella storia dell’Overseas, lo sporty-chic del Marchio.

    La seduzione dello sporty-chic

    È interessante, perché un marchio caratterizzato da una fortissima classicità come Vacheron Constantin ha dovuto a un certo punto cedere alla tendenza dello sporty-chic. Era il 1977 quando il giovane Jorg Hysek disegnò il 222, con il quale Vacheron Constantin celebrava il proprio 222° anniversario. Prodotto in quantità limitate, in diverse versioni e materiali, il 222 ebbe più successo dopo essere uscito dal catalogo a metà degli anni ’80, diventando più tardi un’icona dell’orologeria. Infatti, il vero boom degli sporty-chic del Marchio arrivò nel 1996, proprio con la linea Overseas.

    Erano anni in cui il gruppo Vendôme Luxury aveva da poco acquisito da Investcorp Vacheron Constantin, che aveva intrapreso lo sviluppo dell’Overseas qualche mese prima della cessione. Il compito di ridefinire lo sporty-chic della Casa era stato affidato a un team di progettazione che comprendeva Dino Modolo, un designer di orologi esterno, e Vincent Kaufmann, interno all’azienda. L’idea di base non prevedeva solo uno sportivo di fascia alta: il target del Vacheron Constantin Overseas era quello dei viaggiatori, amanti di referenze sportive ma anche eleganti.

    La nascita del Vacheron Constantin Overseas

    L’Overseas nacque così attorno a una cassa di forma tonneau, dotata di una lunetta scanalata che ricordava la croce di Malta. Un bracciale integrato con maglie geometriche completava le linee dell’orologio. In tutto questo, il primo Overseas aveva un diametro contenuto di 37 mm, un’impermeabilità fino a 15 bar ed era animato dal calibro automatico VC1310.

    A questa prima versione seguirono due modelli con casse più piccole, rispettivamente da 35 mm e 24 mm, e nel 1999 arrivò il cronografo, l’antenato di quello attuale di cui scriverò tra poco. Ancora un attimo di pazienza, perché nel 2004 ci fu la prima evoluzione della collezione Overseas, rivista grazie a un design più moderno, in particolare nel bracciale: ridisegnato e più ergonomico, era caratterizzato dal motivo della mezza croce di Malta, simbolo della Maison. 

    I designer di Vacheron ne modernizzarono anche l’integrazione con la cassa, estendendo la maglia centrale fino alla lunetta. Furono tolte le spallette proteggi-corona e, grazie ai nuovi quadranti e alle aumentate dimensioni della cassa (42 mm), l’orologio assunse un aspetto più sportivo. Nella cassa si trovavano i calibri VC1126 e VC1137 e una gabbia in ferro dolce offriva al movimento una protezione completa dai campi magnetici.

    La più recente e finora definitiva modernizzazione della famiglia di orologi avvenne nel 2016, quando il Vacheron Constantin Overseas si tradusse in una collezione più sofisticata, senza perdere nulla del carattere avventuroso della linea. Fu ancora la matita di Vincent Kaufmann a disegnare un orologio con linee più fluide, la cui cassa accentuava la forma a botte e in cui un disco, posto al di sotto della lunetta, sottolineava l’apertura del quadrante. La lunetta a croce di Malta passò da 8 a 6 tacche e si estese fino al bordo della cassa. 

    Il verde del Vacheron Constantin Overseas

    Proprio di quest’ultimo restyling sono figlie anche le referenze di Watches and Wonders 2024. Come anticipato, scegliendo fior da fiore, mi focalizzo sul cronografo. E parto dal quadrante, visto che è ciò che a Ginevra ha fatto parlare di più. Perché questo particolare punto di verde è stato ottenuto con la stesura di diversi strati di laccatura traslucida, che ha come effetto quello di accentuare la profondità del lay-out. La satinatura soleil completa il lavoro di finitura a dir poco maniacale da parte degli artigiani di Vacheron Constantin.

    Nel cronografo, i contatori dei piccoli secondi, dei 30 minuti e delle 12 ore hanno una finitura concentrica che stacca con il resto del quadrante e dà l’impressione di una tonalità di verde1 ancora più scura. Il giro interno della minuteria, con satinatura concentrica, ospita gli indici in oro rosa applicati, sfaccettati ed evidenziati dal Super-LumiNova. Ancora più scuro il giro esterno della minuteria, graduato a 5 minuti.

    Molto bello il dettaglio delle lancette, tutte in oro rosa, che va apprezzato da vicino. Mentre le lancette delle ore e dei minuti, a daga, sono sfaccettate e lucide, quelle dei secondi cronografici e dei tre contatori hanno una lavorazione satinata verticale. Un’alternanza di finiture che accentua molto la qualità, percepita e reale, di questo Vacheron Constantin Overseas cronografo.

    Finiture eccellenti

    All’inizio ho scritto di contrasto pazzesco tra il verde e l’oro rosa. Del verde ho detto, eccomi all’oro, che trionfa sia nella cassa sia nel bracciale, senza concedere nulla alla banalità. Come ho scritto sopra, la cassa misura 42,5 mm, una dimensione consueta per un cronografo che va a braccetto con i 12,67 mm di spessore. A Ginevra l’ho indossato sul mio polso sottile e vi posso assicurare che veste comunque molto bene. Chiaramente, il peso dell’oro rosa si sente tutto, ma l’orologio scivola comunque bene sotto al polsino.

    Bella l’alternanza di lavorazioni satinate e lucide. Troviamo le prime sul fondello, sul bracciale, sulla parte superiore della cassa e sull’anello al di sotto della lunetta. Che è lucida al pari della corona, dei pulsanti cronografici e del lato cassa. Lucide sono anche le parti interne delle maglie del bracciale, che appaiono e scompaiono a seconda della flessibilità di quest’ultimo.

    Il combinato disposto cassa-bracciale, come scrivevo poco fa, si fa sentire al polso. Per fortuna di chi non è un culturista, anche questo Vacheron Constantin Overseas cronografo (come tutti gli esemplari della collezione) è fornito di un cinturino in caucciù verde e di uno in pelle di vitello anch’esso verde, con impunture grigie. Grazie al meccanismo di sgancio rapido (l’ho provato, funziona ed è facile da usare), alternando bracciale e cinturini pare davvero di indossare tre orologi diversi.

    Il calibro del Vacheron Constantin Overseas crono

    Ultimo, ma non meno importante, è il calibro. Come sempre è di manifattura, ed è il 5200, introdotto da Vacheron Constantin nel 2016 con l’ultimo restyling della collezione Overseas. Attualmente è infatti il movimento cronografico che equipaggia tutte le referenze di questa linea ed è un esempio di affidabilità.

    Lavora a 28.800 alternanze/ora, arriva fino a 52 ore di autonomia e, come negli standard moderni, attiva la funzione cronografica tramite una ruota a colonne. La massa oscillante è caratteristica e riconoscibile, grazie all’incisione con la rosa dei venti che è tipica del Vacheron Constantin Overseas. L’oro di cui è fatta ha la giusta densità per assicurare una ricarica efficace.

    Il calibro è marchiato dal prestigioso Punzone di Ginevra. A beneficio di quanti non lo conoscessero, si tratta di una certificazione riservata agli orologi fabbricati nella città svizzera. In origine i requisiti cui sottostare per potersene fregiare erano legati principalmente alle finiture e alle lucidature dei diversi componenti. Oltre che certificare la qualità del calibro e assicurare precisioni e prestazioni, testimoniava l’alto livello di finitura manuale. Negli ultimi anni i requisiti per ottenere il Punzone di Ginevra includono anche test sul movimento incassato e sul corretto funzionamento dell’orologio esposto a condizioni particolari.

    Insomma, un orologio bello, portabile, ma non per tutti. Non solo per il prezzo – 88.000 euro -, ma perché è pensato per chi ha in sé spirito d’avventura ed eleganza. E credo siano in pochi ad averli insieme. Il tema scelto da Vacheron Constantin per le collezioni di quest’anno è From Geometry to Artistry, dalla geometria all’arte (o alla tecnica, se preferite); per come ho avuto modo di sperimentare dal vivo, se l’Overseas cronografo verde fosse sui banchi di scuola e svolgesse questo tema, si meriterebbe un bel 9.

  • Zenith Chronomaster Sport Titanium: l’eleganza leggera

    Zenith Chronomaster Sport Titanium: l’eleganza leggera

    Nelle ultime due settimane mi è capitato per due volte di avere tra le mani lo Zenith Chronomaster Sport Titanium. Mica poco, considerando che si tratta di una super-novità. L’ho incrociato prima a Milano, a fine gennaio, per la presentazione in anteprima alla stampa. Poi la scorsa settimana, a Oslo, quando è stato lanciato ufficialmente in occasione delle partite che hanno aperto la stagione 2024 dell’Ultimate Tennis Showdown. Che, per chi non lo sapesse, è il campionato tennistico fondato da Patrick Mouratoglou, ambasciatore del Brand.

    Zenith Chronomaster Sport Titanium: cosa ne penso

    Di solito lascio in fondo agli articoli le impressioni sugli orologi di cui scrivo. Lo faccio perché, presumibilmente, ai lettori interessa conoscere prima le caratteristiche delle referenze mentre del mio parere possono legittimamente fregarsene, o prenderlo per quello che è. Un punto di vista personale, appunto. Ma per lo Zenith Chronomaster Sport Titanium faccio un’eccezione, parto da me. E dico subito che questo orologio può ingannare.

    Quando l’ho indossato e osservato in quel di Milano, non mi ha fatto una grandissima impressione. Benché io abbia un polso da Barbie, amo sentirlo appesantito dall’orologio. Ebbene, cassa e bracciale in titanio non sono proprio la combo perfetta per la pesantezza. E poi quell’aspetto grigio uniforme me lo ha fatto sembrare un po’ anonimo.

    Siccome però quando non ho sensazioni positive al polso ci resto male come quando perde l’Inter, mi sono ripromesso di provare a guardare lo Zenith Chronomaster Sport Titanium senza troppi filtri. Di non pensare alla prima impressione e di ragionare in modo oggettivo, sapendo che avrei aspettato al varco l’orologio di lì a poco a Oslo, dove sono stato invitato dal Marchio. Ha funzionato.

    Ho lasciato da parte idee e preconcetti e ho avuto un po’ più di tempo per far entrare l’orologio in sintonia con il polso. Così, ho visto i suoi presunti punti di debolezza trasformarsi in punti di forza ed essere complementari. Perché la sportività insita nel nome si esalta con il titanio più che con l’acciaio: materiale, quest’ultimo, più tosto ma meno performante. Il look total grey, al contrario, gli dà un non so che di elegante, quasi sartoriale. Un po’ come i calciatori che passano dalla maglia e dal pantaloncino in campo al completo giacca e cravatta, nei momenti istituzionali con la propria squadra.

    L’estetica dello Zenith Chronomaster Sport Titanium

    Insomma, detto che anche un orologio può insegnare a non giudicare dalle apparenze, è meglio che adesso mi metta a scrivere di questo Zenith Chronomaster Sport Titanium. In realtà non c’è da dire molto di più di quanto scrisse Augusto Veroni in occasione del lancio della linea Chronomaster Sport. Perché la referenza presentata a Oslo ricalca lo stile, l’estetica, le dimensioni dei suoi fratelli in acciaio che tanto continuano a piacere ad appassionati e collezionisti.

    Detto del grigio che è il colore dominante, spiccano sul quadrante i classici tre contatori del Chronomaster, leggermente sovrapposti come da tradizione, che Zenith ha colorato seguendo un progressivo alleggerimento cromatico che va da ore 3 a ore 9. Il contatore dei 60 secondi a ore 3 è color antracite, quello dei 60 minuti a ore 6 è di un grigio più leggero, quello dei piccoli secondi a ore 9 è argento. Tutti spiccano sul grigio nichel del quadrante, sul quale la scritta 36.000 VpH a ore 12 al di sotto del logo è un graffio bordeaux tremendamente figo. A mio avviso.

    Anche questo cronografo non riporta sulla lunetta una classica scala tachimetrica bensì una scala che misura il decimo di secondo, caratteristica di culto del movimento El Primero. La lunetta – a differenza di quanto accade nelle versioni in acciaio in cui è anch’essa in acciaio o in ceramica – qui è in titanio. La lavorazione satinata soleil richiama quella del quadrante e contribuisce all’uniformità visiva, oltre che cromatica, di cui ho scritto sopra.

    La cassa da 41 mm dello Zenith Chronomaster Sport Titanium ha un’impermeabilità dichiarata di 10 bar, non male per un cronografo con queste caratteristiche tecniche e con un calibro ad alta frequenza. L’orologio può essere acquistato con il bracciale a tre file in titanio oppure con un cinturino integrato in caucciù. Io ho avuto modo di provare il bracciale in titanio, che ho trovato morbido. Sarei stato curioso di provare la comodità o meno della fibbia déployante montata sul cinturino, che personalmente non amo perché per me il cinturino vuole l’ardiglione. Punto. Sarò talebano ma su questo non cambio idea.

    Il calibro e il prezzo

    Del calibro El Primero 3600 che anima l’orologio credo sia rimasto ben poco da dire. Le 36.000 alternanze/ora o 5 Hz non influenzano negativamente la riserva di carica, che arriva a 60 ore come nelle altre referenze in acciaio. Sicuramente merita un elogio per le prestazioni, per l’evoluzione coerente con la storia di questo movimento, per l’approccio contemporaneo e ispirato della decorazione.

    Questa si allinea perfettamente con il tema del titanio grigio, che caratterizza il movimento e che è visibile attraverso il fondello in zaffiro. Il calibro 3600 presenta una massa oscillante scheletrata a forma di stella con finitura satinata e caratteristiche degne di nota come la ruota a colonne azzurrata, viti azzurrate e componenti color oro, che aggiungono un tocco di estetica agli elementi tecnici di cui è costituito.

    Aggiungo un dettaglio non di secondo piano, che non si vede dalle immagini né si legge in cartella stampa. Si può apprezzare solo utilizzando l’orologio ed è una peculiarità che viene proprio dal calibro, più precisamente dalla ruota a colonne. L’innesto dei pulsanti cronografici è morbido e delicato, sia nel momento dell’avvio/arresto, sia nella rimessa a zero. Per gli appassionati (o impallinati, in questo caso) garantisco che è un dettaglio importante, oltre che godurioso.

    Chiudo con i prezzi, che Zenith è riuscita a contenere entro una scala ragionevole all’interno della collezione, nonostante gli orologi in titanio siano spesso più costosi di quelli in acciaio. La versione con cinturino costa quanto le versioni braccialate in acciaio con quadrante verde, bianco o nero: 11.800 euro. Quella braccialata costa 12.300 euro, ossia meno dell’edizione boutique in acciaio con lunetta a tre colori e di quella firmata dalla star della NFL Aaron Rodgers.

  • Breguet Type XX: ritorno al futuro

    Breguet Type XX: ritorno al futuro

    Parigi val bene un Breguet Type XX. E anche un Type 20. No, non sto dando i numeri romani né arabi. Perché la scorsa settimana la Maison ha scelto la capitale francese per presentare i nuovi cronografi dedicati al mondo dell’aviazione. Chi conosce la storia di questo orologio conosce la distinzione tra i due modelli: Type 20 è la versione militare, Type XX indica la specifica civile. 

    A Parigi io c’ero e ho potuto essere tra i primi a toccare e indossare gli orologi, al termine della cena di gala che ha concluso un grandioso evento di tre giorni dedicato a stampa e clienti. A dire il vero, il tempo in cui li ho potuti tenere tra le mani è stato un po’ poco per farmi un’idea precisa dei nuovi Breguet Type XX e Type 20, ma qualcosa posso comunque condividere con voi. Prima, però, farei un passo indietro.

    Le origini del Breguet Type XX

    Solo per ricordare che il legame che unisce la famiglia Breguet al mondo dell’aeronautica è antico. La Société des Ateliers d’Aviation Louis Bréguet, o Bréguet Aviation, è stata un’importante azienda produttrice di aeromobili, fondata da Louis Charles Breguet nel 1911. Quando la Francia entrò nella Prima Guerra Mondiale, possedeva 120 aerei. Alla fine del conflitto, l’azienda di Louis Breguet aveva contribuito a costruire buona parte dei 55mila apparecchi e dei 110mila motori prodotti nel periodo bellico. Quarant’anni dopo l’inizio della Grande Guerra, Montres Breguet creò il Type 20, cronografo a due contatori per specifiche militari, e il Type XX a tre contatori. 

    L’origine dei due cronografi risale ai primi anni ’50. In quel periodo Breguet apprende che l’Aeronautica Militare francese vuoi fornire ai propri piloti cronografi da polso con requisiti ben precisi. I classici, diremmo: quadrante nero con numeri e lancette luminescenti, movimento capace di resistere alle variazioni di pressione e alle forti accelerazioni, lunetta girevole, funzione flyback o “retour en vol”, alla francese. Il Ministero dell’Aeronautica chiama Type XX questo orologio.

    Sono molte le manifatture che si aggiudicano l’appalto, con la possibilità di vendere gli orologi anche ai clienti privati, motivo per cui abbiamo i Type XX e i Type 20. Breguet presenta i propri prototipi nel 1952. Omologati nel 1953 dal Service technique de l’aéronautique, nel 1954 vengono commissionati 1100 Type 20 militari. Orologi oggi ricercatissimi, non hanno la firma sul quadrante, si distinguono per il contatore dei 30 minuti e sul fondello riportano l’iscrizione BREGUET – TYPE 20 – 5101/54.

    Tocca poi al Centre d’Essais en Vol (CEV), che riunisce l’élite dei piloti collaudatori, ordinare 80 pezzi consegnati tra il 1956 e il 1957. Hanno il totalizzatore dei 15 minuti e 50 di essi anche un contatore delle 12 ore a ore 6. Sul retro appare l’incisione CEV e un numero identificativo da 1 a 80. Nel 1958 la Marine Nationale commissiona 500 esemplari per i piloti e i naviganti della propria compagine aerea, l’Aéronautique Navale, consegnati nel 1960. Hanno il contatore dei 15 minuti in un cerchio dal diametro ingrandito e finalmente compare la firma Breguet sul quadrante.

    Detto che nel 1963 il movimento Valjoux 14 linee è sostituito da un più moderno 13 linee e che la seconda e terza generazione del Breguet Type XX arrivano nel 1971 e nel 1995, non vi voglio annoiare oltre e arrivo alle due novità. 

    Breguet Type 20 Chronographe 2057

    E parto subito. Il Breguet Type XX Chronographe 2067 è la versione civile a tre contatori, il Type 20 Chronographe 2057 è quella militare a due contatori. Che, metto le mani avanti, mi ha convinto di più. Perché lo trovo più pulito ed equilibrato, nonostante di solito ami di più le versioni a tre contatori. Il quadrante nero, liscio, ospita il contatore dei secondi continui a ore 9 e quello dei 30 minuti a ore 3, dal diametro maggiore in una configurazione chiamata anche “Big-Eye”. Stop. Sono leggermente abbassati rispetto al piano del quadrante e nessuna finitura li distingue da quest’ultimo. Omogeneità totale.

    Le lancette di ore, minuti e piccoli secondi sono a daga, quelle dei secondi cronografici e dei 30 minuti a goccia. Una distinzione di forma che distingue anche le due funzioni dell’orologio, misura del tempo e cronografia. Tutte le lancette e i grandi numeri arabi hanno una colorazione luminescente verde menta ripresa anche dal triangolo sulla lunetta a ore 12. Lunetta che, per inciso, è bidirezionale non graduata e scanalata, come nei pezzi d’epoca per i piloti delle forze aeree militari.

    E in effetti la vocazione vintage del nuovo Breguet Type XX, ispirato al modello del 1953, è evidente proprio dai dettagli, come la grande corona zigrinata a pera, con la firma Breguet. Indossati, i 42 mm della cassa in acciaio si appoggiano comodi anche a un polso magro come il mio; le anse non proprio corte hanno infatti una curvatura intelligente, che agevola la vestibilità dell’orologio. Molto bella, dal vivo, l’alternanza tra lavorazione lucida della lunetta e dei pulsanti e quella satinata della cassa, con lo smusso lucido delle anse a dare preziosità al tutto.

    Breguet Type XX Chronographe 2067

    Anche la configurazione civile ha una forte estetica vintage e si rifà ai modelli usciti dal 1957 in poi. In questo caso i contatori delle 12 ore a ore 6 e quello dei secondi continui a ore 9 sono lavorati con un motivo concentrico che li distingue dal resto del quadrante e dal contatore dei 15 minuti a ore 3. Quest’ultimo ancora nella versione “Big-Eye”.

    Il lume di lancette, indici e triangolo al 12 questa volta è avorio. Anche in questa referenza la cassa da 42 mm di diametro e 14 di spessore, satinata, contrasta con la lunetta lucidata a specchio. Anch’essa bidirezionale come nel Type 20, è però graduata e ha una zigrinatura meno accentuata. La corona non è oversize ma più piatta e senza logo, mentre i pulsanti a pompa del crono sono gli stessi dell’altra versione.

    I calibri

    Come ho scritto all’inizio, la terza generazione del Breguet Type XX è apparsa nel 1995 e da lì in avanti, salvo diverse evoluzioni e l’introduzione del Type XXI e del Type XXII nel 2004 e nel 2010, è arrivata fino ai giorni nostri. Ecco perché, per le nuove referenze, è stato necessario fare un grande lavoro anche sul movimento.

    Un lavoro di sviluppo durato quattro anni che ha portato alla nascita del calibro 7281 (due contatori) e 728 (tre contatori). Calibri che a Parigi abbiamo avuto tra le mani, singolarmente, prima di poter conoscere l’orologio, grazie a un workshop pomeridiano con gli orologiai di Breguet.

    Si tratta di movimenti cronografici flyback: chi non ricordasse le loro specifiche, può dare una lettura a questo articolo. Le caratteristiche principali del calibro 728 sono: ruota a colonne a innesto verticale, frequenza di 5 Hz, spirale, ruota di scappamento e anse dell’ancora in silicio, autonomia di 60 ore.

    Poiché sia il Breguet Type XX sia il Type 20 hanno il fondello in vetro zaffiro, la Maison ha usato un occhio di riguardo per la decorazione del calibro. Visto dal vivo, anche attraverso il microscopio, confermo l’alta qualità del lavoro. Alle lavorazioni soleil, a spirale, all’anglage e al perlage si affianca il trattamento Dlc nero della ruota a colonne, che richiama la brunitura della massa oscillante in oro. L’effetto d’insieme è molto elegante. Molto Breguet.

    La questione del datario

    Ho lasciato volutamente in fondo all’articolo il punto che ha suscitato più perplessità in me e in tanti alla vista dei nuovi Breguet Type XX. Il datario a ore 4:30, sottolineato dalla scritta Swiss Made tra la finestrella e il giro della minuteria che lo rende ancora più visibile. Lo sapete, non sono un fan del datario. E se proprio ci deve essere, lo tollero al 6 e anche a 3. Al 4:30 no.

    Detto questo, però, ho provato ad andare oltre l’ego e a ragionare in modo oggettivo e non soggettivo. E mi sono chiesto il perché di questa scelta, alla luce del fatto che nelle versioni cui si ispira l’orologio il datario non c’era.

    Per farmi aiutare, mi sono letto delle dichiarazioni rilasciate dal Ceo di Breguet, Lionel a Marca, a Hodinkee. Che suonano più o meno così: «Se non avessi incluso il calendario, alcuni ne avrebbero chiesto uno. Non puoi mai accontentare tutti. Viviamo ora nel XXI secolo e, viste le tendenze del momento, un orologio che non presenta un calendario non sarebbe molto apprezzato dai clienti. Quindi è quasi una necessità oggi».

    E ancora, sulla posizione del datario nel Breguet Type XX: «Se avessimo posizionato la data nel contatore alle 6, avremmo perso il 6. Sarebbe stato un peccato. Lo stesso se la avessimo messa al 3. Quindi ci abbiamo pensato molto e abbiamo ritenuto che il miglior posizionamento fosse tra il 4 e il 5, e mantenendo il 4, il 5 e il 6».

    In conclusione

    Alla luce di questo, capisco che da un lato le ricerche di mercato fatte da Breguet evidenziano che si vendono meglio orologi con il datario. Dall’altro, che i designer ritengono quella posizione la migliore per preservare la pulizia del quadrante. Si può condividere o meno, ma ammetto che così la scelta ha un senso. Magari, avendo presentato due referenze, avrebbero potuto riservare il datario a una sola di esse, ma sono cavilli: probabilmente il mercato darà ragione ad a Marca.

    Un mercato sul quale i due orologi arrivano con lo stesso prezzo: 19.400 euro. E nel quale, è evidente, puntano a due diversi tipi di appassionato. La versione civile è più mirata a un pubblico di consumatori “generalista”, mentre la versione militare parla ai collezionisti più puristi. Ora la parola passa al mercato, il giudice supremo. Al di là di datari, lancette e nuovi calibri.

  • Tonda GT Cronografo: Parmigiani Fleurier fa rima con sport

    Tonda GT Cronografo: Parmigiani Fleurier fa rima con sport

    Un consiglio: prima di leggere questo articolo andate a dare un’occhiata alla nostra intervista più recente al ceo di Parmigiani Fleurier, Guido Terreni. È il modo migliore per capire che cosa sta dietro al Tonda GT Cronografo. Benché non sia una delle novità del marchio, è l’esempio di quell’equilibrio tra essenzialità della forma, praticità della funzione ed eleganza non ostentata che sono tre punti essenziali per il successo del brand.

    È piuttosto evidente come il tipo di orologio oggi desiderato da molti appassionati sia un pezzo abbastanza elegante da mostrare gusto e status. Ma anche abbastanza sportivo da adattarsi al veloce stile di vita contemporaneo. Si spiega così la popolarità di orologi come il Royal Oak o il Nautilus, eleganti ma pensati per essere indossati anche con jeans e polo.

    Un trend interpretato da Parmigiani Fleurier con esemplari che s’inseriscono in questo segmento a pieno merito. Uno di questi è proprio il Tonda GT Cronografo, disponibile in una serie di versioni, caratterizzate da attraenti quadranti bicolore o panda, chiamati dal brand Quantum Grey e Granata.

    I due Tonda GT Cronografo con cassa in oro rosa sono alimentati dal movimento cronografo integrato ad alta frequenza di Parmigiani Fleurier, mentre i due in acciaio combinano il cronografo con il calendario annuale.

    I codici estetici di Parmigiani Fleurier

    La mano di Guido Terreni in Parmigiani Fleurier si è vista da subito, con la razionalizzazione delle collezioni in due linee principali, Toric e Tonda. Quest’ultima è la meglio rappresentata e comprende Tonda PF, sottofamiglia di eleganti orologi sportivi di lusso, e Tonda GT. Questa è una linea più sportiva, un tempo nota come Tondagraph, il cui nome richiama le GT del mondo dell’auto, vetture Gran Turismo pensate per la guida ad alta velocità e per le lunghe distanze.

    L’architettura del Tonda GT Cronografo s’ispira in parte al Tonda Chronor Anniversaire, il primo movimento cronografo integrato del marchio realizzato nel 2016 per celebrare il 20° anniversario del Brand. I pulsanti a forma di goccia e le anse fluide discendono da quell’orologio, mentre la lunetta zigrinata distingueva già il primo Toric di Michel Parmigiani del 1996. Quadranti guilloché, lancette a delta scheletrate e gran data sono altre caratteristiche della linea Tonda GT.

    Tonda GT Cronografo ad alta frequenza: la cassa

    Parto però dalla cassa del Tonda GT Cronografo con movimento ad alta frequenza. Quella in oro rosa si sposa molto bene con le combinazioni di colori dei contatori del cronografo. Ha un diametro di 42 mm e uno spessore di 14,3 (non sottile ma contenuto) ed è lavorata con un’alternanza di superfici lucide e satinate. È caratterizzata da una delicata curvatura che aiuta la vestibilità dell’orologio al polso e che è ben visibile guardandolo di profilo.

    Non ci sono bordi spigolosi né forme taglienti; tutto è liscio e addolcito, come per esempio i pulsanti a goccia del cronografo. Sono inclinati, per seguire la curvatura della carrure, e alloggiati all’interno dell’ansa, anch’essa a goccia e più grande. L’ansa si fonde con il cinturino in caucciù, chiuso da una fibbia pieghevole anch’essa in oro rosa.

    Il lavoro sul quadrante

    A mio parere, quindi, una cassa molto bella, perché ha un’architettura ragionata e ben eseguita. Allo stesso modo del quadrante. Sullo sfondo argentato lavorato a guilloché spiccano i contatori nelle due tonalità Quantum Grey o Granata, in tinta con il colore del cinturino. Hanno la classica disposizione a ore 3 (contatore dei 30 minuti), 6 (secondi continui, ad arco e con doppia traccia) e 9 (12 ore), cui fa da contrappunto la finestra della gran data a mezzogiorno.

    In contrasto con la lavorazione a guilloché della zona centrale, il giro delle ore ha una finitura concentrica e accoglie gli indici delle ore in oro rosa applicati, con rivestimento nero luminescente. Lo stesso rivestimento si trova sulle punte delle lancette di ore e minuti, che sono a delta e scheletrate, come nella tradizione della famiglia Tonda. Interessante il dettaglio del contatore dei secondi: la scritta “5Hz Chronograph”, che indica il sofisticato movimento cronografico che anima il Tonda GT Cronografo.

    Un movimento integrato

    Si tratta del calibro PF071, un movimento automatico di manifattura certificato Cosc con gran data e cronografo integrato a ruota a colonne e innesto verticale. Deriva dal calibro PF361 del 2016 e lavora con una frequenza di 5 Hz (36.000 alternanze/ora), cui aggiunge 65 ore di autonomia. Consente al cronografo di misurare anche gli intervalli di 1/10 di secondo.

    Come tutti i movimenti di Parmigiani Fleurier, è rifinito secondo standard altissimi. Bene dunque che ci sia il fondello in vetro zaffiro per consentirne la visione. Dotato di 331 componenti e 42 rubini, ha finiture che vanno dai ponti traforati satinati ai bordi smussati a mano, fino al grande rotore scheletrato in oro rosa 22 carati. Una gioia per gli occhi, oltre che una meccanica ultraraffinata.

    Il calendario annuale secondo Parmigiani Fleurier

    Passando al Tonda GT Cronografo con calendario annuale, non mi soffermo sui tanti punti di contatto con la versione solo cronografo, dalle finiture di cassa e quadrante ai colori di cinturino e contatori. Meglio buttare l’occhio sulle differenze, estetiche e sostanziali, tra i due modelli. 

    Intanto la cassa. Si passa dall’oro rosa all’acciaio, si rimane sui 42 mm di diametro ma lo spessore cala, seppur di poco: 13,7 mm. Mezzo millimetro in meno circa, nonostante la presenza del modulo del calendario annuale. Significa che gli ingegneri di Parmigiani Fleurier hanno ottimizzato la compattezza del movimento, facendo in modo che il calendario sfrutti al meglio lo spazio generato dall’assenza del modulo ad alta frequenza.

    L’altra grande differenza, naturalmente, si ritrova nella disposizione dei contatori. Qui abbiamo i 30 minuti al9, le 12 ore al 6 e i secondi continui al 3. In quest’ultimo contatore, la scritta “5Hz Chronograph” è sostituita dalla finestrella con il mese dell’anno. La gran data campeggia ancora a mezzogiorno.

    Tonda GT Cronografo: da un calibro all’altro

    La disposizione differente dei quadranti è conseguenza diretta del calibro PF043. È un movimento di manifattura che integra un cronografo automatico e un modulo con calendario annuale.

    Anche in questo caso è visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro, perché le cose belle vanno sempre messe in mostra. Dotato di un rotore scheletrato in oro molto simile a quello dell’altra referenza, il calibro scende dalle 36.000 alternanze/ora alle più comuni 28.800, o 4Hz. L’autonomia, in questo caso, scende a 45 ore. Le finiture sono a Côtes de Genève sui ponti e a perlage sulle platine.

    La famiglia si allarga

    Recentemente sono entrate in collezione altre varianti di colore. Del Tonda GT Cronografo con calendario annuale c’è una versione con contatori e cinturino neri, un’altra con contatori neri e bracciale in acciaio, e un’altra ancora supersportiva con quadrante nero e, in arancione, la gran data, il mese e la scritta “Annual calendar” a ore 6. Anche l’assortimento del Tonda GT Cronografo con movimento ad alta frequenza si è arricchito di due referenze con contatori neri, una con cinturino in caucciù e un’altra con bracciale in oro rosa.

    I prezzi del cronografo calendario annuale in acciaio vanno dai 20.600 euro delle versioni con cinturino ai 21.700 per quelle con bracciale. Mentre riguardo al cronografo in oro rosa si passa dai 45.700 euro con cinturino ai 72.900 con bracciale.

    Come chiudere quindi questa presentazione del Tonda GT Cronografo di Parmigiani Fleurier, se non prendendo in prestito le parole di Guido Terreni? «La semplicità è una questione di misura e la misura è una questione di gusto». La sintesi perfetta di un orologio come questo.

  • Locman Mare: cronografi (e solo tempo) nel segno dello squalo

    Locman Mare: cronografi (e solo tempo) nel segno dello squalo

    Se esiste un marchio che ha un rapporto profondo con il mare, non può essere che Locman. Perché ha sede sull’Isola d’Elba, con gli uffici e i laboratori che si affacciano direttamente sul molo di Marina di Campo (perfino l’indirizzo è evocativo: piazza Giovanni da Verrazzano, un navigatore vissuto fra Quattro e Cinquecento). E infatti ha sempre prodotto orologi adatti alle attività “marine” in senso lato: sia per i materiali anticorrosione, sia per le performance d’uso. E poi ha sempre amato la vela e la navigazione, tant’è che è stato più volte sponsor di varie regate: dalla Locman Cup del passato all’Antigua Classic Yacht di oggi. Un legame naturale ribadito anche nell’ultima campagna, “True Spirit”, ambientata proprio tra le acque e la vegetazione elbana.

    Sembra altrettanto naturale quindi che la maison toscana abbia creato una nuova collezione esplicitamente dedicata al proprio habitat (anzi, è strano che non ci abbia pensato prima…). Locman Mare, nei negozi già nei prossimi giorni, appare perfettamente in linea con le caratteristiche tecniche tipiche della casa, eppure risulta del tutto originale nell’estetica e nella costruzione.

    Presentata in anteprima dagli addetti ai lavori, è stata molto apprezzata per l’ottimo rapporto qualità/prezzo (a partire da 495 euro). Di sicuro è frutto di una maturità progettuale in cui si sente tutto il “peso” e l’esperienza di un’azienda ormai più che trentennale (è nata nel 1986). Un progetto ben concepito e altrettanto ben realizzato, che merita di essere valutato con attenzione. Quindi, cominciamo: prendiamo in esame la versione cronografo del Locman Mare.

    La cassa è in acciaio 316L, una lega di acciaio inossidabile a basso contenuto di carbonio, dall’ottima resistenza alla corrosione e dall’elevato coefficiente di igiene (non a caso è chiamato “acciaio marino” o anche “acciaio chirurgico”). Lunetta e pulsanti sono in acciaio con trattamento Pvd oro rosa, mentre il fondello è in titanio. Certo, la cosa non stupisce più di tanto, perché il mix di materiali è tipico di Locman – che oltretutto è stato un pioniere nell’utilizzo del titanio in orologeria. Ma il fatto è che questo metallo è totalmente biocompatibile, cioè è ben tollerato anche da chi soffre di allergie alla pelle. Il che significa, da parte di Locman, grande sensibilità e considerazione verso chi dovrà indossare l’orologio.

    Andiamo avanti. Le dimensioni: il Locman Mare misura 44 mm di diametro. Eppure si adatta bene al polso grazie alla studiata ergonomia, che lo rende facile da portare nonostante lo spessore non proprio ridotto (14 mm). Visto di fianco, si nota anche l’accentuata curvatura del vetro: un vetro minerale dalla superficie indurita, così da essere più resistente a graffi e urti, e offrire una migliore trasparenza. Perché un vetro minerale e non zaffiro? Un vetro zaffiro sarebbe costato troppo, quasi quanto l’intero orologio. Anche no.

    Continuiamo con la cassa. La curvatura del vetro, le smussature agli angoli, il gioco di piani laterali arrotondati… Tutto l’insieme crea, al tatto, sensazioni piacevoli, quasi “morbide”, come se si accarezzasse un ciottolo levigato dall’acqua. A proposito di acqua. Fondello serrato da quattro viti e corona zigrinata a vite assicurano un’impermeabilità fino a 10 atmosfere. Una doppia guarnizione in silicone “sigilla” i pulsanti crono, ma è sempre meglio non attivarli durante un’immersione per non compromettere la tenuta stagna.

    Quindi il quadrante. In questa versione del Locman Mare è in fibra di carbonio, con i contatori crono dei 60 minuti e delle 24 ore. In altre varianti dell’orologio invece il quadrante ha una finitura spazzolata soleil. Ma il dettaglio che colpisce di più è sicuramente il disegno dello squalo: un’immagine simbolo, che evoca le profondità subacquee. Che da un lato riafferma il legame con il mare, e dall’altro richiama l’idea di forza e libertà. Del resto, nella mitologia di numerose popolazioni – lontane per cultura e latitudine – lo squalo rappresenta l’energia potente e il coraggio. Una divinità spesso invocata dai pescatori per favorire la pesca o come protezione contro i pericoli e le insidie del mare.

    Due parole riguardo alla meccanica. Il cronografo Locman Mare monta un movimento al quarzo con secondi continui e datario. Ma esiste anche in versione “solo tempo”, equipaggiato da un movimento a carica automatica rielaborato da SIO. Va ricordato che la Scuola Italiana di Orologeria è una sorta di accademia interna all’azienda, creata per la formazione di tecnici specializzati e per la revisione/personalizzazione dei movimenti. Forse anche in vista di futuri calibri sviluppati in-house.

    Infine il cinturino, da scegliere fra due tipi. Uno in silicone anallergico: un materiale “soft-touch”, morbido ma resistente ai cambi di temperatura e ai raggi UV. L’altro in gomma con inserti in pelle stampa alligatore: più eclettico, adatto anche all’ambiente urbano. Un’ultima cosa: parte del ricavato della vendita di tutti gli esemplari sarà devoluto a Marevivo. Proprio per il lancio della nuova collezione, infatti, Locman ha siglato una partnership con la Onlus. Un’associazione che dal 1985 lotta per la difesa del mare e delle sue risorse. Ne riparleremo presto.

  • Breguet Tradition 7077, un laboratorio tecnico senza pari

    Breguet Tradition 7077, un laboratorio tecnico senza pari

    Una leggenda, una notizia falsa: la convinzione che i cronografi siano orologi di grande precisione non ha nessun fondamento tecnico. Al contrario: ogni volta che si aziona la parte cronografica, quella per misurare con precisione (questo sì) gli intervalli di tempo, la parte orologio è costretta ad un comportamento anomalo. L’azionamento del cronografo causa una improvvisa richiesta d’energia che non ha influenza solo sull’autonomia complessiva (il bariletto deve dare più energia per il cronografo e quindi ne rimane meno per la parte orologio), ma anche e soprattutto sull’amplitudine.

    L’amplitudine è l’ampio (appunto) angolo compiuto dal bilanciere nelle sue oscillazioni in un senso e nell’altro. E le variazioni di amplitudine hanno sempre effetti perversi sulla costanza di marcia, che in definitiva si traducono in minore precisione. La cosa peggiore è che nessuno può stabilire a priori quante volte verrà azionato il cronografo. Quindi qualunque regolazione in fabbrica è una approssimazione destinata ad essere comunque smentita dai fatti. Tranquilli: fra poco cerco di farla ancora più semplice.

    Breguet ha una storia che tutti, più o meno conosciamo: prende il nome dal Leonardo da Vinci dell’orologeria moderna, quell’Abraham-Louis Breguet che ha inventato più o meno tutto quel che c’era da inventare. Oggi la maggior parte degli orologi cerca di migliorare – grazie a nuovi materiali e al progresso tecnologico in generale – quanto già proposto da Abraham-Louis Breguet nei suoi orologi da tasca. Persino a livello estetico. Un Genio, appunto.

    Per non lasciare in secondo piano la genialità, i tecnici della moderna Breguet tendono a mettersi nei suoi panni, cercando di pensare come lui, di creare un “Breguet pensiero” che fornisca quella voglia di sperimentare tipica di ALB. E lo fanno allegramente anche con la collezione d’orologi che appare più vicina ai tempi dell’orologiaio maximo: la collezione Tradition.

    Il Breguet Tradition 7077, ad esempio, cerca di superare i problemi dovuti all’interazione fra cronografo e orologio sdoppiando totalmente le funzioni. Perché comprende un cronografo e un orologio normale. Ciascuno con il proprio bilanciere, con il proprio scappamento e con il proprio treno d’ingranaggi. Che porta, nel caso dell’orologio, alle due lancette di ore e minuti, nel quadrantino al 12. E a quelle del cronografo: lunga lancetta dei secondi crono al centro, lancetta retrograda dei 20 minuti (per non farsi mancare niente, ma anche per motivi estetici) circa all’11.

    Dicevo dei motivi estetici. Sia ALB che i dirigenti odierni sono sempre attenti a sviluppare forme di simmetria volutamente imperfetta, per non risultare noiosa. Nel caso del Breguet Tradition 7077 la struttura è data dal quadrantino centrale, al 12, di ore e minuti. Ai suoi lati l’indicatore dell’autonomia residua del bariletto (al 2; quella totale è di 55 ore) e la lancetta retrograda dei minuti crono. Più in basso i due ampi bilancieri e infine al 6 la piccola lancetta che indica l’inserimento della funzione cronografo. Ma torniamo subito alla tecnica.

    Per separare totalmente il cronografo dall’orologio “solo tempo” sarebbe stato necessario introdurre un secondo bariletto. E però basta osservare il movimento (meccanico a carica manuale) per rendersi conto che non c’è spazio per un secondo bariletto. Il quale, oltretutto, andrebbe caricato a parte: soluzione poco raffinata, anche perché ci puoi scommettere la pensione della nonna che, quando ti serve il cronografo, scopri che il relativo bariletto è vuoto come il cervello di certi politici.

    Pensa che ti ripensa, i tecnici odierni di Breguet pescano nel passato e tornano alla soluzione più antica, la molla lineare. Una lunga barretta metallica, la versione “culturista” di quella utilizzata per far scattare il datario. La si nota trionfare, con il suo ponte, al centro del movimento visto dal fondello. E come viene “armata”, come viene caricata, questa molla? Direttamente dal pulsante di arresto: ogni volta che lo si preme, una serie di rimandi pantografici ne amplificano la corsa e vanno a caricare la molla – che di conseguenza è sempre pronta a fornire energia per il successivo riavvio del cronografo. Una soluzione di raffinata eleganza per la sua sintesi tecnica.

    Ovviamente c’è il lato inverso della medaglia: la molla lineare è ovviamente più corta di quella a spirale contenuta nel bariletto, e può quindi immagazzinare e poi cedere una quantità limitata di energia, che in questo caso è sufficiente per 20 minuti di rilevamento cronografico. Ma bisogna capire che il Breguet Tradition 7077 non è un normale cronografo sportivo, bensì un laboratorio tecnico di soluzioni geniali.

    A proposito delle quali concludo accennando al fatto che i due bilancieri funzionano a velocità diverse: 3 Hz (21.600 alternanze/ora) quello dell’orologio, e 5 Hz (36.000 alternanze/ora) il cronografo, ottenendo in tal modo maggiore precisione e la lettura al decimo di secondo. Già, ma di solito i bilancieri più “veloci” sono più piccoli per una questione di massa e momento d’inerzia. Come mai qui hanno lo stesso diametro? Beh, questo ve lo spiego in una delle didascalie per non rendere insopportabilmente lungo questo testo… 😊

    Alcuni indirizzi utili: Boutique e rivenditori Breguet