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Tag: orologi da donna

  • Ferragamo Entrelacé: un po’ orologio, un po’ bijou

    Ferragamo Entrelacé: un po’ orologio, un po’ bijou

    Piccolo il quadrante, sottile la cassa, importante il bracciale. Il Ferragamo Entrelacé mette subito in chiaro le gerarchie fra i propri componenti. Perché qui l’orologio c’è, naturalmente, ma non ha alcuna intenzione di rubare la scena al resto. A dominare l’estetica è infatti un intreccio di elementi metallici, che corre intorno al polso e ingloba la cassa rettangolare.

    Da qui il nome Entrelacé, intrecciato in francese. E da qui anche quell’aria da jewelry watch che permette di interpretarlo in due modi: orologio per chi guarda il quadrante, bijoux per chi lo osserva al polso. Una doppia identità che, in casa Ferragamo, non sorprende più di tanto. Siamo pur sempre dalle parti della moda e degli accessori, in cui fibbie, intrecci e dettagli metallici hanno spesso un peso ben superiore alla funzione che dovrebbero assolvere. L’esempio dei Gancini è emblematico.

    Un po’ manchette, ma a modo suo

    A pensarci bene, il Ferragamo Entrelacé sembra anche recuperare un genere di orologio femminile che ha avuto una certa fortuna tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila: il manchette. Ovvero quel particolare watch-bracelet in cui una piccola cassa rettangolare o quadrata finisce integrata nell’ampio bracciale, a formare un tutt’uno.

    Gli esempi non mancano. A cominciare dal Patek Philippe Twenty~4, nato nel 1999 e tuttora in collezione. Il Baume & Mercier Catwalk del 1997, presentato all’epoca come un “bracciale che è anche un orologio”. Ancora, lo Chaumet Khésis, il Cartier Ruban e tanti altri. Orologi diversi fra loro, ma accomunati dalla stessa idea: prima si vede il bracciale, poi si scopre che c’è anche l’indicazione dell’orario.

    Il Ferragamo Entrelacé non è un manchette in senso stretto. Gli manca quella superficie metallica larga e compatta, quasi una polsiera, tipica dei modelli di allora. Ne riprende però la costruzione visiva e la aggiorna secondo codici più attuali. Il metallo si alleggerisce, lascia passare la luce, fa intravvedere la pelle sottostante. E acquista movimento, grazie ai molteplici link.

    Più che una polsiera, sembra quasi un tessuto metallico. E forse il riferimento al passato può fermarsi qui. Perché non c’è bisogno di chiamare in causa il revival a tutti i costi: certe idee semplicemente tornano quando la moda ricomincia a trovarle interessanti.

    Piccolo è (di nuovo) bello

    Anche le proporzioni vanno in questa direzione. Con una cassa di 18,5 x 21,5 mm, il Ferragamo Entrelacé appartiene senza esitazioni alla famiglia dei mini watches. Dopo anni di orologi femminili cresciuti fino a raggiungere dimensioni quasi maschili, si sta riaffermando la controtendenza, che vuole i formati piccoli, soprattutto se rettangolari, di nuovo cool.

    In questo caso la taglia ridotta serve soprattutto a non interrompere il design del bracciale. Il quadrante rimane leggibile, ma non pretende di imporsi. Il colpo d’occhio è affidato al ritmo delle maglie, ai riflessi del metallo e al contrasto con la pelle. Insomma, più un accessorio che uno strumento. Ma sarebbe strano aspettarsi il contrario.

    Ferragamo Entrelacé: 3 versioni, 3 caratteri

    Ferragamo ha scelto di declinare l’Entrelacé in tre combinazioni diverse di colore e finiture. Quella più essenziale è in acciaio, con quadrante nero soleil: grafica, abbastanza easy da portare anche di giorno, è forse la più contemporanea del gruppo. Costa 1.150 euro.

    Con il trattamento Ip oro giallo e il quadrante argenté soleil, però, il Ferragamo Entrelacé cambia subito mood. Il risultato è più caldo, più vicino al gioiello “classico”, ma senza eccessi. Il prezzo, in questo caso, sale a 1.300 euro.

    Infine c’è la versione bicolore, in acciaio con finitura color oro giallo e quadrante verde. Che gioca apertamente con il mix & match e, proprio per questo, sembra particolarmente adatta a un orologio da abbinare ad altri accessori. Il prezzo al pubblico è di 1.200 euro.

    Quarzo. E va bene così

    Dentro la piccola cassa c’è un movimento al quarzo a due lancette, calibro Ronda 1032, rigorosamente Swiss Made. Niente virtuosismi meccanici, dunque. Del resto non ce n’era proprio bisogno. Un esemplare di questo tipo deve essere sottile, leggero e prêt-à-porter: pronto da mettere al polso senza troppe cerimonie. Il quarzo assolve perfettamente il compito.

    Perché la domanda, davanti a un orologio così, non è tanto che cosa monti all’interno. Piuttosto: con che cosa lo metto? Con una camicia bianca e un paio di jeans, certamente. Oppure la sera, insieme a due o tre bracciali, magari bangle sottili, senza preoccuparsi troppo di metalli e colori. Del resto il mix & match serve proprio a questo.

  • Tissot Désir Moonphases: stregata dalla Luna

    Tissot Désir Moonphases: stregata dalla Luna

    Oggi parliamo del Tissot Désir Moonphases. L’ultima novità femminile della Maison della Croce elvetica, dichiaratamente un “fasi di luna”. Ma non è un caso: perché oggi si celebra la Luna del Raccolto. Una coincidenza che sottolinea il legame indissolubile fra l’astronomia e l’orologeria svizzera.

    La Luna del Raccolto

    La Luna del Raccolto – anche detta Luna della Vendemmia – è per convenzione la Luna piena più vicina all’Equinozio d’autunno. Quest’anno si verifica appunto il 26 settembre, per l’esattezza alle 18:48 ora italiana, appena tre giorni dopo l’inizio ufficiale dell’autunno astronomico.

    L’origine del nome va cercata chiaramente nelle società rurali del passato. Non solo in Europa: Oltreoceano viene chiamata proprio Harvest Moon e rimanda alle tradizioni dei Nativi Americani, in particolare degli Algonchini. Deriva da un fenomeno naturale abilmente sfruttato dalle popolazioni fino a dar luogo a un’usanza comunitaria.

    Nell’ultima decade di settembre, e per diverse sere consecutive, la Luna piena sorge poco dopo il tramonto del Sole ed emette una luce forte e prolungata. In epoca precedente alla diffusione dell’elettricità, i contadini si servivano di quel chiarore per restare a lavorare nei campi anche nelle ore più tarde della sera. Il che permetteva loro di ultimare più velocemente i raccolti, prima dell’arrivo del freddo.

    Per questo la Luna del Raccolto ha sempre avuto un significato simbolico. Non solo rappresenta la fase di passaggio tra la fine dell’estate e la preparazione dell’inverno, ma soprattutto coincide con un momento di abbondanza e quindi di gratitudine verso la Natura, il Cielo o la Fortuna.

    C’è da dire che al fascino esercitato dalla Luna del Raccolto contribuisce anche lo spettacolo suggestivo offerto dal nostro Satellite al crepuscolo. Una volta sorta, quando la Luna è ancora bassa sull’orizzonte, l’atmosfera terrestre ce la fa sembrare grande e schiacciata, e la colora di calde sfumature arancioni.

    Tissot Désir Moonphases: la Luna al polso

    A quante non si accontentano di osservare la Luna in cielo, il Tissot Désir Moonphases permette di indossarla al polso, o almeno di visualizzarne il moto. Grazie al movimento al quarzo Swiss made, preciso e affidabile, l’indicazione delle fasi lunari segue infatti fedelmente il ciclo sinodico reale di 29,5 giorni.

    Dunque, attraverso la finestrella posta sul quadrante a ore 5, è possibile controllare l’avvicendarsi continuo di luna piena, calante, nuova e crescente. Nessun rischio di errore, nessun bisogno di intervenire con una correzione manuale – perlomeno finché la batteria funziona. E quando sta per esaurirsi, niente panico: la funzione end of life ti avvertirà per tempo che è ora di sostituirla.

    Impossibile non accorgersene: qualche settimana prima che la pila si scarichi del tutto, la lancetta dei secondi comincerà a comportarsi in modo strano, a non scandire tutti i secondi (ma il movimento continuerà comunque a marciare con precisione, tranquilla), e tu non dovrai fare altro che portare il tuo Tissot da un orologiaio. Poi per qualche anno non ci penserai più…

    Il cielo stellato

    Ma non si tratta solo di “meccaniche celesti”, per citare Franco Battiato. Il Tissot Désir Moonphases ha un design contemporaneo fortemente poetico, che amplifica le suggestioni cosmiche. Nelle sei referenze in collezione si trovano materiali che ricreano la profondità di un cielo stellato e la composizione rocciosa del suolo lunare.

    Per esempio, la versione con quadrante blu notte presenta l’anello periferico che ricorda il vetro avventurina. In realtà è realizzato con un processo di laccatura a più strati, all’interno dei quali sono stati applicati e sigillati micro-cristalli e polveri riflettenti che Tissot chiama “inclusioni minerali”. Con un risultato di grande effetto.

    Incastonati ai quarti si trovano gli indici di diamanti, mentre la zona interna ha un colore sfumato che evoca lo spazio profondo in cui si muovono gli astri. Tra le due, un anello metallico “a falce”, dallo spessore dégradé, è decorato da una finitura martellata e spazzolata. Queste micro-incisioni catturano la luce e lo rendono luminoso, a imitare la superficie della Luna colpita dai raggi del Sole.

    L’eterno femminino

    Ma non c’è solo la magia siderale. Il Tissot Désir Moonphases sprigiona un’estetica delicata e iperfemminile. La si nota soprattutto nelle versioni con quadrante argenté, beige o rosso, simile a un tessuto di seta plissé che si dispiega proprio a partire dalla finestrella delle fasi di luna. Qui la superficie del metallo è stata incisa con micro-venature satinate e irregolari, ispirate alla trama e alla lucentezza serica. Mentre nella finestrella della complicazione, la Luna fa capolino dietro nuvole incise nella madreperla.

    Ma non solo. Ogni esemplare sembra fatto su misura per i polsi delle donne, come una costruzione sartoriale. La cassa è in acciaio 316L, una lega di derivazione chirurgica altamente resistente alla corrosione e anallergica. Ha un formato ridotto, di 29,6 mm di diametro, e volumi bombati, sia sulla lunetta, sia sulla carrure. Al tatto regala sensazioni fluide e sinuose, quasi come un ciottolo levigato dalla corrente. O forse dallo scorrere del tempo.

    Altri dettagli? La corona zigrinata a ore 2, ornata da un cabochon di ceramica blu. Il vetro zaffiro bombato, simile a una cupola che protegge il quadrante. E il bracciale che la Maison stessa definisce “dal design gioiello“, perché concepito non come un semplice elemento funzionale, ma per vestire il polso come un ornamento flessibile e luminoso.

    Anch’esso realizzato in acciaio 316L interamente lucidato a specchio, è composto da tre file di maglie fitte e articolate. La struttura garantisce un’eccezionale fluidità al tatto, accentuata dalla geometria rastremata (passa dai 13 mm in corrispondenza delle anse fino agli 11 vicino alla chiusura a farfalla). In questo modo si avvolge attorno al polso e ne segue l’anatomia con naturalezza.

    Comunicazioni di servizio

    Per completezza delle informazioni, devo scendere con i piedi per terra e passare a un argomento più prosaico: quanto costa. Ma qui arriva una buona notizia: il Tissot Désir Moonphases non è affatto irraggiungibile, anzi. Ha un prezzo che oscilla tra i 445 e i 525 euro a seconda delle versioni. Il che ha un grande vantaggio: per una volta, “volere la luna” è davvero possibile…






  • Blancpain Lady B: il micro-bijou di design dal cuore meccanico

    Blancpain Lady B: il micro-bijou di design dal cuore meccanico

    B come Blancpain, B come Bullett, B come Betty. Ma anche B come Bubble (o Boule, se preferisci il francese) e B come Bijou. Si chiama Lady B il nuovo femminile di Blancpain, omaggio esplicito ma per nulla nostalgico a una storia che proviene dal passato. Per capire questo piccolo pezzo di design dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Precisamente al 1956, quando l’orologeria da donna era terreno di sfide tecniche e creative per le grandi manifatture.

    Betty e l’estetica Mid-Century

    In quel periodo, al timone di Blancpain c’era Betty Fiechter, prima donna in assoluto a guidare una grande casa svizzera. Entrata in azienda giovanissima, Betty aveva compiuto un’impresa incredibile: nel 1932, durante la Grande Depressione, aveva acquistato la manifattura per salvarla dal fallimento. Si ritrovò così a capo di oltre duecento dipendenti in un’epoca in cui le donne, in Svizzera, non avevano neppure diritto di voto – lo otterranno solo nel 1971: no comment. Una figura straordinaria che pretendeva per gli esemplari femminili la stessa attenzione riservata ai modelli da uomo.

    Negli anni Cinquanta, del resto, le case orologiere facevano a gara per contendersi il polso delle signore. Allora andavano di moda esemplari dal design originale e dalla femminilità delicata: per la sera cocktail watches e orologi a segreto, per il giorno modelli “di forma” con bracciali insoliti, ma sempre dalle dimensioni minuscole, se non microscopiche. E le grandi manifatture investivano capitali in ricerca e sviluppo proprio per cercare di ottenere micro-movimenti meccanici, affidabili e di qualità, adeguati a quelle casse formato mignon.

    Il fascino dell’Atomic Age e il famoso calibro R52

    Da Blancpain, sotto la supervisione di Betty, nel 1956 nacque così il mitico Ladybird “Bullet”, figlio dell’ottimismo tipico dell’epoca. Si era in piena Atomic Age, presto estesa all’era spaziale, ammantata di fiducia nei confronti del futuro e della tecnologia. Un momento magico in cui l’architettura, la moda e il design industriale dicevano addio alle linee rette per abbracciare forme organiche, sferiche e biomorfiche – basti pensare all’Atomium di Bruxelles o alle curve dei grandi sogni automobilistici di quegli anni.

    Il soprannome “Bullet” (proiettile) derivava dalla forma bombata e sferica della cassa. Il cuore pulsante di quel “proiettile” era il leggendario calibro R52 (o R55, a seconda dell’allestimento), un capolavoro da 11,85 millimetri di diametro – in pratica la punta di un mignolo. Per rimpicciolire il movimento senza sacrificarne la robustezza, Blancpain introdusse una rivoluzionaria quinta ruota nel treno del tempo e inserì una protezione antiurto sul bilanciere, del tutto assente sui calibri dei concorrenti. Il calibro R52 contava 133 componenti rifiniti al millesimo di millimetro e garantiva 40 ore di autonomia. Acquistato persino da altre storiche maison rivali, il calibro R52/R55 oggi è considerato una pietra miliare della micromeccanica del Novecento.

    Ma il “Bullet” stupì il pubblico anche per un’altra, geniale intuizione. La cassa sferica (o quasi) era priva di anse, ma sul retro aveva una fessura integrata che permetteva di far passare all’interno il cinturino: così le signore potevano sostituirlo in un attimo per abbinarlo all’abito. Fu un sistema rivoluzionario che segnò una prima mondiale per l’orologeria e introdusse l’idea dell’intercambiabilità “fai da te”, tanto apprezzata ancora oggi.

    Il Lady B, una micro-scultura da polso

    Il Blancpain Lady B dei nostri giorni riprende esattamente lo spirito di quel predecessore. Lo reinterpreta però con un linguaggio tecnico e formale contemporaneo che gli infonde un carattere deciso e di forte impatto estetico, a dispetto delle dimensioni. Dimentichiamoci quindi le classiche riedizioni fotocopia: qui c’è un’idea radicale che lo trasforma in una piccola scultura in 3D da indossare.

    La cassa è una vera e propria “bolla” d’acciaio o d’oro rosso da 19 millimetri di diametro, appena appiattita sopra e sotto. La tocchi e sembra un ciottolo levigato dall’acqua, lucidissimo e privo di sporgenze – eccetto per la corona di carica. Un oggetto che dichiara la propria essenza in volume, appena 2,9 centimetri cubi, anziché accontentarsi delle solite misure. Tuttavia l’incredibile pulizia estetica nasconde una complessità realizzativa fuori dal comune. Le didascalie raccontano perché.

    Anche il Lady B non presenta le consuete anse. Il cinturino passa nella cassa attraverso una sottile apertura millimetrica letteralmente scavata nel metallo. E grazie a un sistema di cuscinetti a sfera scorre, anzi scivola all’interno senza intoppi. Realizzato in pelle di vitello, non si limita a circondare il polso, ma lo avvolge con un doppio giro. Ed è declinato in sette colori dalle particolari sfumature: dal bordeaux al moka, dal corallo al cipria, e ancora bianco, blu e viola.

    Sul piccolo quadrante beige opalino regna una purezza assoluta. Niente diamanti, niente decori superflui, solo le lancette di ore e minuti e gli indici a bastone, per favorire al massimo la leggibilità. Tutto il resto lo fa la luce che si riflette sul réhaut a specchio, così da rendere le informazioni ancora più visibili.

    Un cuore meccanico inaspettato

    Sotto l’estetica pulita e quasi organica batte un cuore da puristi. Blancpain ha una regola ferrea: non ha mai prodotto un orologio al quarzo e mai lo farà. Il Blancpain Lady B adotta quindi il calibro 615, di manifattura. Ma il bello è che non si tratta di un movimento meccanico a carica manuale, come sarebbe logico aspettarsi in volumi così ristretti. No: il calibro 615 è un automatico, con una piccola ma efficace (o forse dovrei dire efficiente) massa oscillante che ricarica la molla del bariletto a ogni gesto del polso. Ne senti il movimento impercettibile quando lo stringi nella mano: e devo dire che fa un certo effetto…

    Non solo. Concepito nel 1995, il calibro 615 è stato via via aggiornato nel tempo man mano che si sono rese disponibili nuove tecnologie. Oggi per esempio monta la spirale in silicio, che lo rende insensibile ai campi magnetici e alle variazioni di temperatura, e contribuisce alla costanza di marcia dell’intero sistema. Proprio per la continua evoluzione ha acquisito una robustezza e un’affidabilità ormai riconosciute e dimostrate nel tempo.

    L’eredità di stile continua

    Il Blancpain Lady B si indossa con disinvoltura sotto una camicia bianca come con un tubino nero. Si presta alle occasioni più formali come un gioiello, ma per dimensioni e design non è mai fuori luogo, neppure nelle situazioni di relax. Non è una serie limitata, piuttosto un capitolo del tutto nuovo che ridefinisce l’eleganza quotidiana. Un esempolare che dà ragione a Betty Fiechter: la bellezza e l’intelligenza tecnica non sono mai state nemiche. I prezzi al pubblico consigliati? La versione in acciaio è proposta a 11.360 euro, mentre quella in oro rosso costa 17.350 euro. In linea con l’esclusività della Manifattura.

    In sintesi

    CaratteristicheSpecifiche del Blancpain Lady B
    NomeBlancpain Lady B
    Referenza0064 3642 E17 oppure 0064 1142 B24
    CassaOro rosso oppure acciaio, 19 mm di diametro x 13,2 di spessore
    MovimentoCalibro 615 a carica automatica
    FunzioniOre e minuti
    Autonomia38 ore
    Prezzo17.350 euro oppure 11.360 euro

  • Ferragamo Double Gancini: da simbolo a struttura

    Ferragamo Double Gancini: da simbolo a struttura

    Il Gancino di Ferragamo è uno di quei simboli ricchi di significato, nel linguaggio della moda. Ha un lungo passato alle spalle, riassume un’eredità storica e artigianale, trasmette senso di appartenenza, è garanzia di qualità. E allo stesso tempo è una componente essenziale di quel rinnovamento stilistico operato da Maximilian Davis, che lo ha reinterpretato con un approccio radicale, minimalista e fortemente geometrico. Invece di usarlo come logo ornamentale e ripetitivo, il giovane Direttore creativo lo ha trasformato in elemento strutturale, una forma di design puro che concorre all’architettura. Rafforzato, quasi potenziato dall’uso del plurale – Gancini – anche quando si tratta di un singolo pezzo, è sempre ribadito nei nomi delle collezioni. Lo dimostrano molte creazioni da lui firmate in questi anni, e lo dimostrano pure gli orologi. Basta guardare i nuovi Ferragamo Double Gancini, lanciati per questa primavera-estate.

    I Gancini dagli anni ’70 a oggi

    La storia la conoscono tutti, ma vale la pena riassumerla. I Gancini fanno la loro prima comparsa come fibbia di una borsa, realizzata negli anni Settanta da Fiamma Ferragamo per la madre Wanda. Quella borsa (che poi prese proprio il nome Wanda) presentava come chiusura un gancio metallico ispirato ai battenti delle porte di Palazzo Spini Feroni a Firenze, tuttora sede della Maison Ferragamo.

    Da allora i Gancini diventano dettagli ricorrenti in tantissime collezioni di accessori Ferragamo, dalle cinture alle scarpe, dagli occhiali ai gioielli e naturalmente agli orologi. In certi casi, poi, si sdoppiano, a formare una costruzione simmetrica, dall’uso decorativo o funzionale.

    Così è per la famiglia di orologi Ferragamo Double Gancini, nata nel 2019, poi uscita di produzione e ora tornata dopo un accurato restyling. L’impostazione rimane la stessa: un femminilissimo esemplare-gioiello dal particolare bracciale a catena. L’aspetto attuale però è profondamente diverso dai precedenti: la cassa e i link Gancini sono più piccoli, e lo stesso bracciale esiste anche a doppio giro.

    Caratteristiche e prezzi del Ferragamo Double Gancini

    Per entrare nel dettaglio, i nuovi Ferragamo Double Gancini sono interamente realizzati in acciaio, anche in versione color oro giallo (le mie preferite, perché il trattamento ionico accentua l’aspetto bijoux) dalle superfici lucide. La cassa carré misura 19 mm di lato e incornicia il quadrante dalla finitura soleil, con piccole lancette a bastone e indici quadranti, in ton-sur-ton.

    Il bracciale è formato da una sequenza ininterrotta di Gancini speculari, ben proporzionati rispetto alla cassa e collegati fra loro da brevi link centrali, che mantengono la catena flessibile ma salda. Di grande effetto il bracciale a due file: un’alta manchette, flessuosa ma strutturata, che veste il polso di geometrie inconfondibili. La cassa spostata su un lato cattura l’attenzione senza sbilanciare l’estetica.

    Per ulteriori dettagli, rimando alle didascalie. Qui concludo come sempre con i prezzi: i nuovi Ferragamo Double Gancini costano 1.150 euro (con il bracciale singolo) o 1.450 euro (double tour), comunque in linea con altri esemplari della Casa. Sono già in vendita sull’e-commerce ufficiale, nelle boutique monomarca e da selezionati rivenditori. Perfetti per i look estivi.

  • RM HJ-02: i segreti dell’orologio-gioiello di Richard Mille

    RM HJ-02: i segreti dell’orologio-gioiello di Richard Mille

    Se non hai idea di come siano gli orologi-gioiello di Richard Mille, prova a dare un’occhiata ai nuovi RM HJ-02 Automatic Winding Tourbillon. Vedrai qualcosa di mai visto, per il modo in cui il Marchio usa le pietre, le mixa, le compone. Accosta gemme di diverso tipo (pietre preziose, pietre fini, pietre dure, una accanto all’altra, con i loro colori iridescenti) e di tagli diversi (brillante, baguette, fantasia, realizzati rigorosamente su misura), e per ognuno si serve di tecniche di incastonatura differenti. Il risultato è incredibile.

    Le superfici di ciascun esemplare sono interamente tempestate di cristalli multicolor, frammenti lapidei e lastre geometriche, in un gioco di piani e di sovrapposizioni che coinvolge perfino la meccanica. Un effetto talmente sorprendente da lasciare del tutto spiazzati. Del resto, quando hai a che fare con i nuovi RM HJ-02, anche i gusti personali passano in secondo piano. Perché non importa se questi orologi ti piacciano o meno. Comunque non puoi non riconoscere lo straordinario lavoro di design e di montatura che ci sta dietro.

    Le creazioni firmate da Richard Mille

    Ma prima di entrare “nel vivo” della collezione, devo fare un paio di premesse. Cerca di avere pazienza e seguimi, se puoi, così potrai farti un quadro un po’ più completo. Prima di tutto, per contestualizzare i nuovi RM HJ-02, va detto che sono il seguito ideale della collezione RM HJ-01 uscita nel 2020. E sono il frutto del lavoro di Cécile Guenat, Direttrice della creazione e dello sviluppo di Richard Mille – nonché figlia di Dominique Guenat, co-fondatore del Marchio –, e soprattutto dell’atelier di sertissage aperto internamente. Istituito proprio per fondere artigianato d’arte e ingegneria tecnica, il laboratorio è stato inaugurato nel 2019 e da allora è riuscito a realizzare autentiche innovazioni.

    Per esempio, l’applicazione dei diamanti in materiali hi-tech come il Carbon TPT, la ceramica o il vetro zaffiro, estremamente duri e finora considerati impossibili da incastonare. I tecnici che lavorano nell’atelier di Richard Mille ci sono riusciti grazie alla creazione della sede di ogni singola pietra e delle apposite “griffe” (chiamiamole così, per comodità) per mezzo di macchine CNC dalle tolleranze micrometriche. Ma anche quando si tratta di inserire le gemme nei metalli tradizionali e “morbidi” come l’oro, a peggiorare la situazione ci si mette la forma della cassa degli orologi di Richard Mille, convessa e ricca di superfici curve. Solo gli incastonatori più esperti sono in grado di farlo.

    La classificazione delle pietre

    Detto questo, devo fare un’altra (breve, giuro) digressione sui termini. La tradizione classifica le gemme in tre categorie. Le pietre cosiddette “preziose”, rare e dalla trasparenza vitrea, che sono quattro: diamante, smeraldo, rubino e zaffiro (di tutte le sfumature). Poi ci sono le pietre “fini”, per esempio l’acquamarina, il topazio o i tanti tipi di quarzo, anch’esse trasparenti e dall’effetto vetroso. Infine le pietre “dure” (anche dette ornamentali), come il lapislazzuli, la malachite o la turchese, opache o tutt’al più traslucide, spesso formate da minerali diversi che creano striature, venature o disegni particolari.

    Qualche parola in più sulle pietre “fini”: un aggettivo adottato dai gemmologi in tempi relativamente recenti, per sostituire il più diffuso e commercialmente noto, ma scorretto, pietre “semipreziose”. Scorretto perché, definite così, sembra valgano la metà o comunque molto meno rispetto alle quattro più preziose. In realtà sul mercato se ne trovano alcune – come la tormalina Paraiba, l’alessandrite o certi tipi di opale, tipo l’opale nero australiano – che sono così rare e pregiate da costare più di un “normale” diamante, soprattutto se superiori ai 2 carati. Meglio quindi definirle pietre “fini”…

    Le gemme dell’RM HJ-02

    Per tornare finalmente ai nuovi orologi-gioiello di Richard Mille, come dicevo sopra, ogni esemplare concentra nella cassa in oro bianco diverse varietà di gemme di colore, montate con varie tecniche. Ben 1.399 pietre per l’esattezza, di differenti tagli e dimensioni appunto, incastonate a grani, a neve, a castone, o in modo invisibile. Che tengono impegnato il maître sertisseur per quasi 700 ore – dalla preparazione alla finitura, attraverso innumerevoli controlli… Qualcosa come 88 giornate lavorative complete: davvero impressionante.

    Riguardo alle pietre, gli RM HJ-02 riuniscono diamanti, rubini, smeraldi, zaffiri, tormaline Paraiba accanto a malachite, turchese, crisoprasio, calcedonio, madreperla – per citarne solo alcune –, con un effetto sempre diverso. Un po’ perché non esistono due pietre uguali esattamente, e un po’ per il design, che prevede lo stesso puzzle ispirato all’Art Déco ma con colori e pattern sempre differenti. Quasi fosse un mosaico interpretato con tessere eterogenee. In totale si tratta di 12 esemplari, 12 pezzi unici, suddivisi in quattro famiglie cromatiche: verde, azzurro, rosa e viola.

    La meccanica preziosa

    Quello che mi ha più colpito, però, è il fatto che le pietre di colore entrano a far parte anche della meccanica. Il nuovo calibro di manifattura CRMT2, a carica automatica e con dispositivo tourbillon, ha infatti la platina e i ponti in oro bianco incastonati di gemme di colore. E fin qui nessun problema. Le cose si complicano però con la massa oscillante – anch’essa in oro bianco, è anch’essa incastonata sulla superficie e lungo il profilo –, perché l’aggiunta delle pietre ne cambia il peso specifico. Quindi i tecnici devono calcolare con esattezzail peso del metallo sottratto e quello delle gemme inserite, per garantire un bilanciamento e un’inerzia perfetti. Che sono necessari per alimentare il bariletto a rotazione rapida e assicurare le 50 ore di autonomia standard.

    Non solo. Il rotore modificato ruota su cuscinetti a sfera in ceramica rinforzati, abbinati al dispositivo (brevettato) di inversione unidirezionale One-Way. In pratica il rotore ricarica la molla dell’orologio in un solo senso di rotazione, il che riduce gli attriti e azzera l’usura causata dal nuovo bilanciamento della massa. In più, quando ruota nel senso opposto, il rotore si disinnesta, e mentre gira “a vuoto” accumula una forte energia cinetica; quando cambia di nuovo direzione, la velocità si trasforma in una vigorosa spinta di carica, che va ad alimentare il bariletto a rotazione rapida. Riporto tutte le informazioni tecniche sul calibro nelle didascalie.

    Qui mi limito a mettere ancora in rilievo il tourbillon che sembra isolato a spezzare la simmetria della composizione. Privo com’è di gemme, risalta per contrasto cromatico e geometrico, per diventare il punto focale del movimento – o forse dovrei dire dell’orologio. Perché, anche in questi esemplari, cassa-quadrante-e-movimento sono stati chiaramente concepiti come un sistema integrato, a formare un tutt’uno.

    Conclusioni

    Concludo con una nota di glamour. Il lancio dell’RM HJ-02 è stato supportato da un video intitolato The Dazzling Vision con Michelle Yeoh come protagonista e musiche dei Justice. Potete vederlo sul sito ufficiale di Richard Mille, nella pagina dedicata alla collezione. Riguardo al prezzo, Richard Mille non ha fornito indicazioni ufficiali, anche se in Rete si trovano cifre che si aggirano fra i 3 milioni e i 3milioni e 400mila euro, a seconda del modello. Per quanto mi riguarda, mi viene in mente una massima attribuita al magnate della finanza J.P. Morgan: «Se devi chiedere quanto costa, vuol dire che non te lo puoi permettere…».

  • Calatrava 7200, l’Officier al femminile di Patek Philippe

    Calatrava 7200, l’Officier al femminile di Patek Philippe

    Sobria ed essenziale, la collezione Calatrava lo è per “natura”. Da quando è nata, nel 1932, è sempre stata la quintessenza della “classicità” e dell’eleganza secondo Patek Philippe. Eppure nel tempo ha dimostrato di essere capace di evolversi, di modificarsi per seguire i cambiamenti di gusto – da non confondersi con la moda e le tendenze, mi raccomando -, di assumere estetiche diverse, senza tradire la propria identità storica, il proprio carattere. E lo sa fare a volte in modo molto sottile, altre più radicale. Come nel caso dei nuovi esemplari da signora lanciati a Ginevra, alla scorsa edizione di Watches & Wonders. Due inediti Calatrava 7200 che rivisitano la versione presentata nel 2013 e la vestono di nuovi colori. Basta dare un’occhiata alla line-up della famiglia di orologi sul sito ufficiale – 11 referenze in tutto -, per notare quanto questi modelli femminili si discostino dagli altri.

    La differenza sta tutta nel design della cassa, che qui assume le forme dello stile Officier. Rigoroso, minimale, ma tutt’altro che spoglio. Al contrario: sontuoso, grazie alla scelta di precise tonalità e alle finiture. Il nuovo Calatrava 7200 è declinato in due monocromie: color sabbia e azzurro ghiaccio, sfumature che assumono effetti di luce cangianti grazie alla lavorazione soleil del quadrante, e sono messi in risalto dall’oro bianco lucido della cassa. Quanto al resto, nessuna decorazione, nessun diamante incastonato. Un puro “solo tempo” che mostra ore e minuti, privo perfino della lancetta dei secondi. Per chi desidera le pietre preziose, i concessionari di Patek Philippe hanno a disposizione altri Calatrava da donna: le referenze 4997, espressione di un’altra femminilità. I Calatrava 7200 hanno invece un valore e un significato storico ben preciso, che vale la pena di ricordare.

    I primi orologi da polso

    Anche chi non conosce il francese, intuisce che il termine officier vuol dire “ufficiale“, inteso come figura della gerarchia militare. E rimanda a un pezzo di storia dell’orologeria, all’esordio degli esemplari da polso. Si racconta infatti che alla fine dell’Ottocento furono i graduati dell’esercito i primi a indossare al polso gli orologi, consapevoli di quanto fossero infinitamente più comodi rispetto ai modelli da tasca durante le azioni sul campo. Per questo adottarono cinturini improvvisati – custodie in cuoio tipo polsiera in cui inserire la cassa, oppure strisce di pelle fatte scorrere in barrette metalliche posticce, profilate a U e saldate a ore 12 e a ore 6 -, così da poter appunto adattare al braccio i “tasca” più piccoli.

    Fino ad allora gli orologi da polso erano considerati “roba da donne”, di qualunque tipo fossero. Preziosi bracciali gioiello in oro, gemme o smalti sfoggiati con grazia dalle signore dell’alta società – come quello della contessa ungherese Koscowicz, realizzato proprio da Patek Philippe nel 1868 e considerato il primo orologio svizzero della storia. O pratici esemplari in metallo che le bambinaie legavano al polso con un nastro: messi in sicurezza, dopo che manine infantili vogliose e maldestre avevano provato a distruggere i delicati esemplari appesi al petto con una spilla… Si trattava comunque di accessori che nessun uomo si sarebbe mai sognato di portare, per non scalfire la propria immagine virile.

    Lo stile Officier

    A un certo punto però la funzionalità ebbe la meglio sui pregiudizi. Le prime testimonianze sull’utilizzo degli orologi al polso da parte degli ufficiali risalgono agli anni ’80 dell’Ottocento, quando Girard-Perregaux fece una fornitura alla Marina tedesca. Ma più ancora durante la Seconda guerra anglo-boera (1899/1902), che vide contrapposti l’esercito britannico e i coloni sudafricani di origine olandese. Si dice che furono proprio gli inglesi a vincere, grazie agli attacchi ben pianificati e coordinati con i loro segnatempo – non a caso chiamati wristlet. Successivamente, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e l’affermarsi dell’aviazione, gli orologi da polso conobbero una diffusione sempre maggiore.

    E fu proprio nei primi decenni del secolo scorso che fu codificata la cassa Officier. Doveva essere necessariamente semplice e priva di fronzoli, di forma rotonda, compatta e con le anse “a filo”, dritte e accuratamente saldate alla carrure. Uno standard per una certa tipologia di field watch, poi entrata (e rimasta) a far parte dell’uso comune. Patek Philippe la riscoprì con una nuova generazione di officier nel 1989, in occasione del 150° anniversario, nella leggendaria Referenza 3960, realizzata in un’edizione limitata di 2200 esemplari sempre all’interno della collezione Calatrava. Va da sé che nella storia dell’orologeria da tasca e da appoggio il termine Officier rimanda a tutt’altro significato.

    Il Calatrava 7200 e il Calibro 240

    Spiegata la questione della cassa officier del nuovo Calatrava 7200, merita almeno qualche riga la meccanica che lo anima: il Calibro 240. Uno dei movimenti automatici più famosi, iconici e longevi nella storia dell’alta orologeria. Creato nel 1977, in piena crisi del quarzo, nacque con il preciso obiettivo di dimostrare che la meccanica poteva battere l’elettronica sul terreno dell’eleganza e della sottigliezza. Creato dal progettista di Patek Philippe Gérard Berret, aveva uno spessore di 2,3 mm grazie al micro-rotore decentrato, inserito direttamente nell’architettura dei ponti. Oggi come allora, il piccolo dispositivo riesce a generare inerzia per caricare la molla del bariletto, a dispetto delle dimensioni ridotte, perché è realizzato in oro 22 carati. Una lega metallica densa e pesante, capace di garantire un’eccellente efficienza a ogni minimo gesto del polso.

    Nel tempo, chiaramente, il Calibro 240 ha dimostrato tutta la propria validità. Si è rivelato una straordinaria piattaforma su cui montare diversi moduli delle complicazioni, senza mai perdere la proverbiale sottigliezza. E poi si è evoluto con l’acquisizione di sempre nuovi componenti e tecnologie, mirati a garantire un’ottimale costanza di marcia. Come la spirale Spiromax® in Silinvar®, un derivato del silicio che non necessita di lubrificazione, è del tutto insensibile ai campi magnetici e alle variazioni di temperatura. Tant’è che Patek Philippe continua a utilizzare il Calibro 240 nei modelli più prestigiosi in catalogo: non solo nei Calatrava, ma anche negli esemplari dell’Ellipse d’Or o della linea Nautilus – come i nuovi, ambitissimi Nautilus del 50° anniversario, festeggiato quest’anno. Senza dimenticare i molti orologi ricchi di smalti delle ricorrenti collezioni di Alto Artigianato.

    Conclusioni

    Concludo con le ultime, necessarie informazioni. Il prezzo, prima di tutto: il Calatrava 7200, in entrambe le referenze, costa 35.759 euro, in linea con gli altri modelli maschili della collezione – con i quali però non si possono fare paragoni diretti, visto che quelli hanno un peso maggiore in oro, diverse lavorazioni e diversi movimenti. Ma credo che sia importante fare alcune considerazioni. Certo, il prezzo ci fa capire che Patek Philippe, con il Calatrava 7200, si rivolge a un tipo di donna quanto meno benestante. Ma soprattutto una donna con una certa cultura orologiera, che conosca lo stile Officier tanto quanto il calibro 240, che sappia di cosa stiamo parlando e sia consapevole di quello che sta acquistando. E, per fortuna, di donne così ce ne sono sempre di più, almeno a livello internazionale.

  • Nœud de Camélia: l’orologio-gioiello di Chanel tra arte e ricamo

    Nœud de Camélia: l’orologio-gioiello di Chanel tra arte e ricamo

    L’ispirazione deriva come di consueto dal mestiere e dalle passioni di Gabrielle Chanel. Due componenti della vita della grande couturière – così connesse fra loro da poterle sovrapporre -, tradizionalmente alla base dell’intera orologeria della Maison. Di nuovo c’è che si riscontrano puntuali anche nell’inedita collezione Nœud de Camélia, assoluta novità presentata in questi giorni a Watches and Wonders Geneva. Una famiglia di esemplari-gioiello, cinque montres-à-secret (quattro manchette e un anello), realizzati con materiali diversi e diverse tecniche di artigianato d’arte, ma comunque preziosissimi.

    Il fiocco e la camelia, due simboli Chanel

    Segni e simboli hanno sempre fatto parte dell’universo di Chanel. Con un senso della sintesi assolutamente personale, Mademoiselle Coco era riuscita a concentrare in pochi dettagli lo stile, la visione della donna, l’idea di eleganza da lei perseguiti negli anni con convinzione, intuizioni ed esperienza. Le catene, il tweed, i bottoni, le perle, i bijoux, le scarpe bicolori, la borsa matelassé, ma anche la camelia e il fiocco sono sempre stati metafore istantanee della moda Chanel.

    Elementi identificativi immediatamente riconoscibili che oggi come ieri costituiscono il suo patrimonio spirituale. Capaci di sopravvivere al tempo e alle mode senza perdere nulla della propria originalità. E senza invecchiare, perché continuamente adattati, modificati, rivisitati secondo lo spirito del tempo. Per questo presenti praticamente in tutte le collezioni e in innumerevoli creazioni.

    Lo sa bene Arnaud Chastaingt, Direttore dello Studio de Création Horlogerie di Chanel, che li reinterpreta ormai da oltre un decennio, ogni volta in modo diverso. Rispettoso dell’impronta data dalla fondatrice della Casa, ma senza eccessiva deferenza e coerente con il mood contemporaneo. Nella collezione Nœud de Camélia, in particolare, recupera e rilegge la camelia e il fiocco, appunto.

    La prima era amata da Coco per la perfetta regolarità dei petali, il bianco puro, l’assenza di profumo (chissà se in quella sua fascinazione c’entravano anche Marguerite Gautier di Dumas o la Traviata di Verdi…). Il secondo era un motivo ricorrente negli abiti e negli accessori da lei creati fin dai primi anni Dieci: un vezzo femminile consapevole ma non lezioso, di volta in volta decoro per una scollatura, ornamento per un cappello o semplice en-tête.

    La manchette Nœud de Camélia

    Nella collezione Nœud de Camélia, Chastaingt dunque fa convivere il fiore prediletto da Mademoiselle con un emblema della couture, e li fonde insieme a creare un tutt’uno, un ensemble rigoroso non a caso in bianco e nero. Perché, come diceva Chanel: «Il nero contiene tutto, il bianco pure. Rappresentano la bellezza assoluta, l’abbinamento perfetto». La trasformazione dei due elementi da lui operata in chiave orologiera, nelle diverse referenze, vede quindi la camelia farsi cassa e il nodo bracciale.

    Qui mi soffermo sulla versione che mi piace di più, una manchette che concentra il lavoro artigianale di due mestieri d’arte: l’incastonatura e il ricamo. Entrambi realizzati “in casa”, a Parigi: l’una negli atelier di alta gioielleria ospitati in place Vendôme, al civico 18, proprio sopra la boutique; l’altro nei laboratori di Lesage all’interno del complesso di edifici 19M, una modernissima architettura alla Porta di Aubervilliers, nel XIX arrondissement.

    In dettaglio, la cassa è in oro bianco interamente tempestato di diamanti, per un totale di 3.16 carati. La lunetta in titanio lucido e annerito è incastonata di diamanti baguette. Altri diamanti baguette si trovano sulla cover – praticamente il bocciolo della camelia -, al cui centro spicca un grande diamante taglio brillante. Quando la si apre, ecco apparire il quadrante in oro bianco laccato nero, bordato da lacca nera effetto passamaneria. All’interno, ospita un movimento al quarzo Swiss made.

    Il cinturino è invece realizzato in gros-grain nero (un tipo di nastro corposo e sostenuto, in tessuto “ad armatura a canneté”, cioè con costine in rilievo), con il vero e proprio fiocco completamente impreziosito da miriade di canutiglie, anch’esse nere. Vale a dire, piccoli e sottili tubicini o cilindretti di vetro dai contorni netti e dalle superfici levigate, applicate a mano una ad una, con maestria. Il cinturino, foderato in pelle, si allaccia al polso con una fibbia ad ardiglione laccata nera.

    Per concludere

    Più di tante parole, valgano le immagini della gallery in alto. Nelle didascalie riporto qualche informazione un po’ più approfondita riguardo alle fasi di lavorazione, che richiedono pazienza certosina, tempo e perizia da parte di un esperto artigiano. Discorso valido tanto per la camelia incastonata di diamanti quanto per il fiocco ricamato di perline. Perché sono proprio le ore di lavoro necessarie alla composizione a dare un valore aggiunto all’orologio-gioiello.

    Non a caso il Nœud de Camélia è realizzato in un’edizione limitata di 20 esemplari. Però io già me lo vedo in altri materiali e colori: magari con la camelia plasmata nell’oro beige di Chanel e il fiocco di gros-grain con le canutiglie in ton-sur-ton. La mia immaginazione corre troppo? Credo che quella di Arnaud Chastaingt sia ancora più veloce della mia. Chissà. Di certo è che la collezione Nœud de Camélia è solo agli inizi. Vedremo cosa ci riserberà in futuro.

  • Lady Lucky Spring Butterfly: l’incanto primaverile di Van Cleef & Arpels

    Lady Lucky Spring Butterfly: l’incanto primaverile di Van Cleef & Arpels

    C’è una stagione in cui tutto sembra sospeso tra attesa e rinascita: la primavera, fragile e potente, capace di trasformare la natura in un racconto di nuove energie e silenziosa meraviglia. È proprio a questo periodo vibrante di colori che Van Cleef & Arpels ha dedicato nel 2021 la collezione di gioielleria Lucky Spring, che quest’anno si amplia con nuovi pezzi tra cui l’orologio Lady Lucky Spring Butterfly. Un esemplare che è come un dialogo sottile tra materia e immaginazione, tecnica e poesia, alta gioielleria e alta orologeria. È qui che l’intera colleziofinisce la propria identità. Come in un giardino appena sbocciato, coccinelle, fiori di pruno e boccioli di mughetto si intrecciano in composizioni delicate – mentre l’arrivo della farfalla, autentico emblema della Maison, introduce un movimento quasi impercettibile ma vitale.

    La farfalla: un simbolo di Van Cleef & Arpels

    La farfalla, emblema di leggerezza e trasformazione, attraversa la storia di Van Cleef & Arpels dalla fondazione – è proprio del 1906 la prima creazione a tema – ed è rimasta onnipresente nelle collezioni della Maison. Dalle spille Papillon degli anni Quaranta ai sautoir degli anni Sessanta, fino ai quadranti degli orologi degli ultimi vent’anni, la farfalla incarna l’idea di natura lussureggiante, di esuberanza gioiosa. Perfetta espressione della libertà creativa, diventa lo specchio di una femminilità mutevole ed eterea.

    Realistica o stilizzata, arricchita di gemme preziose o di pietre dure dai colori sgargianti, anche a contrasto, per decenni la farfalla è stata il motivo prediletto per le commissioni private, permettendo alla Maison di sperimentare volumi inediti e tecniche d’incassatura sempre più complesse. Come il Serti Mystérieux, l’incastonatura invisibile brevettata nel 1933, che conferisce alle ali riflessi cangianti, effetto seta. Oggi, nella collezione Lucky Spring, la farfalla entra a far parte di un più vasto ecosistema di simboli portafortuna.

    Lady Lucky Spring Butterfly: il tempo diventa racconto

    Il cuore della collezione è l’orologio Lady Lucky Spring Butterfly, dove il tempo si trasforma in narrazione e il racconto prende forma. La cassa da 33 mm in oro giallo racchiude un frame naturalistico composto da tre fiori di pruno in madreperla bianca su più livelli, che creano un rilievo non solo tridimensionale ma realmente scultoreo. Rami in oro lucido e foglie finemente martellate catturano la luce, mentre lo sfondo in madreperla guilloché blu intenso amplifica la profondità visiva.

    A ore 10 circa, un bocciolo di mughetto, contornato da un sottile bordo perlato, rivela un disco di madreperla bianca che riporta l’indicazione delle ore. Nella parte destra del quadrante, invece, i minuti sono indicati da una farfalla smaltata nei toni del blu, che avanza lentamente con le ali spiegate, come sospinta da una brezza invisibile, fino a incontrare un’altra farfalla identica ma con le ali socchiuse. Una volta raggiunta la sua partner, allo scoccare dell’ora, la farfalla torna rapida al punto di partenza, per poi ricominciare il suo percorso.

    Complicazioni e Métiers d’Art

    Il Lady Lucky Spring Butterfly è dunque un esemplare riconducibile alle celebri Complications Poétiques®, esclusiva creazione di Van Cleef & Arpels, in cui il tempo non solo si legge ma si ammira. Animato da un movimento meccanico a carica automatica arricchito da un modulo della complicazione, l’orologio fornisce infatti l’indicazione saltante delle ore nella finestrella a mughetto, mentre lo scorrere dei minuti è riportato appunto per mezzo dell’indice retrogrado a forma di farfalla. Un moto ipnotico che trasforma la misurazione del tempo in una poetica coreografia.

    Alla complessità meccanica fanno da contraltare i mestieri d’arte concentrati sul quadrante: incisione, micro-scultura, intarsio di madreperla, pittura in miniatura – oltre a guillochage, smaltatura e incastonatura… I diamanti taglio rotondo (326 pietre, per un totale di ben 4.65 carati) illuminano infatti l’intera cassa, indici e corona compresi, restituendo una luce delicata, come il primo sole di primavera. Anche il fondello racconta una storia: inciso con motivi vegetali nella parte in oro e decorato con fiori in smalto sul vetro zaffiro, lascia intravvedere la massa oscillante guilloché, a sua volta impreziosita da una farfalla dipinta con la tecnica della miniatura.

    Ancora qualche informazione sul Lady Lucky Spring Butterfly

    Per concludere va detto che il Lady Lucky Spring Butterfly si allaccia al polso con un cinturino blu, in pelle di alligatore lucida dalle grandi scaglie quadrate, completato da una fibbia ad ardiglione e dotato di un sistema di intercambiabilità che ne permette la rapida sostituzione. L’orologio, con questo allestimento, ha un prezzo al pubblico di 104mila euro. Ma esiste anche in una versione di alta gioielleria, con il bracciale in oro giallo interamente tempestato di diamanti. Comunque sia, è importante sottolineare che ogni esemplare è assemblato negli Atelier di Orologeria di Van Cleef & Arpels a Ginevra, dove prende forma una doppia eccellenza, meccanica e artistica. Perché il Lady Lucky Spring Butterfly, in fondo, è proprio questo: una perfetta sintesi del savoir-faire della Casa.


  • Richard Mille RM 07-01 Ceramiche Colorate e la sfida dei diamanti

    Richard Mille RM 07-01 Ceramiche Colorate e la sfida dei diamanti

    Richard Mille porta a compimento la trilogia dell’RM 07-01 Ceramiche Colorate con un’ultima, definitiva versione. Lanciata nel 2021, poi sviluppata nel 2023 con diversi look molto estivi, la collezione torna ora in chiave invernale: o forse dovrei dire “ghiacciata”, immersa com’è in un immaginario fatto di neve e luci crepuscolari. On the rocks, direbbero nel mondo della moda, in riferimento alla presenza dei diamanti che impreziosiscono l’intera cassa. Ed è proprio questo il problema: incastonare i diamanti nella ceramica, dal punto di vista teorico, sembrerebbe una follia. Praticamente impossibile.

    Credo che ai tecnici di Richard Mille sia stata utile la lezione imparata per un’altra variante dell’RM 07-01, l’Intergalactic. Solo che lì i diamanti erano sparsi, quasi buttati a caso (in realtà in posizioni calcolate al micron) nella superficie in Carbon TPT. Qui invece si trovano all’interno della ceramica TZP perfettamente organizzati secondo precise figure geometriche: cerchi, semicerchi, sinusoidi, linee, segmenti, rettangoli (singoli o in successione, quasi a formare uno zigzag). Colpisce, a ben guardare, la dimensione dei diamanti: piccoli, piccolissimi, a loro volta tenuti in sede da ancora più minuscole griffe, o grani. Chiamiamoli così per intenderci, anche se in realtà – lo vedremo poi – sono tutt’altro.

    La ceramica TZP

    Cerchiamo di capire meglio la questione. Di per sé la ceramica è un materiale ostico, difficile da realizzare e da lavorare, che richiede una perfetta maestria dei processi di produzione. Soprattutto quando si tratta di forme complesse come quelle della lunetta e del fondello del Richard Mille RM 07-01 Ceramiche Colorate, che hanno anche bisogno di un lungo processo di rettifica per mezzo di utensili diamantati.

    Devo pure aggiungere che ottenere specifiche sfumature cromatiche – come il rosa cipria, il rosa lavanda e l’azzurro polvere dei tre orologi di Richard Mille – è un’ulteriore sfida tecnica. Le polveri di base, miscelate a ossidi metallici, sono sottoposte a sinterizzazione a pressione: in pratica, invece di cuocere il pezzo per ore, insieme al calore si applica una pressione fortissima per un tempo molto breve, il che “impacchetta” le molecole così densamente da mantenere il colore uniforme. Il controllo della temperatura è fondamentale: uno sballo di pochi gradi farebbe virare per esempio il rosa verso il grigio o il marrone.

    In questo caso si tratta di ceramica TZP, che sta per Zirconio Tetragonale Policristallino, costituita per oltre il 95% da zirconio (ZrO2). La ceramica TZP è un materiale dalle particolari proprietà: è estremamente dura (raggiunge i 1400 Vickers, ben maggiore del valore degli acciai temprati), ed è quindi resistente ai graffi, all’usura, alla corrosione, alla deformazione. Ha infatti una tenacità (la capacità di assorbire energia e di deformarsi plasticamente prima di arrivare alla rottura) superiore a quella dello zaffiro.

    Di contro ha una densità particolarmente bassa (circa 6 g/cm3), ed è perciò molto leggera. Poi è resistente ai raggi UV e rimane del tutto inalterabile nel tempo. Infine è anallergica e biocompatibile – tant’è che viene utilizzata anche in odontoiatria e in ortopedia, per gli impianti dentali come per le protesi ossee.

    L’incastonatura delle gemme

    Bene. Veniamo al problema dell’incastonatura delle pietre preziose nella ceramica. Proprio perché si tratta di un materiale particolarmente duro, non è possibile montarle con metodi tradizionali. I progettisti della ProArt, la fabbrica di Richard Mille dedicata alla produzione di casse in materiali high-tech, hanno quindi dovuto mettere a punto una particolare tecnica, basata sul cosiddetto mitraillage (mitragliamento, in francese). Ovvero l’esecuzione di una serie di micro-fori o cavità in cui alloggiare le gemme, che tradizionalmente è eseguito a mano nel metallo con appositi bulini o piccole frese.

    Qui però, vista la durezza della ceramica, il mitraillage dev’essere effettuato con macchine CNC a 5 assi, che permettono una precisione micrometrica e una perfetta perforazione del materiale. E con pietre così piccole collocate in figure così definite, la precisione è fondamentale. Anche perché in questo caso è impossibile ricavare i grani che serviranno a tenere in sede le pietre (di solito l’incastonatore li scava e li solleva direttamente dal metallo circostante). Di conseguenza, oltre ai fori di alloggiamento delle gemme, bisogna crearne altri – proprio accanto, nell’esatta posizione – che ospiteranno i castoni metallici necessari a bloccare le gemme.

    Basta guardare le immagini della gallery in alto per capire di cosa di tratta: nelle foto si vede chiaramente che ogni foro di diametro più grande, che ospiterà la pietra, è affiancato da due più piccoli. In questi ultimi l’incastonatore inserirà appunto degli elementi microscopici, simili a rivetti o a perni a T, di varie forme, a lama o a cuneo, proprio per assicurare le gemme nella loro sede: realizzati probabilmente in oro, questi elementi “tengono” grazie alla pressione generata dalla loro deformazione una volta collocati nella fessura. Per la forma e la funzione a me hanno ricordato un po’ i chiodi da roccia – solo di dimensioni infinitesimali e privi di occhiello. 

    L’habillage dell’RM 07-01 Ceramiche Colorate 2026…

    Altri diamanti e pietre di colore dal formato ridotto sono poi montati sulla carrure in oro bianco, anche qui posizionati in modo da creare decorazioni geometriche. Nel metallo nobile per eccellenza, chiaramente, l’incastonatura avviene in modo tradizionale – con il mitraillage e la creazione dei grani direttamente nel metallo – senza troppe difficoltà se non quelle create proprio dalle dimensioni delle gemme. E dalla loro quantità, che dev’essere molto elevata.

    Richard Mille non dichiara quante pietre e quanti carati racchiude l’RM 07-01 Ceramiche Colorate. Ma per una volta sarebbe più importante conoscerne il numero, piuttosto della caratura, proprio per avere un’idea del lavoro pazzesco fatto dagli incastonatori e dalla loro pazienza certosina.

    Per passare al display, come nelle versioni precedenti anche i nuovi RM 07-01 Ceramiche Colorate hanno il quadrante decorato da figure geometriche. Sulla piastra di oro rosso 5N rodiato e scheletrato si trovano frammenti di ceramica colorata, applicazioni in gomma tagliata al laser, piastrine in oro bianco tempestate di pavé di diamanti (sempre con pietre piccolissime), archi e segmenti in oro guilloché. Il risultato è un puzzle astratto e coloratissimo – dalle cromie a contrasto -, accentuato anche dal cinturino in caucciù.

    … e il movimento

    Riguardo alla meccanica, vale la pena spendere due parole sul calibro CRMA2 che anima l’RM 07-01 Ceramiche Colorate. Un movimento ormai noto, progettato ad hoc per la famiglia di orologi da donna RM 07-01 e che si ritrova nella stragrande maggioranza dei modelli della collezione. A carica automatica, interamente scheletrato, vanta un’autonomia di 50 ore e numerose caratteristiche costruttive tipiche di Richard Mille. A cominciare da platina e ponti in titanio grado 5 microbillé con trattamento elettroplasma: che – come dichiara la documentazione ufficiale – “conferisce grande rigidità ai componenti e una precisa planarità delle superfici, essenziali per il perfetto funzionamento del treno di ingranaggi”.

    Quindi il bariletto a rotazione rapida, che compie un giro su sé stesso in 5 ore anziché 7 e mezza, il che ottimizza l’erogazione dell’energia della carica in modo costante. Poi, un particolare profilo dei denti delle ruote, che assicura un’eccellente trasmissione della coppia fino al bilanciere. Il bilanciere a inerzia variabile, che consente una regolazione più accurata e migliora le prestazioni cronometriche sul lungo periodo. E ancora il rotore a geometria variabile, che permette di regolarne l’inerzia in relazione al livello di attività di chi indossa l’orologio e quindi di personalizzare l’efficienza della carica. In soldoni, il contenuto tecnico di alto profilo cui il Brand ci ha ormai abituato, ma che è tutt’altro che scontato.

    Ulteriori informazioni

    Per saperne di più rimando al sito di Richard Mille. Ma non posso concludere senza aver fornito le ultime informazioni e la mia opinione. I tre nuovi modelli dell’RM 07-01 Ceramiche Colorate sono realizzati ciascuno in edizione limitata di 50 esemplari (e non poteva essere altrimenti, visto come sono fatti) e sono in vendita a un prezzo di 270mila euro, tasse escluse. Come tutti gli orologi di Richard Mille possono piacere o non piacere – il Brand, si sa, è divisivo… Ma sicuramente presentano un tasso di innovazione degno di nota, coerente con la filosofia del Marchio, sia nell’uso della tradizione sia nell’invenzione di novità tout court. E questo anche i detrattori non possono non riconoscerlo.

  • Nautilus Ladies: i nuovi Patek Philippe 7010 all’insegna del colore

    Nautilus Ladies: i nuovi Patek Philippe 7010 all’insegna del colore

    Il Patek Philippe Nautilus non ha certo bisogno di presentazioni. Gli sono già stati dedicati fiumi di inchiostro, e io non ho intenzione di ripetere quanto scritto altrove in innumerevoli occasioni. Mi concentro invece sulle vicende meno note della versione femminile: il Nautilus Ladies. Definizione di comodo che utilizzo per distinguerlo dal più celebre predecessore, anche se – lo ammetto – è ufficiosa: la Manifattura ginevrina lo ha sempre chiamato semplicemente Nautilus. Come ha fatto anche quest’anno a Watches and Wonders Geneva, quando ha presentato i nuovi Nautilus 7010G-013 e 7010/1G-013. Entrambi appunto “da signora”, ci offrono l’opportunità di raccontare qualcosa sul “fratellino minore” – sia per età sia per dimensioni – della creazione di Gérald Genta.

    Le origini del Nautilus Ladies

    Gli esordi del Nautilus Ladies risalgono ai primi anni Ottanta. Nel 1981 Patek Philippe aveva fatto uscire sul mercato un modello di taglia media (Ref. 3800), il cui diametro di 37,5 mm aveva conquistato un numero crescente di polsi femminili. Si trattava di un formato più piccolo rispetto agli “enormi” (per l’epoca) 42 mm dell’esemplare originale, datato 1976.

    Poi, nel 1982, la Maison ginevrina creò una versione espressamente “da donna”, la Referenza 4700: in acciaio, con la cassa di 28,5 mm di diametro, era animata da un movimento al quarzo, il calibro E19 (poi E19C). Rispetto all’omologo maschile, quel modello da signora si distingueva per l’impermeabilità fino a 6 atmosfere (anziché 12) e un diamante incastonato nella corona.

    Soprattutto, il Nautilus Ladies riscosse subito un grande successo. Il pubblico femminile non esitò ad amarlo fin dal momento del lancio, diversamente dagli uomini che avevano accolto l’orologio più tiepidamente. Tant’è che, come raccontava all’epoca l’allora Presidente Philippe Stern, «la richiesta di Nautilus rimase moderata sino all’inizio degli anni ’80».

    Le signore ne apprezzarono il design puro e pulito, perfetto anche in situazioni formali, e allo stesso tempo la robustezza, che permetteva di indossarlo con disinvoltura. Il Nautilus Ladies era l’emblema di uno stile sport-chic, lussuoso ma funzionale, ribadito anche dalla presenza del datario (era l’unico Patek da donna con datario).

    … e l’evoluzione

    C’è da dire che anche il Nautilus Ladies si dimostrò estremamente versatile e fu declinato in molteplici varianti. Con l’andar del tempo conobbe modelli two-tone, in acciaio e oro, oppure interamente in oro giallo, e perfino di gioielleria, incastonati di pietre preziose, diamanti, rubini o smeraldi. La ricca collezione rimase quindi in catalogo fino al 2004, quando smise di essere prodotta.

    Successivamente, nel 2009, Patek Philippe la riportò in vita in tre nuove versioni, in oro rosa o bianco, per un totale di sei referenze (chiamate 7010 o 7011). Tutte con la cassa di 32 mm, la lunetta spazzolata o tempestata di diamanti, il quadrante argentato o antracite e il movimento al quarzo, calibro E23 SC. Ma soprattutto con una rinnovata architettura, derivata dalla collezione del 2006.

    In occasione del 30° anniversario del Nautilus, infatti, la Manifattura ginevrina aveva fermato la produzione precedente per sostituirla con una linea del tutto nuova, opportunamente rivisitata da un lieve ma deciso restyling. In acciaio, con la cassa da 43 (Ref. 5711/1A) o da 38,4 mm (Ref. 5800/1A, quest’ultima particolarmente apprezzata dalle donne), il nuovo Nautilus assume proporzioni diverse e forme più dolci.

    La cassa non è più monoblocco come in passato, ma presenta la “classica” costruzione tripartita, con il vetro zaffiro sul fondello a mostrare il movimento. Le “cerniere” incurvate, le lancette e gli indici a bastone ingranditi, le maglie del bracciale sottilmente modificate, tutto concorre a modernizzare l’estetica e a migliorare le prestazioni, pur nel rispetto dei tratti distintivi dell’originale.

    Il nuovo Nautilus 7010G

    Gli anni successivi portano ulteriori sviluppi. La collezione si articola in esemplari di 33,6 o 35,2 mm, anche con movimento automatico e cinturino in pelle di alligatore, ma sempre con il display in sobrie tonalità. Poi, nel 2023, la svolta, dettata dal mutato gusto per il colore diffuso nell’orologeria contemporanea, non solo femminile. Così il Nautilus Ladies adotta un quadrante in un vivacissimo rosa porpora, che spicca nell’habillage in oro rosa (Ref. 7010/1R-013) e tinge anche il cinturino effetto tessuto (Ref. 7010R-013).

    E sono proprio questi gli immediati precedenti delle novità di quest’anno, che puntano di nuovo sul colore ma in una cromia complementare: azzurro ceruleo. La particolare sfumatura crea un bel contrasto con la cassa e il bracciale in oro bianco (Ref. 7010/1G-013) e un’efficace monocromia con il cinturino effetto tessuto (Ref. 7010G-013).

    Entrambe le versioni hanno la cassa di 32 mm di diametro, ornata da quasi un carato di diamanti taglio brillante e da un’alternanza di lavorazioni lucido-satinate. Ed entrambe sono animate da un movimento al quarzo, calibro E23-250 SC, realizzato “in casa”. Ricordo che anche ai “quarzi” la Manifattura ginevrina applica la stessa cura per le finiture dei calibri meccanici. In questo caso l’intera superficie del movimento è decorata a perlage, côté cadran, e a Côtes de Genève, côté fond.

    Prezzi e conclusioni

    Lascio alle didascalie il compito di fornire informazioni più dettagliate. Qui mi limito ad aggiungere i prezzi: 42.649 euro (per la referenza con il cinturino) e 60.469 euro (per quella con bracciale, la cui presenza ovviamente incide sui costi). E una breve considerazione finale. I valori trasmessi dai nuovi Nautilus Ladies 7010 sono sempre gli stessi e si rifanno a quello che è considerato a tutti gli effetti “l’orologio sportivo ma elegante” per eccellenza, fin dal 1976. Ed è ormai diventato un riconosciuto status symbol, oltre che una forma di investimento. Al quale però il tocco di colore infonde una speciale originalità, squisitamente femminile, che lo aggiorna senza tradirne l’essenza.

  • Ferragamo Charm, fra tendenza e tradizione

    Ferragamo Charm, fra tendenza e tradizione

    Charm in inglese significa fascino, ma anche incantesimo, amuleto. Tant’è che la moda e la gioielleria hanno adottato questo termine proprio per indicare un pendente portafortuna. Per estensione, quindi, si definisce bracciale charm (o à charme, in francese) quel braccialetto su cui si appendono vari ciondoli, cui i più superstiziosi attribuiscono poteri di protezione e buon auspicio. Si tratta, come vedremo, di un gioiello di lunga tradizione, periodicamente riscoperto dalla moda e tornato a essere di tendenza proprio nelle ultime stagioni. Tant’è che per l’autunno-inverno è uscito anche il Ferragamo Charm, che reinterpreta questo grande classico e lo declina in chiave orologiera: cioè con la cassa dell’orologio trasformata in un ciondolo appeso al bracciale. Un charm watch, dunque.

    Gioielli dalle origini aristocratiche

    Dal punto di vista storico, i charm watch vantano nobili precedenti: le cosiddette châtelaine, quelle ricche catene indossate alla cintura – fin dagli esordi del XVII secolo – cui le dame agganciavano oggetti pratici e di vanità: dal kit da cucito (in miniatura) alle scatoline, dal sigillo allo specchietto fino all’orologio, che faceva bella mostra di sé accanto alla chiave di carica. Quando la miniaturizzazione lo rese possibile, venne perfino celato all’interno dei memento mori, ciondoli in materiali pregiati a forma di piccoli teschi o bare, come monito della fugacità della vita.

    Per tornare ai charm bracelet, le loro origini si perdono nella notte dei tempi. Di certo però si sa che conobbero grande successo in epoca vittoriana, quando divennero gli accessori prediletti dall’alta società di tutta Europa. Si racconta, per esempio, che la stessa Regina Vittoria ne ricevette uno in dono dal Principe Alberto per la nascita del loro primogenito, il 24 novembre 1840. Alla sottile catena d’oro era attaccato un piccolo medaglione smaltato, a forma a cuore, cui negli anni se ne aggiunsero altri, uno per ogni figlio successivo fino a raggiungere un totale di 9, diversi per foggia ma ugualmente preziosi.

    Caratteristiche e peculiarità del charm bracelet

    Sì, perché una caratteristica dei bracciali charm è la loro componibilità. Sono gioielli in fieri, in continuo divenire. Si possono costruire nel tempo, con l’integrazione di pendenti sempre nuovi, magari ricevuti in regalo o acquistati durante i viaggi o in occasioni particolari, per ricordare un evento importante o un momento felice. Si prestano quindi a essere personalizzati, come espressione di sé e delle proprie esperienze, quasi potessero narrare il racconto di una vita. Ma possono anche essere monotematici, svilupparsi su un unico tema, sempre diverso e originale. Con infiniti soggetti a disposizione.

    A partire dalle lettere dell’alfabeto, utilizzate per comporre il proprio nome o quello di una persona cara. Oppure le croci: latina, bizantina, greca, di Sant’Andrea, maltese, Tau, ce ne sono in quantità. O i simboli di altre religioni, come il Buddha felice, la parola Om in sanscrito, la Mano di Fatima, l’Occhio di Horus… Poi le monete: antiche, attuali, di civiltà lontane. E ancora gli stemmi araldici, la luna e gli astri, i segni zodiacali, le conchiglie, gli animali esotici, i monumenti celebri, gli accessori fashion… Fino ai talismani veri e propri: il quadrifoglio, la coccinella, il ferro di cavallo, la chiave, lo scarabeo. Senza limiti all’immaginazione.

    Informali ma glamorous

    Fantasiosi, romantici, mistici o ironici, custom-made o preconfezionati, i charm bracelet devono però seguire le regole del galateo, per poter essere indossati nel giusto contesto. Possono vestire il polso da soli o accanto ad altri bracciali, meglio se rigidi e sottili. Donano al look un tocco giovane e disinvolto, e sdrammatizzano outfit e ornamenti cui sono accostati. Per questo sono tassativamente gioielli “da giorno”. Poco adatti alle occasioni più formali, non si addicono affatto alle serate eleganti. Meglio evitarli.

    Lo sapevano bene le signore d’antan, negli anni Trenta come negli anni Cinquanta/Sessanta del secolo scorso – epoche d’oro per i bracciali charm. Onnipresenti nei ritratti delle celebrity e delle dive di Hollywood dell’epoca, sono stati immortalati al polso di Joan Crawford, Gloria Swanson, Marlène Dietrich. E, più tardi, di Liz Taylor e Sophia Loren, Lauren Bacall e Anita Ekberg, Wally Simpson e Jacky Kennedy – tanto per citarne alcune. Segno di stile e soprattutto di glamour, ritornano all’inizio del Nuovo Millennio, sfoggiati da Angelina Jolie, Scarlett Johansson, Madonna, Kylie Minogue. E, su questa linea del tempo, eccoli di nuovo ai nostri giorni.

    Il design del Ferragamo Charm

    Nella versione più attuale, il charm bracelet ha le maglie della catena di grandi dimensioni. Il che permette a ciascun ciondolo non solo di scorrere lungo gli anelli e di creare movimento, ma anche di provocare un sonoro tintinnio, piacevole e allegro. Nel caso del Ferragamo Charm, i ciondoli sono solo due: la lettera F, a ribadire l’identità della Maison, e la cassa dell’orologio. Nulla comunque vieta di aggiungerne altri, a piacere… Ma la particolarità dell’esemplare sta nel design, ben studiato. La cassa, di forma ottagonale, rimanda a quella del Crystal Petite, versione ridotta dell’omonima collezione, cui il formato mignon conferisce un’allure tipicamente gioielliera.

    Non solo. La silhouette ottagonale si ripete anche nella catena fantasia, come modulo costruttivo per i link sfaccettati – tutti uguali – e dall’accentuata geometria. Unico anche il sistema di chiusura del bracciale. Sviluppato sulla base dell’iconico motivo “a gancino”, è lasciato aperto sulle estremità che divergono in senso opposto, quasi fosse un anello contrarié. Così l’elemento funzionale diventa parte integrante dell’ornamento, da cui si distingue per le linee arrotondate. Anche questo dettaglio, in realtà, è ricorrente nelle nuove collezioni di bijoux Gancini, attualmente nel catalogo della Maison.

    Informazioni pratiche

    Realizzato in acciaio IP oro giallo lucido, Ferragamo Charm è un autentico esemplare gioiello, divertente e chic allo stesso tempo. La cassa misura 16 x 21 mm e ospita un movimento al quarzo Swiss made, calibro Ronda 1032. L’orologio è declinato in due versioni: con quadrante in smalto nero e ciondolo lucido; oppure con quadrante soleil, color oro giallo, e la F incastonata di diamanti. Cambiano ovviamente i prezzi: 1.400 e 1.950 euro.

  • Première Galon, la preziosa passamaneria di Chanel

    Première Galon, la preziosa passamaneria di Chanel

    Tra gli orologi-gioiello più divertenti e riusciti delle ultime stagioni, occupa sicuramente un posto in primo piano il Première Galon di Chanel. Un bangle prezioso ed eclettico, che si indossa in modi diversi. Accostato ad altri bracciali rigidi e sottili, a creare una sovrapposizione vistosa e tintinnante, oppure da solo, a catturare tutte le attenzioni. Un esemplare dalla doppia anima: una orologiera, l’altra sartoriale. Perché appartiene alla collezione con cui la Maison ha esordito in orologeria, e allo stesso tempo prende ispirazione da una caratteristica della moda Chanel.

    La collezione Première

    Il Première infatti è stato il primo orologio realizzato dalla Casa, nel 1987. Disegnato da Jacques Helleu, il Direttore artistico dell’epoca, in un certo senso è stato rivoluzionario. Perché ha inaugurato un nuovo modo di intendere l’orologeria da donna, ormai completamente svincolata da quella maschile. Non più una copia in formato ridotto di un modello da uomo, come si usava allora… Il Première è invece una creazione del tutto nuova, dalle proporzioni studiate appositamente per i polsi femminili e ricca di riferimenti alla storia di Gabrielle Chanel e della Maison de mode da lei fondata.

    A partire dalla geometria della cassa. Che rimanda alla forma di place Vendôme, nel cuore di Parigi, luogo dell’anima per Mademoiselle, e anche al tappo del flacone del N°5, il celeberrimo profumo datato 1921, da lei creato con il chimico Ernest Beaux. Per passare al bracciale, una catena gourmette intrecciata a un nastro di pelle. Identico alla tracolla dell’altrettanto celebre 2.55 – la borsa lanciata nel 1955 e diventata un simbolo della Casa. Fino all’abbinamento cromatico, oro e nero, tra i colori preferiti dalla grande couturière. Con i richiami da un lato alla fascinazione per i mosaici bizantini e per il Barocco, e dall’altro alla little black jacket e della petite robe noire da lei inventate.

    Declinato negli anni in innumerevoli versioni – da giorno e da sera, più informali o di alta gioielleria -, il Première rimane però sempre uguale a se stesso. Sostanzialmente immutato, immune al trascorrere del tempo e delle mode. Talmente ben fatto da non aver bisogno di traformazioni, se non qualche piccolo, impercettibile ritocco. Oltretutto tornato in un’edizione fedele all’originale – chiamata proprio Première Edition Original -, nel 2022, in occasione del 35° compleanno, tuttora in collezione. Oggetto del desiderio femminile fin dalle origini, ambito tanto dalle più giovani come accessorio di tendenza quanto dalle più mature come riconosciuto status symbol.

    Il cordino di passamaneria

    Come si intuisce dal nome, però, il Première Galon ha in sé anche un’altra componente. L’ispirazione stavolta proviene dall’artigianalità che si respira nei laboratori di sartoria, dove fanno bella mostra di sé miriadi di bobine di passamanerie, di tutti i tipi. Nell’atelier di Mademoiselle Coco, in particolare, erano gettonatissimi i cordini intrecciati: intessuti, filati o lavorati a maglia, esistevano in tantissime sfumature e infiniti diametri. Si usavano per decorare i profili dei polsi e delle tasche di una giacca, definire l’orlo di una gonna, evidenziare la silhouette di un abito. E in parte si usano ancora.

    Fin qui niente di strano. L’orologeria della Casa della doppia C si è sempre sviluppata attorno alla figura, al mito e alla moda di Gabrielle Chanel. Addirittura, negli ultimi anni, lo Studio de Création Horlogerie guidato da Arnaud Chastaingt ha dato vita a un’intera collezione dedicata. Chiamata proprio Mademoiselle Privé, è composta da esemplari che riecheggiano le passioni, le manie ma anche gli strumenti del mestiere della grande couturière. Basti pensare ai Mademoiselle Privé Bouton o alla più recente capsule Chanel Couture o’Clock, presentata a Watches and Wonders lo scorso anno, per averne conferma.

    Questa volta, invece, il rinvio alla passamaneria, al cordino intrecciato, è in abbinamento con la collezione storica del Première. E sta proprio qui la novità del Première Galon. Un’anomalia, all’interno del catalogo, che permette di intuire la duttilità dell’orologeria Chanel, in grado di acquisire suggestioni ed elementi dal patrimonio storico e di mixarli tra di loro, per ottenere un risultato del tutto nuovo. Credo che sia questo il segreto della creatività, nel mondo delle lancette. La capacità di reinventare continuamente il proprio passato, ribadire la propria identità senza ripetersi.

    Il Première Galon in sintesi

    Nel Première Galon, dunque, i cordoncini di passamaneria si ritrovano nella struttura a torchon del bracciale in oro giallo, dalle superfici lucide o increspate di pietre preziose. Proprio per evocare la quantità di finiture intrecciate esistenti, infatti, l’orologio è sviluppato in tre versioni. La più semplice è interamente in oro giallo lucido, con la lunetta liscia e il quadrante essenziale in lacca nera. Poi c’è una referenza simile, ma impreziosita dalla lunetta ornata di diamanti come i segmenti alternati del bracciale, per un totale di un carato. Infine un esemplare di alta gioielleria, con il quadrante e il bracciale interamente tempestati di diamanti taglio brillante, per un totale di 5.43 carati.

    Riporto ulteriori informazioni tecniche sul Première Galon nelle didascalie in alto. Che accompagnano una ricca gallery in cui si incontrano anche i volti noti delle ambasciatrici della Maison. O meglio delle “muse”, come le chiamano da Chanel, per sottolineare il loro ruolo ispiratore di stili e atteggiamenti. Attrici, cantanti e modelle che confermano la versatilità dell’orologio, adatto a qualsiasi outfit e occasione. Qui termino con il prezzo al pubblico dei tre modelli. Ci vogliono 15.500 euro per la versione più essenziale, ma si sale rispettivamente a 28.300 euro e a 60mila euro per quelle più preziose, incastonate di diamanti. Del resto si tratta di veri e propri orologi-gioiello, oltre che di un pezzo di storia Chanel da indossare al polso.

  • Aqua Terra 30 mm: il piccolo segreto di Omega

    Aqua Terra 30 mm: il piccolo segreto di Omega

    Un passaparola fra amiche. Una confidenza intima e gioiosa, sussurrata da una all’altra con complicità, fino a essere condivisa da tutte. E il piccolo segreto – o almeno quello che avrebbe dovuto essere tale – che diventa un segreto di Pulcinella, per citare la Commedia dell’Arte. Insomma, “una cosa da donne”, nel senso più letterale e positivo del termine. È la sintesi della campagna My little secret dedicata da Omega al nuovo Aqua Terra 30 mm, e interpretata da sei protagoniste del mondo dello spettacolo, in senso lato. Due attrici, due musiciste, due modelle (perdonatemi le etichette “di comodo”), ciascuna raccontata sul sito ufficiale da una serie di oggetti e da una frase significativa. Ciascuna con la propria personalità, espressa al meglio dalla scelta dell’orologio.

    Le sei protagoniste

    Andiamo in ordine alfabetico (per nome), così da non far torto a nessuna. C’è Ariana DeBose, attrice e performer a Broadway, pluripremiata con Oscar, Bafta e Golden Globe, che indossa un Aqua Terra 30 mm con quadrante grigio e lunetta incastonata di diamanti. Poi c’è Ashley Graham, modella, imprenditrice e promotrice della body diversity nel mondo della moda (mogul, si definisce lei), con un esemplare dal quadrante blu. Quindi Danielle Marsh, star del K-pop ma anche modella e cantautrice, che ha scelto una referenza bicolore con quadrante argenté.

    Per passare a Marisa Abela, anche lei vincitrice di un Bafta ma diventata universalmente nota per il ruolo di Amy Winehouse, sul cui polso spicca un essenziale Aqua Terra 30 mm con quadrante nero. Ancora, Sunday Rose Kidman Urban: che, oltre a solcare le passerelle, ha seguito le orme di mamma Nicole ed è entrata a far parte della famiglia Omega proprio con l’Aqua Terra 30 mm – da lei scelto con quadrante lavanda. Infine Tems, cantante e produttrice discografica premiata anche con un Grammy, che indossa con nonchalance un modello interamente in oro Moonshine™.

    La collezione Aqua Terra 30 mm: 12 esemplari…

    Come è facile intuire dalla scelta dell’esemplare prediletto da parte di ciascuna protagonista, la collezione è molto ampia. A dirla tutta, ancora più ampia di quanto ci si immagini: 12 varianti in totale, realizzate in diversi materiali. Cinque sono in acciaio, due in acciaio e oro Moonshine™, una in acciaio e oro Sedna™, tre interamente in oro Moonshine™ e una interamente in oro Sedna™. Tutte con la cassa di 30 mm di diametro – una dimensione inedita nella famigli di orologi, lanciata per la prima volta dalla Maison di Biel nel 2002. E tutte con il bracciale integrato, a tre file, dotato di fibbia a farfalla ed esclusivo sistema di regolazione fine per renderlo più confortevole al polso.

    In tanti colori i quadranti: laccato bianco o nero, entrambi mat; laccato e spazzolato soleil nei toni del blu, grigio, verde, lavanda, cioccolato, lino, dorato, argenté; oppure in madreperla, più tradizionale. Gli indici delle ore sono applicati e rivestiti di materiale luminescente, come le lancette di ore e minuti a daga. (Un grazie di cuore ai progettisti Omega: è raro che negli orologi “da signora” sia presente il Super-LumiNova, quasi noi donne avessimo la vista a infrarossi…). A ore 6 spicca una finestrella rotonda per il datario, circondata da un sottile anello metallico lucido. Un dettaglio che rimanda alla versione dell’Aqua Terra Shades uscita due anni fa e che ci fa capire – oggi come allora – quanta attenzione sia stata rivolta dai designer Omega per rendere la collezione il più possibile femminile, a 360°.

    … e due calibri

    Il che è vero anche dal punto di vista meccanico. I progettisti della Maison di Biel hanno infatti sviluppato ad hoc per la collezione Aqua Terra 30 mm ben due movimenti della famiglia Master Chronometer: il calibro 8750 e il calibro 8751, ambedue a carica automatica. Di piccole dimensioni proprio per far sì che si adatti al meglio alla cassa dal diametro contenuto, sono sostanzialmente identici se non per la massa oscillante. Che è in metallo pesante con finitura rodiata per i modelli in acciaio o bicolore, in oro Sedna™ per quelli più preziosi. Trovate tutte le caratteristiche tecniche nelle didascalie della gallery in alto.

    Qui ci tengo solo a ricordare il significato della definizione Master Chronometer. Che rappresenta, per citare il Ceo e Presidente della Maison di Biel Raynald Aeschlimann: «La massima espressione dell’ingegneria e della precisione di Omega». Si tratta di una certificazione basata su 8 test rigorosi, effettuati in 10 giorni da parte dell’Istituto Federale Svizzero di Metrologia (Metas) per garantite i più elevati standard del settore in termini di affidabilità, costanza di marcia e resistenza magnetica. Gli orologi certificati Master Chronometer offrono quindi prestazioni cronometriche superiori a quelle assicurate dal Cosc. Per intenderci, lo scarto giornaliero accettato dal Metas si aggira su 0/+5 secondi (o +7, dipende dal tipo di calibro), contro i -4/+6 del Cosc.

    I prezzi degli Aqua Terra 30 mm

    Alle tante referenze che compongono la collezione Aqua Terra 30 mm corrispondono ovviamente prezzi diversi. Si passa quindi dai 7mila euro per le referenze più basic in acciaio, agli 11.700 per la versione bicolore in acciaio e oro Moonshine™, ai 12.500 per quella in acciaio e oro Sedna™. Poi dai 14.200 per l’esemplare in acciaio con diamanti agli indici e sulla lunetta, ai 19.000 per quello bicolore acciaio e oro Moonshine™, sempre con diamanti. Infine dai 34.400 delle varianti interamente in oro (quale che sia) fino agli oltre 42mila per quelle in oro Moonshine™ con diamanti (per essere precisi: 42.200 per quella con quadrante soleil, o 42.600 per l’altra con quadrante in madreperla).

    Insomma, una gamma di prezzi estremamente varia, un po’ per tutte le possibilità economiche. Certo, l’entry price non è proprio alla portata di chiunque, ma bisogna considerare che si tratta di orologi tecnologicamente all’avanguardia. Con una meccanica, cioè, che probabilmente si attesta come il non plus ultra per prestazioni, almeno a livello industriale. Cosa rara, per il pubblico femminile. Poi siamo sempre nell’ambito dell’alta orologeria, che è élitaria per definizione. E questo è tutt’altro che un segreto…

  • Piaget Sixtie, l’ultimo erede di una lunga tradizione

    Piaget Sixtie, l’ultimo erede di una lunga tradizione

    È tutta al femminile la principale novità presentata da Piaget a Watches and Wonders. Si chiama Piaget Sixtie ed è una collezione a mio parere particolarmente riuscita, perché ha tutto quanto serve per piacere alle donne. L’ho pensato subito, appena l’ho vista sulla carta (anzi, sul monitor), e ne ho avuto conferma al Salone di Ginevra, dove ho potuto toccarla, provarla, sentirla “mia” almeno per qualche istante. Capire quali sensazioni trasmette, una volta indossata.

    Il Piaget Sixtie è un orologio “di forma”, sinuoso e arrotondato. Ha un design nuovo e originale: sei convinta di non averlo mai visto prima, eppure lo percepisci in qualche modo rassicurante, come se ti ricordasse qualcosa del passato. Prezioso ma non eccessivo, sempre mettibile, è un accessorio facile da accostare a qualsiasi stile o look. Intuisci che è il risultato di un processo creativo tutt’altro che improvvisato, che ha alle spalle una lunga esperienza nel segmento degli esemplari da donna. Che sono quanto di più difficile da realizzare, come ben sanno gli esperti del settore.

    Piaget e gli anni Sessanta

    Nel Piaget Sixtie, il riferimento agli Swinging Sixties è già implicito nel nome. In generale gli anni Sessanta e Settanta furono decadi di estrema libertà espressiva – come abbiamo già avuto modo di ripetere più volte su questo sito. L’intera società conosceva un’evoluzione dei costumi e della mentalità: la rivoluzione culturale dei giovani e la liberazione sessuale, la conquista dello Spazio, la fiducia nella tecnologia con l’affermarsi della prima elettronica. Il design plasmava figure geometriche e decise nei nuovi materiali sintetici, l’arte si esprimeva con la Pop Art e l’Op-Art, nella moda imperversavano la minigonna di Mary Quant e gli abiti A-line di Courrèges o Yves Saint-Laurent.

    Anche in orologeria soffiava forte il vento del cambiamento. Come racconta la Maison, Valentin Piaget (1922/2017), nipote del fondatore, colse lo spirito dell’epoca. Inviò a Parigi lo staff di creativi per assistere alle sfilate di moda e riportare idee, tendenze e suggestioni nei nuovi esemplari. L’obiettivo era realizzare orologi-gioiello moderni e informali, in grado di distinguersi nettamente da tutto ciò che era stato fatto fino ad allora. Particolarmente proficua fu la collaborazione con Jean-Claude Gueit (1937/2020), designer visionario in grado di sviluppare esemplari d’avanguardia. Fu sempre lui, tra l’altro, il padre del Polo, dell’Emperador Tourbillon e di altri successi di Piaget… Ma questa è un’altra storia.

    Nacque così la collezione 21st Century, presentata alla Fiera di Basilea nel 1969. Composta da forme e strutture davvero mai viste prima, delineava nuovi modi di indossare il tempo. Quegli esemplari manchette simili a sculture da polso, dalle architetture macro e dai bracciali traforati tipo reti d’oro, e le lunghe collane fluttuanti, i cosiddetti Swinging Sautoir, fatti di catene e ornati di frange, segnarono indelebilmente la storia dell’orologeria. Ad aumentarne il fascino, i quadranti colorati, in pietra dura, il cui spessore era compensato dai movimenti ultrapiatti creati da Valentin – in primis il calibro 9P, un carica manuale di soli 2 mm. E poi c’erano le ardite geometrie della cassa: silhouette ovali o rettangolari, anche sviluppate in orizzontale, ellissi o carré obliqui, trapezi dagli angoli smussati.

    Piaget Sixties in sintesi

    Quasi sessant’anni dopo, è proprio il trapezio – tanto amato da diventare a poco a poco un simbolo stesso della Maison – a dar forma alla cassa del Piaget Sixtie. Femminile nella dimensione, delicato nelle proporzioni, ha la lunetta tempestata di diamanti o decorata da una fine godronatura. Più di un dettaglio, il godron è un elemento di design che lo collega idealmente a un altro modello storico della Manifattura, definito in origine semplicemente con il numero della referenza, 15102, e oggi noto come Andy Warhol. Ma non serve che mi dilunghi oltre: per saperne di più, rimando alla lettura di un’altra pagina del Giornale degli Orologi.

    Andiamo avanti. Mentre l’asimmetria diventa caratteristica distintiva della cassa, sinonimo di personalità e di chic innato, il quadrante è semplice. Argenté, satinato soleil, riporta le lancette a bastone dorate, come i lunghi indici applicati. Una sequenza interrotta però dai numeri romani al 6 e al 12, e dal lettering del logo posto insolitamente al 3. Altro segno particolare: il bracciale. Composto da lunghe maglie trapezoidali, anch’esse dai bordi arrotondati e ancora più accentuati sui profili esterni, è così articolato e flessibile da risultare quasi fluido, quando lo si mette al polso. Ben presente, sempre percepibile, ma “morbido”. Come solo i bracciali montati a mano dai maestri orafi possono essere.

    All’interno, il Piaget Sixtie è animato da un movimento al quarzo, pratico, preciso e affidabile, rigorosamente Swiss made. O meglio, per essere corretta devo dire che è prodotto dalla Manifattura stessa, una delle poche a realizzare “in casa” tutti i propri calibri, non solo quelli meccanici ma anche quelli elettronici. Non bisogna dimenticare, del resto, il ruolo avuto dalla Maison nella storia dei primi movimenti al quarzo. Piaget faceva parte del consorzio del CEH, e contribuì alla messa a punto del Beta 21. A questo proposito, devo almeno citare un altro modello storico, la referenza 14101, la prima a montare appunto l’antesignano dei movimenti al quarzo. Anch’essa con la lunetta godronata…

    Referenze e prezzi del Piaget Sixtie

    La collezione Piaget Sixtie è declinata in quattro esemplari-gioiello (almeno per ora, ma nulla si sa su eventuali estensioni di linea in futuro). Una versione è interamente in acciaio, con la lunetta incastonata di diamanti per un totale di oltre mezzo carato. Quella bicolore, con i godron, è invece in acciaio e oro rosa. Poi ce ne sono altre due interamente in oro rosa, diverse proprio per la lunetta godronata o incastonata di brillanti.

    Variano, naturalmente, i prezzi. Che passano dai 12.100 euro per la referenza in acciaio con diamanti, ai 40.300 euro per la referenza in oro rosa, sempre con diamanti. Una spesa certo non alla portata di tutti, ma coerente con il buon nome e la tradizione della Marca. Già in vendita nelle boutique monomarca, dai rivenditori autorizzati e online, il Piaget Sixtie è uno di quegli orologi per i quali vale la pena sostituire il movimento, una volta che il cristallo di quarzo si è esaurito. Come si fa con i veri esemplari-gioiello.

    Sempre a proposito di orologi-gioiello, a onor di cronaca, devo segnalare anche l’esistenza di modelli speciali, collaterali alla collezione. Nel senso che la Maison ha utilizzato la cassa del Piaget Sixtie per creare alcuni pezzi unici, non sempre riproducibili, di alta gioielleria. Esemplari che rimandano direttamente agli Swinging Sautoir del passato: con il quadrante in turchese, in opale bianco o in radice di rubino, circondati da altre gemme di colore con accostamenti audaci e preziosissimi. Che in più sono anche trasformabili, per indossare l’orologio al polso o la collana senza orologio. Ma in questi casi non parliamo di prezzi, inaccessibili per noi comuni mortali. Qui si entra in un’altra dimensione: quella del sogno…

  • Ferragamo Asymetrique, la lezione anni ’70 di Maximilian Davis

    Ferragamo Asymetrique, la lezione anni ’70 di Maximilian Davis

    Il nome non lascia dubbi: il nuovo Ferragamo Asymetrique si distingue per le linee asimmetriche della cassa. Un design originalissimo, concepito e sviluppato dal Creative Director Maximilian Davis, che ancora una volta segna in modo indelebile l’orologeria femminile della Casa fiorentina con la propria impronta personale. E dico “ancora una volta” perché lo aveva già fatto negli anni scorsi: prima con il Ferragamo Curve, altro esemplare “di forma” dalle geometrie audaci, poi con il Ferragamo Secret, un orologio “a segreto” di ultima generazione.

    L’anomalia Davis e il senso della Storia

    Chiariamo subito una cosa. Non è usuale che il Direttore Creativo di una maison di moda disegni anche gli orologi. Succede raramente, non è affatto la regola. Di solito, nella migliore delle ipotesi, si limita a vagliare i progetti degli altri e a dare la propria approvazione. In genere li affida al team di designer che si occupano degli accessori, e che poi li mettono a punto con i progettisti dell’azienda produttrice (se realizzati su licenza) o del reparto di produzione (se realizzati in-house). In un confronto stretto e continuo, fatto di incontri, scontri e compromessi.

    Davis invece sembra davvero interessato all’orologeria. E non solo in quanto ideatore del Ferragamo Asimétrique e degli altri orologi da polso, quanto piuttosto per l’approccio, che rivela una diretta conoscenza del mondo delle lancette e della sua storia. Se la cassa del Curve infatti può richiamare alla memoria certe creazioni degli anni Quaranta o degli anni Settanta, il Secret rimanda direttamente alle preziose montre-à-secret, inventate fin dagli anni Venti del secolo scorso. Il tutto filtrato con la sensibilità giovane e il gusto attualissimo da trentenne londinese.

    Il precedenti del Ferragamo Asymetrique

    Lo stesso Ferragamo Asymetrique ha i suoi storici precedenti. Anch’esso sembra rifarsi alla libertà creativa degli anni Settanta: allora la fantasia al potere aveva contagiato l’industria del tempo e la ricerca di forme inedite, insolite e inaspettate costituiva l’essenza del design. In particolare c’è un modello che potrebbe essere il diretto riferimento del Direttore artistico di Ferragamo: il 1972 di Vacheron Constantin. Non però nella versione originale, lunga e stretta, vincitrice del premio Prestige de la France di quell’anno. Piuttosto nella riedizione più compatta del 1999, quando fu interamente rivisitato nelle proporzioni secondo il gusto dell’epoca.

    Alla fine degli anni Novanta, io mi occupavo già di orologi. E me lo ricordo bene: era un esemplare da donna apparentemente semplice ma sorprendente, un “solo tempo” dalla forma trapezoidale e dalle linee armoniose, elegantissimo. Mi è venuto subito in mente appena ho visto il Ferragamo Asymétrique, pur con le dovute, innegabili differenze che restituiscono a quest’ultimo una propria, definita identità. Il parallelo, troppo preciso per essere casuale, lascia davvero intendere che Maximilian Davis anche questa volta abbia fatto “i compiti a casa”, abbia davvero studiato il passato dell’orologeria per trovare spunti adatti alla Maison fiorentina. Un po’ come ha fatto nella moda, con l’analisi degli archivi come punto di partenza per una rinnovata visione dello stile Ferragamo.

    Le caratteristiche del Ferragamo Asymetrique

    L’originalità estetica è il tratto essenziale del Ferragamo Asymetrique. Per descrivere la cassa basta ricorrere alla geometria, che abbiamo imparato tutti alle scuole elementari: le linee sono quelle di un trapezio rettangolo, ruotato in senso orario di 90° e posto in verticale, così che il lato in alto sia perpendicolare alle due basi (minore e maggiore), le basi stesse siano i due brancard, uno più lungo dell’altro, mentre il lato in basso sia inclinato di circa 30°. Lady size le dimensioni, non troppo piccole ma adatte a vestire qualsiasi polso femminile. L’acciaio è impreziosito da un trattamento agli ioni per assumere l’aspetto dell’oro giallo.

    Essenziale il quadrante, con il lettering del logo a ore 12 come unico decoro che si staglia in nero sullo sfondo argenté. Rifinito da una spazzolatura soleil, è scandito ai quarti da quattro indici a borchia, anch’essi dorati, in pendant con le piccole lancette a spada. Sulla carrure a ore 3 spicca la corona ornata da un cristallo cabochon rosso, che richiama il colore Ferragamo. Il fondello in acciaio pieno racchiude un movimento al quarzo Swiss made, preciso e affidabile (Ronda 762.2). Due le versioni principali: con i brancard satinati oppure incastonati di diamanti allineati.

    Bracciale e prezzo

    Un discorso a parte merita il bracciale a cinque file, dalle maglie allungate con profilo bombato, che lo rendono articolato e flessibile. E particolare attenzione va data all’attacco sul lato inferiore della cassa, che lo integra fra le anse con un sistema di aggancio ben studiato. I link esterni e quello centrale hanno infatti lunghezze differenti, in dégradé, in modo tale che la barretta di fissaggio possa attraversarli a dispetto dell’inclinazione e fissarli saldamente alla carrure. Da sottolineare le finiture, industriali ma curate, che alternano superfici lucide ad altre spazzolate, lungo tutte le maglie del bracciale così come sull’intera cassa. E regalano all’orologio una spiccata connotazione di esemplare-gioiello.

    Concludo con le ultime, necessarie informazioni sul prezzo. Il Ferragamo Asymetrique costa 1.150 euro, che diventano 3.300 nella referenza con diamanti. Sull’e-commerce ufficiale però si vedono altre due versioni. Una, dalla monocromia bordeaux, con la cassa dorata e il cinturino in pelle; l’altra interamente in acciaio, con bracciale e quadrante nero. Entrambe costano 1.000 euro. Infine, a quante vogliono provare a indossarlo prima dell’acquisto, ricordo che lo si trova in vendita anche nelle boutique monomarca e da selezionati retailer in tutto il mondo.

  • RM 07-02 Automatic Sapphire. Richard Mille: colore e trasparenze

    RM 07-02 Automatic Sapphire. Richard Mille: colore e trasparenze

    Negli ultimi anni ne abbiamo viste di tutti i colori. Di casse in vetro zaffiro, intendo: un materiale ad alte prestazioni ormai diffuso in orologeria, seppur appannaggio del segmento più alto del mercato. E che ora esordisce in un’inedita sfumatura: il fucsia. Lo si vede per la prima volta nell’RM 07-02 Automatic Sapphire, l’uscita più recente dell’arcinota linea femminile di Richard Mille.

    Una collezione articolata in diversi modelli e molteplici varianti, e associata proprio all’uso di coloratissimi materiali high-tech. Pensate per esempio all’RM 07-04 Automatic Sport, con la cassa in Quartz Tpt declinata in blu cobalto, verde caraibi, panna, malva e rosa salmone (più una nera in Carbon Tpt). Oppure all’RM 07-01 Coloured Ceramics, con la cassa appunto in ceramica nei toni del lavanda, rosa cipria e azzurro polvere (e prima ancora del lilla, rosa pastello e azzurro pastello).

    Da quei precedenti, il nuovo RM 07-02 Automatic Sapphire si distingue – come scrivevo sopra – proprio per la cassa in vetro zaffiro. Che esiste in fucsia, in rosa e in verde, anche in versione incastonata. Un po’ come se Richard Mille, e la Direttrice artistica Cécile Guenat, volessero offrire alle signore esemplari modernissimi, sia nella scelta materica sia in quella cromatica. Preziose trasparenze che non trovano equivalenti sul mercato delle lancette.

    A proposito di zaffiro

    Allora, vediamo di scoprirne di più su questo particolare tipo di vetro – o meglio di cristallo, vista la struttura fisica che lo compone. In particolare, per quello della cassa degli RM 07-01 Automatic Sapphire Richard Mille si è affidato a uno storico partner, la Stettler AG. Un’azienda di Lyss specializzata proprio nella fabbricazione di componenti in zaffiro, non solo per l’orologeria ma anche per l’industria medica, aerospaziale, ottica ed elettronica.

    Lo zaffiro sintetico, per meglio dire corindone sintetico, ha la stessa composizione chimica e le stesse proprietà della gemma che si trova in natura, ma è prodotto in laboratorio. Per la produzione dello zaffiro esistono diverse tecniche: quella più tradizionale è il metodo Verneuil, mentre in questo caso si utilizza il metodo Kyropoulos (dal nome del chimico che lo propose nel 1926, anche se poi fu applicato allo zaffiro solo negli anni ‘70, in Unione Sovietica). Più sofisticato, permette la creazione di boule molto grandi ma con difetti minimi ed elevata perfezione cristallina, come quelle necessarie per la cassa dei Richard Mille.

    Cos’è il metodo Kyropoulos

    In poche parole – e mi scuso con gli addetti ai lavori per la superficialità della mia sintesi – si tratta di far fondere in un crogiolo di metallo pesante (di tungsteno o molibdeno) dell’ossido di alluminio altamente puro, sottoposto a temperature elevate, di 2000/2100°C, in atmosfera controllata. Nel materiale fuso è immerso un cristallo di origine, un piccolo pezzo di zaffiro che funge da “seme” o da germe di cristallizzazione, e come un catalizzatore attrae la materia attorno a sé.

    Tirato verso l’alto e allo stesso tempo ruotato, permette la formazione del solido per accrescimento in direzioni definite. In questo modo dalla fusione si ottiene un grande blocco grosso modo cilindrico, che poi viene lavorato per mezzo di utensili al diamante, l’unico materiale più duro dello zaffiro. Lo zaffiro infatti ha un indice di durezza pari a 9 sulla scala di Mohs (che corrisponde a circa 1800/2200 Vickers), contro il valore di 10 (pari a circa 8400 Vickers) del diamante.

    Un’ultima considerazione riguarda il colore. Per colorare lo zaffiro, durante la fusione si aggiungono tracce di ossidi metallici, per esempio a base di ferro, titanio o cromo, in relazione alla tonalità che si desidera raggiungere. Sviluppare un nuova cromia – come nel caso del fucsia voluto da Richard Mille – ha richiesto innumerevoli prove e tentativi, prima di riuscire a mettere a punto l’esatta sfumatura desiderata.

    La cassa dell’RM 07-02 Automatic Sapphire

    Una volta pronta la boule di zaffiro, si procede al taglio, alla molatura e alla fresatura per ottenere la cassa tonneau dell’RM 07-02 Automatic Sapphire. Qui il problema (peraltro ricorrente nella produzione di Richard Mille) è dovuto alla complessità della forma, ricca di incavi, sporgenze, fori, smussi – nei diversi componenti: lunetta, carrure, fondello più i due vetri. Oltretutto la durezza e la rigidità del materiale impongono una precisione quasi assoluta non solo nelle fasi di taglio ma anche durante l’assemblaggio, con tolleranze di pochi micron.

    Detto questo, è facile comprendere perché per realizzare una singola cassa ci sono volute circa 1000 ore di lavoro, più o meno 40 giornate di operazioni a macchina. Dati davvero impressionanti, se si considera che 430 ore sono state impiegate per la preformatura e altre 350 per la lucidatura. Vi invito a dare un’occhiata alla gallery in alto per rendervi vagamente conto delle difficoltà e della cura richieste durante le fasi di lavorazione. Ma non è finita qui. A complicare le cose ci si mette pure l’incastonatura delle pietre preziose.

    Il problema delle gemme

    Sì, perché in due casi su quattro, la cassa dell’RM 07-02 Automatic Sapphire è impreziosita di diamanti. Facile a dirsi, ma non a farsi, considerata appunto la durezza del materiale e la precisione necessaria. Si è dovuto perciò sviluppare una tecnica speciale, nella quale si è prima ricorsi al laser per riuscire a intagliare la lunetta e ricavare le sedi delle pietre (gli addetti ai lavori definiscono mitraillage la fase di perforazione dei “buchi” in cui saranno poi collocate, a mano, una ad una).

    Quindi si è provveduto a creare dei castoni in oro per racchiudere e trattenere ogni gemma. Ciascuno realizzato in oro giallo o bianco, a seconda del colore dello zaffiro, e ciascuno lucidato a mano, a dispetto delle dimensioni microscopiche. Nulla si sa di ufficiale riguardo ai tempi e ai dettagli dell’incastonatura, ma immagino che il maître sertisseur abbia imprecato non poco, almeno all’inizio del lavoro…

    Tanto per gradire, va detto che anche i quadranti dell’RM 07-02 Automatic Sapphire sono tempestati di pietre preziose. Non solo diamanti, però. I designer si sono divertiti a giocare con le sfumature in dégradé, e sono quindi andati a cercare gemme di vari colori e tagli diversi (anche fantasia). Accanto ai tradizionali zaffiri blu o gialli, ecco allora la spessartina arancione, l’agata bianca, l’opale, la tsavorite, la malachite, il crisoprasio. Sotto forma di consuete baguette (comunque tagliate su misura) e cabochon, ma anche di placche ondulate, insolite quanto d’effetto.

    La meccanica dell’RM 07-02 Automatic Sapphire

    Due parole sul movimento che anima l’RM 07-02 Automatic Sapphire, messo in evidenza dalla cassa trasparente. Meccanico a carica automatica, come indica il nome stesso dell’orologio, è il calibro CRMA5, dalla costruzione scheletrata. Due le particolarità che lo distinguono dagli altri calibri della stessa famiglia. Uno, la platina e i ponti in oro rosso 5N, tempestati di centinaia di diamanti: il che comporta estrema attenzione e delicatezza nel montaggio delle pietre, un po’ per la scheletratura e un po’ per garantire la perfetta planarità della struttura.

    Due, il rotore come sempre a geometria variabile, che permette di adattare la capacità di ricarica con il livello di attività fisica di chi indossa l’orologio. Anch’esso in oro rosso, è di nuovo incastonato di diamanti: la cui presenza non solo comporta difficoltà di incastonatura, ma soprattutto influisce sul peso del rotore stesso e quindi ha richiesto una serie di studi ulteriori per l’efficienza del sistema di ricarica. Aggiungo solo che il calibro CRMA5 è dotato delle consuete caratteristiche dei movimenti di Richard Mille, quali il bariletto a rotazione rapida o il bilanciere a inerzia variabile, che ne definiscono la qualità e le prestazioni.

    Conclusioni

    Ancora qualche considerazione e faccio “basta”. Ciascun modello dell’RM 07-02 Automatic Sapphire è replicato in un’edizione limitata di 7 esemplari. Ma – dopo quanto ho scritto finora – non è difficile intuirne il motivo. Riguardo ai prezzi, infine, la Casa madre non li dichiara, così come non dichiara la caratura delle pietre. Il mio sarà anche un azzardo, ma sono pronta a scommettere che si tratta di una cifra a sei zeri…

  • Twenty~4, auguri! L’anniversario del femminile di Patek Philippe

    Twenty~4, auguri! L’anniversario del femminile di Patek Philippe

    Il Twenty~4 compie 25 anni. E Patek Philippe lo festeggia con una nuova, sontuosa versione: la Ref. 4910-1201R in oro rosa, con il quadrante guilloché in un colore di tendenza. Un esemplare fedele all’originale non solo nel design – da allora aggiornato in pochissimi dettagli –, ma anche nell’idea di base: fornire alle donne un compagno ideale per ogni momento della giornata. Il che dimostra il valore del progetto originario, capace di resistere al trascorrere dei decenni e di restare sempre attuale. Oltretutto in un mondo difficile come quello dell’orologeria femminile, in cui l’estetica è preponderante e lo stile è fondamentale.

    Gli esordi

    Interprete del gusto delle donne, in questo caso, è stato Roberto Boglietti: titolare della storica gioielleria di Biella, concessionaria di Patek Philippe fin dalla fondazione, nel 1886. Designer creativo, nel 1997 Boglietti riceve da Philippe Stern l’incarico di creare un modello da signora. Per le donne, all’epoca, andavano di moda gli orologi a manchette – come il Khésis di Chaumet o il Catwalk di Baume&Mercier, tanto per citarne un paio – che vestivano il polso come un bracciale, moderno e avvolgente.

    Boglietti sa cogliere lo spirito del tempo. Ma prende anche ispirazione da un femminilissimo Gondolo degli anni Trenta, per ricollegarsi alla storia della Maison. E nel giro di un anno mette a punto un esemplare in acciaio, con la cassa di forma, a doppio godron, i brancard incastonati di diamanti, il quadrante dai numeri romani al 6 e al 12, il bracciale a tre file con i link centrali sagomati e i godron ai lati. Lo presenta a Monsieur Stern, che si fa spiegare per filo e per segno ogni minimo dettaglio, ma poi lo approva senza riserve. Nasce così il Twenty~4, che entra subito in produzione e nel 1999 arriva sul mercato.

    All’inizio il Twenty~4 è declinato in tre versioni di quadrante: Forever Black (nero), Timeless White (bianco) ed Eternal Grey (grigio). E fin dall’inizio, in tutte le referenze, è animato da un movimento al quarzo (il Calibro E 15, rigorosamente prodotto in Manifattura), che lo rende estremamente pratico e preciso – in linea con la vita dinamica delle donne nel Nuovo Millennio. Il lancio è accompagnato da una campagna creata ad hoc: il cui slogan – “Che donna scegli di essere nelle prossime 24 ore?” – ne sottolinea appunto l’aspetto eclettico.    

    Il successo del Twenty~4

    E sarà proprio la versatilità d’uso l’autentico punto di forza dell’orologio, non solo nel nome. Per com’è fatto, il Twenty~4 può essere davvero indossato ventiquattr’ore al giorno, in tutte le occasioni e con tutti gli outfit. Ma va considerata anche la novità, perché per Patek Philippe è la prima collezione dedicata esclusivamente alle donne. Certo, poi è rilevante l’impronta Art Déco, che rassicura senza stancare, provoca sensazioni di familiari déjà vu senza mai risultare banale o inflazionata. Quali che siano i motivi, sta di fatto che le donne lo amano, fin da subito.

    Così come amano le varianti successive, che Patek Philippe presenta nel corso del tempo. Impossibile fornire qui una descrizione dettagliata dei vari modelli via via proposti in seguito, posso solo riassumerli per sommi capi. L’orologio ha conosciuto infatti tutti i colori dell’oro (rosa, bianco, poi giallo), il quadrante in diverse cromie, il formato Small ad affiancare il regolare Medium, i cinturini in raso al posto del consueto bracciale, perfino versioni di alta gioielleria. Comunque sia, nell’ultimo quarto di secolo, il Twenty~4 diventa un riconosciuto best-seller della Maison ginevrina.

    Il Twenty~4 Automatic, ieri…

    Il bello è che, nelle tante referenze che si susseguono negli anni, l’impianto del Twenty-Four rimane pressoché immutato. Fino al 2019, quando appare il Twenty~4 Automatic, realizzato dal team di designer interni alla Manifattura. La Referenza 7300 si distingue dai precedenti non solo per il calibro 324 SC a carica automatica, ma anche per l’estetica completamente rinnovata. La cassa è rotonda, l’intera lunetta è tempestata da una doppia fila di diamanti incastonati “a dentelle”, il quadrante riporta 12 numeri arabi. Soltanto il bracciale rimane lo stesso, appena ritoccato nelle proporzioni.

    Anche il Twenty~4 Automatic piace, alle signore come agli addetti ai lavori. Il Giornale degli Orologi se n’è già occupato più volte: potete andare a rileggere la recensione scritta da un entusiasta Augusto Veroni appena è uscito l’orologio, Le Cronache di Pdv in cui il nostro inviato Paolo De Vecchi raccontava l’evento di lancio, o ancora il commento di Alessandro Argentieri sull’intera collezione. Le loro osservazioni sono sempre valide, e attuali, quindi eviterò di ripeterle.

    …e oggi

    Aggiungo solo che il Twenty~4 Automatic è tuttora una delle linee più apprezzate dal pubblico femminile nel catalogo Patek Philippe. Ai nostri giorni lo si ritrova declinato in sei referenze. Tre in acciaio, con quadrante soleil blu, nero o verde oliva. E tre in oro rosa, con quadrante soleil cioccolato, bianco dal pattern tipo trama di seta oppure in una versione Haute Joaillerie, in cui il pavé di diamanti è incastonato con una particolare tecnica definita “aleatoria” a rivestire l’intero orologio.

    Devo dire anche che il Twenty~4 Automatic ha avuto qualche ripercussione sull’intera gamma. In occasione dei 20 anni, l’esemplare originario al quarzo ha subito una modifica che lo allinea al modello automatico e lo rende più moderno. I tradizionali numeri romani sono stati abbandonati e al loro posto – al 6 e al 12 – sono comparse le cifre arabe. Il restyling ha dato vita a tre nuovi modelli in acciaio, con quadrante soleil blu, marrone sfumato o verde oliva, che hanno sostituito le varianti precendenti e attualmente sono gli unici in catalogo. Affiancati quest’anno dalla Ref. 4910-1201R.

    La novità del 2024

    Il nuovo Twenty~4 segna un passo ulteriore nella collezione. Diventa più prezioso: e non mi riferisco tanto al materiale, l’oro rosa appunto, o ai diamanti sui brancard, leggermente più grandi rispetto alle versioni in acciaio (qui raggiungono 0.63 carati in totale, lì sono 0.42 ct). Piuttosto a un dettaglio, sottile ma importante, che solo l’occhio più allenato riesce a cogliere fin dal primo sguardo: il quadrante inciso, con un motivo a onde concentriche simile al guilloché flinqué. Ne deriva una trama in grado di giocare con la luce, di creare movimento con increspature sempre più grandi, dal centro alla periferia.

    E poi c’è il colore: pieno, pastoso. La piastra di base del quadrante infatti è rivestita di lacca: vi sono state applicati decine e decine di strati sovrapposti di lacca colorata, e infine – a fissare il tutto – un ultimo strato di lacca trasparente e incolore. Il risultato finale è una texture dagli effetti visivi e tattili straordinari, che riempiono senza appesantire l’estetica del Twenty~4. E regalano un senso di profondità finora mai visto in collezione. Per ulteriori dettagli tecnici vi rimando alle didascalie. Mi chiedo solo se il quadrante inciso sarà un unicum dell’anniversario o resterà come caratteristica costante anche negli esemplari futuri… Qualcuno ha una sfera di cristallo?

  • Hermès Cut, quando la forma è sostanza

    Hermès Cut, quando la forma è sostanza

    Hermès ha una visione non convenzionale dell’orologeria. Chi conosce gli esemplari della Casa lo sa bene. Lo riscontra per esempio nelle complicazioni: diverse, insolite, speciali – uniche, letteralmente: perché non hanno equivalenti, sono inventate e sviluppate ad hoc. Ma la cosa è evidente anche negli orologi meno esclusivi e più accessibili, pensati per la quotidianità: come il nuovo Hermès Cut. Che ho provato fisicamente a Watches and Wonders Geneva, lo scorso aprile, quando la Maison lo ha presentato al pubblico di addetti ai lavori come prima collezione femminile interamente meccanica. Ma è ben altro. Lontano dalle tendenze mainstream, l’Hermès Cut è l’ennesima dimostrazione di quanto la produzione di Hermès segua la propria strada, con fermezza e decisione.   

    Hermès Cut è uno di quegli orologi passe-partout, da indossare 24/7 per quanto è versatile, eppure è tutt’altro che ordinario. Poi vi spiegherò nel dettaglio, ma credo che prima sia fondamentale chiarirne le premesse. Gli orologi di Hermès hanno tutti un côté rêve (per citare Philippe Delhotal, Direttore creazione e sviluppo Hermès Horloger): un aspetto capace di far sognare chi li indossa, di trasmettere piacere e gratificazione. Talvolta è un lato ludico e divertente, altre è più un’idea che fa riflettere e può perfino destabilizzare. Ma alla base ci sono sempre la bellezza, la leggerezza, l’originalità. L’emozione più che la necessità: qualcosa che fa la differenza, un valore intrinseco che giustifica l’acquisto – visto che la funzione primaria di guardare l’ora si è ormai persa…

    Il design particolare dell’Hermès Cut

    Nell’Hermès Cut, come in altri esemplari in catalogo, la chiave della diversità sta tutta nel design. La cassa non è semplicemente rotonda, come sembrerebbe a una prima occhiata: è di forma, una forma libera e non classificata, che potrebbe vagamente ricordare il cuscino senza esserlo. La figura geometrica di partenza è di certo il cerchio, che però è stato come “tagliato” sui quattro lati (da qui il nome): basta guardare la carrure dalle diverse angolazioni per rendersene conto. I fianchi e gli spazi in corrispondenza delle anse sono troncati di netto e poi modellati (visivamente) con profili ovali lucidissimi, che spiccano all’interno delle superfici spazzolate. Ne deriva un effetto a specchio che riflette le luci e i colori circostanti, e allo stesso tempo una sensazione di profondità tipo trompe-l’oeil.

    Riguardo alle dimensioni, la cassa dell’Hermès Cut misura 36 mm di diametro. È un orologio pensato al femminile, dicevo, ma non sfigura affatto neppure sui polsi maschili più sottili, soprattutto nei modelli privi di pietre preziose. La collezione conta infatti quattro referenze: in acciaio con lunetta liscia, in acciaio con lunetta incastonata di diamanti taglio brillante, più altre due in acciaio e oro rosa con le stesse caratteristiche (lunetta liscia o incastonata di diamanti). Nelle versioni bicolore sono in oro rosa la lunetta, le maglie centrali del bracciale e la corona. A proposito, quest’ultima si trova alle ore 1.30: in una posizione quanto mai anomala, ma studiata per non dar fastidio in nessun caso al dorso della mano, nemmeno quando lo si spinge al massimo verso l’alto.

    Le altre caratteristiche

    Per passare al quadrante, in tutti i casi è opalino argenté, con i numeri arabi applicati. Come di consueto per gli esemplari della Casa, lo stile tipografico è esclusivo e contribuisce a dare un carattere unico all’orologio, subito identificabile come Hermès. Nei modelli bicolore, le cifre sono dorate come le lancette a bastone (un “bastone” rielaborato, a dire il vero), che sono rivestite di materiale luminescente per risultare ben leggibili in tutte le condizioni di luce. Nella zona centrale del quadrante è posta la minuteria, realizzata in décalque grigia con una lavorazione azuré. Nelle versioni in acciaio, i 5 minuti sono scanditi da cerchi arancione – il colore ufficiale di Hermès –, come la lancetta Lollipop dei secondi centrali.

    Il bracciale in acciaio, rastremato, è formato da tre file di maglie arrotondate, in cui si alternano finiture lucide e satinate che riprendono le lavorazioni della cassa. Compatto e flessibile, risulta ben calibrato e quasi “morbido” al polso. Ma si può facilmente sostituire – grazie al sistema di intercambiabilità brevettato – con un cinturino in caucciù, declinato in otto colori tipici della palette Hermès: accanto all’arancione e al bianco, anche verde, tortora, due tonalità di grigio, rosa e azzurro. Ma è meglio se riporto i nomi originali, in francese, per apprezzarne le sfumature: gris perle, gris étang, vert criquet, glycine, capucine e blue jean. Strano che non siano previsti cinturini in pelle – visto che questo materiale è un simbolo della Casa. Forse in futuro?

    La meccanica dell’Hermès Cut

    Quindi il movimento, che l’Hermès Cut condivide con altre collezioni maschili. A carica automatica, è il calibro Hermès H1912. Un calibro che si può definire di manifattura, in quanto progettato e realizzato in esclusiva da Vaucher Fleurier, di cui la Maison parigina possiede una quota societaria (ha una partecipazione del 25%, fin dal 2006). Per conoscerne le caratteristiche tecniche, vi rimando alle didascalie.

    Qui preferisco aggiungere una curiosità. Si tratta di uno dei primi movimenti sviluppati “in casa”, nel 2012, insieme al similare H1837. E prende nome dalla data di una celebre fotografia che ritrae Jacqueline Hermès, quarta generazione della famiglia fondatrice, con indosso un porte-oignon, ossia una specie di cinturino con copricassa che permetteva di portare al polso un esemplare da tasca. Prima testimonianza dell’orologeria Hermès, datata proprio 1912.

    Notevole il livello delle finiture. Quello che salta all’occhio, quando si osserva il movimento dall’oblò in vetro zaffiro posto sul fondello, è la personalizzazione dei ponti e della massa oscillante, satinati e decorati con la H dell’iniziale (ma c’è anche la platina à perlage e à colimaçon). Solo un dettaglio, rifinito ad arte, com’è tradizione per Hermès, eppure importante, se si pensa al seguito di fan che idolatrano l’intera produzione della Casa.

    A conti fatti, l’Hermès Cut mi porta a fare una breve riflessione. Il fatto stesso che un movimento meccanico entri a far parte di un’intera collezione di orologi femminili (e non di un singolo esemplare) è, già di per sé, positivo. Significa che il mercato lo richiede. E credo sia la riprova di due cambiamenti ormai assodati nell’orologeria. Uno, che il pubblico femminile non si accontenta più del quarzo, ma ormai sappia apprezzare la micro-meccanica tanto quanto quello maschile. E, due, che i confini fra orologi “da uomo” e “da donna” siano sempre più labili. Evanescenti.

    Informazioni di servizio

    Concludo, come al solito, con i prezzi e la disponibilità. Gli Hermès Cut sono già in vendita, sia sull’e-commerce della Casa che nelle boutique monomarca, e hanno un gamma di prezzo abbastanza ampia. Che parte da 5.400 euro per il modello “basic”, in acciaio con cinturino (molto meno di quanto costa un esemplare simile di marchi concorrenti). E arriva fino a 17.600 euro per quello bicolore con bracciale. Ci sta, se si pensa all’oro e ai diamanti incastonati sulla lunetta…

  • Breitling Navitimer 36 e 32, un “cult” in formato ridotto

    Breitling Navitimer 36 e 32, un “cult” in formato ridotto

    La storia dell’orologeria è fatta da referenze mitiche ma, soprattutto, dal genio di chi le ha create, capace non di rado di anticipare le tendenze e le dinamiche storiche. Prendiamo il Breitling Navitimer come esempio perfetto.

    Negli anni ’50 del Novecento l’aviazione commerciale era in pieno sviluppo, dopo aver fatto capolino tra gli anni ’20 e ’30 ed essere stata frenata dalla Seconda Guerra Mondiale. Un settore promettente, i cui professionisti avevano bisogno di strumenti efficaci da affiancare a quelli dei velivoli. E Willy Breitling che cosa combina? Si inventa il Navitimer, uno dei primissimi orologi tecnici sviluppati per i piloti professionisti.

    Roba da uomini

    Era il 1952 e oggi, a distanza di oltre 70 anni, il Breitling Navitimer è ancora in collezione. Non sto a riscrivere qui la genesi di questo orologio: lo potete leggere in questo articolo. Quello che conta, pensando alla sua nascita, è l’idea di Willy Breitling di inserire in un orologio da polso uno strumento professionale come il regolo logaritmico. Realizzato negli anni ’40 per il Chronomat, nel Breitling Navitimer era integrato in una lunetta girevole circondata da piccole perle, che ne agevolavano la manipolazione.

    Insieme alla semplicità d’uso, l’altro fattore determinante era la facilità di lettura. Per questo motivo i primi orologi avevano una cassa da 41 mm, gigantesca per quegli anni. Una scelta che garantiva la lettura immediata di tutte le informazioni presenti sul quadrante, grazie anche ai numeri arabi sovradimensionati al radio, a contrasto sul quadrante nero.

    Un orologio, il primo Breitling Navitimer, decisamente maschio. Sia per le dimensioni, sia per il fatto che, per decenni, i piloti professionisti dell’aviazione civile, commerciale e militare sono stati per la quasi totalità uomini. Dimensioni che sono andate anche crescendo nel corso del tempo, come testimoniano le referenze da 46 mm attualmente in collezione.

    La donna di Breitling

    Ecco perché i nuovi Navitimer da 32 e 36 mm appena presentati dal Marchio sono, a mio avviso, un’interessante operazione di estensione della gamma. Se il 41 mm lanciato lo scorso anno era, nell’idea di Breitling, interessante anche per le donne, con queste nuove referenze non ci sono ambiguità. E la scelta è in linea con la direzione presa da Breitling.

    Di recente, pezzi come il Chronomat, il Super Chronomat, il Superocean – anche se si tratta di collezioni che nascono maschili – presentano un numero incredibile di referenze sviluppate per i polsi e per i gusti femminili. Che non sono semplici trasposizioni in scala minore, con l’aggiunta di qualche brillocco e di metalli preziosi; basta considerare i movimenti meccanici, ai quali le clienti di oggi dedicano sempre maggiore attenzione.

    Il Breitling Navitimer da 36 o da 32

    Per questo motivo Breitling ha introdotto nella collezione Navitimer due nuove misure di cassa. E, come spesso accade, il marchio guidato da Georges Kern non si è risparmiato: e ha sviluppato ben 20 referenze, 10 per il 32 mm e 10 per il 36 mm.

    Ciò che le distingue in prima battuta è il materiale della cassa. Ciascuno dei due formati ha sei referenze in acciaio, due in acciaio e oro rosso, due in oro rosso. Per ciascuno di essi è disponibile sia la versione con il cinturino in alligatore, sia quella con il bracciale in materiale abbinato alla cassa. Totale 20, appunto.

    Tra le due misure, quella del Breitling Navitimer 36 parla anche a un appassionato uomo che non ama gli orologi troppo grandi. Che sia per una questione di polso sottile o di understatement, la preferenza per diametri tra i 35 e i 39 mm da parte dei maschietti è una tendenza in atto da alcuni anni. Ecco perché con il 36 mm Breitling strizza l’occhio anche a loro.

    Lo fa principalmente scegliendo colori di quadranti più unisex come il verde menta, l’argento e l’antracite, almeno sulle referenze in acciaio. Su quelle più preziose compaiono invece la madreperla e i diamanti incastonati agli indici (anche nel Navitimer 32), spostando decisamente il tiro sulla clientela femminile.

    Attitudine sostenibile

    Sarà per coinvolgere anche i Millennials, sarà perché le donne sono tendenzialmente più sensibili a certi temi, sta che di fatto che la nuova collezione ha a cuore anche la sostenibilità sociale e ambientale. I diamanti utilizzati nei Breitling Navitimer 36 e 32 sono infatti coltivati in laboratorio. Niente sfruttamento delle miniere, niente rischi di finanziare conflitti e corruzione nel Sud del mondo. In linea con la “Mission to do better” che si è data Breitling, le pietre sono anche tracciabili poiché provengono da produttori accreditati che hanno ottenuto lo standard SCS 007, il primo protocollo a fornire parametri di riferimento sulla sostenibilità dei diamanti.

    Stesso discorso per l’oro rosso. È il cosiddetto “oro migliore”, riconducibile a miniere artigianali e su piccola scala che soddisfano i criteri della Swiss Better Gold Association. L’associazione senza scopo di lucro fondata da imprese svizzere proprio per fornire all’industria orafa e orologiera catene di approvvigionamento responsabili, tracciabili e sostenibili.

    Scelte di continuità

    Dal punto di vista del design, i codici estetici del Navitimer ci sono tutti – a parte i contatori cronografici, visto che si tratta di un orologio solo tempo. Ecco quindi le piccole perle sulla lunetta – che da Breitling chiamano “a goccia” – e il regolo calcolatore analogico posto fra la lunetta stessa, il réhaut girevole e il quadrante. 

    Per il movimento, Breitling ha scelto di andare sul sicuro affidandosi al calibro 17 ND. Un “trattore”, robusto e preciso, certificato cronometro dal COSC, versione senza datario del calibro 17 del quale è una elaborazione. La base è un ETA 2824-2, movimento automatico fornito anche da Sellita, con massa oscillante bidirezionale su cuscinetto a sfere. Lavora a 28.800 alternanze/ora ed è accreditato di un’autonomia di 38 ore. Il fondello dell’orologio è chiuso, per cui il movimento non è a vista.

    Il volto prezioso del Breitling Navitimer

    Per il Navitimer 32, Breitling ha invece scelto un’estetica più spiccatamente femminile. Tanto per cominciare, sparisce il regolo calcolatore tipico della referenza. Una scelta dettata dall’esigenza di semplificare il design, adattandolo al diametro ridotto dell’orologio. In effetti, se già sul 36 mm non è facilissimo leggere le informazioni del regolo, sul 32 sarebbe un’impresa.

    Inoltre, la madreperla fa la sua comparsa anche nei quadranti delle referenze in acciaio e si colora, oltre che del classico bianco, anche di rosa cipria e di azzurro. Dei diamanti e dell’oro ho già scritto e, nel 32 mm, assumono ancora di più una connotazione femminile.

    Sul Breitling Navitimer 32 il calibro meccanico lascia il posto al quarzo che però, quando parliamo di questo Brand, non è un quarzo qualsiasi. Il calibro Breitling 77 che anima questo orologio è infatti un movimento SuperQuartz ultra-preciso e certificato COSC. Che cosa renda speciale il SuperQuartz, lo potete leggere qui. Di sicuro, con i suoi 3-4 anni di autonomia, toglie alle signore il pensiero di ricaricarlo ogni mattina.

    Per concludere

    Un’ultima occhiata ai prezzi. Per il Navitimer 32 si va da 4.100 a 21.000 euro, a seconda delle referenze. Per il Navitimer 36 il pendolo oscilla tra i 4.900 e i 32.000 euro. Georges Kern, Ceo di Breitling, dice che «puoi individuare una persona dall’altra parte della stanza e sapere che indossa un Navitimer. È così riconoscibile». Il fatto che questa frase sia vera anche con dimensioni così contenute, significa che la Marca ha lavorato bene, perché tradire il Dna di un simbolo è facile e rischioso. Pur ritoccando uno dei suoi tratti più riconoscibili, la misura della cassa, Breitling non è caduta nel tranello. Onore al merito.