Giornale Degli Orologi
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Autore: Daniela Fagnola

  • Blancpain Lady B: il micro-bijou di design dal cuore meccanico

    Blancpain Lady B: il micro-bijou di design dal cuore meccanico

    B come Blancpain, B come Bullett, B come Betty. Ma anche B come Bubble (o Boule, se preferisci il francese) e B come Bijou. Si chiama Lady B il nuovo femminile di Blancpain, omaggio esplicito ma per nulla nostalgico a una storia che proviene dal passato. Per capire questo piccolo pezzo di design dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Precisamente al 1956, quando l’orologeria da donna era terreno di sfide tecniche e creative per le grandi manifatture.

    Betty e l’estetica Mid-Century

    In quel periodo, al timone di Blancpain c’era Betty Fiechter, prima donna in assoluto a guidare una grande casa svizzera. Entrata in azienda giovanissima, Betty aveva compiuto un’impresa incredibile: nel 1932, durante la Grande Depressione, aveva acquistato la manifattura per salvarla dal fallimento. Si ritrovò così a capo di oltre duecento dipendenti in un’epoca in cui le donne, in Svizzera, non avevano neppure diritto di voto – lo otterranno solo nel 1971: no comment. Una figura straordinaria che pretendeva per gli esemplari femminili la stessa attenzione riservata ai modelli da uomo.

    Negli anni Cinquanta, del resto, le case orologiere facevano a gara per contendersi il polso delle signore. Allora andavano di moda esemplari dal design originale e dalla femminilità delicata: per la sera cocktail watches e orologi a segreto, per il giorno modelli “di forma” con bracciali insoliti, ma sempre dalle dimensioni minuscole, se non microscopiche. E le grandi manifatture investivano capitali in ricerca e sviluppo proprio per cercare di ottenere micro-movimenti meccanici, affidabili e di qualità, adeguati a quelle casse formato mignon.

    Il fascino dell’Atomic Age e il famoso calibro R52

    Da Blancpain, sotto la supervisione di Betty, nel 1956 nacque così il mitico Ladybird “Bullet”, figlio dell’ottimismo tipico dell’epoca. Si era in piena Atomic Age, presto estesa all’era spaziale, ammantata di fiducia nei confronti del futuro e della tecnologia. Un momento magico in cui l’architettura, la moda e il design industriale dicevano addio alle linee rette per abbracciare forme organiche, sferiche e biomorfiche – basti pensare all’Atomium di Bruxelles o alle curve dei grandi sogni automobilistici di quegli anni.

    Il soprannome “Bullet” (proiettile) derivava dalla forma bombata e sferica della cassa. Il cuore pulsante di quel “proiettile” era il leggendario calibro R52 (o R55, a seconda dell’allestimento), un capolavoro da 11,85 millimetri di diametro – in pratica la punta di un mignolo. Per rimpicciolire il movimento senza sacrificarne la robustezza, Blancpain introdusse una rivoluzionaria quinta ruota nel treno del tempo e inserì una protezione antiurto sul bilanciere, del tutto assente sui calibri dei concorrenti. Il calibro R52 contava 133 componenti rifiniti al millesimo di millimetro e garantiva 40 ore di autonomia. Acquistato persino da altre storiche maison rivali, il calibro R52/R55 oggi è considerato una pietra miliare della micromeccanica del Novecento.

    Ma il “Bullet” stupì il pubblico anche per un’altra, geniale intuizione. La cassa sferica (o quasi) era priva di anse, ma sul retro aveva una fessura integrata che permetteva di far passare all’interno il cinturino: così le signore potevano sostituirlo in un attimo per abbinarlo all’abito. Fu un sistema rivoluzionario che segnò una prima mondiale per l’orologeria e introdusse l’idea dell’intercambiabilità “fai da te”, tanto apprezzata ancora oggi.

    Il Lady B, una micro-scultura da polso

    Il Blancpain Lady B dei nostri giorni riprende esattamente lo spirito di quel predecessore. Lo reinterpreta però con un linguaggio tecnico e formale contemporaneo che gli infonde un carattere deciso e di forte impatto estetico, a dispetto delle dimensioni. Dimentichiamoci quindi le classiche riedizioni fotocopia: qui c’è un’idea radicale che lo trasforma in una piccola scultura in 3D da indossare.

    La cassa è una vera e propria “bolla” d’acciaio o d’oro rosso da 19 millimetri di diametro, appena appiattita sopra e sotto. La tocchi e sembra un ciottolo levigato dall’acqua, lucidissimo e privo di sporgenze – eccetto per la corona di carica. Un oggetto che dichiara la propria essenza in volume, appena 2,9 centimetri cubi, anziché accontentarsi delle solite misure. Tuttavia l’incredibile pulizia estetica nasconde una complessità realizzativa fuori dal comune. Le didascalie raccontano perché.

    Anche il Lady B non presenta le consuete anse. Il cinturino passa nella cassa attraverso una sottile apertura millimetrica letteralmente scavata nel metallo. E grazie a un sistema di cuscinetti a sfera scorre, anzi scivola all’interno senza intoppi. Realizzato in pelle di vitello, non si limita a circondare il polso, ma lo avvolge con un doppio giro. Ed è declinato in sette colori dalle particolari sfumature: dal bordeaux al moka, dal corallo al cipria, e ancora bianco, blu e viola.

    Sul piccolo quadrante beige opalino regna una purezza assoluta. Niente diamanti, niente decori superflui, solo le lancette di ore e minuti e gli indici a bastone, per favorire al massimo la leggibilità. Tutto il resto lo fa la luce che si riflette sul réhaut a specchio, così da rendere le informazioni ancora più visibili.

    Un cuore meccanico inaspettato

    Sotto l’estetica pulita e quasi organica batte un cuore da puristi. Blancpain ha una regola ferrea: non ha mai prodotto un orologio al quarzo e mai lo farà. Il Blancpain Lady B adotta quindi il calibro 615, di manifattura. Ma il bello è che non si tratta di un movimento meccanico a carica manuale, come sarebbe logico aspettarsi in volumi così ristretti. No: il calibro 615 è un automatico, con una piccola ma efficace (o forse dovrei dire efficiente) massa oscillante che ricarica la molla del bariletto a ogni gesto del polso. Ne senti il movimento impercettibile quando lo stringi nella mano: e devo dire che fa un certo effetto…

    Non solo. Concepito nel 1995, il calibro 615 è stato via via aggiornato nel tempo man mano che si sono rese disponibili nuove tecnologie. Oggi per esempio monta la spirale in silicio, che lo rende insensibile ai campi magnetici e alle variazioni di temperatura, e contribuisce alla costanza di marcia dell’intero sistema. Proprio per la continua evoluzione ha acquisito una robustezza e un’affidabilità ormai riconosciute e dimostrate nel tempo.

    L’eredità di stile continua

    Il Blancpain Lady B si indossa con disinvoltura sotto una camicia bianca come con un tubino nero. Si presta alle occasioni più formali come un gioiello, ma per dimensioni e design non è mai fuori luogo, neppure nelle situazioni di relax. Non è una serie limitata, piuttosto un capitolo del tutto nuovo che ridefinisce l’eleganza quotidiana. Un esempolare che dà ragione a Betty Fiechter: la bellezza e l’intelligenza tecnica non sono mai state nemiche. I prezzi al pubblico consigliati? La versione in acciaio è proposta a 11.360 euro, mentre quella in oro rosso costa 17.350 euro. In linea con l’esclusività della Manifattura.

    In sintesi

    CaratteristicheSpecifiche del Blancpain Lady B
    NomeBlancpain Lady B
    Referenza0064 3642 E17 oppure 0064 1142 B24
    CassaOro rosso oppure acciaio, 19 mm di diametro x 13,2 di spessore
    MovimentoCalibro 615 a carica automatica
    FunzioniOre e minuti
    Autonomia38 ore
    Prezzo17.350 euro oppure 11.360 euro

  • Classics Moneta Hand-winding: l’addio al quarzo di Frederique Constant

    Classics Moneta Hand-winding: l’addio al quarzo di Frederique Constant

    Finalmente è arrivato. Sono lieta di annunciare che – in occasione dei Geneva Watch Days – Frederique Constant presenta il Classics Moneta Handwinding. Ed è proprio l’entusiasmo a spingermi a pubblicarlo subito: l’embargo scadeva oggi, alla vigilia dell’inaugurazione delle giornate ginevrine, e io non potevo aspettare di condividerlo con voi, anche se non l’ho ancora visto fisicamente. Non mi segui? Ti faccio un breve reminder.

    Ricordi l’articolo di qualche mese fa sulle nostre pagine, quando la collega Aldina Lange invitava i lettori – non senza una punta di provocazione – a “prendere come un gioco” il movimento al quarzo del Classics Moneta Moonphase? L’argomentazione era solida: per salvare silhouette extra-piatta, complicazione poetica e lusso accessibile, la pila da 1,5V restava l’unico compromesso possibile. Ma i puristi della meccanica (e un po’ anch’io, devo essere sincera) avevano comunque arricciato il naso.

    Ora, sembra proprio che a Ginevra qualcuno ci abbia davvero ascoltato. In realtà, lo sappiamo tutti, la cosa era pianificata da chissà quanto tempo. Ma la risposta supera le aspettative. Con il nuovo Classics Moneta Handwinding, la Manifattura non solo ha tolto la batteria, ma ha restituito agli appassionati il più nobile e intimo dei rituali quotidiani: quello della carica manuale.

    Il fascino vintage della meccanica

    La prima versione si era fatta notare per quell’insolito e riuscito réhaut interno simile alla zigrinatura del bordo di una moneta. Il nuovo Classics Moneta Handwinding ne eredita il codice genetico vincente ma ne evolve a fondo la sostanza. La cassa cresce leggermente e passa dai 37 mm del quarzo a un diametro inedito di 38,5 mm. Il profilo rimane comunque abbastanza sottile (poco più di 10 mm) ed evoca il fascino pulito degli anni Cinquanta.

    Sotto il vetro zaffiro, il quadrante abbandona la finitura soleil precedente per far spazio a un’estetica squisitamente neo-rétro: un bell’effetto degradé color salmone che sfuma nel nero lungo il perimetro. La tonalità scura mette in risalto gli indici applicati e lucidati a specchio per una leggibilità ottimale. Al centro si stagliano le classiche lancette dauphine, mentre lo spazio a ore 6 – in passato dedicato alle fasi lunari – ospita ora il contatore dei piccoli secondi. Un omaggio perfetto alla purezza formale del secolo scorso.

    Sotto il vestito, la sinergia di gruppo

    Il movimento che prima faceva discutere i collezionisti si trasforma ora in puro orgoglio meccanico. Il fondello in vetro zaffiro mette in mostra un calibro a carica manuale di alta fattura, sviluppato da La Joux-Perret (storica manifattura di La Chaux-de-Fonds) e personalizzato in esclusiva per Frederique Constant. Una sinergia tutta interna, resa possibile dall’appartenenza di entrambe le realtà al gruppo Citizen.

    Il calibro FC-435 mette in scena infatti un piccolo spettacolo visivo e tecnico. Un bariletto di generose dimensioni assicura un’autonomia importante, di 63 ore. Il movimento, libero dalla massa oscillante, permette di apprezzare le finiture di livello, industriali ma curate, con i ponti decorati a Côtes de Genève – omaggio all’eredità ginevrina della Casa marchio – e lo stemma inciso al centro, fedele al disegno del 1988. Ovviamente, preserva anche lo spessore ridotto della cassa.

    Un manifesto di lusso accessibile

    Il modello al quarzo puntava ai grandi numeri. Con il Classics Moneta Handwinding, invece, Frederique Constant decide di coccolare i collezionisti con una formula esclusiva: un’edizione limitata di 999 esemplari al mondo. Il prezzo? Rimane fedele alla filosofia della Maison, che fa della qualità Swiss Made a costi accessibili il proprio cavallo di battaglia. Il listino si attesta infatti a meno di 2.000 euro (1.995, per l’esattezza). Un posizionamento decisamente competitivo sul mercato attuale per un pezzo di manifattura, in serie limitata, con queste credenziali.

    Cara Aldina, avevi ragione: il Moneta Moonphase era un bel gioco. Con il Classics Moneta Handwinding, però, Frederique Constant dimostra che si può fare sul serio senza perdere un briciolo di poesia. E i puristi, questa volta, non possono che essere contenti. Chapeau.

  • Mido Ocean Star 200: il diver definitivo sotto i 1.000 euro

    Mido Ocean Star 200: il diver definitivo sotto i 1.000 euro

    Succede sempre. Quando il caldo si fa sentire, e la mente inizia a vagare verso spiagge deserte o immersioni più serie del solito tuffo dal pedalò, la tentazione di infilarsi al polso un diver “puro e duro” è forte. Per fortuna. Perché la categoria degli orologi subacquei – lo dico con assoluta franchezza – soffre spesso di due grandi mali: quelli che vorrebbero fare i professionisti e pesano quanto un’ancora da piroscafo, oppure i loro opposti, quelli “da marinaio della domenica” che andrebbero in crisi al primo schizzo. Poi pensi a Mido e ti ricordi che c’è chi il mestiere delle immersioni lo mastica da un po’. Dagli anni Trenta, per essere precisi, quando la Casa di Le Locle inventò il sistema Aquadura. Poi, nel 1944, realizzò la prima collezione Ocean Star, un bestseller ancora ai nostri giorni. Tant’è: oggi la storia si rinnova con il nuovo Ocean Star 200. L’ho visto “dal vivo” in anteprima lo scorso inverno, l’ho studiato con attenzione e devo ammetterlo: ispira quella fiducia che in estate non guasta mai.

    41 mm di puro equilibrio al polso

    Se provi a guardare da vicino l’Ocean Star, la prima sensazione che ti trasmette è quella dell’equilibrio formale. Niente estetica “muscolare” che sembra pompata, niente eccessi da bodybuilder, soltanto le “giuste” proporzioni. La cassa in acciaio satinato e lucido ha un diametro di 41 mm e uno spessore di 11,7 mm. Grande e robusta quanto basta per affrontare gli abissi, ma senza esagerare. Ha un formato ideale, che non sparisce su un polso generoso e non sembra una padella su chi ha un’anatomia più esile. La lunetta girevole unidirezionale fa il suo dovere con un inserto in alluminio e numeri argento ben leggibili, utilissimi in profondità. Fondello e corona serrati a vite garantiscono un’impermeabilità fino a 20 bar.

    L’identità del nuovo Ocean Star 200 si gioca però tutta nel quadrante blu. Non la solita finitura lucida che sotto il sole riflette anche l’invisibile, ma una texture granulata (quasi contenesse granelli di sabbia) che cattura la luce senza accecare. Vi campeggiano gli indici ben definiti riempiti di Super-LumiNova®, la finestrella per giorno e data al 3 e un réhaut che dona una notevole profondità tridimensionale anche a costo di rimpicciolire un po’ il quadrante. E poi c’è il marchio di fabbrica: quel tocco di arancione Mido. Lo si trova discretamente laccato sulla punta della lancetta dei secondi e nella scritta Caliber 80 che preannuncia ciò che muove le lancette.

    Meccanica Swatch Group: antimagnetica e con 80 ore di autonomia

    Quindi arriviamo alla sostanza, perché un bell’orologio da immersione deve anche essere affidabile. Oltre il fondello serrato a vite, che sfoggia con orgoglio la storica stella marina in rilievo, l’Ocean Star 200 monta appunto il Calibro 80 (su base ETA C07.621). Un movimento ormai celebre, che appartiene alla famiglia del Powermatic 80 di Tissot, derivata dagli studi per il Sistem51 effettuati nel reparto Ricerca & Sviluppo di Swatch Group. Nelle didascalie trascrivo tutte le informazioni in merito ai dati tecnici.

    Qui mi soffermo solo su un paio di caratteristiche che influiscono sull’uso quotidiano. Prima di tutto, l’autonomia di 80 ore. Traduzione: potete toglierlo il venerdì sera, dimenticarvelo per tutto il weekend e lunedì mattina sarà ancora lì a scandire i minuti, come se niente fosse. Non solo. Avere un’autonomia così lunga significa che la molla di carica rilascia una tensione costante e omogenea per un periodo prolungato, il che garantisce un flusso di energia continuo ed equilibrato allo scappamento anche dopo due giorni sul comodino.

    Poi, la spirale in Nivachron™. In questo caso la tecnologia ci dà una (grande) mano contro i campi magnetici quotidiani – dai tablet agli smartphone – e contro gli urti meno simpatici delle vacanze, per evitare che le insidie quotidiane alterino l’isocronismo dell’organo regolatore. Ma autoinomia di 80 ore e spirale in Nivachron™ non servono solo a fare bella figura sulla scheda tecnica: sono proprio loro a garantire la costanza di marcia dell’orologio, in ogni situazione, dentro e fuori dall’acqua. E a farci godere le giornate estive senza l’ansia di doverlo continuamente rimettere all’ora.

    Mido Ocean Star 200: ultimi dettagli (che apprezzerete)

    Un plauso ai progettisti va anche per la costruzione del bracciale. In acciaio satinato, con maglie centrali lucide, non solo ha la classica e utilissima estensione subacquea per poterlo indossare sopra la muta, ma integra anche l’esclusivo sistema di cambio rapido. Basta solo un gesto per toglierlo e sostituirlo con un cinturino in gomma o in tessuto. Perché in vacanza, si sa, anche l’orologio ha il diritto di cambiare look per l’aperitivo o la cena.

    Insomma, niente fronzoli, tanta sostanza e la certezza di una Casa elvetica che fa sul serio. Tutto questo a un prezzo accessibile a tanti, se non proprio a tutti: 950 euro. Se cercate il subacqueo “definitivo” per accompagnarvi al mare (o semplicemente per sognarlo dalla scrivania), prendetelo in considerazione: l’Ocean Star 200 merita decisamente un giro di prova al polso.

  • Tissot Seastar 2000: prezzo pop e specifiche da alto di gamma

    Tissot Seastar 2000: prezzo pop e specifiche da alto di gamma

    Mi ha sempre colpito “l’orologeria democratica” di Tissot. E con “orologeria democratica” intendo la capacità di proporre esemplari dai prezzi accessibili, ma con caratteristiche tecniche che di solito si trovano nei segmenti di mercato di fascia alta. Il merito va alle economie di scala del Gruppo Swatch, certo, sinergie di cui beneficia anche Tissot. Ma il punto è che mi ci imbatto periodicamente e ogni volta rimango piacevolmente stupita. Non perché sia una sprovveduta, ma perché la casa di Le Locle spesso e volentieri alza l’asticella. Lo abbiamo già visto nell’evoluzione dell’entry-level del Tissot Gentleman 38 mm. E lo vediamo ancora nel nuovo Tissot Seastar 2000 Professional, che riduce il formato del subacqueo professionale già in catalogo e ne mantiene tutte le peculiarità.

    Il Tissot Seastar 2000 da 46 mm e i test delle norme ISO 6425

    Uscito nel 2021, il Tissot Seastar 2000 ha la cassa di 46 mm di diametro (uso il tempo presente perché è ancora in produzione) e gli elementi distintivi di uno strumento studiato per immersioni in saturazione. Vale a dire: impermeabilità fino a 60 atm, valvola di decompressione, un affidabile movimento Powermatic 80 con spirale in Nivachron e i tanti requisiti strutturali richiesti dalle norme ISO 6425 che definiscono proprio gli standard internazionali per gli orologi subacquei professionali. Riassumo qui, in breve, almeno quelli principali, per chi se li fosse dimenticato o non sapesse proprio di cosa sto parlando. Insieme ai test di laboratorio cui gli orologi devono essere sottoposti per garantire la conformità agli standard.

    La resistenza costruttiva della cassa, prima di tutto, che deve poter sopportare pressioni elevate senza deformarsi o indebolirsi. E deve anche essere fornita di corona e fondello serrati a vite, per una perfetta tenuta stagna. La ghiera girevole unidirezionale, per evitare rotazioni accidentali, con scala dei minuti dalle indicazioni chiare dei 5 minuti per monitorare il tempo di immersione. Ancora, una completa visibilità al buio: quadrante, lancette e indicazioni sulla lunetta devono essere leggibili a una distanza di 25 cm nell’oscurità totale. Un indicatore di marcia: la lancetta dei secondi deve essere luminescente per confermare a colpo d’occhio che l’orologio sta funzionando correttamente anche al buio.

    La normativa prevede quindi anche le “prove sul campo”. Esami severi come la sovrapressione del 25%: l’esemplare cioè deve resistere a una pressione idrostatica superiore del 25% rispetto a quella dichiarata. Se è garantito per 60 atm, in realtà è testato in realtà a 75 atm. Oppure lo shock termico: immerso alternativamente in acqua calda (circa 40°C), fredda (circa 5°C) e ancora calda, l’orologio non deve mostrare infiltrazioni o condensa sotto il vetro. Poi le proprietà antimagnetiche: il movimento deve mantenere un’ottimale costanza di marcia anche se esposto a forti campi magnetici. Quindi la resistenza chimica e meccanica: si verificano le proprietà anti-shock, la resistenza alla corrosione da acqua salata, la solidità del cinturino/bracciale alle trazioni.

    Nuova collezione Seastar 2000 44 mm: il compromesso perfetto al polso

    Come scrivevo sopra, il nuovo Tissot Seastar 2000 presenta le stesse qualità costruttive di quel predecessore, ma le concentra nella cassa di dimensioni più contenute: 44 mm di diametro per 15,29 mm di spessore (rispetto ai 16,25 mm del precedente). Ora, 44 mm non sono pochi. Del resto, come abbiamo visto, l’architettura massiccia è una conditio sine qua non per uno strumento professionale. Tuttavia, quei due millimetri in meno, al polso, fanno davvero la differenza e rendono l’orologio decisamente più portabile da un pubblico più ampio. Sempre all’interno di una platea necessariamente ristretta, perché limitata a quanti hanno veramente bisogno di un’impermeabilità così elevata. In sintesi, diciamo quindi che si tratta di un ottimo compromesso fra indossabilità quotidiana e prestazioni professionali.

    Cinque le nuove referenze del Tissot Seastar 2000 da 44 mm entrate in catalogo. Tre hanno la cassa in acciaio e il quadrante nero, blu, oppure arancione. Colore che – meglio sottolinearlo – durante le immersioni a profondità ridotta (entro i 15 metri) o in acque particolarmente torbide, offre un contrasto eccezionale rispetto allo sfondo scuro dell’acqua. Altre due versioni hanno invece la cassa in acciaio annerito da un trattamento Pvd e il quadrante blu o nero. A seconda del modello, la lunetta girevole unidirezionale con inserto in ceramica è blu oppure nera.

    E poi c’è il cinturino Tropical, in gomma nitrilica idrogenata (Hnbr). Per chi non mastica la chimica dei materiali, si tratta di un elastomero sintetico noto per l’eccezionale resistenza agli oli, ai carburanti e a molte sostanze chimiche, dall’elevata resistenza termica e notevole robustezza meccanica. Risulta cioè eccezionalmente resistente alla trazione, alla lacerazione e soprattutto all’usura da abrasione. In alternativa, il Tissot Seastar 2000 da 44 mm si allaccia al polso con un bracciale in acciaio, facile da regolare e pratico da usare perché dotato di una nuova fibbia da sub con blocco di sicurezza e sistema di estensione. In entrambi i casi, bracciale e cinturino sono intercambiabili.

    Prezzi senza rivali

    Le didascalie in alto contengono altre informazioni più dettagliate sia riguardo all’estetica che alla meccanica. Qui concludo con un altro dei punti di forza del Tissot Seastar 2000 Professional: il prezzo. L’orologio con il cinturino costa 975 euro, che salgono a 995 se si preferisce il bracciale e arrivano al massimo a 1025 per le versioni Pvd nere. In pratica, 1.000 euro per uno strumento professionale mi sembra davvero un prezzo molto, molto concorrenziale…

  • RM HJ-02: i segreti dell’orologio-gioiello di Richard Mille

    RM HJ-02: i segreti dell’orologio-gioiello di Richard Mille

    Se non hai idea di come siano gli orologi-gioiello di Richard Mille, prova a dare un’occhiata ai nuovi RM HJ-02 Automatic Winding Tourbillon. Vedrai qualcosa di mai visto, per il modo in cui il Marchio usa le pietre, le mixa, le compone. Accosta gemme di diverso tipo (pietre preziose, pietre fini, pietre dure, una accanto all’altra, con i loro colori iridescenti) e di tagli diversi (brillante, baguette, fantasia, realizzati rigorosamente su misura), e per ognuno si serve di tecniche di incastonatura differenti. Il risultato è incredibile.

    Le superfici di ciascun esemplare sono interamente tempestate di cristalli multicolor, frammenti lapidei e lastre geometriche, in un gioco di piani e di sovrapposizioni che coinvolge perfino la meccanica. Un effetto talmente sorprendente da lasciare del tutto spiazzati. Del resto, quando hai a che fare con i nuovi RM HJ-02, anche i gusti personali passano in secondo piano. Perché non importa se questi orologi ti piacciano o meno. Comunque non puoi non riconoscere lo straordinario lavoro di design e di montatura che ci sta dietro.

    Le creazioni firmate da Richard Mille

    Ma prima di entrare “nel vivo” della collezione, devo fare un paio di premesse. Cerca di avere pazienza e seguimi, se puoi, così potrai farti un quadro un po’ più completo. Prima di tutto, per contestualizzare i nuovi RM HJ-02, va detto che sono il seguito ideale della collezione RM HJ-01 uscita nel 2020. E sono il frutto del lavoro di Cécile Guenat, Direttrice della creazione e dello sviluppo di Richard Mille – nonché figlia di Dominique Guenat, co-fondatore del Marchio –, e soprattutto dell’atelier di sertissage aperto internamente. Istituito proprio per fondere artigianato d’arte e ingegneria tecnica, il laboratorio è stato inaugurato nel 2019 e da allora è riuscito a realizzare autentiche innovazioni.

    Per esempio, l’applicazione dei diamanti in materiali hi-tech come il Carbon TPT, la ceramica o il vetro zaffiro, estremamente duri e finora considerati impossibili da incastonare. I tecnici che lavorano nell’atelier di Richard Mille ci sono riusciti grazie alla creazione della sede di ogni singola pietra e delle apposite “griffe” (chiamiamole così, per comodità) per mezzo di macchine CNC dalle tolleranze micrometriche. Ma anche quando si tratta di inserire le gemme nei metalli tradizionali e “morbidi” come l’oro, a peggiorare la situazione ci si mette la forma della cassa degli orologi di Richard Mille, convessa e ricca di superfici curve. Solo gli incastonatori più esperti sono in grado di farlo.

    La classificazione delle pietre

    Detto questo, devo fare un’altra (breve, giuro) digressione sui termini. La tradizione classifica le gemme in tre categorie. Le pietre cosiddette “preziose”, rare e dalla trasparenza vitrea, che sono quattro: diamante, smeraldo, rubino e zaffiro (di tutte le sfumature). Poi ci sono le pietre “fini”, per esempio l’acquamarina, il topazio o i tanti tipi di quarzo, anch’esse trasparenti e dall’effetto vetroso. Infine le pietre “dure” (anche dette ornamentali), come il lapislazzuli, la malachite o la turchese, opache o tutt’al più traslucide, spesso formate da minerali diversi che creano striature, venature o disegni particolari.

    Qualche parola in più sulle pietre “fini”: un aggettivo adottato dai gemmologi in tempi relativamente recenti, per sostituire il più diffuso e commercialmente noto, ma scorretto, pietre “semipreziose”. Scorretto perché, definite così, sembra valgano la metà o comunque molto meno rispetto alle quattro più preziose. In realtà sul mercato se ne trovano alcune – come la tormalina Paraiba, l’alessandrite o certi tipi di opale, tipo l’opale nero australiano – che sono così rare e pregiate da costare più di un “normale” diamante, soprattutto se superiori ai 2 carati. Meglio quindi definirle pietre “fini”…

    Le gemme dell’RM HJ-02

    Per tornare finalmente ai nuovi orologi-gioiello di Richard Mille, come dicevo sopra, ogni esemplare concentra nella cassa in oro bianco diverse varietà di gemme di colore, montate con varie tecniche. Ben 1.399 pietre per l’esattezza, di differenti tagli e dimensioni appunto, incastonate a grani, a neve, a castone, o in modo invisibile. Che tengono impegnato il maître sertisseur per quasi 700 ore – dalla preparazione alla finitura, attraverso innumerevoli controlli… Qualcosa come 88 giornate lavorative complete: davvero impressionante.

    Riguardo alle pietre, gli RM HJ-02 riuniscono diamanti, rubini, smeraldi, zaffiri, tormaline Paraiba accanto a malachite, turchese, crisoprasio, calcedonio, madreperla – per citarne solo alcune –, con un effetto sempre diverso. Un po’ perché non esistono due pietre uguali esattamente, e un po’ per il design, che prevede lo stesso puzzle ispirato all’Art Déco ma con colori e pattern sempre differenti. Quasi fosse un mosaico interpretato con tessere eterogenee. In totale si tratta di 12 esemplari, 12 pezzi unici, suddivisi in quattro famiglie cromatiche: verde, azzurro, rosa e viola.

    La meccanica preziosa

    Quello che mi ha più colpito, però, è il fatto che le pietre di colore entrano a far parte anche della meccanica. Il nuovo calibro di manifattura CRMT2, a carica automatica e con dispositivo tourbillon, ha infatti la platina e i ponti in oro bianco incastonati di gemme di colore. E fin qui nessun problema. Le cose si complicano però con la massa oscillante – anch’essa in oro bianco, è anch’essa incastonata sulla superficie e lungo il profilo –, perché l’aggiunta delle pietre ne cambia il peso specifico. Quindi i tecnici devono calcolare con esattezzail peso del metallo sottratto e quello delle gemme inserite, per garantire un bilanciamento e un’inerzia perfetti. Che sono necessari per alimentare il bariletto a rotazione rapida e assicurare le 50 ore di autonomia standard.

    Non solo. Il rotore modificato ruota su cuscinetti a sfera in ceramica rinforzati, abbinati al dispositivo (brevettato) di inversione unidirezionale One-Way. In pratica il rotore ricarica la molla dell’orologio in un solo senso di rotazione, il che riduce gli attriti e azzera l’usura causata dal nuovo bilanciamento della massa. In più, quando ruota nel senso opposto, il rotore si disinnesta, e mentre gira “a vuoto” accumula una forte energia cinetica; quando cambia di nuovo direzione, la velocità si trasforma in una vigorosa spinta di carica, che va ad alimentare il bariletto a rotazione rapida. Riporto tutte le informazioni tecniche sul calibro nelle didascalie.

    Qui mi limito a mettere ancora in rilievo il tourbillon che sembra isolato a spezzare la simmetria della composizione. Privo com’è di gemme, risalta per contrasto cromatico e geometrico, per diventare il punto focale del movimento – o forse dovrei dire dell’orologio. Perché, anche in questi esemplari, cassa-quadrante-e-movimento sono stati chiaramente concepiti come un sistema integrato, a formare un tutt’uno.

    Conclusioni

    Concludo con una nota di glamour. Il lancio dell’RM HJ-02 è stato supportato da un video intitolato The Dazzling Vision con Michelle Yeoh come protagonista e musiche dei Justice. Potete vederlo sul sito ufficiale di Richard Mille, nella pagina dedicata alla collezione. Riguardo al prezzo, Richard Mille non ha fornito indicazioni ufficiali, anche se in Rete si trovano cifre che si aggirano fra i 3 milioni e i 3milioni e 400mila euro, a seconda del modello. Per quanto mi riguarda, mi viene in mente una massima attribuita al magnate della finanza J.P. Morgan: «Se devi chiedere quanto costa, vuol dire che non te lo puoi permettere…».

  • Calatrava 7200, l’Officier al femminile di Patek Philippe

    Calatrava 7200, l’Officier al femminile di Patek Philippe

    Sobria ed essenziale, la collezione Calatrava lo è per “natura”. Da quando è nata, nel 1932, è sempre stata la quintessenza della “classicità” e dell’eleganza secondo Patek Philippe. Eppure nel tempo ha dimostrato di essere capace di evolversi, di modificarsi per seguire i cambiamenti di gusto – da non confondersi con la moda e le tendenze, mi raccomando -, di assumere estetiche diverse, senza tradire la propria identità storica, il proprio carattere. E lo sa fare a volte in modo molto sottile, altre più radicale. Come nel caso dei nuovi esemplari da signora lanciati a Ginevra, alla scorsa edizione di Watches & Wonders. Due inediti Calatrava 7200 che rivisitano la versione presentata nel 2013 e la vestono di nuovi colori. Basta dare un’occhiata alla line-up della famiglia di orologi sul sito ufficiale – 11 referenze in tutto -, per notare quanto questi modelli femminili si discostino dagli altri.

    La differenza sta tutta nel design della cassa, che qui assume le forme dello stile Officier. Rigoroso, minimale, ma tutt’altro che spoglio. Al contrario: sontuoso, grazie alla scelta di precise tonalità e alle finiture. Il nuovo Calatrava 7200 è declinato in due monocromie: color sabbia e azzurro ghiaccio, sfumature che assumono effetti di luce cangianti grazie alla lavorazione soleil del quadrante, e sono messi in risalto dall’oro bianco lucido della cassa. Quanto al resto, nessuna decorazione, nessun diamante incastonato. Un puro “solo tempo” che mostra ore e minuti, privo perfino della lancetta dei secondi. Per chi desidera le pietre preziose, i concessionari di Patek Philippe hanno a disposizione altri Calatrava da donna: le referenze 4997, espressione di un’altra femminilità. I Calatrava 7200 hanno invece un valore e un significato storico ben preciso, che vale la pena di ricordare.

    I primi orologi da polso

    Anche chi non conosce il francese, intuisce che il termine officier vuol dire “ufficiale“, inteso come figura della gerarchia militare. E rimanda a un pezzo di storia dell’orologeria, all’esordio degli esemplari da polso. Si racconta infatti che alla fine dell’Ottocento furono i graduati dell’esercito i primi a indossare al polso gli orologi, consapevoli di quanto fossero infinitamente più comodi rispetto ai modelli da tasca durante le azioni sul campo. Per questo adottarono cinturini improvvisati – custodie in cuoio tipo polsiera in cui inserire la cassa, oppure strisce di pelle fatte scorrere in barrette metalliche posticce, profilate a U e saldate a ore 12 e a ore 6 -, così da poter appunto adattare al braccio i “tasca” più piccoli.

    Fino ad allora gli orologi da polso erano considerati “roba da donne”, di qualunque tipo fossero. Preziosi bracciali gioiello in oro, gemme o smalti sfoggiati con grazia dalle signore dell’alta società – come quello della contessa ungherese Koscowicz, realizzato proprio da Patek Philippe nel 1868 e considerato il primo orologio svizzero della storia. O pratici esemplari in metallo che le bambinaie legavano al polso con un nastro: messi in sicurezza, dopo che manine infantili vogliose e maldestre avevano provato a distruggere i delicati esemplari appesi al petto con una spilla… Si trattava comunque di accessori che nessun uomo si sarebbe mai sognato di portare, per non scalfire la propria immagine virile.

    Lo stile Officier

    A un certo punto però la funzionalità ebbe la meglio sui pregiudizi. Le prime testimonianze sull’utilizzo degli orologi al polso da parte degli ufficiali risalgono agli anni ’80 dell’Ottocento, quando Girard-Perregaux fece una fornitura alla Marina tedesca. Ma più ancora durante la Seconda guerra anglo-boera (1899/1902), che vide contrapposti l’esercito britannico e i coloni sudafricani di origine olandese. Si dice che furono proprio gli inglesi a vincere, grazie agli attacchi ben pianificati e coordinati con i loro segnatempo – non a caso chiamati wristlet. Successivamente, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e l’affermarsi dell’aviazione, gli orologi da polso conobbero una diffusione sempre maggiore.

    E fu proprio nei primi decenni del secolo scorso che fu codificata la cassa Officier. Doveva essere necessariamente semplice e priva di fronzoli, di forma rotonda, compatta e con le anse “a filo”, dritte e accuratamente saldate alla carrure. Uno standard per una certa tipologia di field watch, poi entrata (e rimasta) a far parte dell’uso comune. Patek Philippe la riscoprì con una nuova generazione di officier nel 1989, in occasione del 150° anniversario, nella leggendaria Referenza 3960, realizzata in un’edizione limitata di 2200 esemplari sempre all’interno della collezione Calatrava. Va da sé che nella storia dell’orologeria da tasca e da appoggio il termine Officier rimanda a tutt’altro significato.

    Il Calatrava 7200 e il Calibro 240

    Spiegata la questione della cassa officier del nuovo Calatrava 7200, merita almeno qualche riga la meccanica che lo anima: il Calibro 240. Uno dei movimenti automatici più famosi, iconici e longevi nella storia dell’alta orologeria. Creato nel 1977, in piena crisi del quarzo, nacque con il preciso obiettivo di dimostrare che la meccanica poteva battere l’elettronica sul terreno dell’eleganza e della sottigliezza. Creato dal progettista di Patek Philippe Gérard Berret, aveva uno spessore di 2,3 mm grazie al micro-rotore decentrato, inserito direttamente nell’architettura dei ponti. Oggi come allora, il piccolo dispositivo riesce a generare inerzia per caricare la molla del bariletto, a dispetto delle dimensioni ridotte, perché è realizzato in oro 22 carati. Una lega metallica densa e pesante, capace di garantire un’eccellente efficienza a ogni minimo gesto del polso.

    Nel tempo, chiaramente, il Calibro 240 ha dimostrato tutta la propria validità. Si è rivelato una straordinaria piattaforma su cui montare diversi moduli delle complicazioni, senza mai perdere la proverbiale sottigliezza. E poi si è evoluto con l’acquisizione di sempre nuovi componenti e tecnologie, mirati a garantire un’ottimale costanza di marcia. Come la spirale Spiromax® in Silinvar®, un derivato del silicio che non necessita di lubrificazione, è del tutto insensibile ai campi magnetici e alle variazioni di temperatura. Tant’è che Patek Philippe continua a utilizzare il Calibro 240 nei modelli più prestigiosi in catalogo: non solo nei Calatrava, ma anche negli esemplari dell’Ellipse d’Or o della linea Nautilus – come i nuovi, ambitissimi Nautilus del 50° anniversario, festeggiato quest’anno. Senza dimenticare i molti orologi ricchi di smalti delle ricorrenti collezioni di Alto Artigianato.

    Conclusioni

    Concludo con le ultime, necessarie informazioni. Il prezzo, prima di tutto: il Calatrava 7200, in entrambe le referenze, costa 35.759 euro, in linea con gli altri modelli maschili della collezione – con i quali però non si possono fare paragoni diretti, visto che quelli hanno un peso maggiore in oro, diverse lavorazioni e diversi movimenti. Ma credo che sia importante fare alcune considerazioni. Certo, il prezzo ci fa capire che Patek Philippe, con il Calatrava 7200, si rivolge a un tipo di donna quanto meno benestante. Ma soprattutto una donna con una certa cultura orologiera, che conosca lo stile Officier tanto quanto il calibro 240, che sappia di cosa stiamo parlando e sia consapevole di quello che sta acquistando. E, per fortuna, di donne così ce ne sono sempre di più, almeno a livello internazionale.

  • Royal Pop: cosa c’è “dietro” l’Audemars Piguet x Swatch?

    Royal Pop: cosa c’è “dietro” l’Audemars Piguet x Swatch?

    Non è ancora uscito eppure ne hanno già parlato tutti. O, meglio, è già noto all’universo mondo, dopo che siti, blogger e content creator ne hanno scritto, anzi lo hanno descritto con dovizia di particolari. C’è bisogno dunque che io stia qui a ripetere di nuovo, per l’ennesima volta, la rava e la fava sul Royal Pop? Non credo proprio. Al massimo posso trascrivere qualche dettaglio in didascalia, per quanti hanno bisogno di una guida pratica sulle “informazioni di servizio”.

    Del resto tutto questo battage era prevedibile, dopo che ieri sera gli uffici stampa internazionali hanno diffuso il Royal Pop – con qualche giorno di anticipo rispetto al lancio ufficiale, sabato 16. Mai come nel caso dell’operazione Audemars Piguet x Swatch è corretto parlare di iper-esposizione mediatica, che continua ininterrotta fin dal primo teaser. Oltretutto già nel pomeriggio di ieri sui social circolavano le foto delle boutique monomarca con il packaging esposto in vetrina.

    Segno che Swatch ha fatto le cose per bene e ha già rifornito i punti vendita deputati. Che ormai sono pronti a ricevere i fan disposti a fare la fila pur di accapararsi i primi esemplari. Ammesso che si ripeta l’esperienza del primo MoonSwatch, ovvio, ma le premesse ci sono tutte. Anche se la Rete non sembra aver accolto altrettanto bene la novità, il test del mercato è ancora da giocarsi. Perché è probabile che le consegne saranno centellinate – come la volta scorsa, appunto.

    Un commento sui detrattori che ne hanno scritto peste e corna sui social. Chi si aspettava un Royal Oak in platica colorata, ha “toppato” in pieno: troppo scontato, troppo banale. Vale a dire, non conosce Swatch: che è colore e ironia, va bene, ma anche sorpresa e stupore. E non conosce nemmeno Audemars Piguet: che certo non avrebbe accettato di inflazionare, se non “bruciare”, il Royal Oak con una versione accessibile a tutti. Evitiamo di essere così “ingenui” e usiamo il cervello, please.

    Royal Pop: cosa mi rappresenta?

    Cerchiamo di ragionare sul significato del Royal Pop. Non voglio fare della dietrologia e nemmeno comportarmi da maestrina (aborro…), ma trovare una chiave di lettura diversa di una collaborazione che è già un fenomeno di costume. Piaccia o meno ai “signori” (si fa per dire) di cui sopra. E comincio dalle immagini fornite nella cartella stampa, che credo forniscano un buon punto di partenza.

    Due in particolare, cioè i ritratti “alla Andy Warhol” di Ilaria Resta, Ceo di Audemars Piguet, e di Nick Hayek Jr, Ceo di Swatch Group, con i Royal Pop sugli occhi. L’inquadratura in primissimo piano e i colori improbabili rimandano direttamente alle celebri serigrafie del Maestro della Pop Art. Quei “multipli” di Marilyn o di Elvis (ma anche della zuppa Campbell), diversi per variazioni cromatiche e riuniti in dittici o in polittici, esposti nei grandi musei del mondo o nelle collezioni private di certi miliardari.

    Ci sta. La stessa Swatch dichiara in modo esplicito che il Royal Pop prende “ispirazione dalla Pop Art, un movimento artistico che trasforma immagini di cultura popolare quotidiana in opere d’arte vivaci, colorate ed energiche”. Il che è del tutto in linea con quanto ha fatto finora il Brand nei suoi 40 e passa anni di storia. Per esempio con le collaborazioni con il Louvre o con il MoMA, tanto per citarne un paio, ma anche con la collezione Swatch Art Journey, o in passato con gli esemplari firmati da Keith Haring o Mimmo Paladino. Vale a dire: far indossare l’Arte al polso e portarla dai musei alla strada.

    Un eclettico tasca

    E già questo non è poco. Ma stavolta la Swatch si è superata, ed è andata oltre. Perché è vero che il Royal Pop rende omaggio “alla leggendaria collezione Royal Oak di Audemars Piguet, lanciata nel 1972, e dai POP Swatch degli anni Ottanta”, come si legge sul comunicato ufficiale. E come appare ovvio fin dal nome… Ma è la tipologia di orologio a fare la differenza. Puntare tutto su un esemplare da tasca (ok, otto), anziché da polso (com’era in fondo il POP Swatch, sebbene portabile ovunque), vuol dire – secondo me – ricollegarsi volutamente all’orologeria di tradizione.

    Sì, perché non è che i tasca siano proprio “di moda”, ammettiamolo. Anche se periodicamente qualche marchio prova a rifarli e a rilanciarli, magari con forme modernissime o materiali all’avanguardia, il risultato non è mai wow. I tasca restano sempre oggetti di nicchia, con l’eccezione (che conferma la regola) di qualche impallinato o collezionista dai facili entusiasmi (e carta di credito con plafond illimitato). Quindi, che sia questa la volta buona? Che il Royal Pop riesca a farli diventare prodotti mainstream?

    Dopotutto – e come il POP Swatch precedente – ha dalla sua l’idea di trasformabilità. Il cordino permette di indossarlo in modi diversi: come collana o come accessorio da applicare allo zaino o alla borsa – forse meglio dell’orrido Labubu. E poi c’è la possibilità di farlo diventare perfino un orologio da tavolo. Se ci si aggiunge il colore, il prezzo (da 385 a 400 euro al massimo) e il “clic” con cui la cassa si aggancia alla clip – firma acustica della collezione -, si comprende come tutto sia studiato per farlo diventare popolare. Pop, appunto.

    Il Royal pop e i nomi recuperati

    Ma il punto non è solo interpretare la tradizione in chiave contemporanea, quanto diffonderne di nuovo la conoscenza. Prendiamo i termini Lépine e savonnette: da quanto tempo non se ne sentiva più parlare, se non riferiti appunto a pezzi d’epoca (mi verrebbe da dire d’antiquariato) per colti collezionisti? Oggi, invece, grazie ai due modelli di Royal Pop che rimandano appunto ai due tipi di orologi da tasca ben diversi, chiunque abbia un minimo di curiosità riscoprirà un pezzo di storia dell’orologeria.

    L’uno deriva da Jean-Antoine Lépine (1720/1814), insigne orologiaio francese che rivoluzionò l’architettura dei movimenti meccanici. Fu lui a inventare l’omonimo calibro, in cui eliminò il sistema di fusée à chaine e sostituì la platina superiore con dei ponti – così da poter posizionare il bilanciere su un lato, anziché sopra il movimento. In questo modo riuscì a realizzare orologi molto più sottili. Quella costruzione rimase la base degli esemplari moderni, perfino di quelli da polso.

    Mentre l’altro, il savonnette, era un modello di tasca dotato di un coperchio a proteggere il quadrante: così liscio e levigato, sembrava proprio una piccola saponetta rotonda da bagno (da qui il nome: in francese sapone si dice savon). Ma proprio la presenza della cerniera del coperchio condizionava l’intero orologio, che fu quindi ruotato di 90°: la corona di carica si trova infatti posizionata alle ore 3, mentre il contatore dei piccoli secondi alle ore 6.

    Un calibro a carica manuale

    Visti i presupposti, il movimento del Royal Pop doveva essere necessariamente meccanico. Ma, per coerenza, non poteva essere certo un automatico: ecco allora che il Sistem51 è diventato a carica manuale. L’esclusiva creazione di Casa Swatch, l’unico calibro Swiss made la cui produzione è interamente automatizzata, conserva 15 dei 17 brevetti originari, ma mantiene comunque tutte quelle peculiarità che gli appartengono da sempre. Come i componenti in Arcap, le 90 ore di autonomia o la regolazione del bilanciere effettuata direttamente in fabbrica, con il laser.

    Segno distintivo è anche la spirale Nivachron, antimagnetica, che – va ricordato – è stata sviluppata da Swatch Group in collaborazione proprio con Audemars Piguet. Lo scrivo come inciso, ma è importante sottolinearlo perché rivela che l’orologeria svizzera, in certi casi, riesce anche a fare squadra, a tirar fuori un certo “spirito di corpo”. Soprattutto quando si tratta di sviluppare tecnologie innovative, di perseguire ricerche che richiedono grandi investimenti, ma che possono dare un contributo significativo all’evoluzione dell’intero settore.

    Questione di cultura

    Concludo, giuro. I richiami alla tradizione del Royal Pop, perfettamente studiati fin nei minimi particolari, mi sembrano anche in linea con quello che sta facendo, da parte sua, la stessa Audemars Piguet. Che di recente ha lanciato l’ambizioso progetto Atelier des Etablisseurs, mirato a far rivivere l’antico modello produttivo dell’orologeria elvetica. Certo, è l’opposto dell’industrializzazione perseguita da Swatch, ma potrebbe anche essere inteso come l’altra faccia della stessa medaglia.

    Perché “dietro” questo programma, così come “dietro” il Royal Pop, c’è sempre la stessa volontà di recuperare la storia dell’orologeria, di mantenerla viva e vitale, di diffonderne i valori più autentici. Tant’è che – come ha raccontato Ilaria Resta – Audemars Piguet devolverà il 100 per cento dei proventi della collaborazione a sostegno degli artigiani che tengono viva tradizione, in modo concreto: attraverso borse di studio e supporti finanziari. Il Royal Pop, quindi, è un modo nuovo e inatteso di fare cultura dell’orologeria. E credo sia proprio questo il collante alla base della collaborazione Audemars Piguet x Swatch.

    p.s. A riprova di tutto ciò, Dody Giussani, il Direttore de L’Orologio, mi ha appena fatto notare che nei primi anni Ottanta Audemars Piguet realizzò un Royal Oak da tasca in oro. Lo vedere nella gallery in alto: innegabile che sia il diretto progenitore del Royal Pop, praticamente è uguale… Per saperne di più andate a cercarlo, sul sito della Manifattura di Le Brassus, nelle AP Chronicles.

  • Gilda Peacock, l’Eberhard & Co. che non ti aspetti

    Gilda Peacock, l’Eberhard & Co. che non ti aspetti

    Siamo abituati a pensare a Eberhard & Co. come a un marchio di tool watch. Il Chrono 4, lo Scafograf, il Contodat, l’Extra-Fort, lo Scientigraf sono tutti esempi di una produzione altamente tecnica, funzionale, maschile. Perfino quando si passa a esemplari più classici, come quelli della collezione 1887, l’aspetto vintage ed elegante non può negare la valenza sportiva, evidente soprattutto nel cronografo – grande specialità della Casa fin dai primi decenni del secolo scorso. Eppure, nel catalogo della Maison de l’Aigle, c’è un orologio di design che sembra sovvertire i canoni abituali (e i nostri preconcetti): il femminilissimo Gilda. Che nell’ultima versione esprime al meglio il proprio potenziale versatile e creativo: basta dare solo un’occhiata al Gilda Peacock per coglierne il potere immaginifico, quasi visionario.

    Eberhard al femminile

    Prima di descrivere il Gilda Peacock, però, è necessaria una breve introduzione storica. Già negli anni Dieci del Novecento, Eberhard & Co. realizzava esemplari da signora, fantasiosi e “di forma”. In un primo tempo raffinatissimi modelli in oro giallo con la cassa carré dagli angoli allungati. Quindi, a partire dagli anni Venti, pregiati montres à bijoux in platino e diamanti oppure (soprattutto) in oro giallo e smalti policromi. Influenzati dall’Art Nouveau prima e dall’Art Déco poi, avevano linee rettangolari o allungate (quasi a navette), e decori dai motivi floreali o geometrici.

    Gilda nasce nel 2010 come erede di quella lunga tradizione, ripresa nell’estetica originale, innovativa e tutt’altro che scontata, e nell’innata preziosità. Anch’esso ha la cassa “di forma”, questa volta ellittica, in acciaio o in oro rosa. La silhouette è sottile e ricurva, dall’ergonomia studiata per avvolgere in modo morbido il polso femminile. Tant’è che il vetro zaffiro convesso, per non dire sferico, è stato brevettato. Ancora forte è la vocazione decorativa: fin dai primi esemplari, sul quadrante in madreperla o soleil spiccano grandi numeri romani dalle dimensioni irregolari. E il fondello è ornato da un delicato pattern floreale.

    Negli anni il Gilda conosce numerose variazioni sul tema. La lunetta è incastonata da una fila di diamanti allineati, oppure da un’onda di diamanti e gemme colorate – rubini e zaffiri. I numeri romani, inizialmente fuori asse, anche colorati e perfino rivestiti di brillanti, si raddrizzano e vengono “tagliati” da un ovale orizzontale. Al loro posto appaiono quindi le cifre arabe, con un type corsivo ispirato ai numeri Breguet. Il quadrante acquista una lavorazione a raggi di sole, con cerchi concentrici in sovraimpressione, oppure un guilloché flinqué con un ovale incastonato. La carrure diventa interamente tempestata di diamanti (con tutte le difficoltà comportate dalle superfici curve).

    L’originalità del Gilda Peacock

    Eppure, finora, non si era mai visto niente di simile al Gilda Peacock, il cui quadrante presenta un decoro a piume di pavone. Ora, il pavone è un soggetto che in genere appartiene all’alta orologeria femminile, riprodotto sia con le meccaniche complicate sia con i mestieri d’arte (marqueterie di vere piume inclusa). Mi vengono in mente nomi come Piaget, Bulgari, Chopard, Fabergé, tanto per citarne alcuni… Un tema talmente suggestivo da essere ripreso poi da tanti marchi, perfino fashion. Ma Eberhard & Co. lo interpreta a modo proprio, in forma inedita. Non mostra l’animale interamente, ne suggerisce soltanto la presenza attraverso la riproduzione del piumaggio.

    Non mi soffermerò sul significato assunto dal pavone, o meglio dall’indossare una o più piume di pavone, nelle diverse culture di ieri e di oggi. Ricordo che, per via di quegli ocelli dai toni cangianti, le piume sono di volta in volta intese come simbolo di rinnovamento, immortalità e rinascita, di ricchezza e abbondanza, di regalità, protezione divina e perfino di onniscienza. A me in tutta sincerità ricordano l’Oriente, l’India soprattutto, dove il pavone è considerato un animale sacro, associato a diverse divinità. Quasi un essere magico, emblema di protezione dal male, immune dal veleno e capace di vincere i serpenti.

    Per tornare con i piedi per terra, è molto interessante la tecnica con cui Eberhard & Co. ha realizzato il quadrante del Gilda Peacock, più complicato del solito per via della forma ellittica e leggermente bombata. Prima di tutto, la piastra metallica è stata incisa al laser con un motivo radiante: un passaggio che ha bisogno di otto ore di lavoro. Il rilutato è una texture a rilievo ispirata proprio alla struttura delle piume, cioè ai filamenti primari e secondari (barbe e barbule) che si sviluppano dallo stelo (rachide) centrale. Quindi si passa alla colorazione, eseguita con numerosi passaggi e diverse tonalità, per ricreare l’iridescenza e le sfumature cromatiche delle piume. In questo modo si raggiunge un effetto finale è di notevole profondità.

    Ultime informazioni

    Se il soggetto del Gilda Peacock è insolito per la Casa, le altre caratteristiche sono quelle ricorrenti nella collezione. La cassa in acciaio, come al solito leggerissima ed estremamente confortevole, misura 32,1 x 38 mm ed è sottile solo 7,8 mm. La finitura lucida ne sottolinea la vocazione elegante, mentre la consueta decorazione floreale sul fondello è personalizzata dal nome Gilda in rosso. All’interno monta come sempre un movimento al quarzo Swiss made. Infine merita un cenno il cinturino in pelle di alligatore blu lapislazzuli con cuciture in lurex argentato. Il prezzo al pubblico è di 3.690 euro, coerente con la gamma di costo degli altri Gilda in catalogo.

  • Alto Artigianato 2026: i mestieri rari di Patek Philippe in mostra

    Alto Artigianato 2026: i mestieri rari di Patek Philippe in mostra

    Ormai è una tradizione. Da una decina d’anni, la mostra sui mestieri rari di Patek Philippe è un appuntamento fisso della primavera ginevrina, organizzata in occasione dei grandi saloni dell’orologeria – il SIHH prima e Watches and Wonders poi. Così, eccola, puntuale anche quest’anno: l’esposizione Alto Artigianato 2026 è aperta fino al 9 maggio, come sempre nei Salons Patek Philippe di rue du Rhône 41.

    Un tempio dell’orologeria svizzera

    Non un indirizzo qualsiasi, né una semplice boutique, vale la pena ricordarlo. Piuttosto, un autentico monumento all’orologeria elvetica: la sede storica di Patek Philippe da quasi due secoli. La Maison infatti vi trasferì la manifattura nel 1853, per far fronte alle mutate esigenze di spazio. Questi ambienti ospitarono dunque i banchi di lavoro degli orologiai fino al 1996, quando fu inaugurato il più moderno stabilimento di Plans-les-Ouates. E qui perciò vide la luce tutta la produzione di Patek Philippe, inclusi gli esemplari più celebri: come il Packard nel 1927, il Graves nel ’33, o il leggendario Calibro 89, creato per i 150° anniversario della Marca.

    Dopo il trasferimento degli atelier produttivi, l’edificio conobbe un paio d’anni di accurato restauro e fu inaugurato nel 2006 come sede dei Salons, appunto – a metà fra luogo di rappresentanza, boutique esclusiva e flagship store. Oggi, gli interni arredati in stile Napoleone III, con carta da parati goffrata, enormi lampadari in cristallo di rocca e raffinate boiserie, espongono l’intero catalogo di Patek, mentre i piani superiori accolgono sale private con vista panoramica sul lago di Ginevra, proprio di fronte al Jet d’Eau e sopra l’Horloge Fleuri. La cornice ideale, insomma, in cui esporre modelli realizzati con i mestieri d’arte, da sempre patrimonio della Maison.

    La collezione di Alto Artigianato 2026

    La mostra Alto Artigianato 2026 riunisce 65 esemplari, tra pezzi unici ed edizioni limitate: 23 pendolette Dôme, 10 orologi da tasca e 32 orologi da polso, suddivisi fra le linee Calatrava e Golden Ellipse. Una collezione composita, per tema e soggetto, ma proprio per questo in grado di esprimere allo stesso tempo creatività senza limiti e maestria tecnica. Ciascun modello è infatti un concentrato di tecniche diverse, dimostrazione di un savoir-faire capace di affiancare antichi metodi di decorazione ad altri più innovativi.

    Negli esemplari di Alto Artigianato 2026, infatti, lo sguardo più attento potrà cogliere quadranti realizzati con lo smalto Grand Feu cloisonné, lo smalto grisaille, lo smalto flinqué, lo smalto paillonné, gli smalti di Fauré, ma anche con la pittura in miniatura, l’incisione a mano, il guillochage o l’incastonatura, tipici della tradizione orologiera. Mentre in altri quadranti si notano il micro-intarsio in legno, gli smalti di Longwy su porcellana e gli smalti grisaille su bianco di Limoges, di più recente adozione nel mondo delle lancette.

    In ogni caso, sono sempre mestieri rari che richiedono un “saper fare” altamente specializzato: non a caso rientrano nel campo delle “arti applicate” – definizione che solo in parte rende loro giustizia. Ma la mostra Alto Artigianato 2026 non offre solo l’opportunità di vederli tradotti in pratica in esemplari di altissimo livello qualitativo. Permette anche di conoscere di persona i maestri artigiani esperti nei vari tipi di decorazione e di assistere a dimostrazioni pratiche, supportate da video e dall’esposizione dei loro strumenti del mestiere.

    Qualche highlight

    Difficile scegliere gli esemplari più rappresentativi esposti nelle teche di Alto Artigianato 2026. Al massimo posso raccontare i pezzi che mi hanno colpito di più – perché come giornalista ho avuto la fortuna di vedere la mostra in anteprima, con qualche giorno di anticipo rispetto all’inaugurazione ufficiale. Ma si tratta quindi di scelte personali – ci tengo a sottolinearlo -, di una selezione dettata da criteri soggettivi e del tutto arbitrari.

    A cominciare dalla pendulette Dôme che illustra anche la locandina dell’eposizione: intitolata Les Aras, ritrae appunto un variopinto gruppo di pappagalli ara ed è realizzata in smalto Grand Feu cloisonné, impreziosito da pittura in miniatura, pavé di diamanti serti neige sul giro delle ore e altre gemme di colore incastonate agli indici e lungo i profili dell’orologio da tavolo.

    Tra i miei preferiti anche l’orologio da tasca Perles, un riccio di mare in smalto cloisonné, champlevé e flinqué, arricchito di perle e diamanti. Mentre, fra gli orologi da polso, impossibile dimenticaer la complicazione sonora del Calatrava Chitarra Elettrica: un ripetizione minuti con il quadrante in marqueterie di legno, impressionante per il realismo con cui è riprodotto lo strumento rock per eccellenza. Ma per farvi un’idea un po’ più completa degli orologi esposti, potete visitare il sito ufficiale.

    Informazioni di servizio

    Sempre sul sito ufficiale oltretutto troverete anche il modulo in cui registrarvi per poter accedere fisicamente all’esposizione Alto Artigianato 2026. Ricordo infatti che l’ingresso è libero, ma la prenotazione obbligatoria. E, nel caso vi sia possibile andare a Ginevra, vale la pena davvero di andarla a visitare, visto che ci sono ancora posti disponibili.

    Poco importa se nessuno di noi comuni mortali potrà mai acquistare anche solo un esemplare di questo tipo. La mostra è comunque un’occasione da non perdere: perché è raro avere la possibilità di vedere una simile raccolta d’arte orologiera, per numero di pezzi e qualità tecnica. Ma, al di là di tanta bellezza e bravura, la mostra offre anche la possibilità di approfondire la propria cultura in tema di mestieri rari applicati al mondo dell’orologeria.

    E penso sia proprio una questione di cultura, anche per Patek Philippe. La Manifattura infatti coltiva le diverse tecniche decorative dell’artigianato d’arte per salvaguardare la tradizione, per tramandare alle generazioni future antichi saperi. Che non solo meritano di essere perpetuati, ma anche di progredire, di arricchirsi con l’acquisizione e la contaminazione di nuove metodologie. E in fondo credo sia questa la chiave di lettura dell’intera mostra Alto Artigianato 2026, proprio questa la lezione di Patek Philippe sui mestieri rari.

  • Nœud de Camélia: l’orologio-gioiello di Chanel tra arte e ricamo

    Nœud de Camélia: l’orologio-gioiello di Chanel tra arte e ricamo

    L’ispirazione deriva come di consueto dal mestiere e dalle passioni di Gabrielle Chanel. Due componenti della vita della grande couturière – così connesse fra loro da poterle sovrapporre -, tradizionalmente alla base dell’intera orologeria della Maison. Di nuovo c’è che si riscontrano puntuali anche nell’inedita collezione Nœud de Camélia, assoluta novità presentata in questi giorni a Watches and Wonders Geneva. Una famiglia di esemplari-gioiello, cinque montres-à-secret (quattro manchette e un anello), realizzati con materiali diversi e diverse tecniche di artigianato d’arte, ma comunque preziosissimi.

    Il fiocco e la camelia, due simboli Chanel

    Segni e simboli hanno sempre fatto parte dell’universo di Chanel. Con un senso della sintesi assolutamente personale, Mademoiselle Coco era riuscita a concentrare in pochi dettagli lo stile, la visione della donna, l’idea di eleganza da lei perseguiti negli anni con convinzione, intuizioni ed esperienza. Le catene, il tweed, i bottoni, le perle, i bijoux, le scarpe bicolori, la borsa matelassé, ma anche la camelia e il fiocco sono sempre stati metafore istantanee della moda Chanel.

    Elementi identificativi immediatamente riconoscibili che oggi come ieri costituiscono il suo patrimonio spirituale. Capaci di sopravvivere al tempo e alle mode senza perdere nulla della propria originalità. E senza invecchiare, perché continuamente adattati, modificati, rivisitati secondo lo spirito del tempo. Per questo presenti praticamente in tutte le collezioni e in innumerevoli creazioni.

    Lo sa bene Arnaud Chastaingt, Direttore dello Studio de Création Horlogerie di Chanel, che li reinterpreta ormai da oltre un decennio, ogni volta in modo diverso. Rispettoso dell’impronta data dalla fondatrice della Casa, ma senza eccessiva deferenza e coerente con il mood contemporaneo. Nella collezione Nœud de Camélia, in particolare, recupera e rilegge la camelia e il fiocco, appunto.

    La prima era amata da Coco per la perfetta regolarità dei petali, il bianco puro, l’assenza di profumo (chissà se in quella sua fascinazione c’entravano anche Marguerite Gautier di Dumas o la Traviata di Verdi…). Il secondo era un motivo ricorrente negli abiti e negli accessori da lei creati fin dai primi anni Dieci: un vezzo femminile consapevole ma non lezioso, di volta in volta decoro per una scollatura, ornamento per un cappello o semplice en-tête.

    La manchette Nœud de Camélia

    Nella collezione Nœud de Camélia, Chastaingt dunque fa convivere il fiore prediletto da Mademoiselle con un emblema della couture, e li fonde insieme a creare un tutt’uno, un ensemble rigoroso non a caso in bianco e nero. Perché, come diceva Chanel: «Il nero contiene tutto, il bianco pure. Rappresentano la bellezza assoluta, l’abbinamento perfetto». La trasformazione dei due elementi da lui operata in chiave orologiera, nelle diverse referenze, vede quindi la camelia farsi cassa e il nodo bracciale.

    Qui mi soffermo sulla versione che mi piace di più, una manchette che concentra il lavoro artigianale di due mestieri d’arte: l’incastonatura e il ricamo. Entrambi realizzati “in casa”, a Parigi: l’una negli atelier di alta gioielleria ospitati in place Vendôme, al civico 18, proprio sopra la boutique; l’altro nei laboratori di Lesage all’interno del complesso di edifici 19M, una modernissima architettura alla Porta di Aubervilliers, nel XIX arrondissement.

    In dettaglio, la cassa è in oro bianco interamente tempestato di diamanti, per un totale di 3.16 carati. La lunetta in titanio lucido e annerito è incastonata di diamanti baguette. Altri diamanti baguette si trovano sulla cover – praticamente il bocciolo della camelia -, al cui centro spicca un grande diamante taglio brillante. Quando la si apre, ecco apparire il quadrante in oro bianco laccato nero, bordato da lacca nera effetto passamaneria. All’interno, ospita un movimento al quarzo Swiss made.

    Il cinturino è invece realizzato in gros-grain nero (un tipo di nastro corposo e sostenuto, in tessuto “ad armatura a canneté”, cioè con costine in rilievo), con il vero e proprio fiocco completamente impreziosito da miriade di canutiglie, anch’esse nere. Vale a dire, piccoli e sottili tubicini o cilindretti di vetro dai contorni netti e dalle superfici levigate, applicate a mano una ad una, con maestria. Il cinturino, foderato in pelle, si allaccia al polso con una fibbia ad ardiglione laccata nera.

    Per concludere

    Più di tante parole, valgano le immagini della gallery in alto. Nelle didascalie riporto qualche informazione un po’ più approfondita riguardo alle fasi di lavorazione, che richiedono pazienza certosina, tempo e perizia da parte di un esperto artigiano. Discorso valido tanto per la camelia incastonata di diamanti quanto per il fiocco ricamato di perline. Perché sono proprio le ore di lavoro necessarie alla composizione a dare un valore aggiunto all’orologio-gioiello.

    Non a caso il Nœud de Camélia è realizzato in un’edizione limitata di 20 esemplari. Però io già me lo vedo in altri materiali e colori: magari con la camelia plasmata nell’oro beige di Chanel e il fiocco di gros-grain con le canutiglie in ton-sur-ton. La mia immaginazione corre troppo? Credo che quella di Arnaud Chastaingt sia ancora più veloce della mia. Chissà. Di certo è che la collezione Nœud de Camélia è solo agli inizi. Vedremo cosa ci riserberà in futuro.

  • Richard Mille RM 07-01 Ceramiche Colorate e la sfida dei diamanti

    Richard Mille RM 07-01 Ceramiche Colorate e la sfida dei diamanti

    Richard Mille porta a compimento la trilogia dell’RM 07-01 Ceramiche Colorate con un’ultima, definitiva versione. Lanciata nel 2021, poi sviluppata nel 2023 con diversi look molto estivi, la collezione torna ora in chiave invernale: o forse dovrei dire “ghiacciata”, immersa com’è in un immaginario fatto di neve e luci crepuscolari. On the rocks, direbbero nel mondo della moda, in riferimento alla presenza dei diamanti che impreziosiscono l’intera cassa. Ed è proprio questo il problema: incastonare i diamanti nella ceramica, dal punto di vista teorico, sembrerebbe una follia. Praticamente impossibile.

    Credo che ai tecnici di Richard Mille sia stata utile la lezione imparata per un’altra variante dell’RM 07-01, l’Intergalactic. Solo che lì i diamanti erano sparsi, quasi buttati a caso (in realtà in posizioni calcolate al micron) nella superficie in Carbon TPT. Qui invece si trovano all’interno della ceramica TZP perfettamente organizzati secondo precise figure geometriche: cerchi, semicerchi, sinusoidi, linee, segmenti, rettangoli (singoli o in successione, quasi a formare uno zigzag). Colpisce, a ben guardare, la dimensione dei diamanti: piccoli, piccolissimi, a loro volta tenuti in sede da ancora più minuscole griffe, o grani. Chiamiamoli così per intenderci, anche se in realtà – lo vedremo poi – sono tutt’altro.

    La ceramica TZP

    Cerchiamo di capire meglio la questione. Di per sé la ceramica è un materiale ostico, difficile da realizzare e da lavorare, che richiede una perfetta maestria dei processi di produzione. Soprattutto quando si tratta di forme complesse come quelle della lunetta e del fondello del Richard Mille RM 07-01 Ceramiche Colorate, che hanno anche bisogno di un lungo processo di rettifica per mezzo di utensili diamantati.

    Devo pure aggiungere che ottenere specifiche sfumature cromatiche – come il rosa cipria, il rosa lavanda e l’azzurro polvere dei tre orologi di Richard Mille – è un’ulteriore sfida tecnica. Le polveri di base, miscelate a ossidi metallici, sono sottoposte a sinterizzazione a pressione: in pratica, invece di cuocere il pezzo per ore, insieme al calore si applica una pressione fortissima per un tempo molto breve, il che “impacchetta” le molecole così densamente da mantenere il colore uniforme. Il controllo della temperatura è fondamentale: uno sballo di pochi gradi farebbe virare per esempio il rosa verso il grigio o il marrone.

    In questo caso si tratta di ceramica TZP, che sta per Zirconio Tetragonale Policristallino, costituita per oltre il 95% da zirconio (ZrO2). La ceramica TZP è un materiale dalle particolari proprietà: è estremamente dura (raggiunge i 1400 Vickers, ben maggiore del valore degli acciai temprati), ed è quindi resistente ai graffi, all’usura, alla corrosione, alla deformazione. Ha infatti una tenacità (la capacità di assorbire energia e di deformarsi plasticamente prima di arrivare alla rottura) superiore a quella dello zaffiro.

    Di contro ha una densità particolarmente bassa (circa 6 g/cm3), ed è perciò molto leggera. Poi è resistente ai raggi UV e rimane del tutto inalterabile nel tempo. Infine è anallergica e biocompatibile – tant’è che viene utilizzata anche in odontoiatria e in ortopedia, per gli impianti dentali come per le protesi ossee.

    L’incastonatura delle gemme

    Bene. Veniamo al problema dell’incastonatura delle pietre preziose nella ceramica. Proprio perché si tratta di un materiale particolarmente duro, non è possibile montarle con metodi tradizionali. I progettisti della ProArt, la fabbrica di Richard Mille dedicata alla produzione di casse in materiali high-tech, hanno quindi dovuto mettere a punto una particolare tecnica, basata sul cosiddetto mitraillage (mitragliamento, in francese). Ovvero l’esecuzione di una serie di micro-fori o cavità in cui alloggiare le gemme, che tradizionalmente è eseguito a mano nel metallo con appositi bulini o piccole frese.

    Qui però, vista la durezza della ceramica, il mitraillage dev’essere effettuato con macchine CNC a 5 assi, che permettono una precisione micrometrica e una perfetta perforazione del materiale. E con pietre così piccole collocate in figure così definite, la precisione è fondamentale. Anche perché in questo caso è impossibile ricavare i grani che serviranno a tenere in sede le pietre (di solito l’incastonatore li scava e li solleva direttamente dal metallo circostante). Di conseguenza, oltre ai fori di alloggiamento delle gemme, bisogna crearne altri – proprio accanto, nell’esatta posizione – che ospiteranno i castoni metallici necessari a bloccare le gemme.

    Basta guardare le immagini della gallery in alto per capire di cosa di tratta: nelle foto si vede chiaramente che ogni foro di diametro più grande, che ospiterà la pietra, è affiancato da due più piccoli. In questi ultimi l’incastonatore inserirà appunto degli elementi microscopici, simili a rivetti o a perni a T, di varie forme, a lama o a cuneo, proprio per assicurare le gemme nella loro sede: realizzati probabilmente in oro, questi elementi “tengono” grazie alla pressione generata dalla loro deformazione una volta collocati nella fessura. Per la forma e la funzione a me hanno ricordato un po’ i chiodi da roccia – solo di dimensioni infinitesimali e privi di occhiello. 

    L’habillage dell’RM 07-01 Ceramiche Colorate 2026…

    Altri diamanti e pietre di colore dal formato ridotto sono poi montati sulla carrure in oro bianco, anche qui posizionati in modo da creare decorazioni geometriche. Nel metallo nobile per eccellenza, chiaramente, l’incastonatura avviene in modo tradizionale – con il mitraillage e la creazione dei grani direttamente nel metallo – senza troppe difficoltà se non quelle create proprio dalle dimensioni delle gemme. E dalla loro quantità, che dev’essere molto elevata.

    Richard Mille non dichiara quante pietre e quanti carati racchiude l’RM 07-01 Ceramiche Colorate. Ma per una volta sarebbe più importante conoscerne il numero, piuttosto della caratura, proprio per avere un’idea del lavoro pazzesco fatto dagli incastonatori e dalla loro pazienza certosina.

    Per passare al display, come nelle versioni precedenti anche i nuovi RM 07-01 Ceramiche Colorate hanno il quadrante decorato da figure geometriche. Sulla piastra di oro rosso 5N rodiato e scheletrato si trovano frammenti di ceramica colorata, applicazioni in gomma tagliata al laser, piastrine in oro bianco tempestate di pavé di diamanti (sempre con pietre piccolissime), archi e segmenti in oro guilloché. Il risultato è un puzzle astratto e coloratissimo – dalle cromie a contrasto -, accentuato anche dal cinturino in caucciù.

    … e il movimento

    Riguardo alla meccanica, vale la pena spendere due parole sul calibro CRMA2 che anima l’RM 07-01 Ceramiche Colorate. Un movimento ormai noto, progettato ad hoc per la famiglia di orologi da donna RM 07-01 e che si ritrova nella stragrande maggioranza dei modelli della collezione. A carica automatica, interamente scheletrato, vanta un’autonomia di 50 ore e numerose caratteristiche costruttive tipiche di Richard Mille. A cominciare da platina e ponti in titanio grado 5 microbillé con trattamento elettroplasma: che – come dichiara la documentazione ufficiale – “conferisce grande rigidità ai componenti e una precisa planarità delle superfici, essenziali per il perfetto funzionamento del treno di ingranaggi”.

    Quindi il bariletto a rotazione rapida, che compie un giro su sé stesso in 5 ore anziché 7 e mezza, il che ottimizza l’erogazione dell’energia della carica in modo costante. Poi, un particolare profilo dei denti delle ruote, che assicura un’eccellente trasmissione della coppia fino al bilanciere. Il bilanciere a inerzia variabile, che consente una regolazione più accurata e migliora le prestazioni cronometriche sul lungo periodo. E ancora il rotore a geometria variabile, che permette di regolarne l’inerzia in relazione al livello di attività di chi indossa l’orologio e quindi di personalizzare l’efficienza della carica. In soldoni, il contenuto tecnico di alto profilo cui il Brand ci ha ormai abituato, ma che è tutt’altro che scontato.

    Ulteriori informazioni

    Per saperne di più rimando al sito di Richard Mille. Ma non posso concludere senza aver fornito le ultime informazioni e la mia opinione. I tre nuovi modelli dell’RM 07-01 Ceramiche Colorate sono realizzati ciascuno in edizione limitata di 50 esemplari (e non poteva essere altrimenti, visto come sono fatti) e sono in vendita a un prezzo di 270mila euro, tasse escluse. Come tutti gli orologi di Richard Mille possono piacere o non piacere – il Brand, si sa, è divisivo… Ma sicuramente presentano un tasso di innovazione degno di nota, coerente con la filosofia del Marchio, sia nell’uso della tradizione sia nell’invenzione di novità tout court. E questo anche i detrattori non possono non riconoscerlo.

  • Citizen Tsuyosa x seconde/seconde/, i minuti alla riscossa

    Citizen Tsuyosa x seconde/seconde/, i minuti alla riscossa

    Le collaborazioni fanno ormai parte del panorama orologiero. Sempre più diffuse negli ultimi anni, da un lato portano una ventata di freschezza creativa e dall’altro permettono di acquisire nuovi segmenti di pubblico. Non solo. I cosiddetti collaboration model talvolta servono ad aggiornare l’identità di un marchio, a definire meglio lo spirito di una collezione. Tutto questo è implicito nel nuovo Citizen Tsuyosa x seconde/seconde/, che segna l’esordio del colosso giapponese nel mondo delle collaborazioni. Una prima assoluta, importante perché sottolinea il mood giovane e giocoso della famiglia di orologi, appunto, ma allo stesso tempo la rende più esclusiva e di conseguenza appetibile anche ai polsi dei collezionisti.

    Spiegazione dei termini

    Citizen ha lanciato la collezione Tsuyosa nel 2022. L’ispirazione deriva dal Citizen NH299, un esemplare realizzato quasi trent’anni fa, tra la fine dei Novanta e l’inizio del Duemila. Un “classico”, dunque, presentato sulla scia del ritorno dell’estetica sport-chic, degli orologi con bracciale integrato, qui reinterpretato in chiave attuale, coloratissima, e con in più un prezzo accessibile. Bingo! La collezione Tsuyosa ha segnato subito un successo commerciale globale, in tutte le versioni che si sono susseguite negli anni. Dall’originale da 40 mm di diametro al formato ridotto, da 37 mm, fino alla versione meccanicamente più evoluta, con il movimento automatico dotato di 60 ore di autonomia.

    Quanto a seconde/seconde, è una “vecchia conoscenza” anche per Il Giornale degli Orologi: l’intervista che ci aveva concesso anni fa resta valida per chiarire le sue idee e la sua poetica. Qui posso dire che il prolifico artista francese, al secolo Romaric André, è capace di trasformare gli orologi in modo unico, con originalità, ironia e irriverenza. Però basta guardare le innumerevoli collaborazioni siglate negli ultimi anni – dallo Slimline Moonphase Date di Frederique Constant al Turbine di Perrelet, tanto per citarne un paio – per capire quanto le sue rielaborazioni siano meno superficiali di quanto sembrino. Perché sono intrise di cultura pop, possono far riferimento a personaggi immaginari come a fatti storici, e a volte anche trasmettere particolari valori “etici”.

    Citizen Tsuyosa x seconde/seconde/: particolarità…

    Nel caso del Citizen Tsuyosa x seconde/seconde/, il processo logico seguito dall’artista si può ricostruire facilmente. Seconde/seconde/ parte dal significato di Tsuyosa, che in giapponese significa “forza, potenza“, per costruire un quadro divertente, sì, ma con un significato profondo. La chiave di tutto è (ancora una volta) la lancetta dei minuti (le lancette sono una sua mania), che qui è sostituita da una lunga e affilatissima katana, la tipica spada giapponese. La quale ha letteralmente tagliato in due gli indici a bastone, con fendenti netti che hanno addirittura inciso il sottostante quadrante dalla finitura soleil. La Katana, ci tengo a dirlo, è messa in evidenza dallo stile pixellato, emblematico di seconde/seconde/.

    Bene. Ma non è solo un divertissement impostato sugli stereotipi della cultura nipponica. Se si volta la cassa, l’oblò in vetro del fondello riporta un messaggio, firmato dall’artista: “Essere più piccoli non ha mai impedito ai Minuti di tagliare le Ore a pezzi”. Che può essere inteso come un’esortazione a non farsi condizionare dal senso di inferiorità nell’affrontare i problemi più grandi. Un po’ come nella vicenda biblica di Davide e Golia, per intenderci, richiamata anche da un post sulla pagina Instagram dell’autore. O, come recita esattamente il comunicato ufficiale del Citizen Tsuyosa x seconde/seconde/: “Un concetto umoristico che evoca il coraggio di affrontare qualsiasi tipo di sfida nella vita”.

    Ultima peculiarità: l’orologio è realizzato in un’edizione limitata di 3600 esemplari. Un numero derivato dalla suddivisione in secondi dell’ora – potenzialmente fatta a pezzi dalla katana, appunto, in frammenti infinitesimali, durante il trascorrere del tempo.

    … e caratteristiche

    Per quanto riguarda invece habillage e meccanica del Citizen Tsuyosa x seconde/seconde/, sono quelli delle versioni “di serie” già in catalogo da anni. Interamente realizzato in acciaio, dalle finiture lucido-satinate, l’orologio ha la cassa di 40 mm di diametro. Ho già accennato al quadrante soleil, ma devo aggiungere due parole sul colore: un blu elettrico, sfumato, finora mai apparso in collezione. Infine merita un cenno anche la lente magnificatrice sul datario, già presente negli altri precedenti esemplari.

    Il movimento, meccanico a carica automatica, è sempre il calibro 8210, con 42 ore di autonomia e una frequenza di funzionamento di 21.600 alternanze/ora (3 Hz). Un autentico “muletto”, ben noto ad appassionati e addetti ai lavori per essere tra i più affidabili, diffusi e longevi tra i movimenti entry-level sul mercato. Resistente agli urti, poco esigente in termini di manutenzione e facile da riparare, qui è nell’allestimento migliore con funzione stop-secondi.

    Concludo con il prezzo al pubblico: 499 euro. Più caro delle referenze standard proprio per l’intervento dell’artista, arriverà sul mercato italiano in un numero ridotto di esemplari. Per ora ne sono stati consegnati 200 ai rivenditori, anche se in futuro dovrebbero arrivarne altri. I collezionisti sono avvisati.

  • Patek Philippe 6159G, il calendario perpetuo retrogrado rivisitato

    Patek Philippe 6159G, il calendario perpetuo retrogrado rivisitato

    Più volte negli ultimi anni abbiamo visto Patek Philippe reinterpretare i propri “classici” in chiave contemporanea. Penso per esempio al Calatrava 6007G del 2023, oppure al Calatrava 5226G del 2022, che in modo diverso trasformavano la collezione simbolo dell’eleganza in qualcosa di totalmente inedito (e difficile da definire: dire “sport-chic”, a mio parere, è riduttivo…). Con il Patek Philippe 6159G, però, l’esercizio di stile della Maison ginevrina si spinge oltre. Perché in questo caso si entra nel regno supremo dell’arte orologiera, quelle Grandi Complicazioni che nell’immaginario dei collezionisti sono indissolubilmente legate a un’estetica tradizionale.

    La difficoltà qui stava nel rinfrescare un mostro sacro come il Calendario Perpetuo Retrogrado senza tradirne l’essenza storica. Operazione resa ancora più complessa dall’immediato precedente dello stesso orologio, tuttora in catalogo: la Ref. 5160R, uscita nel 2013 nella collezione Rare Handcrafts. Un esemplare con la cassa Officier – un modello di cassa nato all’epoca della Prima Guerra Mondiale, con il fondello protetto da un coperchio a cerniera, e le anse a vite -, in oro rosa, interamente incisa a mano con motivi a volute. Bene, la Manifattura è riuscita nell’intento con una soluzione semplice ma inaspettata. Il Patek Philippe Ref. 6159G abbina infatti alla cassa Calatrava in oro bianco, con tanto di lunetta Clous de Paris (quintessenza dello stile Patek), un cristallo in zaffiro fumé. Modernissimo.

    Il calendario perpetuo retrogrado

    Del resto, credo sia importante sottolineare quanto il Calendario Perpetuo Retrogrado faccia parte dell’heritage della Casa. Se Patek ha introdotto sul mercato il primo (in assoluto) calendario perpetuo da polso nel 1925, la Ref. 97975, non ha atteso molto per aggiungere la complicazione alla complicazione. Era il 1937 quando ha presentato la Ref. 96 con Calendario perpetuo retrogrado: un pezzo unico con cassa Calatrava in oro giallo e un movimento di 11 linee, a carica manuale, basato su un’ébauche Victorin Piguet. Il particolare display mostrava l’indicazione del datario tramite la lancetta centrale ad andamento retrogrado in progressione su un arco di cerchio di 240°, al cui interno erano inscritte due finestrelle per il giorno della settimana e del mese. In aggiunta, a ore 6, rappresentava le fasi di luna.

    Questa specifica visualizzazione rimase come modello anche negli esemplari successivi, dai movimenti via via più evoluti ma con il lay-out sostanzialmente identico, o quasi. Riapparve infatti anche nella prima produzione di serie, del 1993: la Ref. 5050, in catalogo fino al 2002. Cassa da 35 mm in oro o in platino e quadrante in vari colori, mostrava solo un dettaglio diverso: il calibro automatico 315 S QR riportava le finestrelle di mese e giorno della settimana all’esterno della data retrograda, mentre all’interno, a ore 12, compariva l’anno bisestile. Nel 1999 la Ref. 5050 fu affiancata dalla Ref. 5059, con lo stesso movimento ma con la cassa Officier di 36 mm, in oro o platino. Nel 2006, quest’ultima fu sostituita dalla Ref. 5159, sempre con la cassa Officier ma da 38 mm, in oro giallo o bianco, e il calibro automatico 324 S QR. L’antesignana della 5160 citata sopra.

    L’habillage del nuovo Patek Philippe 6159G

    Come accennavo sopra, quindi, il Calendario Perpetuo Retrogrado di Patek Philippe versione 2026 si inscrive nel solco della tradizione per la cassa Calatrava, tipicamente decorata con due giri di guillochage a Clou de Paris sulla lunetta (e anche sul fondello). In oro bianco, di 39,5 mm di diametro, crea un accostamento insolito ma per nulla stonato con il gusto attualissimo del quadrante in zaffiro fumé, che lascia intravvedere il movimento sottostante. Ed è solo la seconda volta che un Patek adotta lo zaffiro per il quadrante di un orologio: nel 2023 c’era stata un’altra Grande Complicazione, la Ref. 5316, una versione ancora più complicata del Calendario Perpetuo Retrogrado con in più la ripetizione minuti e il tourbillon.

    In entrambi i casi, la superficie trasparente, metallizzata grigia – secondo la definizione ufficiale -, nella zona periferica sfuma verso il nero. E crea così un netto contrasto con le lancette e gli indici sfaccettati, la cui leggibilità è ulteriormente accentuata dal materiale luminescente. Un dettaglio quest’ultimo che ha fatto arricciare il naso ad alcuni puristi dell’orologeria perché troppo sportivo. Secondo me invece è tutt’altro che azzardato: contribuisce a dare all’orologio un carattere più incisivo ed energico. Alla stregua del cinturino, del resto: in materiale composito nero effetto tessuto, con cuciture contrasto, sembra riflettere una vocazione più attiva e quotidiana, lontana dall’idea di “oggetto da tenere in cassaforte”.

    Un calibro conosciuto

    Il nuovo Patek Philippe 6159G monta un movimento arci-noto: il calibro 26-330 S QR, discendente diretto del calibro 324 S QR, oggi non più in produzione, e ovviamente rinnovato rispetto a quel predecessore da una serie di caratteristiche. Riguardo alle sigle, vale la pena ricordare che QR sta ovviamente per Quantième (calendario, in francese) Rétrograde, mentre S sta per secondi centrali. Già, perché i calendari perpetui retrogradi di Patek sono tra i pochi (se non perfino gli unici) calendari perpetui a mantenere la lancetta dei secondi al centro. Oltretutto apprezzabile proprio per la configurazione a finestrelle, che lascia il quadrante “pulito” e non sovraccarico di informazioni. Ma non divaghiamo.

    C’è da dire che il calibro 26-330 S QR è un calibro di ultima generazione, che presenta le migliori tecnologie della Manifattura, come la spirale Spiromax®, in silicio. Ed è fornito anche di un dispositivo brevettato per la lancetta del datario. Come tutti sanno, infatti, quando la lancetta raggiunge l’ultimo giorno del mese (quale che sia: 28, 29, 30 o 31), con un salto istantaneo ritorna alla posizione di inizio mese. Un sistema esclusivo disinnesta la lancetta durante il moto retrogrado per impedire eventuali rimbalzi sul 2 o sul 3, inaccettabili per Patek Philippe. Una piccola accortezza che la dice lunga sulla meticolosità con cui sono costruiti gli esemplari della Casa.

    In pratica, il ritorno istantaneo della lancetta ad andamento retrogrado della data è assicurato da una piccola molla a spirale. Non si tratta di una vera e propria molla motrice, beninteso, ma di un semplice elemento del sistema di richiamo, che accumula energia durante la fase di avanzamento lento e la rilascia istantaneamente per il ritorno. Al di sopra è montata la ruota della data, dotata di una leva di blocco retrogrado, che isola il cricchetto retrogrado della ruota della data e impedisce quindi ogni errore di indicazione. Negli altri giorni del mese, il cricchetto retrogrado posiziona correttamente la ruota del calendario retrogrado.

    Il prezzo del Patek Philippe 6159G

    Riguardo al calibro 26-330 S QR ci sarebbe ancora tanto da dire, ma non voglio approfittare della pazienza di chi legge. Chi volesse conoscere ulteriori informazioni, può trovarle nelle didascalie in alto, a corredo delle immagini. Qui concludo come sempre con il prezzo al pubblico, che nel caso del Patek Philippe 6159G è di 123.551 euro. Di per sé non eccessivo, anzi in limea con gli altri calendari perpetui della Maison. Ricordiamoci sempre che siamo nel segmento dell’alta orologeria…

  • American Classic Chronograph H, Hamilton fra attualità e vintage

    American Classic Chronograph H, Hamilton fra attualità e vintage

    Dire Intra-Matic significa ripercorrere un pezzo di storia dell’orologeria. Tornare agli anni Sessanta, agli albori dei cronografi automatici, all’acquisizione di Büren da parte di Hamilton, al Progetto 99 del consorzio Chronomatic. Fast Forward, con il proposito di tornare presto sull’argomento. Nel 2012 Hamilton ha riportato in vita l’Intra-Matic come linea di solo tempo, poi evoluta nel 2017 in un cronografo a carica manuale e ulteriormente sviluppata nel 2021. Oggi la collezione si chiama Hamilton American Classic Chronograph H, in riferimento ai Chronograph A e B del 1968 e alla famiglia di “grandi classici” d’Oltreoceano presente in catalogo. La stessa, per intenderci, in cui si trovano anche i PSR (i discendenti del Pulsar), e i vari Boulton o Ardmore di ultima generazione.

    Quest’anno, l’American Classic Chronograph H conosce nuovi esemplari. Che ho potuto provare qualche giorno fa, a Milano, all’evento di presentazione delle novità per il primo semestre, organizzato da Hamilton per i clienti e la stampa. Dove, a fare gli onori di casa, c’era anche Francesca Ginocchio, fresca di nomina nel ruolo di Ceo. Un incontro molto piacevole (da parte mia), e un ritorno in grande stile in Swatch Group (da parte sua), ai vertici di una marca che conosce benissimo per esserne già stata, in passato, Brand Manager in Italia e Marketing Manager a livello internazionale. Ed è stata proprio lei, oltretutto, a presentarci con entusiasmo le prossime uscite.

    Estetica neo-vintage

    I nuovi American Classic Chronograph H, però, non si limitano a interpretare lo stile rétro della collezione: aggiungonono contenuti inediti. Vale a dire: una più accentuata ispirazione ai motorsport e scelte cromatiche dal sapore contemporaneo, che inseriscono gli ultimi modelli nella tendenza del neo-vintage più riuscito. Costruite con estrema coerenza, le tre ultime versioni sono giocate sul colore: verde, marrone o blu, declinati in monocromia o in studiati contrasti. Che si aggiungono ai più classici Panda, Reverse Panda (anche in blu) e all black, finora presenti in catalogo. Per diversificare l’offerta in modo intelligente.

    La cassa in acciaio misura 40 mm di diametro e presenta tutti i dettagli del design d’epoca: lunetta sottile, vetro bombato, pulsanti a pompa, corona zigrinata. Il quadrante sfumato riporta la scala tachimetrica periferica, i contatori panna decorati a cerchi concentrici e un sapiente uso del materiale luminescente agli indici e sulle lancette a bastone. La referenza con quadrante blu si distingue per l’arancione delle lancette – quella centrale dei secondi e quelle dei due contatori -, tono su tono con il marrone chiaro del cinturino in nabuk, vellutato al tatto. Dettagli che ne enfatizzano la vocazione sportiva.

    A proposito, i nuovi American Classic Chronograph H hanno il cinturino coordinato al colore del quadrante (con l’eccezione di quello blu, appunto). In pelle traforata, rimanda ai guanti da pilota usati in passato dai gentleman driver ed è un dettaglio importante a comporre l’estetica vintage dell’esemplare. Altrettanto si può dire per il bracciale aggiuntivo in acciaio tipo maglia milanese. Incluso nel packaging insieme all’apposito strumento per la sostituzione, permette di cambiare (o forse dovrei dire rinnovare) del tutto l’aspetto dell’orologio, fermo restando il gusto sport-chic tipicamente d’epoca.

    Meccanica modernissima

    Importante è il movimento. Anche i nuovi American Classic Chronograph H montano il calibro H-51, a carica manuale (come indica la lettera H del nome, che sta per Handwind). Si basa sul calibro H-31, privo però dell’automatismo di carica, che a sua volta è uno sviluppo dell’Eta Valjoux 7753 (ed è quindi “pronipote” del celeberrimo 7750). Un movimento che non solo è realizzato in esclusiva per Hamilton, ma è anche dotato di quelle caratteristiche ormai considerate indispensabili nell’ottica di una meccanica aggiornata, in linea con le esigenze attuali. Ovvero: una lunga autonomia, che qui è di 60 ore, e una buona resistenza ai campi magnetici, offerta dalla spirale in Nivachron. Quest’ultima rappresenta un vero e proprio upgrade rispetto ai modelli del passato.

    Sempre riguardo al calibro a carica manuale, voglio aggiungere una cosa. Se effettuato ogni giorno, l’intervento di ricarica contribuisce notevolmente alla costanza di marcia dell’orologio, perché permette al movimento di rimanere in un “delta” energetico ottimale, con la molla del bariletto sempre nella giusta tensione e una coppia costante. Non per niente, certi puristi dell’orologeria preferiscono di gran lunga la carica manuale e considerano il rotore un elemento in qualche modo “di perturbazione” all’interno della meccanica. Senza dimenticare l’importanza del gesto: l’azione quotidiana della ricarica crea un legame tattile, quasi intimo, con il proprio orologio. Un prendersi cura, rinnovato di continuo, che dimostra tutta la propria passione, immutabile nel tempo.

    American Classic Chronograph H: informazioni pratiche

    Concludo come sempre con le ultime, necessarie indicazioni. I tre nuovi modelli dell’American Classic Chronograph H sono già in vendita, sia nei negozi fisici dei rivenditori Hamilton sia sull’e-commerce del Marchio. Hanno tutti lo stesso prezzo: 2.295 euro, in linea con il segmento premium del catalogo. Da notare comunque che costano qualche centinaio di euro in meno rispetto ai modelli precedenti, il che è una piacevolissima sorpresa per i potenziali acquirenti. E ribadisce – se mai ce ne fosse bisogno – l’ottimo rapporto qualità/prezzo da sempre caratteristico di Hamilton.

  • Nautilus Ladies: i nuovi Patek Philippe 7010 all’insegna del colore

    Nautilus Ladies: i nuovi Patek Philippe 7010 all’insegna del colore

    Il Patek Philippe Nautilus non ha certo bisogno di presentazioni. Gli sono già stati dedicati fiumi di inchiostro, e io non ho intenzione di ripetere quanto scritto altrove in innumerevoli occasioni. Mi concentro invece sulle vicende meno note della versione femminile: il Nautilus Ladies. Definizione di comodo che utilizzo per distinguerlo dal più celebre predecessore, anche se – lo ammetto – è ufficiosa: la Manifattura ginevrina lo ha sempre chiamato semplicemente Nautilus. Come ha fatto anche quest’anno a Watches and Wonders Geneva, quando ha presentato i nuovi Nautilus 7010G-013 e 7010/1G-013. Entrambi appunto “da signora”, ci offrono l’opportunità di raccontare qualcosa sul “fratellino minore” – sia per età sia per dimensioni – della creazione di Gérald Genta.

    Le origini del Nautilus Ladies

    Gli esordi del Nautilus Ladies risalgono ai primi anni Ottanta. Nel 1981 Patek Philippe aveva fatto uscire sul mercato un modello di taglia media (Ref. 3800), il cui diametro di 37,5 mm aveva conquistato un numero crescente di polsi femminili. Si trattava di un formato più piccolo rispetto agli “enormi” (per l’epoca) 42 mm dell’esemplare originale, datato 1976.

    Poi, nel 1982, la Maison ginevrina creò una versione espressamente “da donna”, la Referenza 4700: in acciaio, con la cassa di 28,5 mm di diametro, era animata da un movimento al quarzo, il calibro E19 (poi E19C). Rispetto all’omologo maschile, quel modello da signora si distingueva per l’impermeabilità fino a 6 atmosfere (anziché 12) e un diamante incastonato nella corona.

    Soprattutto, il Nautilus Ladies riscosse subito un grande successo. Il pubblico femminile non esitò ad amarlo fin dal momento del lancio, diversamente dagli uomini che avevano accolto l’orologio più tiepidamente. Tant’è che, come raccontava all’epoca l’allora Presidente Philippe Stern, «la richiesta di Nautilus rimase moderata sino all’inizio degli anni ’80».

    Le signore ne apprezzarono il design puro e pulito, perfetto anche in situazioni formali, e allo stesso tempo la robustezza, che permetteva di indossarlo con disinvoltura. Il Nautilus Ladies era l’emblema di uno stile sport-chic, lussuoso ma funzionale, ribadito anche dalla presenza del datario (era l’unico Patek da donna con datario).

    … e l’evoluzione

    C’è da dire che anche il Nautilus Ladies si dimostrò estremamente versatile e fu declinato in molteplici varianti. Con l’andar del tempo conobbe modelli two-tone, in acciaio e oro, oppure interamente in oro giallo, e perfino di gioielleria, incastonati di pietre preziose, diamanti, rubini o smeraldi. La ricca collezione rimase quindi in catalogo fino al 2004, quando smise di essere prodotta.

    Successivamente, nel 2009, Patek Philippe la riportò in vita in tre nuove versioni, in oro rosa o bianco, per un totale di sei referenze (chiamate 7010 o 7011). Tutte con la cassa di 32 mm, la lunetta spazzolata o tempestata di diamanti, il quadrante argentato o antracite e il movimento al quarzo, calibro E23 SC. Ma soprattutto con una rinnovata architettura, derivata dalla collezione del 2006.

    In occasione del 30° anniversario del Nautilus, infatti, la Manifattura ginevrina aveva fermato la produzione precedente per sostituirla con una linea del tutto nuova, opportunamente rivisitata da un lieve ma deciso restyling. In acciaio, con la cassa da 43 (Ref. 5711/1A) o da 38,4 mm (Ref. 5800/1A, quest’ultima particolarmente apprezzata dalle donne), il nuovo Nautilus assume proporzioni diverse e forme più dolci.

    La cassa non è più monoblocco come in passato, ma presenta la “classica” costruzione tripartita, con il vetro zaffiro sul fondello a mostrare il movimento. Le “cerniere” incurvate, le lancette e gli indici a bastone ingranditi, le maglie del bracciale sottilmente modificate, tutto concorre a modernizzare l’estetica e a migliorare le prestazioni, pur nel rispetto dei tratti distintivi dell’originale.

    Il nuovo Nautilus 7010G

    Gli anni successivi portano ulteriori sviluppi. La collezione si articola in esemplari di 33,6 o 35,2 mm, anche con movimento automatico e cinturino in pelle di alligatore, ma sempre con il display in sobrie tonalità. Poi, nel 2023, la svolta, dettata dal mutato gusto per il colore diffuso nell’orologeria contemporanea, non solo femminile. Così il Nautilus Ladies adotta un quadrante in un vivacissimo rosa porpora, che spicca nell’habillage in oro rosa (Ref. 7010/1R-013) e tinge anche il cinturino effetto tessuto (Ref. 7010R-013).

    E sono proprio questi gli immediati precedenti delle novità di quest’anno, che puntano di nuovo sul colore ma in una cromia complementare: azzurro ceruleo. La particolare sfumatura crea un bel contrasto con la cassa e il bracciale in oro bianco (Ref. 7010/1G-013) e un’efficace monocromia con il cinturino effetto tessuto (Ref. 7010G-013).

    Entrambe le versioni hanno la cassa di 32 mm di diametro, ornata da quasi un carato di diamanti taglio brillante e da un’alternanza di lavorazioni lucido-satinate. Ed entrambe sono animate da un movimento al quarzo, calibro E23-250 SC, realizzato “in casa”. Ricordo che anche ai “quarzi” la Manifattura ginevrina applica la stessa cura per le finiture dei calibri meccanici. In questo caso l’intera superficie del movimento è decorata a perlage, côté cadran, e a Côtes de Genève, côté fond.

    Prezzi e conclusioni

    Lascio alle didascalie il compito di fornire informazioni più dettagliate. Qui mi limito ad aggiungere i prezzi: 42.649 euro (per la referenza con il cinturino) e 60.469 euro (per quella con bracciale, la cui presenza ovviamente incide sui costi). E una breve considerazione finale. I valori trasmessi dai nuovi Nautilus Ladies 7010 sono sempre gli stessi e si rifanno a quello che è considerato a tutti gli effetti “l’orologio sportivo ma elegante” per eccellenza, fin dal 1976. Ed è ormai diventato un riconosciuto status symbol, oltre che una forma di investimento. Al quale però il tocco di colore infonde una speciale originalità, squisitamente femminile, che lo aggiorna senza tradirne l’essenza.

  • Contodat Chronographe e Automatic: Eberhard & Co. reinventa la tradizione

    Contodat Chronographe e Automatic: Eberhard & Co. reinventa la tradizione

    La rilettura del proprio passato, per un’azienda di orologi, è più che lecita: è cosa buona e giusta. Soprattutto se fatta in modo intelligente: non in senso pedissequo, con semplici riedizioni che ripropongono il modello originale, ma con nuove interpretazioni che portano a ulteriori sviluppi ed evoluzioni. Come nel caso di Eberhard & Co., che quest’anno ha riportato in vita il Contodat: presentato in anteprima a Watches and Wonders Geneva, la scorsa primavera, in autunno è arrivato fisicamente dai concessionari. E in questo periodo è protagonista delle campagne social della Casa, cui facciamo riferimento nella gallery qui sopra.

    Del resto, la Maison de l’Aigle non è nuova a questo genere di operazioni. Lo ha già fatto per esempio con il Contograf o con lo Scientigraf, due grandi classici reinterpretati – in momenti diversi della storia attuale di Eberhard & Co. – con il gusto di oggi e spirito di intraprendenza. Il che significa non solo compiere un restyling estetico, necessario per riaggiornare forme e proporzioni che ai nostri giorni apparirebbero datate, ma anche creare qualcosa di inedito, eppure perfettamente coerente con i precedenti, quasi fosse una logica, fatale conseguenza. In concreto, sto pensando a esemplari come lo Scientigraf Chrono o il Contograf Dallara, che rendono bene l’idea di questo processo di rielaborazione. E sono abbastanza recenti da non aver bisogno di grandi sforzi di memoria…

    Il Contodat d’epoca…

    Ma concentriamoci sul Contodat. Il nome deriva dalla combinazione di due funzioni ben precise. Il “conto” rimanda al contatore del cronografo, alla capacità di misurare brevi intervalli di tempo. Il “dat” è l’abbreviazione di datario, che ieri come oggi appare sul quadrante. Il Contodat delle origini infatti fu uno dei primi cronografi a integrare la piccola complicazione utile, nel 1957, oltretutto a scatto rapido. Eberhard & Co. registrò il marchio Contodat nel 1955 e due anni dopo mise sul mercato un cronografo bicompax animato dal calibro 14001 a carica manuale, con ruota a colonne e datario, appunto. Commissionato alla Dépraz & Cie nel 1950, oggi è considerato uno dei movimenti cronografici più prestigiosi del secolo scorso.

    Fast forward. Dobbiamo fare un salto temporale di una ventina d’anni, però, per incontrare il diretto predecessore del Contodat di oggi. Nella seconda metà degli anni Settanta, Palmiro Monti – dal 1969 titolare e “anima” di Eberhard & Co. – timonava la Marca nelle acque agitate della crisi del quarzo. Convinto sostenitore delle tradizioni meccaniche dell’orologeria elvetica, un giorno fu informato del ritrovamento in azienda di una grossa fornitura di calibri a carica manuale, fra cui il 310-8, il movimento che negli anni Sessanta era stato montato nel Contodat. Ci pensò su, poi decise di rimettere in produzione un cronografo dalla meccanica “all’antica”. E reinventò proprio il Contodat, con un design modernissimo e vivaci tocchi di colore, arancione.

    …e quello di oggi

    Da qui deriva il nuovo Contodat Chronographe versione 2025. Realizzato in acciaio, con la cassa compatta di 39 mm di diametro, di forma tonneau e dai pulsanti a pompa, presenta sul quadrante una serie di rimandi all’originale. A cominciare proprio dalla visualizzazione delle funzioni crono – bicompax -, con la lancetta centrale dei secondi crono arancione e il contatore minuti a ore 3 che registra fino a 45 minuti, sottolineato da profili sempre arancioni. Poi la scala tachimetrica per il calcolo della velocità, su base 1000, anch’essa colorata di arancione sul primo quarto. Quindi il “famoso” datario a ore 6 inserito in una finestrella trapezoidale. Per ulteriori dettagli rimando alle didascalie.

    Il Contodat Chronographe è declinato in quattro referenze, che si distinguono per la tonalità del quadrante soleil: una blu, una verde e due argenté, in cui è inclusa la variante denominata “sport” per via degli indici arancioni. Tutt’e quattro si allacciano al polso con un bracciale integrato, a tre file, con la maglia centrale lucida e l’esclusiva fibbia 2Click®, estremamente pratica e sicura, decorata con il simbolico Scudo Eberhard. E tutt’e quattro sono equipaggiate da un movimento meccanico a carica automatica, calibro Sellita SW510 BH, che però è nascosto alla vista dal fondello pieno, in acciaio. Il quale è personalizzato dal motto latino Ubi Tu Ibi Ego, che significa “ovunque tu sarai, lì sarò io”, a sottolineare la vocazione dell’orologio essere un compagno inseparabile per chi lo indossa.

    Il Contodat Automatic

    Un’assoluta novità è infine la versione solo tempo: il Contodat Automatic. Che presenta la stessa ispirazione del cronografo, tradotta però in termini più essenziali, quasi ne sintetizzasse le caratteristiche ai minimi termini. L’impermeabilità, per esempio, è confermata di 10 atmosfere e il quadrante mantiene la stessa impronta sportiva, con lancette e indici luminescenti, ma ora esibisce un solo contatore per i piccoli secondi a ore 9, mentre il datario è trasferito a ore 3. Anche la cassa si sviluppa sugli stessi canoni – base tonneau e linee compatte – e condivide lo stesso diametro di 39 mm. Però è più sottile – 11, 3 mm contro i 13, 9 del Contodat Chronograph – dato che ospita (ovviamente) un movimento diverso, sempre a carica automatica e sempre Sellita: il calibro SW290-1.

    Molteplici, anche in questo caso, le declinazioni cromatiche, articolate in cinque modelli: blu (ma in una sfumatura più “elettrica”, meno profonda, rispetto al blu del cronografo), verde, grigio e nero in monocromia, cioè con il contatore nella stessa tonalità dello sfondo; e una particolare versione argenté con il contatore blu (sempre nello stesso blu brillante di cui sopra). Tutti gli esemplari concentrano i dettagli arancioni nel contatore dei piccoli secondi, in particolare nella lancetta e nel numero 60. Identici al Contodat Chronograph sono poi il fondello “pieno” e il bracciale a tre file, dalle finiture – anche qui – curatissime: i link centrali e gli smussi esterni lucidi, le maglie laterali spazzolate in verticale. Lavorazioni che ritornano anche nella cassa.

    Conclusioni

    Mancano, a questo punto, solo i prezzi al pubblico. Il Contodat Chronograph costa 3.980 euro, l’Automatic 2.860 euro. Entrambi in linea con la politica di prezzi accessibili perseguita ormai da tempo da Eberhard & Co., in grado di offrire dei buoni prodotti, per stile e personalità, senza svuotare il protafoglio. In questo caso penso sia vincente l’abbinata “vintage ma originale”, cioè la capacità di recuperare il gusto dell’epoca e insieme di renderlo contemporaneo, di reinterpretarlo per restituire qualcosa di completamente nuovo. E non è poco.

  • Le scelte di Valeria Verga. Consigli di stile per  Natale e dintorni

    Le scelte di Valeria Verga. Consigli di stile per Natale e dintorni

    «Ho scelto quattro orologi – due da donna e due da uomo -, adatti alle prossime feste natalizie». Così Valeria Verga ci presenta gli esemplari che saranno al centro della nostra conversazione di oggi. L’idea è quella di farci dare qualche suggerimento su cosa indossare nelle giornate di festa che stanno per arrivare, che si tratti del Natale in famiglia o del cenone di Capodanno. Consigli di stile da parte di un’esperta, potremmo definirli correttamente. Ma bando alle formalità: preferiamo un più colloquiale “le scelte di Valeria” perché qui ci sentiamo davvero tra amici. Possiamo essere spontanee, ridere e parlare liberamente.

    Del resto io e Paola siamo arrivate in corso Vercelli 19 trafelate, ma appena varcata la soglia di Luigi Verga Orologi abbiamo dimenticato il caos e il traffico cittadini. Valeria ci accoglie con un luminoso sorriso, l’atmosfera è calda e rilassata, lo spazio attorno a noi è elegantemente addobbato… C’è perfino l’Albero di Natale con inattese (ma a pensarci bene inevitabili) decorazioni color fucsia. Cosa stiamo aspettando? La location è scintillante, gli orologi sono pronti sul plateau, la padrona di casa si presta a farci da modella. Tra una chiacchiera e l’altra, possiamo scattare il nostro servizio fotografico che illustrerà le scelte di Valeria.

    Un femminilissimo bijou

    Cominciamo dal Manchette di Frederique Constant, un autentico bijou «che ricorda tanto un esemplare degli anni Trenta», spiega Valeria. «È un orologio che si può tranquillamente portare tutti i giorni, sia in occasioni eleganti che in occasioni sportive, perché ha proprio l’aspetto di un bracciale, inteso come pezzo di gioielleria». In effetti – per come è fatto e complici le luci tutt’attorno – brilla in modo pazzesco… «E poi c’è il quadrante in onice che lo impreziosisce ulteriormente». Già, ricordo che il Manchette aveva colpito anche me, la prima volta che l’ho visto a Watches and Wonders Geneva, la scorsa primavera. Ma trovate i miei commenti al riguardo in questo articolo, quindi evito di ripetermi…

    «Una volta al polso, poi, risulta eccezionale: il bracciale è molto morbido, flessibile, piacevolissimo da indossare. Merito di quella struttura così particolare: che non è a grana di riso perché è completamente differente, anche se ne ricorda la vestibilità per quanto è articolata». Da Frederique Constant la definiscono a Clou de Paris: ma, rispetto alla lavorazione tradizionale, qui ciascun elemento è tronco e sfaccettato come il taglio di una pietra preziosa. Con Valeria concordiamo che la trama sembra composta da piccoli lingotti di metallo, o magari da quadrotti di cioccolato fondente, simili a quelli usati dagli chef. Per questo il Manchette è così sfavillante, nel suo acciaio luicido. «Ovviamente monta un movimento al quarzo», conclude.

    Quando si dice sport-chic

    Passiamo ad altro. Il prossimo femminile fra le scelte di Valeria è il Panerai Luminor Due Goldtech™ con quadrante in madreperla. «È proprio il quadrante in madreperla a renderlo elegante e sportivo allo stesso tempo», afferma. «Perché sappiamo tutti che la cassa del Luminor è estremamente sportiva, con quel caratteristico ponte proteggi-corona che ne rivela l’ascendenza subacquea. Ma con un quadrante così, sempre luminoso ma non invasivo, l’orologio risulta più elegante del solito. Quindi lo vedrei bene abbinato anche a un abbigliamento più formale, più chic». E aggiunge: «Ma è l’accostamento oro rosa, madreperla e cinturino rosso a renderlo molto femminile, oltre che molto festoso».

    Il che, credo, dipenda in gran parte dal materiale con cui è fatto: il Panerai Goldtech™. Un’esclusiva lega d’oro, sviluppata e utilizzata dalla Casa fiorentina, quasi una versione tecnologicamente avanzata dell’oro rosa. Oltre al 75% di oro include un significativo 24% di rame e una piccola parte, l’1%, di platino. Mentre l’alta percentuale di rame conferisce un colore rosso inteso e profondo, il platino è un metallo dalla funzione “stabilizzante”. Ne deriva un oro dal colore unico, caldo e brillante, durevole nel tempo, che acquisisce uno splendore ancora maggiore grazie alla finitura lucida. Mi sia concessa una piccola digressione personale: il Panerai, sotto le luci del negozio, “sparava” infiniti riflessi sotto qualsiasi angolazione: fotografarlo è stato un vero incubo…

    E poi c’è da considerare la questione delle dimensioni: la cassa a cuscino di questo esemplare di Luminor Due Goldtech™ misura 38 mm di diametro, che per la maggior parte dei polsi femminili è un formato grande ma non troppo. Adatto proprio alle signore che amano gli orologi preziosi, sì, ma non leziosi, e hanno una predilezione per quelli maschili. «In realtà questo è uno di quegli orologi che potremmo definire – concedimi il termine un po’ démodé – “unisex”. Cioè che possono mettere anche gli uomini dal polso sottile o comunque non esagerato. E quelli cui piacciono gli orologi non eccessivamente sportivi, ma grintosi».

    Classico, ma tecnologico

    Terminati i femminili, è la volta dei maschili. Le scelte di Valeria a questo punto prevedono il Baume&Mercier Clifton con fasi di luna. «Un orologio molto semplice, estremamente “pulito” ma insieme molto elegante, raffinato. Un “classico” senza tempo». Vale a dire: cassa in oro rosa di dimensioni contenute (39 mm di diametro), quadrante bianco perla su cui spicca la complicazione a ore 6. «Il classico orologio che puoi indossare anche a una serata speciale, un evento particolare. Per esempio, per andare alla Scala una sera, un modello così mi sembra adeguato all’occasione». Sì, quando si partecipa a certe manifestazioni, ciò che si indossa al polso non è un dettaglio da sottovalutare. Si può sfoggiare anche qualcosa di ricercato, che nella quotidianità magari non si mette mai, per dimostrare il proprio buon gusto e la propria cultura orologiera.

    «Al di là dell’estetica, un altro punto di forza del Clifton è il Baumatic, il movimento di manifattura con 5 giorni di autonomia», racconta Valeria. Vero: sviluppato e prodotto in esclusiva da Valfleurier, azienda che appartiene a Richemont Group proprio come Baume&Mercier, è un calibro che i lettori del Giornale degli Orologi conoscono bene, fin dal primo lancio. Per entrare nei dettagli, rimando a quanto scritto altrove. Qui mi limito a riassumerne le caratteristiche essenziali. I componenti in silicio ne garantiscono la resistenza ai campi magnetici e contribuiscono all’affidabilità e alla costanza di marcia. Quindi, lo scarto medio giornaliero di +4/-6 secondi al giorno, conforme agli standard del COSC. E poi ha ben otto anni di garanzia, se registrato sul sito ufficiale. Senza dimenticare tutti i vantaggi della lunga autonomia, che credo sia inutile ripetere qui.

    Di forma, con personalità

    Da una “piccola complicazione” all’altra, concludiamo queste “scelte di Valeria” con il Franck Muller Double Retrograde Hours. «Un saltarello che non è il classico saltarello… Perché è in grado di segnare, appunto saltando, le ore diurne distinte da quelle notturne. Ora, io amo molto le complicazioni, ma ancora di più quando sono sviluppate in modo particolare, diverso dal solito, come in questo caso. In pratica durante la giornata leggi le ore sull’arco di cerchio più chiaro, dal tardo pomeriggio in poi sull’arco blu scuro. Mentre i minuti sono rappresentati al posto delle ore. Tra l’altro, anche se il quadrante è pieno di informazioni, risulta comunque ben leggibile».

    Anche questo esemplare è in oro rosa, però ha la tipica cassa Cintrée Curvex che ha reso famoso il Marchio, sebbene non eccessiva come altri modelli della stessa collezione. «Tutt’altro, ha una misura molto portabile: lo si indossa con disinvoltura anche su un polso piccolo come il mio», prosegue Valeria. «Poi, sarà che a me gli orologi “di forma” piacciono, ma in particolare apprezzo molto questa forma tonneau, con il vetro bombato che dona al quadrante un’incredibile profondità». Anche qui ci troviamo davanti a un orologio che si può mettere in occasioni diverse: è molto eclettico, anche se più formale e in qualche modo impegnativo. «È comunque elegante. Elegante e originale, perché non è il classico orologio rotondo portato dal 99% delle persone».

    E conclude: «Personalmente sono convinta di una cosa, e la ripeto sempre. L’orologio è come un vestito: non basta vederlo e toccarlo, lo devi provare, lo devi sentire su di te. Chiunque ti può dare mille consigli, ma poi – alla fine della fiera, come dicono qui a Milano – sei tu che lo devi portare, sei tu che lo devi sentire come adatto a te. Per esempio, è capitato mi mettessero al polso un determinato tipo di orologio che magari mi piaceva anche, ma che poi, una volta indossato, non faceva per me. Al contrario, mi è successo di provare un orologio troppo grande, perfino sproporzionato sul mio polso, ma di sentirlo “mio”. E di riuscire a portarlo con nonchalance». Messaggio ricevuto.

  • Alla Guida Michelin con Blancpain. L’alta orologeria incontra l’alta cucina

    Alla Guida Michelin con Blancpain. L’alta orologeria incontra l’alta cucina

    Il trend topic dei giorni scorsi? L’edizione italiana della Guida Michelin 2026, punto di riferimento indiscusso nel mondo della ristorazione. Che è stata presentata mercoledì 19 novembre, a Parma, con l’apertura delle celebrazioni per i 120 anni di Michelin nel nostro Paese e del 71° anniversario della Guida Michelin Italia. Bene. Alla cerimonia di premiazione delle nuove Stelle, nell’elegante cornice del Teatro Regio, c’eravamo anche noi del Giornale degli Orologi. Ospiti di Blancpain, dal 2020 partner internazionale della “guida rossa”, e in quanto tale titolare di un premio attribuito ogni anno a uno chef mentore. Ma andiamo con ordine.

    Dichiarazione d’intenti

    Ora che si è spento il clamore per le novità introdotte dalla Guida Michelin 2026 è arrivato il momento di raccontarvi com’è andata. Dell’emozione tangibile, in sala, sia prima che durante e dopo la consegna dei premi. Ma non starò qui a parlarvi del nuovo ristorante Tre Stelle, La Rei Natura by Michelangelo Mammoliti di Serralunga d’Alba, che va ad affiancarsi agli altri 14 Tre Stelle già presenti sul territorio nazionale. Né dei 2 nuovi Due Stelle o dei 22 nuovi Una Stella, grazie ai quali si contano in totale ben 394 Stelle distribuite in tutta la Penisola. Il che fa dell’Italia il secondo Paese a livello globale per numero di Stelle Michelin esistenti – dopo la Francia, ovviamente.

    Come molti italiani, amo mangiar bene. Ma non sono una critica gastronomica e non mi permetto di scrivere di un argomento che non è “il mio”. Se non avete letto abbastanza recensioni al riguardo, vi rimando ad altri siti che si occupano di cucina. Qui preferisco farvi un resoconto della manifestazione in ottica orologiera. A partire dal punto di vista di Blancpain. Per la sesta volta accanto alla Guida Michelin, in questo modo ribadisce l’importanza dell’Art de vivre nella propria filosofia. Del resto la Manifattura è anche partner della raffinata catena alberghiera di Relais & Châteaux e del rinomato premio Bocuse D’Or, come spiegava Stefania Cubello qualche anno fa.

    Blancpain Gourmet alla Guida Michelin

    Comincio quindi dai primi momenti della manifestazione. Quando si sono spente le luci nella sontuosa sala del Teatro Regio e sullo schermo dietro il palco è stato proiettato un video. Un suggestivo “corto”, fatto di immagini macro che mettevano in luce il parallelo fra l’alta orologeria e l’alta cucina, realizzato naturalmente da Blancpain. Blancpain Gourmet, come lo definiva Augusto Veroni in un’altra, analoga occasione, in cui lo chef mentore – vale a dire consigliere, maestro e sostegno per i cuochi delle nuove generazioni – era Niko Romito. Ed è proprio questa similitudine fra haute horlogerie e haute cuisine la chiave di lettura della collaborazione con la Guida Michelin e insieme il leitmotiv dell’evento. Lo vedremo fra poco.

    Successivamente, durante l’assegnazione dei premi speciali, è andato in scena il Michelin Chef Mentor Award offerto da Blancpain. Che è stato attribuito ad Heinz Beck del ristorante La Pergola di Roma, con la seguente motivazione: “In oltre vent’anni di Tre Stelle Michelin, Heinz Beck ha trasformato La Pergola in un laboratorio di eccellenza gastronomica, dove generazioni di giovani cuochi hanno potuto formarsi sotto la guida di un maestro capace di trasmettere una visione unica della cucina: quella della leggerezza, dell’equilibrio, del benessere. Il suo approccio, frutto di una costante collaborazione con il mondo accademico e scientifico, ha ridefinito il concetto di alta cucina, coniugando gusto e salute in modo innovativo. Heinz Beck non è solo uno chef di straordinario talento, ma anche un instancabile divulgatore e formatore, che ha contribuito in modo decisivo alla crescita culturale della gastronomia contemporanea”.

    Il Premio secondo Blancpain

    A consegnare il Michelin Chef Mentor Award è stato Roberto Castagna. Oltre al simbolico macaron, il Brand Manager di Blancpain ha donato al cuoco tedesco un orologio da parete, un Fifthy Fathoms dal formato macro. (Per quanto ne so, l’unico esemplare di Blancpain animato da un movimento al quarzo…). Che con assoluta precisione e puntualità scandirà dunque tutte le operazioni della cucina nel ristorante romano. Ed è proprio il tempo uno degli elementi comuni al mondo delle lancette e del food. Non un’unità di misura ma un ingrediente, come ha sottolineato lo stesso Castagna, con tolleranze minime di errore. Come in orologeria è inaccettabile che un esemplare acceleri o rallenti, allo stesso modo in cucina il “troppo presto” o “troppo tardi” può rovinare del tutto un piatto.

    Poi c’è il fattore umano. Al di là degli strumenti meccanici o elettronici, in orologeria l’intervento dell’artigiano è fondamentale. È l’orecchio del maestro orologiaio a regolare il bilanciere o a mettere a punto la nota di un gong, sono la bravura e l’esperienza di un bravo finisseur a definire un anglage perfetto… Lo stesso succede nella preparazione di una ricetta. È l’istinto dello chef a indicare l’esatta cottura, è la sua creatività a inserire il pizzico di un ingrediente segreto capace di trasformare i sapori. E infine c’è la capacità di lavorare in team. Come gli ingranaggi di un orologio devono funzionare all’unisono, i membri di una brigata devono essere perfettamente sincronizzati. Solo così, in orologeria come in cucina, si possono ottenere risultati che suscitano emozioni.

    Credo che sia proprio questa la lezione che ho imparato alla presentazione della Guida Michelin. Certo, non dimenticherò mai neppure i numerosi, squisiti assaggini preparati al Palazzo della Pilotta dagli chef stellati, che hanno letteralmente lasciato gli ospiti a bocca aperta, insieme ai deliziosi calici di vini bianchi e rossi versati con liberalità. Ma questa è un’altra storia, per la quale ringrazio di cuore Blancpain.

  • Tissot PRX Damascus e Titanium, recensione e differenze di prezzo

    Tissot PRX Damascus e Titanium, recensione e differenze di prezzo

    Non so se lo ricordate. A proposito del RockWatch, parlavamo del gusto per la sperimentazione materica che da sempre è un tratto caratteristico di Tissot. Bene: potremmo fare lo stesso discorso riguardo ai nuovi Tissot PRX Damascus e PRX Titanium, rispettivamente in acciaio Damasco e in titanio. Non perché si tratti di materiali sperimentali, s’intende: non sono affatto paragonabili al granito del RockWatch o alla fibra di vetro del Sidéral di ieri. Piuttosto – proprio come il carbonio forgiato che oggi si trova sia nel Sideral che nella collezione PRX – perché rispondono allo stesso gusto per la ricerca (o forse dovrei dire ricercatezza) che fa parte della storia di Tissot. Alla stessa propensione per ciò che è nuovo e singolare, alla stessa volontà di proporre qualcosa di particolare. Come appunto le leghe dell’acciaio Damasco e del titanio.

    Cominciamo dal primo. A dire il vero, l’aggettivo “nuovo” non è propriamente adatto all’acciaio Damasco, che al contrario è di per sé antichissimo. Diciamo che l’acciaio Damasco è di uso recente e sporadico negli orologi da polso, mentre è molto diffuso per esempio per i coltelli e le lame in generale, da tempi immemorabili. Si crede sia la prima tecnica siderurgica inventata dall’uomo, le cui origini risalgono addirittura al IV secolo a.C. Eppure non è chiaro perché si chiami così. Secondo alcuni il nome proverrebbe dall’altrettanto antica città della Siria. Secondo altri deriverebbe dall’arabo damas che significa “acquoso”, in riferimento ai motivi a onde e alle striature che ricordano il moto dell’acqua.

    L’acciaio Damasco

    In realtà quando si parla di acciaio Damasco si fa riferimento a una famiglia di acciai, suddivisi grosso modo in due macro-categorie: Damasco saldato e Damasco al crogiolo (wootz). Non entro nel dettaglio di come si fabbricano (il metodo è implicito nella definizione stessa) né dei tanti sottotipi esistenti (Damasteel, Damaworks, Damacore…), anche perché il settore continua a evolversi. Mi limito a dire che l’orologeria utilizza il Damasco saldato e che combina tecniche di forgiatura tradizionali con tecnologie all’avanguardia. A monte c’è la selezione di leghe specifiche e di qualità, con la scelta di acciai ad alto tenore di carbonio, quindi più duri, e di altri più morbidi.

    Si inizia con la sovrapposizione di due (o più) acciai, li si forgia e li si salda a caldo. Il blocco si allunga, si piega, si torce, si taglia, si batte con incudine e martello o con apposite presse. E tutte queste operazioni si ripetono più volte. Dopo una decina, o anche una dozzina, di pieghe, il risultato è spettacolare, con gli strati ricchi di carbonio che diventano più scuri e gli altri più luminosi, a creare infiniti effetti, motivi, forme, figure, paesaggi. Dalle nervature del legno ai pioli delle scale, dalle striature a spina di pesce alle gocce di pioggia, dalle forme piramidali a quelle a fiamma, fino a veri e propri mosaici… Il bello è che ogni volta il risultato è diverso, così come è diverso ogni componente di un orologio realizzato con l’acciaio Damasco.

    Il titanio

    Anche qui non mi metto certo a dare lezioni di metallurgia. Ricordo solo che il titanio è un elemento chimico (dal simbolo Ti) relativamente abbondante nella crosta terrestre, anche se non disponibile allo stato libero in natura ma presente in rocce magmatiche e sedimenti. Fu scoperto alla fine del Settecento e prese nome dai Titani della mitologia greca, i figli di Urano e Gea considerati le forze primordiali del cosmo. Oggi è in gran parte prodotto in laboratorio per usi commerciali, dato che è ampiamente utilizzato in lega soprattutto nell’industria aeronautica e aerospaziale (compresa quella della Difesa: non a caso, negli States è stato un’esclusiva militare fino agli anni Cinquanta del secolo scorso). E nelle ultime decadi anche nella produzione biomedicale e degli oggetti “di lusso”, come gli orologi.

    Tutto merito delle particolari proprietà. Estremamente resistente alla corrosione, è leggero, duro, difficile da lavorare. È resistente come l’acciaio ma più leggero del 40%, pesa il 60% in più dell’alluminio ma ha una resistenza doppia. E in più è biocompatibile, perfettamente tollerato anche dalle epidermidi più sensibili, il che lo rende adatto agli orologi.
    Le leghe di titanio sono classificate con gradi diversi, a seconda della loro composizione chimica e delle proprietà meccaniche. Ne esistono una quarantina, ma anche qui catalogazioni e studi sono in continua evoluzione. In orologeria di solito si utilizzano le leghe comprese fra il grado 2 e il grado 5 (con qualche eccezione, come Blancpain che utilizza il grado 23).

    Il titanio utilizzato da Tissot nel PRX Titanium suppongo sia di grado 2 perché è più facile da spazzolare, ma la documentazione ufficiale non fornisce alcuna informazione in merito. Ho chiesto lumi direttamente in azienda e mi riservo di correggere queste righe, nel caso avessi clamorosamente toppato.

    Il Tissot PRX Damascus e il PRX Titanium

    Chiusa la lunga ma doverosa premessa sui materiali, arrivo finalmente ai due esemplari che fanno il loro ingresso nella storica collezione. Storica perché nata nel 1978, anche se riportata a nuova vita pochi anni fa, nel 2021, e da allora declinata in tante versioni: Automatic con Powermatic 80, Chrono, Digital, mini e perfino in due “animazioni” Ufo Robot. Non mi soffermo quindi sullo spirito vintage né sulla forma tonneau, ma ci tengo a sottolineare che il design potente e il prezzo accessibile hanno reso il PRX un bestseller della Maison di Le Locle, disponibile in ben 60 referenze. Cui ora si aggiungono i nuovi modelli (3, per l’esattezza).

    New entry nel vero senso della parola. Mentre il Tissot PRX Titanium introduce appunto il titanio nella collezione, il PRX Damascus segna il debutto dell’acciaio Damasco all’interno della produzione Tissot. Quanto al resto, rimane tutto com’era, a partire da quella “Precisione, Robustezza e impermeabilità fino a 10 atmosfere (X)” che sono sintetizzate nell’acronimo del nome. Le nuove referenze mantengono i 38 mm di diametro e soprattutto il Powermatic 80 montato all’interno della cassa. In particolare l’esclusivo movimento automatico, celebre per le 80 ore di autonomia, qui è allestito con spirale in Nivachron™ che lo rende insensibile ai campi magnetici di una certa intensità, agli urti e agli scarti termici.

    Nel dettaglio, il PRX Damascus presenta cassa e quadrante “marmorizzati”, che regalano riflessi e flash luminosi sempre diversi. Lancette e indici a bastone sono rivestiti di Super-LumiNova a emissione verde, mentre la lancetta dei secondi è nera per offrire maggiore visibilità. Nero è anche il cinturino in pelle, agganciato alla carrure dalle anse centrali. Il prezzo è di 1.075 euro.
    Il PRX Titanium invece ha la cassa e il bracciale integrato, come vuole la tradizione, e il quadrante coordinato, antracite, su cui spiccano lancette e indici a bastone color oro rosa. Esiste comunque anche con quadrante blu, sempre dalla lavorazione soleil e dalla stampa “a nido d’ape” (come lo definisce Tissot). Entrambi gli esemplari costano 875 euro.

  • Breguet Classique 7725: l’innovazione come eredità

    Breguet Classique 7725: l’innovazione come eredità

    Continuano le celebrazioni per il 250° anniversario di Breguet. Continua quindi la serie di orologi che in un modo o nell’altro rimandano alla storia della Casa. Esemplari che non solo rendono omaggio alle invenzioni di Abraham-Louis Breguet – come il Souscription o il Tourbillon -, ma anche al passato più recente della Maison. È il caso, in particolare, del nuovo Breguet Classique 7725, presentato la scorsa settimana insieme al Classique 7325 – di cui parleremo in un’altra occasione, per non incasinarci la vita. Perché il Breguet Classique 7725, già di suo, è un concentrato di tecnologie sviluppate dalla Casa in questi ultimi decenni. E che meritano una spiegazione, almeno in linea di massima.

    La ricerca della precisione

    Non lasciamoci ingannare dall’aspetto, direttamente ispirato a un modello da tasca prodotto dal Maestro nel primo decennio dell’Ottocento, il cosiddetto Breguet N°1176. Piuttosto chiediamoci perché il nuovo orologio fa riferimento proprio a quel precedente: la scelta non può essere casuale.

    Quell’esemplare, oggi conservato al Museo Breguet di Parigi, è dotato di fuso a catena e di tourbillon, dispositivi allora funzionali alla maggior precisione possibile – ovviamente secondo gli standard dei tempi. Allo stesso modo, perciò, il nuovo Breguet Classique 7725 deve essere improntato alla ricerca della costanza di marcia e dell’affidabilità. Termini che ai nostri giorni assumono una valenza inconcepibile a quell’epoca.

    E così è: basta dare un’occhiata alle principali caratteristiche tecniche dell’orologio per averne conferma. Prima di tutto, bilanciere in silicio, che lavora all’incredibile frequenza di 72.000 Alternanze orarie (10 Hz) e presenta un’insolita costruzione a pivot magnetici. Poi, spirale e ruota di scappamento sempre in silicio, e autonomia di 60 ore.

    Elementi che presi singolarmente, e ancora di più tutti insieme, concorrono alle prestazioni cronometriche di un movimento meccanico. Sebbene non siano proprio una novità, a dire il vero. I fan della Marca forse li ricorderanno montati nel Classique Chronométrie 7727: un esemplare eccezionale presentato nel 2013 – anche se poi rimasto inspiegabilmente privo di seguito.

    Il discorso dell’alta frequenza

    Cerchiamo di capire di cosa si tratta. Nella mentalità comune, alta frequenza è sinonimo di precisione. I movimenti al quarzo, per esempio, oscillano a 32.768 hertz e sono estremamente precisi, quindi si pensa che anche nei movimenti meccanici più la frequenza è elevata e più l’orologio funziona bene. In realtà le cose sono un po’ più complesse di così.

    Basti pensare agli orologi da tasca dei primi decenni del secolo scorso: con i loro bilancieri grandi e “lenti” (in genere lavoravano a 18.000 A/h, 2.5 Hz), raggiungevano spesso uno scarto di un solo secondo al giorno. Incommensurabile rispetto ai primi esemplari da polso, che erano più veloci ma sgarravano di parecchi secondi al giorno. Come la mettiamo?

    In realtà, più che la frequenza, nella costanza di marcia conta la stabilità. Cioè mantenere la frequenza sempre uguale nel tempo, in ogni situazione e il più a lungo possibile. Quindi tenere al sicuro il bilanciere dagli sbalzi di temperatura, dagli urti, dalla scarsità di energia, dal magnetismo… Perfino (seppur impossibile, ma lo stesso Breguet ci ha provato con il tourbillon) dalla forza di gravità.

    Lo dimostrano proprio i modelli da tasca, che passavano la maggior parte del tempo ben protetti nel panciotto dei gentlemen, nella stessa posizione. E ancora di più lo dimostrano i regolatori a pendolo e gli orologi da osservazione, che restavano immobili nei laboratori, in ambienti “controllati”, al riparo dalle perturbazioni provocate dagli agenti esterni. Così affidabili da poter essere usati durante gli esperimenti scientifici o come campioni per fornire l’ora esatta.

    Breguet e il silicio

    Il bello dell’alta frequenza però è che reagisce agli urti più velocemente: il sistema bilanciere spirale, cioè, si riprende in modo più rapido, recupera il ritmo di funzionamento prima di quanto faccia un sistema che lavora a bassa frequenza. In questo caso quindi sì, offre una migliore costanza di marcia. Tuttavia, l’alta frequenza comporta anche una serie di problemi. A cominciare dal frequente contatto con lo scappamento, inevitabile eppure prima fonte di disturbo nelle oscillazioni del bilanciere.

    Ecco perciò problemi di attriti, di lubrificazione, di usura, che di conseguenza causano un numero maggiore di interventi di manutenzione. Senza dimenticare il maggiore consumo di energia. Parte di questi problemi è risolta, o almeno attenuata, dall’uso del silicio, che permette di alleggerire il peso dei componenti mobili dello scappamento e di evitare i vincoli della lubrificazione. Con buona pace dei puristi dell’orologeria che poco lo digeriscono.

    Breguet è stato un pioniere nell’utilizzo del silicio. Già nel 2006 iniziò la propria ricerca su questo materiale diffusissimo in natura eppure ricco di qualità: più leggero ma più duro dell’acciaio, è insensibile all’attrazione e all’influenza magnetica, ed è altamente resistente alla corrosione e all’usura. In più riduce l’inerzia e non richiede lubrificanti. Tagliato al laser, permette di realizzare forme nuove e complesse – o, come dicono i tecnici, di offrire una “libertà geometrica” impressionante – con precisione micrometrica.

    Tant’è che Breguet in quegli anni realizzò prima la ruota di scappamento e la leva in silicio del Classique 5177, poi la ruota di scappamento, la leva e la spirale piatta dei Classique 5197 e 5837. E proprio grazie a questi presupposti arrivò nel 2010 al Type XXII 3880 ST: un cronografo flyback dotato di spirale, àncora e ruota di scappamento in silicio. Il primo in assoluto in grado di funzionare a una frequenza di 72.000 alternanze orarie (10 Hz). Una vera e propria pietra miliare nella storia dell’orologeria.

    Il perno magnetico

    Sempre nel 2010 Breguet depositò anche il brevetto del perno magnetico. Una cosa inaudita: il magnetismo, si sa, è il nemico numero uno dei movimenti meccanici, capace di sballarli temporaneamente e perfino di bloccarli per sempre. Eppure, con il perno magnetico, la Maison non si è limitata a controllarne gli effetti negativi, ma è arrivata a padroneggiarli per perfezionare la rotazione e la stabilità del bilanciere.

    In pratica il perno magnetico è costituito da un’asse del bilanciere in acciaio al carbonio e da un magnete in “terre rare” dietro ogni rubino. A ogni estremità dell’asse del bilanciere si trovano due controperni che contengono una micro-calamita particolarmente potente (circa 1.3T, pari a 13000 gauss). Dato che uno dei magneti, quello sul lato quadrante, è più potente dell’altro, si crea un flusso magnetico in cui la forza di attrazione mantiene l’estremità dell’asse in contatto permanente con il controperno, mentre l’altra estremità rimane sospesa.

    Poiché il legame magnetico tra l’albero e il rubino è più forte della forza di gravità, l’albero continua a ruotare sul rubino indipendentemente dalla posizione dell’orologio. Il risultato è quindi un asse del bilanciere mantenuto in una “gravità artificiale”, che in definitiva risulta insensibile alla gravità terrestre, più stabile e resistente agli urti. Se nche un forte impatto dovesse spostare l’asse su un lato, infatti, le forze magnetiche lo ricondurrebbero automaticamente al centro, così da ristabilire il flusso magnetico.

    Il Breguet Classique 7725 e il Classique Chronométrie 7727

    Tutto questo – 72.000 alternanze/ora e perno magnetico – fecero la prima apprizione all’interno del Breguet Classique Chronométrie 7727, presentato appunto nel 2013. E ritornano ora nel nuovo Breguet Classique 7725. Ma oltre alla costruzione meccanica simile, i due orologi hanno in comune anche la particolare indicazione del decimo di secondo. Definiti “secondi d’osservazione“, si possono visualizzare proprio grazie all’alta frequenza.

    In più, nel nuovo esemplare dell’Anniversario, la velocissima lancetta (quella nel contatore di destra, come nell’originario tasca N°1176) si può avviare e fermare a comando. Si attiva tramite la slitta posta sulla carrure a ore 9. Si tratta quindi di una sorta di funzione flyback che permette misurazioni di precisione.

    A proposito di precisione, o meglio di costanza di marcia, voglio ancora aggiungere lo scarto medio giornaliero raggiunto dall’orologio grazie all’alta frequenza e al bilanciere a perno magnetico. Che nel nuovo Breguet Classique 7725 si attesta su +/- 1 secondo al giorno. Ed è quindi migliore del suo predecessore, che registrava invece -1/+3 secondi al giorno. In pratica in questo caso l’orologio da polso annulla il distacco con i “tasca” di un secolo fa. Un risultato notevole.

    Un’ultima particolarità del Breguet Classique 7725, che vale la pena di segnalare, riguarda ancora il silicio. Grazie alla precisione micrometrica dei sistemi di lavorazione, la ruota di scappamento presenta una speciale animazione. È stata infatti scavata con due iscrizioni: 1775 e 2025. Alla velocità di 10 Hz, che si traduce nella visualizzazione di 20 immagini al secondo, permette di leggere alternativamente la data di fondazione della Maison e quella dell’anniversario. Il passaggio graduale ricorda quasi l’effetto digitale del morphing.

    Ulteriori informazioni

    Concludo, velocemente, con qualche dato ulteriore sull’habillage – ma vi rimando al sito ufficiale e alle didascalie per entrare più nel dettaglio. La cassa del Breguet Classique 7725 è in oro Breguet, come in tutti gli esemplari dell’anniversario. Misura 41 mm di diametro e ha la carrure decorata con il guilloché Quai de l’Horloge, realizzato proprio per i 250 anni. Lo stesso motivo si ritrova anche sull’intera superficie del quadrante.

    Il Calibro 74SC, a carica manuale, mostra lato fondello i ponti completamente incisi a mano, con una vista della Vallée de Joux, sede della Manifattura. Soprattutto, introduce una nuova certificazione interna: il Punzone Breguet. Una garanzia che riguarda le prestazioni cronometriche, magnetiche, l’impermeabilità e, nel caso delle complicazioni con suoneria, anche l’acustica degli esemplari. Una garanzia di origine, di qualità e di riparabilità. Ma la questione merita un approfondimento dedicato, quindi ne riparleremo.

    Qui concludo come sempre con gli ultimi dati indispensabili. Il Breguet Classique 7725 fa parte della collezione Anniversario, ma non è in tiratura limitata. E costa 89.200 euro. Quanto ho scritto fin qui, però, dovrebbe avervi fornito gli strumenti per capire il motivo di questo prezzo…

  • RockWatch: torna l’orologio di granito di Tissot

    RockWatch: torna l’orologio di granito di Tissot

    Negli ultimi anni, Tissot ha riportato in vita alcuni orologi di culto del proprio passato. Grandi successi commerciali come il PRX e il PR516, o esemplari più di “nicchia” come il Sidéral e il Memphis, provengono tutti dai decenni ’60/’80 del secolo scorso. Periodi, anzi vere e proprie stagioni di rinnovamento dell’orologeria, segnate da una profonda evoluzione tecnico-estetica. Finora, però, mancava all’appello il “pezzo forte” della ricerca Tissot, l’orologio che forse più di ogni altro ha interpretato la capacità di innovazione della Casa di Le Locle: il RockWatch. Con la cassa scolpita nella pietra, era il risultato di un know-how avanzato nella sperimentazione materica.

    Un evento in alta quota

    Ora, finalmente, ecco il nuovo RockWatch. Per festeggiare il 40° anniversario dall’uscita del modello originale, Tissot lo ha realizzato in versione aggiornata. E lo ha lanciato con un evento a tema particolarmente riuscito: un viaggio fin su allo Jungfraujoch, un passo nell’Oberland bernese non a caso chiamato in gergo turistico Top of Europe. Dove il paesaggio estremamente suggestivo incontra numeri da record.

    Dominato dalla struttura avveniristica dello Sphinx, che con i suoi 3571 metri di quota è l’osservatorio astronomico più alto d’Europa, si raggiunge per mezzo di una ferrovia a cremagliera elettrica, costruita fra il 1896 e il 1912. Il cui tracciato, lungo 9,3 chilometri, passa per oltre 7 all’interno dei monti Eiger e Mönch, nelle gallerie scavate all’epoca da un centinaio di minatori italiani (soprattutto lombardi e piemontesi), anche a costo della vita.

    Grazie alla stazione ferroviaria posta a 3.454 metri (anche questa, la più elevata in Europa), lo Jungfraujoch oggi è diventato una celebre meta turistica. Frequentato ogni anno da un milione di persone, è un centro ricco di attrazioni, dallo Snow Fun Park (aperto solo d’estate), all’Ice Palace animato da sculture di ghiaccio, fino al Glacier Plateau, sulla cima del ghiacciaio Aletsch (ancora impressionante, anche se un po’ in sofferenza per i cambiamenti del clima)…

    Si è svolta invece a 2800 metri, nelle stanze ricavate nel ventre della montagna con finestroni aperti sulla parete Nord, la presentazione del nuovo RockWatch, introdotto dal Ceo di Tissot Sylvain Dolla. Un evento che ha riunito una quarantina di blogger, videomaker e giornalisti internazionali (dall’Italia eravamo solo in due: io e il collega Michele Weiss). Abbiamo quindi potuto toccare, provare, fotografare l’orologio e parlare con i tecnici per approfondire il discorso making of. Impeccabile l’organizzazione.

    Il RockWatch originale

    Ma prima di raccontarvi del nuovo RockWatch, è indispensabile dire qualcosa sul modello originario. Nato da un’idea dello scultore Peter Kunz, vide la luce appunto nel 1985. Il granito della cassa proveniva in particolare dalle Alpi dei Grigioni (Andeer, Julier), del Ticino (San Fedelino), del Vallese (Collonge) e da altre aree della Svizzera (Habkern, Gottardo). La diversa zona di estrazione influiva sul tipo di minerale e sulle sfumature cromatiche della pietra.

    Il RockWatch fu un progetto particolarmente impegnativo per Tissot. Richiese lo sviluppo di nuovi macchinari e utensili, realizzati appositamente per lavorare la pietra in formati ridotti. Una volta messo a punto il prototipo, poi, la fase di industrializzazione comportò notevoli investimenti. All’epoca si parlava di 5/7 milioni di franchi svizzeri, senza contare la pubblicità e il marketing (per cui si spesero 20 milioni di franchi). Per fabbricarlo, Tissot incrementò le assunzioni e creò una cinquantina di nuovi posti di lavoro.

    Mentre il programma iniziale prevedeva la produzione di 50mila esemplari all’anno, nell’86 si arrivò a realizzarne 200mila. E il successo fu tale che nel ’96 si contavano più di 800mila orologi venduti, oltre ai 25mila della versione “baby”. Sì, perché il RockWatch nel tempo ha dato vita a un’intera collezione. All’inizio aveva un diametro di 30 mm ed era declinato in 10 referenze. Nel settembre 1986 uscì invece una versione più grande da 33 mm, in 5 referenze. Quindi un ulteriore formato, più piccolo, da 20 mm.

    La ciliegina sulla torta, nel 1988, è stata la serie Jewels of Nature, con la cassa intagliata in altre pietre dure: agata Blue Lace, diaspro del deserto del Kalahari, basalto di Scandinavia, sodalite del Brasile, avventurina, quarzo rosa, rodonite rosa, perfino corallo clamophyllia pietrificato, eredità del Giura preistorico. Alcuni modelli avevano anche il bracciale in pietra, mentre un pezzo unico era stato fatto interamente in giada. Va detto che la struttura e la venatura dei diversi minerali donavano a ciascun esemplare un aspetto unico e irripetibile.

    Il RockWatch del 2025

    Del resto questa caratteristica di unicità del singolo esemplare si riscontra anche nel nuovo RockWatch, nonostante il granito con cui è fatta la cassa provenga interamente dallo Jungfrau. In quanto partner della locale società ferroviaria, Tissot ha infatti potuto mettere le mani sui blocchi di roccia estratti dalla montagna durante i lavori di risistemazione dei tunnel dello Jungfraubahn. Oggi come ieri, la lavorazione della pietra comporta una serie di passaggi e accorgimenti, ma l’esperienza accumulata “sul campo” da Tissot facilita le cose.

    Tant’è che i laboratori della manifattura utilizzano ancora gli stessi artigiani e gli stessi macchinari di 40 anni fa (ovviamente forniti di nuovi utensili). Fresati in cilindri più piccoli, poi tagliati a “fette” più sottili, i pezzi di roccia vengono così molati e modellati fino a ottenere i 38 mm di diametro della cassa attuale. Quindi scavati per ospitare il movimento al quarzo, che a sua volta è racchiuso fra il vetro zaffiro lato quadrante e il fondello in acciaio. Se date un’occhiata alla gallery in alto, potete vedere le principali fasi di lavorazione.

    Qui è importante sottolineare che la cassa monoblocco è realizzata con tolleranze micrometriche, per poter alloggiare il movimento e mantenere la consueta impermeabilità fino a 3 atmosfere. E che il sistema delle anse centrali è stato studiato ex novo, così da mantenere più saldo e sicuro l’aggancio del cinturino in morbida pelle. A proposito del quale aggiungo che rispecchia quello dell’orologio originale. E deve essere stato scelto dai progettisti proprio per coerenza e fedeltà storica, rispetto ad alternative più moderne e accattivanti – come magari il caucciù o il tessuto tecnico. Al di là dei gusti personali…

    Da sapere

    Concludo, come al solito, con le necessarie informazioni pratiche. Il RockWatch è già in vendita a un prezzo 1.095 euro, incluse le tasse. Il che mi sembra – di nuovo – coerente con il passato, se si pensa che appena uscito, 40 anni fa, costava 300 franchi svizzeri. Comunque, chi fosse interessato farebbe bene a darsi una mossa e a organizzarsi per l’acquisto. Perché il RockWatch è prodotto in un’edizione limitata di 999 esemplari per tutto il mondo, ed è disponibile soltanto in selezionati monomarca. In Italia, lo si trova esclusivamente nelle boutique di Roma e Milano. Non c’è neppure nell’e-commerce ufficiale: online potete solo leggere dove comprarlo.

  • M.A.D.Editions x Yinka Ilori, l’inno alla gioia di MB&F

    M.A.D.Editions x Yinka Ilori, l’inno alla gioia di MB&F

    Su questo sito ne abbiamo scritto più volte. Da anni l’orologeria ha rapporti stretti con il mondo dell’arte: in tutti i segmenti di mercato, le marche affidano i propri esemplari ai nomi di grido della scena artistica internazionale, che li rielaborano in un’ottica personalissima. Basti pensare al Lunar Pilot di Bulova, nella revisione in Timascus firmata da Thiago Rosinhole; o al Regolatore di Louis Erard reinterpretato da Sylvie Fleury. Due precedenti, usciti quest’anno, che mettono in evidenza quanto l’intervento degli artisti sappia trasformare modelli già esistenti in pezzi del tutto inediti. E lo confermano anche i nuovi M.A.D.Editions x Yinka Ilori di MB&F.

    Tre esemplari che esprimono perfettamente l’estetica – o forse dovrei dire la poetica – dell’artista londinese. A partire dal nome: M.A.D.1S Grow Your Dreams (coltiva i tuoi sogni). Coloratissime e giocose, queste versioni dell’orologio più accessibile di Max Büsser – ludiche già in partenza – sono all’insegna della positività, del buonumore, dell’ottimismo. Un inno alla gioia in chiave pop, il cui stile riflette le origini nigeriane di Yinka Ilori, creativo multidisciplinare – come ben lo definiscono da MB&F -, celebrato dal New York Time Style Magazine come “uno dei 12 talenti che stanno plasmando il mondo del design”.

    Chi è Yinka Ilori

    Classe 1987, una laurea in Furniture and Product Design alla London Metropolitan University, Yinka Ilori all’inizio della carriera ottiene una sovvenzione dal Prince’s Trust. Il che è emblematico di quanto il suo lavoro sia meritevole di attenzione, fin dagli esordi. Tant’è che oggi il designer ha all’attivo innumerevoli mostre, premi, riconoscimenti (tra cui l’onorificenza dell’MBE). E le sue opere sono esposte nella collezione permanente del Metropolitan Museum di New York.

    Artista eclettico, Yinka Ilori ha un’attività estremamente varia, a livello internazionale. Con il team di architetti e interior designer del proprio Studio (fondato nel 2015) realizza installazioni pubbliche e decorazione d’interni. Come Happy Street, un vivacissimo murales in un sottopassaggio ferroviario nel Sud-Ovest di Londra. Oppure Get Up, Stand Up Now, un inedito allestimento di Somerset House per celebrare mezzo secolo di creatività black in Gran Bretagna. Dal 2020 produce anche una propria linea di home design.

    Non solo. Ha firmato collezioni per Adidas, Nike e The North Face. Ha collaborato con Lego, Meta, Pepsi. Ma che disegni le statuette per i Brit Awards, personalizzi una McLaren o crei i set per il tè al Bvlgari Hotel, Yinka Ilori trasmette sempre un’energia diretta, vibrante di colori e di passione per la vita. Basti vedere come ha trasformato la MAD Gallery di Ginevra, proprio per il lancio del M.A.D.1S Grow Your Dreams: andate a vederla, se vi trovate sul Lemano da qui al 20 settembre, e sarete immersi nell’universo travolgente dell’artista. Una visita vale più di tante parole…

    M.A.D.Editions: genesi e sviluppi

    Prima di descrivere la serie di orologi creata per MB&F, però, è indispensabile ripercorrere in breve la storia di M.A.D.Editions, nel caso qualcuno se la fosse persa. All’inizio non è neppure un marchio, ma un gesto di ringraziamento voluto da Max per chi ha contribuito al successo di MB&F: da un lato i Friends dell’acronimo, The Tribe (come si autodefinisce), la crew di professionisti dell’orologeria; e dall’altro gli acquirenti delle Horological Machine e delle Legacy Machine. Creazioni, meglio ricordarlo, che costano cifre a molti zeri…

    Nel giugno del 2021 esce così il primo M.A.D.1 Blue: un’edizione fuori commercio creata appunto per la community di fornitori e collezionisti, con un’insolita visualizzazione delle ore e dei minuti posta sulla carrure e l’estetica dominata dal rotore di carica. Un esemplare che fa scalpore: il pubblico impazzisce perché non lo può avere, quindi lo desidera con bramosia, più di ogni altra cosa.

    A furor di popolo, nel marzo del 2022, vede quindi la luce il M.A.D.1 Red, leggermente riveduto e corretto, prodotto in 1500 pezzi di fronte a una domanda enormemente maggiore. Per risolvere la situazione, quelli di MB&F hanno una pensata geniale: vendere il M.A.D.1 Red con una lotteria. Un’estrazione a sorte fra i 19mila iscritti permette un’equa distribuzione degli orologi.

    Ma non finisce qui: chi è rimasto fuori, si fa sentire. MB&F produce quindi un secondo lotto di altri 1500 M.A.D.1 Red a febbraio 2023, venduto sempre con una riffa fra 22mila partecipanti. E la cosa si ripete, ancora e ancora, sempre con gli stessi metodi. A settembre 2023, è la volta di altri 1500 pezzi del M.A.D. 1 Green, mentre nel marzo 2024 si inaugura la stagione delle collaborazioni eccellenti con l’edizione limitata di 999 esemplari del fashion designer francese Jean-Charles de CastelBajac.

    Infine, a fine estate dello scorso anno, ai Geneva Watch Days, ecco uscire una nuova versione dell’orologio: il M.A.D.1S – in cui S sta per slimmer, perché ha uno spessore più contenuto rispetto alle versioni precedenti (non dico “più sottile” perché sarebbe fuorviante). Questa referenza è la “base” del nuovo Grown Your Dream, di cui vedremo tutte le caratteristiche tra poco. Ci tengo a sottolineare che tutti i modelli M.A.D.Editions sono stati venduti con lo stesso sistema della lotteria. E che tutti hanno un prezzo accessibile ai più, sempre inferiore ai 3.500 franchi svizzeri. Proprio per questo motivo M.A.D.1 Red si è aggiudicato anche un Challenge Prize al GPHG…

    M.A.D.Editions x Yinka Ilori in sintesi

    Ed eccoci alle caratteristiche essenziali dei M.A.D.Editions x Yinka Ilori. Il M.A.D.1S Grow Your Dreams è declinato in tre versioni: Sun, Nature e Water (nomi che non hanno certo bisogno di spiegazioni, né sul significato, né sull’ispirazione). Che si distinguono per l’accostamento – o meglio il contrasto – cromatico fra i diversi elementi dell’habillage e del movimento. Il design è quello di sempre: la cassa è un basso cilindro di vetro minerale, supportato da una struttura a X in acciaio posta sul fondello a creare le anse. L’indicazione delle ore e dei minuti si trova su un anello rotante laterale, la corona è posta a ore 12 e il cinturino (qui in gomma) è intercambiabile.

    Il vetro zaffiro a cupola mostra la parte superiore del movimento, meccanico a carica automatica. In particolare il rotore di carica, che nelle M.A.D.Editions x Yinka Ilori si differenzia prima di tutto per il colore: verde, giallo o blu. Ma soprattutto per la forma: sempre a tre lame – ad ascia -, sono però fresate all’interno con la silhouette di un albero, ripetuta con precisione su ciascuna. La rotazione come al solito è unidirezionale. E il moto continuo, ad alta velocità – impresso dai movimenti del polso -, non solo alimenta la ricarica della molla del bariletto, ma contribuisce anche al fascino ipnotico dell’orologio stesso.

    La questione del calibro

    Ed è proprio il movimento – diverso rispetto al passato – a condizionare l’intera costruzione della cassa. Il M.A.D.1S monta infatti un calibro La Joux-Perret G101, realizzato con tutti i sacri crismi dell’orologeria svizzera, che va a sostituire i movimenti giapponesi – Miyota 812 e 821 A modificati – incassati nei modelli precedenti. Tuttavia, se si scava un po’ in Rete, si scopre che si tratta di un movimento Swiss made “clone” di un altro Miyota, calibro 9039. O per meglio dire, di una versione migliorata di quel movimento, con aggiornamenti tecnici – dall’antichoc all’autonomia – e finiture più curate. Ci sta. Ricordo che La Joux-Perret e Miyota fanno ambedue parte del Citizen Group. E che le economie di scala sono azioni intelligenti all’interno dei grandi gruppi.

    C’è ancora un’altra questione che vorrei mettere in evidenza. E riguarda il rotore di carica. Nel calibro La Joux-Perret G101 originale, il rotore è in tungsteno, un metallo pesante che contribuisce all’efficienza della ricarica automatica. Nella versione utilizzata nelle M.A.D.Editions x Yinka Ilori è invece in titanio, un metallo leggero con un momento di inerzia molto diverso. Le fonti ufficiali ammettono che “sono serviti mesi di sviluppo intenso per riprogettare il rotore, ora più sottile e sofisticato, senza compromettere la sua caratteristica rotazione ad alte prestazioni”. Sarebbe quindi una’evoluzione rispetto al rotore dei precedenti Miyota, in cui era in tungsteno e titanio, presumibilmente con il metallo pesante nella parte esterna delle lame. Chiederò lumi e vi farò sapere…

    La lotteria

    Concludo con le ultime informazioni pratiche, necessarie per chi fosse interessato a partecipare alla lotteria. Prima di tutto il prezzo: le M.A.D.Editions x Yinka Ilori costano – l’una per l’altra 3.200 franchi svizzeri (Iva esclusa). Poi, l’edizione limitata: ciascuna versione è realizzata in 400 esemplari. Come nelle uscite precedenti, una parte della produzione è destinata ai fornitori e a chi già possiede un MB&F. Il resto sarà messo in vendita con il solito sistema dell’estrazione a sorte. La lotteria si terrà dal 2 all’8 settembre. Le iscrizioni sono gratuite e aperte al pubblico: basta registrarsi a questo link. Buona fortuna!

  • Excalibur Spider Flyback Chronograph, la tecnologia Roger Dubuis

    Excalibur Spider Flyback Chronograph, la tecnologia Roger Dubuis

    Chi ricorda il Monovortex™ Split-Seconds Chronograph? Il concept-watch presentato nel 2023 da Roger Dubuis a Watches and Wonders Geneva, simbolo dell’Hyper Horology™ perseguita dall’allora Ceo Nicola Andreatta. Un concetto che rendeva bene l’idea di spingere l’orologeria oltre i limiti, per trovare soluzioni sempre nuove in fatto di materiali, tecnologie, metodi di costruzione. Bene. Quel cronografo sdoppiante, ipertecnico per quanto era ricco di innovazioni e peculiarità meccaniche, l’estate successiva trovò un discendente diretto nell’Excalibur Spider Flyback Chronograph. Un altro cronografo, questa volta con funzione flyback, che vedeva applicate nella pratica alcune caratteristiche sperimentate nel precedente pezzo unico.

    Realizzato con la cassa XL in carbonio e un total look nero, appena illuminato da flash rossi, quell’esemplare tradiva una chiara ispirazione all’ingegneria delle super-car. Tant’è che nel 2024 conobbe un seguito dedicato alla Lamborghini Squadra Corse, nella palette cromatica della SC63 – Verde Mantis, Nero Noctis e Tricolore -, la vettura con cui la scuderia partecipò alla 24 Ore di Le Mans. In edizione limitata di 88 esemplari, era in vendita come il predecessore esclusivamente nelle boutique monomarca. Quest’anno l’Excalibur Spider Flyback Chronograph ritorna quindi con un nuovo habillage, sempre molto sportivo ma dallo stile meno estremo, più “cittadino”. Con la cassa in oro rosa, come i dettagli sul quadrante, sempre in tiratura limitata di 88 esemplari, ma non più come esclusività boutique.

    Il quadrante multilivello

    Che poi definirlo “quadrante” non sarebbe propriamente corretto, non nel senso letterale del termine: il quadrante vero e proprio è ridotto all’osso, alla flangia periferica in cui si trovano gli indici. Qui invece è sostituito dalla visione dei componenti del movimento, completamente scheletrato e organizzato su diversi livelli. Ma al calibro meccanico arriveremo dopo, gradatamente. Qui preferisco descrivere ciò che si vede dall’esterno, dal cosiddetto quadrante appunto, perché mostra la prima delle innovazioni fondamentali contenute nell’Excalibur Spider Flyback Chronograph. Quindi andiamo oltre i ponti e le strutture architettoniche che lo compongono e guardiamolo con attenzione.

    A ore 6 è evidente la ruota a colonne (ne riparleremo altrove), a ore 3 si trova il bilanciere (idem), a ore 12 si intravvedono i due bariletti, a ore 3 il contatore dei minuti crono… Ecco, ci siamo: il contatore dei minuti crono è molto strano, ha una struttura quasi tridimensionale. I tecnici di Roger Dubuis l’hanno chiamato RMC, acronimo che sta per Rotating Minute Counter (contatore rotante dei minuti), che però non restituisce la complessità della costruzione. Si tratta comunque del primo dispositivo dell’orologio derivato direttamente dal Monovortex Split-Seconds Chronograph, per il quale la Manifattura ha depositato domanda di brevetto. Provo a spiegarvelo in modo semplice, comprensibile a tutti.

    Una complicazione nella complicazione

    L’RMC ha gli indici delle unità fissi (da 0 a 9, con quattro cifre in rilievo) che si leggono sulla destra, lungo un settore di 120°. Invece a sinistra ci sono i numeri delle decine (0-1-2), posti su tre lancette satellite. Immaginiamo di avviare il cronografo: man mano che il tempo passa, i satelliti ruotano in senso orario e, quando si ferma la misurazione, vanno a comporre il numero dei minuti trascorsi. Ma non finisce qui. I satelliti non ruotano in modo complanare: quello che riporta la decina corretta è sollevato rispetto agli altri due (uno visibile, l’altro nascosto), così da indicare più agevolmente la lettura. Per questo motivo la Manifattura definisce l’RMC “di forma isotossale”: un termine che deriva dal greco τοξον e significa arco, proprio come la figura a parabola formata dalla traiettoria di ciascun satellite.

    È chiaro che l’RMC così concepito comporta implicazioni e difficoltà costruttive che si sommano a quelle solite del cronografo, per esempio la collocazione fisica dei componenti aggiuntivi o un maggior consumo di energia rispetto a una semplice lancetta. E poi c’è la complicazione dichiarata già nel nome dell’orologio: la funzione flyback. Che, è sempre bene ricordarlo, abbrevia la normale successione di operazioni del cronografo (avvio – stop – rimessa a zero – riavvio), in modo tale che l’azzeramento e il nuovo avvio siano istantanei. Nata in ambito militare, risulta tuttora utile quando si vogliono misurare degli eventi che avvengono in rapida successione.

    Il calibro RD780SQ

    A questo punto è proprio ora di dare spazio al movimento dell’Excalibur Spider Flyback Chronograph. Ovvero al calibro RD780SQ, versione scheletrata (come le lettere nel nome lasciano intendere) del movimento montato nel modello del 2023 e come quello ovviamente realizzato in casa. In realtà sembra identico al predecessore: sempre a carica automatica e dalla costruzione integrata, come quello presenta alcune particolarità degne di nota. Prima di tutto il dispositivo che controlla le leve del cronografo: la ruota a colonne (cui già accennavo prima). Fra i vari sistemi di gestione delle funzioni crono, sicuramente quello più costoso e raffinato.

    La ruota a colonne aziona il cronografo in maniera fluida e reattiva, e restituisce una sensazione più “morbida” quando si fa pressione sui pulsanti. ln questo caso, poi, ha un innesto verticale, che permette un avvio più preciso del cronografo ed evita oscillazioni o sfarfallamenti della lancetta centrale dei secondi crono. Proprio per questo, i tecnici della Manifattura hanno messo a punto anche un “sistema frenante” SBS, sigla che ricorda quella delle automobili. Qui però sta per Second Brake System ed è un componente integrato nella frizione verticale proprio per dare maggiore stabilità alla lancetta dei secondi. Poco si conosce al riguardo, se non che anch’esso è in attesa di brevetto.

    Altra caratteristica da citare è poi la Cryptodate – o cripto-data, se preferite. Non so se l’avete notata a ore 6, sotto la ruota a colonne. Difficilmente cattura l’attenzione: un po’ per la quantità di elementi presenti sul quadrante, un po’ per come è fatta. L’anello del datario, infatti, non riporta come al solito il numero stampato su fondo bianco o nero. È invece direttamente “ritagliato”, traforato all’interno (non mi stupirei se fosse inciso al laser) con un carattere modernissimo, e poggia su un segmento chiaro per poter essere visualizzato meglio. Niente di tecnologicamente rivoluzionario, certo, ma è comunque un altro dettaglio che contribuisce all’identità dell’Excalibur Spider Flyback Chronograph. Sul quale ci sarebbe ancora molto da dire, riguardo al bilanciere, ai bariletti, alla scala tachimetrica… Ma non vorrei esagerare. Trovate tutto nelle didascalie.

  • Patek Philippe 5370R, il cronografo (sdoppiante) rivisitato

    Patek Philippe 5370R, il cronografo (sdoppiante) rivisitato

    È incredibile. Mi occupo di orologi da quasi trent’anni, eppure mi stupisco ancora ogni volta che vedo la trasformazione di qualche esemplare. Come nel caso del Patek Philippe 5370R, presentato a Watches and Wonders Geneva la scorsa primavera. Che non è affatto una novità – è uscito una prima volta nel 2015 e poi ancora nel 2020 – ma lo sembra proprio, tanto importante è il ruolo dell’estetica… Mi spiego meglio.

    Il nuovo habillage del Patek Philippe 5370R

    Il Patek Philippe 5370R ha seguito il percorso codificato dalle consuetudini dell’orologeria elvetica. Quindi è apparso prima con la cassa in platino, in assoluto il metallo più prezioso, e poi in oro, per ora nella tonalità più calda del rosa. In futuro chissà: sarà probabile vederlo in oro giallo, difficile in oro bianco, praticamente impossibile in acciaio. Perché si tratta di una Grande Complicazione, che la Manifattura ginevrina per tradizione non declina mai nel metallo più comune… .

    Le due versioni del passato, dicevo, avevano entrambe la cassa in platino e si differenziavano per il colore del quadrante in smalto Grand Feu: dapprima nero, poi blu. Risultato: un look estremamente sobrio e formale, certo elegantissimo, ma – a guardarlo col senno di poi – forse un po’ freddo, proprio per lo splendore algido del metallo e per il rigore della monocromia. Ora invece non solo ha la cassa in oro rosa – lega dai toni più ricchi e solari – ma ha anche il quadrante bicolore: sempre in smalto Grand Feu, ma giocato nei toni del panna e del cioccolato.

    Sfumature complementari, che trasmettono sensazioni di chic rilassato e insieme di saldo, potente vigore. Sono certa di non aver mai visto prima un cronografo Patek bicolore, almeno non fra i modelli di produzione contemporanea (se l’effetto è questo, mi auguro che non sarà l’unico). Però ciò che mi ha colpito a Ginevra è stata la consapevolezza di trovarmi davanti a qualcosa di assolutamente nuovo, ma allo stesso tempo inconfondibilmente Patek. Non so se rendo l’idea, è difficile da spiegare. Un senso di modernità ma ugualmente rassicurante. Qualcosa di inedito, ma nato già come “grande classico”.

    Lo smalto Grand Feu

    Ora, il fascino sprigionato dal Patek Philippe 5370R deriva proprio dallo smalto Grand feu del quadrante, me ne rendo conto. Un quadrante realizzato a partire da un disco d’oro, naturalmente. Ma dalla realizzazione complessa, perché è suddiviso in quattro parti: l’anello perimetrale in smalto champlevé, lo sfondo del display, i due contatori per i secondi continui e i minuti crono. Il che significa che ciascun elemento è stato dipinto a mano, ha subito le numerose fasi di lavorazione richieste dallo smalto, e poi assemblato. Fino a comporre l’armonia racchiusa all’interno della cassa.

    Non mi stancherò mai di ripetere le difficoltà implicite nella tecnica dello smalto. I tanti passaggi necessari fra preparazione, trattamento, cottura in forno, ciascuno eseguito più volte prima di arrivare alla finitura finale. E le ripetizioni che amplificano i rischi, li sommano in modo esponenziale. Perché non sai mai come lo smalto reagirà alla temperatura, se ne uscirà integro o si gonfierà, si fessurerà, se il colore sarà quello desiderato… Incognite che si ripetono ancora e ancora per ogni singolo componente. Vita dura quella del maestro smaltatore, che a un certo punto può essere costretto a buttar via ore di lavoro e dover ripartire da capo.

    Il cronografo rattrapante. O meglio sdoppiante

    Alle difficoltà insite nell’habillage però vanno aggiunte quelle della meccanica. Il cronografo à rattrapante, per definizione, è un orologio complicato – difficile da progettare e da realizzare. Perché in pratica è un doppio cronografo – non a caso i tedeschi lo chiamano doppelchronograph -, che permette di misurare eventi che iniziano simultanteamente e finiscono in momenti diversi. Per esempio, i tempi intermedi di una gara su circuito o il taglio del traguardo di diversi concorrenti. È dotato infatti di due lancette dei secondi cronografici che funzionano in sincrono ma, su richiesta, si possono separare per compiere misurazioni differenti. La lancetta centrale dei secondi crono cioè “si sdoppia“: ecco perché in italiano lo si definisce più correttamente “cronografo sdoppiante“.

    Ve la faccio breve. Come in qualsiasi cronografo, premo il pulsante al 2 per far partire la misurazione. Se poi a un certo punto, quando voglio/quando serve, premo il pulsante al 3 coassiale alla corona di carica, una lancetta centrale dei secondi crono si ferma, e ti consente di prendere il tempo. L’altra, invece, continua regolarmente il proprio moto finché non la arresto, come sempre con il pulsante al 2. Infine, una pressione sul pulsante al 4 azzera come al solito tutte le lancette. Ovviamente posso ripetere la sequenza quante volte voglio, e quindi leggere i relativi risultati. Se infatti premo una seconda volta il pulsante sulla corona, la lancetta dei secondi sdoppianti si riallinea a quella che ha continuato a marciare. In francese del resto rattraper significa proprio recuperare, raggiungere, riprendere.

    Va da sé che questa sequenza di operazioni, quando attivata, richiede il consumo di grandi quantità di energia, improvvise e non pianificabili. E la cosa va a influire in un sistema – il cronografo – energivoro (e poco preciso) già di suo. Di conseguenza il dispositivo sdoppiante pone anche problemi di gestione dell’energia, oltre a quelli costruttivi di leve, camme e molle, caratteristici della funzione stessa. Ora, io qui semplifico al massimo il discorso, per questioni di spazio. Ma se andate a rileggere quello che aveva scritto Augusto Veroni a proposito del 5370P con quadrante blu, potrete capire maggiormente la complessità della situazione. E vi chiarirete un po’ le idee.

    Il movimento del Patek Philippe 5370R

    Devo dire che la Maison padroneggia perfettamente la complicazione. Ha firmato il suo primo cronografo à rattrapante da polso nel lontanissimo 1920, quindi ha alle spalle un secolo di esperienza al riguardo. Che ha concentrato proprio nel calibro CHR 29-535 PS montato all’interno del Patek Philippe 5370R, un movimento concepito e fabbricato “in casa”. Presentato nel 2015, è lo sviluppo dell’omonimo calibro cronografico “semplice” lanciato nel 2009, cui appunto è stata aggiunta la funzione sdoppiante dotata di una serie di migliorie. Ed è un movimento cronografico à rattrapante definito “a due tempi”, per distinguerlo dal cronografo monopulsante à rattrapante “a tre tempi”. In quest’ultimo le tre funzioni del cronografo si attivano con il pulsante e integrato nella corona e con l’apposito pulsante per la funzione sdoppiante.

    Per saperne di più sono andata a recuperare i documenti ufficiali divulgati da Patek nel 2015, in cui era descritto come “un connubio di tradizione e innovazione”. Qui sotto vi riporto qualche stralcio, così da farvi conoscere le innovazioni (brevettate) e le ottimizzazioni: “Il collegamento con il passato lo si legge nell’architettura di base con carica manuale, comando con ruote a colonne e innesto orizzontale a ruote, che per numerosi appassionati di meccanica orologiera rimane il nec plus ultra del cronografo”. I meno tecnici dei nostri lettori, cui non interessano i dettagli costruttivi, possono saltare il prossimo paragrafo e passare direttamente all’ultimo. Le righe che seguono sono riprese pari pari dalla cartella stampa.

    Informazioni tecniche

    • Le ruote d’innesto sono dotate di profili brevettati dei denti che aumentano il rendimento nella trasmissione dell’energia e riducono l’usura.
    • La regolazione della penetrazione tra le ruote d’innesto non viene effettuata, come di consueto, mediante un eccentrico posto a fianco della bascula d’innesto, bensì, molto più precisamente e semplicemente, grazie a un grande “cappello eccentrico” posizionato sopra la ruota a colonne all’estremità della bascula d’innesto.
    • I martelli di azzeramento autoregolanti, che ruotano “tra rubini”, riducono il bisogno di manutenzione.
    • La leva di blocco (per arrestare il mobile del cronografo) è direttamente sincronizzata con la bascula d’innesto.
    • La camma del contatore dei minuti è traforata in modo da ammortizzare gli urti durante l’operazione di azzeramento, invece di bloccare bruscamente la lancetta del cronografo e la lancetta sdoppiante.

    Le novità a livello del meccanismo sono accompagnate da innovazioni che riguardano esclusivamente la funzione sdoppiante:

    • Un isolatore innovativo per la leva della rattrapante separa il mobile della rattrapante da quello del cronografo, quando la lancetta sdoppiante viene fermata per indicare un tempo intermedio. E ciò evita inutili frizioni e non incide sull’ampiezza del bilanciere quando la lancetta sdoppiante è ferma.
    • La leva della rattrapante con rullo tra due superfici piane garantisce il posizionamento perfetto delle lancette del cronografo e della rattrapante quando queste si trovano sovrapposte.

    Conclusioni

    Concludo come d’abitudine con alcune informazioni pratiche. Il Patek Philippe 5370R è andato a sostituire le precedenti versioni in platino, ormai fuori catalogo. Non è in tiratura limitata, ma in produzione limitata, nel senso che la quantità è naturalmente circoscritta dalle capacità pratiche di produzione. Costa 291.057 euro, più o meno quanto un appartamento di un certo tipo. Un prezzo elevato, siamo tutti d’accordo, che solo pochi fortunati si possono permettere. Ma che andrà a rivalutarsi nel tempo, come tutti i complicati di Patek Philippe, questo è certo. Così come è sicuro che ad acquistarlo saranno quei collezionisti che non solo hanno le capacità economiche, ma soprattutto la cultura orologiera per comprenderlo.

  • Classique Tourbillon Sidéral e il doppio anniversario di Breguet

    Classique Tourbillon Sidéral e il doppio anniversario di Breguet

    Il 26 giugno scorso, Breguet ha presentato il nuovo Classique Tourbillon Sidéral 7255. Non un giorno qualsiasi, ma il 224° anniversario del brevetto del “regolatore a tourbillon”, depositato da Abraham-Louis Breguet proprio il 26 giugno 1801 (o meglio il 7 Messidoro dell’anno IX, secondo il calendario repubblicano allora in vigore). E non un orologio qualsiasi, ma il quarto esemplare lanciato dalla Maison per celebrare il 250° anniversario dalla fondazione – dopo il Type XX Chronograph 2075, il Tradition Seconde Rétrograde 7035 e il Classique Souscription (qui elencati a ritroso, dal più recente in poi).

    Quindi ecco arrivato il tanto atteso tourbillon – quello che tutti si aspettavano, su cui tutti favoleggiavano. Anche se è probabile che non sarà l’unico in quest’anno di celebrazioni… Ma, al di là delle scommesse sul futuro, il nuovo Classique Tourbillon Sidéral colpisce per come è stato sviluppato. Non solo – secondo me – in modo superiore alle aspettative, ma diverso da qualsiasi altro tourbillon prodotto finora da Breguet. Spiazzante, direi, senza accezioni negative. Perché è un tourbillon volante, misterioso e siderale, appunto. Cerchiamo di capire cosa vuol dire tutto questo.

    Il tourbillon…

    Cosa sia un tourbillon lo sanno tutti, ma vale sempre la pena ricordare con parole semplici di cosa si tratta. In pratica è un dispositivo inventato per compensare gli errori e le fluttuazioni di funzionamento di un orologio. Provocati dalla forza di gravità che esercita influssi negativi sul bilanciere, ne compromettono la regolarità di marcia. Discorso valido soprattutto per gli esemplari da tasca, generalmente posti in posizione verticale. Il problema sta nella messa a punto e nella perfetta equilibratura del tourbillon, che fa lievitare i costi di realizzazione.

    Inventato proprio da Abraham-Louis Breguet, al cui nome resta indissolubilmente legato, il tourbillon consiste nel montare l’organo regolatore (intero scappamento più sistema bilanciere/spirale) in una piattaforma mobile, chiamata “gabbia” in gergo tecnico, che compie una completa rotazione su sé stessa in un determinato periodo di tempo (di solito un minuto, ma anche di più). Gli errori, che si riproducono regolarmente in modo ciclico, si annullano l’un l’altro a ogni rotazione completa. Gli orologi con tourbillon quindi sono teoricamente più precisi.

    …volante

    Chi ci segue costantemente dovrebbe sapere anche cos’è un tourbillon volante. Un’invenzione che non risale ad Abraham-Louis Breguet ma è molto più recente: è stata ideata poco più di un secolo fa, nel 1920, dall’orologiaio tedesco Alfred Helwig, docente della scuola di orologeria di Glashütte. In pratica è un’evoluzione del tourbillon, da cui si differenzia perché ha la gabbia fissata solo alla base, sulla platina.

    Privo del ponte superiore, permette la visione completa del moto rotatorio del tourbillon stesso, che sembra quasi librarsi nell’aria – da qui l’aggettivo volante. In questo modo, però, la costruzione del tourbillon (già di suo difficile da realizzare) si fa ancora più complessa, perché pone problemi di bilanciamento e di “costituzione” della gabbia stessa, che deve essere comunque robusta, leggera e finemente regolabile. Insomma, un virtuosismo dal mero scopo estetico.

    …misterioso e siderale

    In orologeria si chiamano misteriosi quegli esemplari in cui alcuni componenti “strategici” rimangono invisibili, così che non si capisca – anzi sembri proprio inspiegabile – come il moto del calibro possa essere trasmetto agli organi in questione. Celebri, per esempio, le pendulette mystérieuse di Cartier in cui le lancette sembrano fluttuare nel vuoto – mentre in realtà sono fissate a un disco in cristallo di rocca, a sua volta collegato al movimento posto nella base, tramite un asse verticale.

    Nel Classique Tourbillon Sidéral 7255 di Breguet, invece, a essere misterioso è il tourbillon. Nel senso che il ponte della gabbia del tourbillon, così come la base su cui è fissata, sono in vetro zaffiro, reso ancora più invisibile da un rivestimento di superficie. E, poiché il punto di contatto con il treno del tempo è sfalsato rispetto all’apertura del tourbillon e rimane nascosto dal quadrante, l’effetto di sospensione nel nulla risulta ancora più riuscito.

    L’ultimo aggettivo, quel siderale che appare anche nel nome, richiama invece un contesto astronomico evocato anche dallo splendido quadrante in smalto avventurina – di cui parleremo poi. In realtà, come spiega la letteratura ufficiale, il rimando agli astri ha anche un valore semantico. In francese, tourbillon vuol dire turbine, vortice. Fu Blaise Pascal – il grande filosofo/matematico vissuto fra il 1623 e il 1662 – a definirlo “sistema materiale animato da un moto rotatorio”. Da qui, per estensione, il concetto passa ai sistemi planetari e quindi all’intera astronomia.

    L’estetica del Classique Tourbillon Sidéral 7255

    Bene. Fatte le indispensabili spiegazioni, passo finalmente alla descrizione dell’orologio. Il Classique Tourbillon Sidéral 7255 ha la cassa di 38 mm di diametro realizzata, come quella degli altri esemplari dell’anniversario, in oro Breguet. Una lega – ne abbiamo scritto più volte – composta al 75% da oro e per l’altro 25% da argento, rame e palladio. Più calda dell’oro giallo ma più delicata (dal punto di vista cromatico) dell’oro rosso, prende ispirazione dal colore del metallo prezioso utilizzato proprio all’epoca di Abraham-Louis Breguet. Ed è quindi un ulteriore omaggio all’epoca di fondazione della Casa.

    Ma quello che colpisce esteticamente è il quadrante, un frammento di cielo notturno riprodotto con l’antica tecnica dello smalto Grand Feu. Quindi, anche se in apparenza sembra una lastra di pietra avventurina (una varietà di quarzo ricca di inclusioni di mica), in realtà è un disco fatto sempre di oro Breguet e rivestito di vetro. Il vetro avventurina, secondo la leggenda, prende nome dalla casualità dell’invenzione, capitata “per ventura“. Si racconta, infatti, che nella Venezia del XVII secolo un vetraio di Murano fece cadere per errore nella pasta vitra in lavorazione delle pagliuzze di rame, scarti di limatura. E il risultato fu proprio un tipo di vetro simile alla volta celeste trapunta di stelle.

    Il quadrante in smalto avventurina

    Nel caso del quadrante del Classique Tradition Sidéral 7255, il vetro avventurina è utilizzato come smalto, con un processo artigianale lungo e laborioso che prevede numerosi passaggi. Prima il vetro deve essere ridotto in polvere – ma la polvere deve essere composta da grandi più grandi del solito. Dopo di che la polvere è miscelata con acqua fino a diventare pasta, che viene stesa a mano sulla base metallica, con un pennellino.

    Poi il quadrante subisce un primo passaggio in forno, a una temperatura superiore a 800°C. E l’operazione è ripetuta fino a cinque volte, per ottenere l’intensità cromatica desiderata. Ma ogni volta è rischiosa, perché la cottura dello smalto non è mai scontata e il risultato finale è sempre un’incognita. Se qualcosa va storto, l’intero lavoro è vanificato: il quadrante va gettato via e si deve ricominciare tutto daccapo.

    Il Calibro 187M1

    Per passare alla meccanica, il Classique Tradition Sidéral 7255 monta un movimento che prende ispirazione da quello montato nel primo orologio da polso con tourbillon realizzato da Breguet nel 1988, il Classique 3350. Stessa carica manuale, stessa architettura “a pieno ponte”, stesso metodo di decorazione artigianale. Il nuovo Calibro 187M1, mostrato attraverso il grande oblò in vetro zaffiro sul fondello, rivela però il diverso guillochage, che qui è il motivo Quai de l’Horloge, inventato appositamente per l’anniversario. Da notare sul retro l’apertura del tourbillon: perché anche qui il vetro zaffiro che circonda la base in oro – anch’essa guilloché – fa sì che davvero il dispositivo sembri sospeso nel vuoto…

    Merita un cenno anche l’architettura del movimento, interamente incentrata sul tourbillon, messo in risalto anche dalla posizione sopraelevata. Il tourbillon appare infatti sollevato rispetto alla platina: sporge da quest’ultima di 2,2 mm e di 0,9 mm dal quadrante. Lo spessore del tourbillon raggiunge i 7 mm e definisce il volume dell’intero movimento. E quindi lo spessore della cassa, che è di 10,2 mm.
    Elenco le principali caratteristiche meccaniche nelle didascalie. Vale la pena però citare almeno due dati. La frequenza “lenta” e costante del bilanciere: 18.000 alternanze orarie, che richiamano gli orologi da tasca d’antan. E la spirale in Nivachron™: brevettata, antimagnetica, colorata di blu così da spiccare maggiormente all’interno del bilanciere.

    Classique Tourbillon Sidéral: conclusioni

    Le cose da dire sul Classique Tourbillon Sidéral 7255 sarebbero ancora parecchie, ma mi fermo qui con le ultime informazioni necessarie. La complessità di costruzione del movimento e le difficoltà di fabbricazione del quadrante portano necessariamente la Maison a produrre pochi esemplari: solo 50, per l’intera distribuzione mondiale. Oltre che dal numero ridotto, l’esclusività è sottolineata dal prezzo: 225.900 euro.

    Ci troviamo di fronte a uno di quegli orologi che meriterebbero davvero di essere visti dal vivo: ammirato, toccato e provato, proprio per capire cos’è l’alta orologeria. Ma la tiratura limitata impedisce di farlo: in ciascuna boutique della Casa, a livello globale, arriveranno prossimamente pochi, pochissimi pezzi. Ciò non toglie che i fortunati italiani interessati all’acquisto possano comunque rivolgersi alla boutique di via Montenapoleone 19, a Milano. A noi comuni mortali non resta che visitare il sito ufficiale. E rosicare…

  • Calatrava 6196P, Patek Philippe e la tradizione di domani

    Calatrava 6196P, Patek Philippe e la tradizione di domani

    Non è un segreto: ho un debole per il Calatrava. Quindi faccio fatica a non farmi coinvolgere, a mantenere la giusta obiettività, di fronte a qualsiasi pezzo della storica collezione di Patek Philippe. Ancora di più se si tratta di un esemplare come il nuovo Calatrava 6196P, visto (e provato) a Watches and Wonders Geneva, la scorsa primavera. Perché ha un’impostazione “classica”, la mia preferita: cassa in platino, stile essenziale, quadrante pulito con i piccoli secondi, color salmone. Ma allo stesso tempo ha anche una nuova meccanica: grande, performante, curatissima. Un mix equilibrato di vintage e contemporaneità, purtroppo inaccessibile alle mie tasche (costa 47.520 euro). Ma se non posso averlo fisicamente, posso almeno farlo mio mentalmente: intendo dire, studiarlo, conoscerne la storia, apprezzarne i dettagli. E non è poca cosa: la cultura non è mai una magra consolazione…

    Calatrava ieri e oggi

    Dicevo dell’impostazione “classica”, perché ai nostri giorni c’è Calatrava e Calatrava. Mi spiego: nell’ultimo decennio la collezione ha conosciuto vari sviluppi e si è differenziata in diversi modelli, anche complicati. Dal Pilot uscito nel 2015 al Calendario settimanale del 2019, dal 24 Ore Travel Time del 2023 fino all’8 Giorni presentato sempre quest’anno, per citarne solo alcuni. A dispetto delle molte anime e molteplici configurazioni, comunque, il Calatrava resta l’archetipo del dress watch, la quintessenza dell’eleganza maschile da polso, il simbolo di un gusto intramontabile. Perché così è nato, nel 1932.

    Dopo la crisi del ’29, durante la Grande Depressione, anche Patek Philippe conobbe un periodo di difficoltà finanziaria. Fu quindi acquistata da Charles Henri e Jean Stern, proprietari della Fabrique de Cadrans Stern Frères che era tra i fornitori della stessa Manifattura. Per risollevarla, i due fratelli pensarono di realizzare un esemplare semplice che potesse ampliare la clientela e conquistare il grande pubblico, per andare oltre l’élite di collezionisti alla James W. Packard o Henri Graves. Crearono così il Calatrava, ispirato ai principi della scuola tedesca del Bauhaus, secondo cui “la forma di un oggetto è dettata dalla sua funzione”. La cassa, quindi, doveva essere rotonda, perché tutto in un orologio segue un moto circolare: i ruotismi, il bilanciere, la molla nel bariletto, la corona, le lancette…

    La Referenza 96 e i suoi eredi

    Fra i primi modelli si affermò la Referenza 96, che ebbe un ruolo fondamentale nel futuro della collezione perché dettò lo stile delle generazioni successive di Calatrava. Cassa di 31 mm, tripartita (una novità, per l’epoca), quadrante privo di orpelli per non distogliere l’attenzione dalle funzioni, lunetta piatta, anse integrate alla carrure… Caratteristiche diventate codici di stile, che andranno a influenzare l’intera storia del design orologiero. La Referenza 96 rimase in produzione per più di 40 anni, e con il trascorrere del tempo diede vita a innumerevoli modelli. Fu realizzata in diversi metalli (dall’acciaio a tutte le tonalità dell’oro fino al platino) e conobbe piccoli ma sostanziali cambiamenti (la lunetta, per esempio, di volta in volta diventò più arrotondata, guilloché Clous de Paris, incastonata di diamanti). Ma rimase sempre fedele alla purezza e alla discrezione originari.  

    Un’eco della Referenza 96 si ritrova nella storica 5196, in catalogo dal 2004 fino al 2021, di cui il Calatrava 6196P è il discendente diretto. Lo si evince anche dal nome, ma basta un’occhiata per cogliere le affinità. Stessa configurazione del quadrante – con indici obus (dal francese, obice) sfaccettati, lancette dauphine e piccoli secondi al 6 -, stessa lunetta liscia, lucidata a specchio. Diverso però il movimento. Quel progenitore montava il calibro 215 PS: a carica manuale, sottilissimo (2,55 mm di spessore), vantava il prestigioso Punzone di Ginevra. Tuttavia era nato del 1975 ed era costruito con i criteri e le tecnologie dell’epoca. Mentre il Calatrava 6196P ha conosciuto un upgrade meccanico che fa la differenza. Ma andiamo con ordine e vediamo com’è fatto l’intero orologio.

    Il volto del Calatrava 6196P

    Cominciamo dalla cassa in platino, con la lunetta lucida e i fianchi satinati. Misura 38 mm di diametro (un millimetro in più rispetto alla Ref. 5196) e ha uno spessore di 9,33 mm (ma diverse proporzioni: il precedente si fermava a 6,8 per via del movimento). Ma soprattutto il colore: caldo, solare, che va a stemperare il rigore dell’algido metallo. Noi lo definiamo “salmone” per abitudine, perché è una tendenza dell’orologeria contemporanea legata alla moda del neo-vintage o modern-rétro che dir si voglia. Ma Patek non lo chiama così, perché si rifà alla tradizione, e usa un più corretto “opalino dorato in oro rosa”.

    Su questo sfondo, lancette e indici antracite risaltano con una bella contrapposizione cromatica. L’abbinamento rosa & nero però non è una peculiarità solo del Calatrava 6196P: lo si ritrova anche negli altri Patek “salmone” attualmente in catalogo. Penso al Cronografo 5172G, o alle versioni di Calendario Perpetuo, il 5236P in linea o il 5320G (di cui ci occuperemo presto). Ma in questo caso l’assenza di complicazioni rende il contrasto più efficace e d’impatto. Da sottolineare la presenza discreta del contatore dei piccoli secondi, la cui posizione a ore 6 si differenzia in modo netto da quella della Ref. 5196 proprio perché il Calatrava 6196P monta una nuova meccanica.

    Il nuovo calibro 30-255 PS

    Presentato nel 2021, il nuovo calibro 30-255, qui allestito con i piccoli secondi (PS), è facilmente sintetizzato come un movimento meccanico a carica manuale di ultima generazione. Perché ha tutte le carte in regola per rispondere alle prestazioni richieste dal pubblico attuale. Prima di tutto, dimensioni ben studiate: 31 mm di diametro per 2,55 mm di spessore, che lo rendono adatto a una cassa di 38/40 mm di diametro. Poi, un’autonomia di 65 ore, garantita da un due bariletti che lavorano in parallelo. La spirale in silicio, antimagnetica e insensibile alle escursioni termiche. Infine un bilanciere dall’inerzia elevata, a dispetto dei 4 Hz di frequenza.

    Rispetto al precendente calibro 215, il movimento è stato totalmente re-ingegnerizzato. Il diametro maggiore ha consentito una risistemazione in orizzontale dei componenti, razionale e calibrata, così da mantenere lo spessore estremamente limitato. La maggiore disponibilità di spazio ha permesso l’introduzione di un doppio bariletto, in cui le ruote a cricchetto sono nascoste sotto i ponti dei bariletti stessi. Tra i due si trova una ruota intermedia aggiuntiva, che ingrana con il pignone centrale e tiene distanziata la seconda ruota del treno del tempo dalla ruota del cricchetto dei bariletti.

    Ricordo che il doppio bariletto non serve solo a fornire una più lunga autonomia, ma garantisce una curva della coppia più stabile ed elevata e un miglior rapporto di trasmissione fra i bariletti e il pignone centrale, quindi va a influire positivamente sulla costanza di marcia. Stesso discorso per la spirale in silicio, i cui effetti sono ben noti – a dispetto della scarsa considerazione con cui è tenuta dai puristi della meccanica. E per il bilanciere ad alta inerzia, oltretutto più resistente a eventuali perturbazioni o urti accidentali. Il tutto si traduce in una migliore cronometria, che al minimo rispecchia i criteri del Sigillo Patek Philippe (-3/+2 secondi al giorno), ma secondo alcune fonti in Rete dai risultati anche migliori (-1/+2).

    In definitiva il calibro 30-255 PS è un movimento progettato con l’obiettivo della stabilità e dell’affidabilità. Ed è definito da soluzioni tecniche eleganti, anche se complesse dal punto di vista della costruzione, sempre mirate al miglior potenziale cronometrico possibile.

    Il Calatrava 6196P proiettato nel futuro

    Per come la vedo io, il nuovo Calatrava 6196P potrebbe essere il capostipite della futura generazione di Calatrava. Con il nuovo movimento, e proporzioni rinnovate, sembra destinato a rimanere a lungo in catalogo, se segue le orme della precedente 5196. Dopo questa versione in platino, me lo aspetto declinato nelle diverse leghe d’oro – bianco, giallo o rosa. Abbinato ad altre scelte cromatiche per il quadrante, anche se sempre nel solco della tradizione: argenté, nero, blu… Non so se si arriverà a vedere un Calatrava verde, turchese o bordeaux, ma mai dire mai. La collezione è trasformista di suo, non sappiamo come potrà diventare…

  • Berios, il ritorno in chiave NOS. Almeno per ora

    Berios, il ritorno in chiave NOS. Almeno per ora

    Lo ammetto: fino a qualche anno fa, non conoscevo il marchio Berios. L’ho scoperto dopo la morte di mia madre, quando ho trovato alcuni orologi di mio padre dimenticati nel cassetto di un vecchio comò, nella casa di campagna. Una piccola raccolta di pezzi vintage che comprendeva fra l’altro un paio di Berios in acciaio, tipici degli anni Settanta: cassa tonneau, quadrante argenté, indici sfaccettati, vetro bombato in plexi, bracciale a chicchi di riso. Due esemplari abbastanza simili, uno dei quali mi colpisce perché ha la funzione day-date “splittata” in due finestrelle separate e opposte: la data a ore 3 e il giorno della settimana (in italiano) a ore 9. Curioso. Lo rimetto all’ora, provo a caricarlo e… funziona! Incredibilmente, perché saranno quasi cinquant’anni che nessuno lo usa. Decido che merita una revisione e me lo porto via.

    Quattro decadi di storia

    Nei giorni successivi mi metto a indagare sul Marchio, ma in Rete trovo ben poco. Non che mi aspettassi granché: Internet, si sa, ha la memoria corta, non conosce la storia recente ed è spesso inattendibile. I forum di orologeria riportano qualche informazione contraddittoria. C’è chi sostiene che il nome derivi da quello di un orologiaio bresciano, Bertoli José. Chi invece ne fa risalire le origini alla Thuya, azienda fondata nel 1924 da A.&.A. Gilomen a Lengnau (vicino a Grenchen, cantone di Berna), che produceva orologi con diversi marchi – fra cui Berios, appunto, e la più famosa Delma, lanciata nel ’52.

    Mi è sembrato quindi un segno del destino quando sono stata contattata, qualche mese fa, dall’attuale proprietà di Berios. Che mi ha svelato l’arcano: il Marchio era stato effettivamente brevettato a Milano, e la domanda depositata il 4 giugno 1960 da José Bertoli. La signora José Bertoli – e sottolineo il genere –, titolare dell’omonima orologeria/gioielleria di Brescia. Sicuramente una donna speciale, ho subito pensato, per riuscire a imporsi con un proprio Brand nell’industria delle lancette di oltre 60 anni fa. Ma non divaghiamo. Secondo i certificati di garanzia dell’epoca, la produzione era invece dislocata a La Chaux-de-Fonds – che in quanto patria dell’orologeria di tradizione non ha certo bisogno di presentazioni…

    Sta di fatto che per una quarantina d’anni Berios funziona, con una produzione limitata fatta di piccole serie. Ha una buona rete di distribuzione, rappresentanti in tutte le regioni italiane, un catalogo vasto – si parla di una media di 45 referenze all’anno, da uomo e da donna –, un buon rapporto qualità/prezzo. E si guadagna un’ottima reputazione fra gli appassionati. Negli anni Ottanta, poi, la società passa in mano agli eredi. Sono loro a stringere una collaborazione con Squale, da cui scaturiscono esemplari subacquei che aumentano la notorietà del Brand. E sono sempre loro a chiudere l’attività, all’inizio degli anni Duemila – anche se i motivi non sono noti. Nel 2010 decade quindi la registrazione del Marchio.

    La rinascita: Berios Vintage Watch

    E arriviamo ai nostri giorni. Nel 2018, Fabrizio Vallesi, proprietario di un negozio di orologi e gioielli nelle Marche, in passato rivenditore di Berios, lo registra di nuovo per trasformarlo in un marchio di strumenti per le immersioni. Ma l’idea non va in porto (per la cronaca, Vallesi oggi è l’anima del microbrand Officina Subacquea). Nel 2023, quindi, il Marchio passa nelle mani della famiglia Cioli, già attiva nel settore dei cronometri elettronici professionali, e va a costituire il nucleo del Gruppo Berios. Inatteso il passaggio successivo. L’acquisizione porta in corredo parte della produzione d’epoca, rimasta invenduta in magazzino. Un piccolo tesoretto trasformato in una fornitura di NOS. L’acronimo (è mio dovere spiegarlo per i pochi che non lo conoscono) sta per New Old Stock, ovvero orologi nuovi di fabbrica, mai venduti e mai indossati, anche se ormai fuori produzione.

    Nasce così Berios Vintage Watch, un progetto cui Marcello e Franca Cioli si dedicano con trasporto e attenzione, curando ogni aspetto: dal packaging al profilo Instagram, ma soprattutto dalla revisione alla garanzia di ciascun esemplare. Testimoni del gusto e della tecnica d’antan, gli orologi di Berios Vintage Watch saranno ufficialmente presentati al pubblico dei collezioni nella prossima edizione di Chrono Follia, organizzata domenica 15 giugno allo Sheraton di Padova. Poi, chissà… Qui in redazione facciamo il tifo per vedere le prossime evoluzioni del Marchio. Accanto a Berios Vintage Watch, quindi, auspichiamo lo sviluppo di una nuova produzione attuale, che faccia onore alla storia di Berios e lo trasporti nel Nuovo Millennio. Teniamo le dita incrociate. Nel caso, vi terremo aggiornati…

  • Classics Manchette, Frederique Constant fra rock e rétro

    Classics Manchette, Frederique Constant fra rock e rétro

    Manchette, in francese, significa polsino. Ed è una parola usata, in genere, in gioielleria per indicare un alto bracciale rigido – dai 4 ai 10 centimetri – che riveste l’intero polso. Nel mondo della lancette, invece, l’orologio a manchette è un particolare modello con la piccola cassa integrata, o meglio inglobata nell’ampio bracciale morbido. Un accessorio di moda soprattutto fra la seconda metà degli anni Novanta e la prima metà dei Duemila, presente nelle collezioni di tante blasonate maison. Ne ricordo alcuni: Chaumet Khésis, Baume&Mercier Catwalk, Cartier Panthère Ruban e l’insolito Chanel Chocolat (con affissione digitale), tutti ormai usciti di produzione. L’unico sopravvissuto, sempre rimasto in catalogo, è il Patek Philippe Twenty~4. Almeno finora: perché oggi è tornato in vita il Frederique Constant Classics Manchette.

    Più di una ventina di anni fa…

    La versione originale del Manchette di Frederique Constant uscì proprio nei primi anni Duemila e rispondeva perfettamente all’archetipo dell’orologio a manchette dell’epoca. Un esemplare-gioiello pratico ed essenziale, prezioso ma non troppo, perfetto in ufficio come in discoteca, così eclettico da poter essere indossato a qualsiasi ora e in tutte le occasioni. Generalmente realizzato in acciaio (l’oro era un’eccezione e prese piede più tardi), spesso incastonato di diamanti, era sempre animato da un piccolo movimento al quarzo, preciso e affidabile. Un genere di orologio che le donne di solito compravano per loro stesse, espressione di una femminilità forte e determinata, consapevole del proprio stile e del proprio fascino.

    Così era anche il Manchette di Frederique Constant. Anch’esso in acciaio, appunto, aveva il bracciale flessibile e avvolgente, formato da sette file fitte di elementi a base quadrata ma dai volumi arrotondati. All’interno, sottolineato dalla lunetta lucida, si stagliava un piccolo quadrante quadrato, con i numeri arabi ai quarti alternati a indici di diamanti, e la zona centrale decorata da motivi geometrici. Super-femminile, dalla bellezza metallica e quasi “morbido” al tatto, come i suoi omologhi del tempo era lontanissimo dalle linee tradizionali dell’orologio per signora. Un simbolo di modernità, un’affermazione di personalità per donne in carriera, fiere e sicure di sé.

    Il nuovo Classics Manchette

    Oggi Frederique Constant ha messo ancora in produzione quell’esemplare storico, in una versione fedele all’originale anche se opportunamente aggiornata con piccoli ritocchi estetici che ne accentuano l’aspetto prezioso. Per esempio, il bracciale in acciaio del nuovo Classics Manchette è sempre composto da 7 file di elementi di base quadrata ma dalle linee più geometriche, a tronco di piramide, collegate a due a due. Che a me ricordano il taglio carré di certe gemme di colore, ma anche la forma dei quadrotti delle tavolette di cioccolato… comunque qualcosa di goloso. Ad accentuare la definizione di ciascun componente c’è anche la finitura lucida sui quattro lati, ma spazzolata in senso verticale sulla sommità.

    Oltretutto, il bracciale del nuovo Classics Manchette è dotato di una fibbia déployante che, una volta chiusa, diventa praticamente invisibile. Anche sul retro, quindi, non si trova alcuna soluzione di continuità, solo una superficie ininterrotta di maglie tutte uguali. Dopo averlo provato fisicamente (a Ginevra, durante Watches and Wonders, dove è stato presentato in anteprima), posso assicurarvi che il bracciale è flessibile e segue in modo sinuoso le curve del polso. E non solo è estremamente leggero e avvolgente, ma è anche piacevolissimo al tatto.

    Quattro versioni e relativi prezzi

    Come in passato il quadrante mantiene linee quadrate ed è perfettamente inserito all’interno del bracciale, ma nel nuovo Classics Manchette è declinato in quattro varianti. In quella più essenziale è bianco, mat, con i numeri romani suddivisi a tre a tre lungo i diversi lati. Poi ci sono due referenze con il quadrante in pietra dura, malachite e onice, quindi verde screziato o nero intenso. Infine un’ultima versione ha il quadrante interamente tempestato di diamanti, montati anch’essi in file allineate a formare un pattern quadrato. Cambiano di conseguenza i prezzi. Nell’ordine, si passa dai 1.295 euro per il modello più basic, ai 1.895 per quelli col quadrante in pietra fino ai 4.295 dell’esemplare più prezioso. Devo aggiungere che tutte le referenze montano un movimento al quarzo Swiss made, dotato di una batteria a lunga durata, da sostituire ogni cinque anni.

    L’impressione che si ricava fin dal primo sguardo è quello di trovarsi davanti a un modernissimo orologio-gioiello, privo di qualsiasi leziosità, perfino nella versione full pavé. Sarà per la grafica pulita del quadrante, sarà per il colore deciso delle pietre dure o per l’incastonatura scandita dei diamanti, sta di fatto che il Classics Manchette è un esemplare d’impatto. In tutte le referenze, veste il polso con un mood deciso, aggressivo quanto basta per farsi notare ma senza eccessi. Se dovessi sintetizzarlo in poche parole, lo descriverei come una polsiera metallica fatta di borchie e scintillante di luci, un po’ rock e tanto glam. Non per niente lo slogan creato da Frederique Constant recita: Time to Be Bold…

  • Tradition Seconde Rétrograde 7035, Breguet continua a far festa

    Tradition Seconde Rétrograde 7035, Breguet continua a far festa

    Un traguardo importante quello dei 250 anni. Lo festeggia in questo 2025 Breguet, che fino a dicembre continuerà a lanciare esemplari dedicati appunto all’anniversario. Il primo è stato il Classique Souscription, presentato il mese scorso. Ora è la volta del Tradition Seconde Rétrograde 7035, che di quel precente è un po’ il seguito ideale, come vedremo poi. E già fin d’ora sembra logico ipotizzare che tutti gli orologi celebrativi in uscita vorranno ripercorrere la storia della Casa. Rendere omaggio ad Abraham-Louis Breguet e alle sue invenzioni, ma anche al passato più recente della Maison da lui fondata. In un modo o nell’altro, per tappe, senza seguire un ordine cronologico quanto piuttosto logico. O almeno, così mi sembra di intuire.

    La collezione Tradition

    Uscita vent’anni fa, la collezione Tradition prende dichiaratamente ispirazione dagli “orologi da sottoscrizione” – proprio come il Classique Souscription. Erano esemplari da tasca dall’architettura semplice, privi di complicazioni: costruiti dal Maestro negli anni Novanta del ‘700, furono promossi nel 1796 con un dépliant pubblicitario ante litteram, che ne spiegava il sistema di pre-vendita tramite acconto (per usare parole di oggi). Poi, nel 1799, la stessa costruzione meccanica servì come base per i cosiddetti “orologi a tatto“, che permettevano di conoscere l’orario toccando una lancetta a freccia posta all’esterno della cassa e gli indici sulla carrure.

    Mix di questi due tipologie storiche, la collezione Tradition fin dagli esordi si distingue proprio per come è fatta: sposta la visualizzazione di ore e minuti in un piccolo quadrante decentrato per mettere in mostra i principali componenti del movimento ben in vista sulla platina. Il primo modello, del 2005, ha la cassa in oro giallo e il movimento meccanico a carica manuale con indicazione dell’autonomia residua (referenza 7027). Mentre l’anno dopo esce con la cassa in oro bianco e il movimento automatico con la stessa piccola complicazione (ref. 7037). Così, la collezione rivela subito grandi doti di trasformismo – e nel corso degli anni acquisisce diverse funzioni. Via via ecco dunque il Tradition con doppio fuso orario, con tourbillon, in versione cronografo, con datario retrogrado…

    Tradition Seconde Rétrograde: due modelli a confronto

    Risale al 2015 la referenza 7097, tuttora in produzione. Un modello con la lancetta dei secondi ad andamento retrogrado, che si può considerare a pieno diritto il predecessore dell’attuale Tradition Seconde Rétrograde 7035. Anche se i due esemplari hanno molteplici differenze. A cominciare dalla cassa: realizzata in oro bianco con un diametro di 40 mm nel 7097, nel 7035 misura 38 mm ed è in oro Breguet. Una lega esclusiva, sviluppata appositamente per il 250° anniversario: già apparsa nel Classique Souscription, è composta per il 75% di oro e per l’altro 25% di argento, rame e palladio.

    Diverso è anche il quadrante decentrato, che nella ref. 7097 è semplicemente in oro argentato e decorato a mano con un guilloché a Clou de Paris. Nella ref. 7035 invece presenta una decorazione personalizzata, un tipo di guillochage chiamato Quai de l’Horloge, in omaggio alla strada parigina in cui si trovava l’atelier del fondatore, aperto nel 1775 sull’Ile de la Cité. Il motivo – fanno sapere dalla Casa Madre – prende ispirazione dai bracci della Senna così come risultano dal Plan de Turgot, una celebre mappa della Città creata proprio nel XVIII secolo e oggi conservata al Louvre. Si tratta di una veduta prospettica commissionata dal Capo della municipalità parigina Michel-Etienne Turgot (1690/1751) a un artista, il maestro incisore Louis de Bretez, e che oggi è considerata una delle più belle mappe di Parigi mai eseguite.

    Del resto, va detto che il guillochage è uno dei mestieri d’arte di cui la Maison Breguet va più fiera. Ma oltre a essere finemente inciso a mano, il quadrante del Tradition Seconde Rétrograde 7035 è anche rivestito di smalto Grand Feu traslucido blu. Blu Breguet, naturalmente: quella specifica sfumatura che contraddistingue gli esemplari della Casa, diventata nel tempo uno dei codici stilistici più emblematici. Una tonalità che qui assume riflessi più o meno profondi proprio grazie all’incisione sottostante. Il blu comunque tinge anche la sottile lancetta a bastone dei secondi retrogradi, posta a ore 10. E le viti del movimento: tutte in acciaio azzurrato alla fiamma, nel rispetto della grande orologeria di tradizione.

    Il calibro 505SR

    A proposito della meccanica, il nuovo Tradition Seconde Rétrograde 7035 condivide con la ref. 7097 il movimento: il calibro 505SR. Emblematica della particolare architettura è anche la massa oscillante che presiede la carica automatica, dall’insolita forma a scudo – o a mezzaluna, come la definisce il comunicato ufficiale. Un retaggio degli orologi “perpetui” inventati da Abraham-Louis Breguet, antesignani dei moderni automatici. Nella ref. 7097 la massa oscillante è in oro, nella ref. 7035 è invece in platino – un metallo dal peso specifico elevato, che ne ottimizza le prestazioni. Ma, soprattutto, il calibro 505SR di ultima generazione ha la platina e i ponti interamente in oro Breguet. La finitura grenaillé della platina era già presente nell’altro esemplare, invece i ponti e il coperchio del bariletto ora sono spazzolati.

    E poi c’è la questione della spirale, antimagnetica in entrambi i casi: mentre nel 7097 è in silicio (come i corni dell’àncora, dalla costruzione invertita), nel 7035 è in Nivachron™. Una scelta che dipende certo dal progredire della ricerca (la spirale in Nivachron™ è un’invenzione recente). Ma anche, con buone probabilità, dalla volontà di adottare componenti in materiali tradizionali, come il “caro, vecchio metallo” – per citare Augusto Veroni. Il titanio di base alla spirale in Nivachron™ supera le incognite future poste dal silicio ed è di gran lunga da preferire in un orologio con velleità eterne – com’è questo dell’anniversario. Per le altre caratteristiche tecniche, vi rimando alle didascalie.

    Ultimi dettagli del Tradition Seconde Rétrograde 7035

    Non mi resta che concludere, come sempre, con il prezzo al pubblico. Per avere il Tradition Seconde Rétrograde 7035 ci vogliono 51.200 euro, contro i 43.300 della Ref. 7097. Differenza di prezzo che deve tener conto dell’oro in quantità maggiore, della presenza del platino, dello smalto Grand Feu e di quanto vi ho raccontato finora. Merita un cenno anche il packaging: un astuccio in pelle rossa come quello del Classique Souscription. Ispirato alle scatole in marocchino dei tempi di Breguet, evidentemente sarà una costante degli esemplari anniversario.

  • J12 Bleu Diamond Tourbillon, le complicazioni in blu di Chanel

    J12 Bleu Diamond Tourbillon, le complicazioni in blu di Chanel

    Non solo bianco o nero, il J12 ora è anche blu. Lo abbiamo visto a Watches and Wonders Geneva, dove Chanel ha presentato un’intera collezione nella nuova tonalità “notturna”. Anche se, a dirla tutta, io avevo avuto la fortuna di vederla in anteprima lo scorso autunno, insieme a un manipolo di colleghi, durante una visita in manifattura a La Chaux-de-Fonds. Ed è proprio perché, dopo mesi, mi sembra di conoscerla abbastanza bene, che ho scelto di scrivere queste righe per approfondire il discorso sul J12 Bleu Diamond Tourbillon. Uno degli esemplari più emblematici non solo della famiglia di J12 Bleu, ma dell’intera orologeria della Maison. Perché ci fa capire come si lavora, chez Chanel.

    Due parole sul colore…

    Prima di tutto credo sia opportuno spiegare il motivo della scelta cromatica: il blu è un colore ricorrente nella moda della Casa, con una rilevanza storica. Per trovare esempi concreti, basta pensare agli abiti da sera realizzati da Mademoiselle Coco negli anni Venti, o più ancora ai mitici tailleur in tweed degli anni Sessanta, dai toni pieni e decisi oppure pastello, più delicati. O anche alle tante creazioni firmate da Karl Lagerfeld nel corso della lunga carriera come Direttore creativo, stagione dopo stagione: una su tutte, l’intera collezione della primavera-estate 2012 di Haute Couture, che riempì la passerella di infinite sfumature di blu.

    C’è da dire anche che la nuance di blu con cui è realizzato il J12 Bleu Diamond Tourbillon (come tutta la serie di orologi), non è casuale. Tutt’altro: è stata voluta e decisa esattamente così com’è da Arnaud Chastaingt, Direttore del Watch Creation Studio di Chanel. Si tratta di un blu scuro tendente al nero, un blu specifico che finora non esisteva: profondo, intenso, quasi vellutato. Ci sono voluti molteplici tentativi e centinaia di prototipi per metterlo a punto. Un impegno perseguito per cinque anni e raggiunto soltanto grazie alla perfetta padronanza dei processi di lavorazione della ceramica da parte dei tecnici della Manifattura.

    … e sul materiale

    Devo ricordare infatti che la ceramica utilizzata in tutti i J12 è prodotta “in casa” all’interno degli atelier di G&F Châtelain, la filiale di Chanel dedita all’orologeria. Evito di ri-spiegarvi come si fa: le fasi di produzione, le materie prime da cui è composta, il tipo di macchinari necessari eccetera. Non è questa l’occasione adatta, ne riparleremo presto – quando vi racconterò proprio del mio tour in Manifattura. Intanto potete andarvi a rileggere cosa aveva scritto al proposito Cristina Manfredi.

    Qui mi limito invece a riassumerne le molteplici qualità: la ceramica è un materiale ad alta resistenza e a elevata densità, quindi resistente all’usura, ai graffi, agli urti. Più leggera e più dura dell’acciaio, è praticamente inalterabile nel tempo, inattaccabile dalla corrosione o dall’ossidazione, insensibile ai raggi Uv, ma perfettamente biocompatibile con l’epidermide. E al tatto regala sensazioni piacevoli, perché non è fredda come un metallo, assume anzi la temperatura corporea molto velocemente.

    Concludo con un cenno alle finiture: tutti gli esemplari della collezione J12 Bleu sono realizzati in ceramica mat. E proprio le superfici opache donano agli orologi – e al J12 Bleu Tourbillon in particolare – un’elegante sobrietà, uno chic discreto, non urlato, ovattato. Reso ancora più distintivo dal contrasto con i dettagli lucidi: le bisellature che scolpiscono i profili della cassa e le maglie del bracciale, e più ancora gli zaffiri blu incastonati sulla lunetta… No, un attimo, ci arrivo fra qualche riga.

    L’estetica del J12 Bleu Diamond Tourbillon

    Prima devo segnalare, a rigor di cronaca, che il J12 Bleu Diamond Tourbillon è “semplicemente” la versione blu dell’esemplare uscito tre anni fa e di cui illo tempore avevo scritto la recensione. Per non ripetermi, cercherò quindi di sottolineare solo gli aspetti essenziali e di riportare i dettagli più tecnici nelle didascalie.

    A cominciare dalla cassa, che misura 38 mm di diametro e presenta appunto la lunetta tempestata di zaffiri blu. Per l’esattezza 34 pietre taglio baguette. Ma più che il numero (non mi stancherò mai di ripeterlo), nel caso delle gemme conta soprattutto la misura della massa. Diciamo “il peso”, se vogliamo essere meno corretti ma più comprensibili: peso che si misura in carati (un carato corrisponde a 0,2 g). Nel J12 Bleu Diamond Tourbillon si contano ben 4 carati di zaffiri blu: quanto basta per definire l’orologio “prezioso”, anche senza considerare i diamanti – due, uno dei quali merita particolare attenzione, come vedremo poi.

    Anche riguardo agli zaffiri, la loro presenza è stata voluta da M. Chastaingt per creare un bel contrasto fra lo scintillio, la luminosità e la trasparenza delle pietre preziose, e la ceramica opaca tutt’attorno. Ed è stata di nuovo una sua scelta la precisa tonalità delle gemme, in accordo con il leggero sottotono verde della ceramica “blu Chanel”. Di alto livello la qualità e la purezza delle pietre, la cui origine è certificata dal RJC (Responsible Jewelry Council), come sempre nei gioielli della Maison¹.

    La meccanica: il Calibre 5

    Ma basta uno sguardo sul quadrante traforato del J12 Bleu Diamond Tourbillon per lasciarsi catturare dal moto ipnotico del tourbillon. Devo sottolineare che è un tourbillon volante, quindi privo del ponte superiore e fissato solo alla base, sulla platina. Costruzione che lo rende estremamente delicato, se sottoposto a urti o vibrazioni, e molto più difficile da realizzare di un tourbillon “normale”, a dispetto del fatto che non ne modifica la funzionalità. Un virtuosismo tecnico, quindi, amato dagli intenditori perché permette di vedere la gabbia in tutta la sua leggerezza, durante l’intera rotazione. Una complicazione tecnica per il puro piacere visivo, insomma. Coerente con il mantra “la tecnica al servizio dell’estetica” che ha sempre contraddistinto l’orologeria Chanel.

    Lo stesso discorso vale anche per l’altra caratteristica del J12 Bleu Diamond Tourbillon, evidente fin dal primo sguardo. Ovvero il diamante montato sopra la gabbia del tourbillon e che quindi compie una rotazione completa in un minuto. Un’altra sfida tecnica, che obbliga a fare calcoli precisi sul diametro e il peso della pietra in rapporto a quelli della gabbia, e pone problemi di bilanciamento in fase di montaggio. Il motivo? Solo la suggestione di veder ruotare a ritmo del tourbillon la pietra preziosa, che oltretutto ha un taglio rotondo particolare – non il consueto taglio brillante… Dettagli? Certo. Ma l’orologeria è fatta di dettagli. E questi la dicono lunga sull’orologeria Chanel.

    Riguardo al Calibre 5, è chiaramente il quinto movimento sviluppato in-house: uscito appunto nel 2022, era il quinto in sei anni, e metteva a frutto tutte le esperienze capitalizzate fino ad allora dalla Maison in orologeria. Per esempio, nell’architettura ricorda il Calibro 1, montato negli esemplari della collezione Monsieur. Come quello è infatti a carica manuale, come quello è costruito attorno a un ponte circolare centrale e dominato dal ripetersi della forma rotonda come elemento dominante. Trovate le altre caratteristiche tecniche nelle didascalie. Qui mi limito a dire che anche nella meccanica le finiture sono impeccabili, secondo i criteri della grande tradizione orologiera. Non a caso si fregia dell’effigie del Leone, il “sigillo” dell’alta orologeria Chanel.

    Disponibilità e prezzi

    Concludo come sempre con qualche informazione pratica. Il J12 Bleu Diamond Tourbillon è già in vendita e costa 230mila euro. Non certo un prezzo alla portata di tutti, sebbene in linea con l’esclusività della creazione. Oltretutto devo aggiungere che è realizzato in una tiratura limitata di 55 esemplari in tutto il mondo, un numero esiguo che ne riduce la disponibilità a pochi pezzi per nazione. Gli appassionati e i collezionisti – quelli veri, in grado di spendere somme ingenti per la loro passione – sono avvisati. Se qualcuno di loro fosse interessato, farebbe bene a rivolgersi al più presto in una boutique monomarca…

  • Piaget Sixtie, l’ultimo erede di una lunga tradizione

    Piaget Sixtie, l’ultimo erede di una lunga tradizione

    È tutta al femminile la principale novità presentata da Piaget a Watches and Wonders. Si chiama Piaget Sixtie ed è una collezione a mio parere particolarmente riuscita, perché ha tutto quanto serve per piacere alle donne. L’ho pensato subito, appena l’ho vista sulla carta (anzi, sul monitor), e ne ho avuto conferma al Salone di Ginevra, dove ho potuto toccarla, provarla, sentirla “mia” almeno per qualche istante. Capire quali sensazioni trasmette, una volta indossata.

    Il Piaget Sixtie è un orologio “di forma”, sinuoso e arrotondato. Ha un design nuovo e originale: sei convinta di non averlo mai visto prima, eppure lo percepisci in qualche modo rassicurante, come se ti ricordasse qualcosa del passato. Prezioso ma non eccessivo, sempre mettibile, è un accessorio facile da accostare a qualsiasi stile o look. Intuisci che è il risultato di un processo creativo tutt’altro che improvvisato, che ha alle spalle una lunga esperienza nel segmento degli esemplari da donna. Che sono quanto di più difficile da realizzare, come ben sanno gli esperti del settore.

    Piaget e gli anni Sessanta

    Nel Piaget Sixtie, il riferimento agli Swinging Sixties è già implicito nel nome. In generale gli anni Sessanta e Settanta furono decadi di estrema libertà espressiva – come abbiamo già avuto modo di ripetere più volte su questo sito. L’intera società conosceva un’evoluzione dei costumi e della mentalità: la rivoluzione culturale dei giovani e la liberazione sessuale, la conquista dello Spazio, la fiducia nella tecnologia con l’affermarsi della prima elettronica. Il design plasmava figure geometriche e decise nei nuovi materiali sintetici, l’arte si esprimeva con la Pop Art e l’Op-Art, nella moda imperversavano la minigonna di Mary Quant e gli abiti A-line di Courrèges o Yves Saint-Laurent.

    Anche in orologeria soffiava forte il vento del cambiamento. Come racconta la Maison, Valentin Piaget (1922/2017), nipote del fondatore, colse lo spirito dell’epoca. Inviò a Parigi lo staff di creativi per assistere alle sfilate di moda e riportare idee, tendenze e suggestioni nei nuovi esemplari. L’obiettivo era realizzare orologi-gioiello moderni e informali, in grado di distinguersi nettamente da tutto ciò che era stato fatto fino ad allora. Particolarmente proficua fu la collaborazione con Jean-Claude Gueit (1937/2020), designer visionario in grado di sviluppare esemplari d’avanguardia. Fu sempre lui, tra l’altro, il padre del Polo, dell’Emperador Tourbillon e di altri successi di Piaget… Ma questa è un’altra storia.

    Nacque così la collezione 21st Century, presentata alla Fiera di Basilea nel 1969. Composta da forme e strutture davvero mai viste prima, delineava nuovi modi di indossare il tempo. Quegli esemplari manchette simili a sculture da polso, dalle architetture macro e dai bracciali traforati tipo reti d’oro, e le lunghe collane fluttuanti, i cosiddetti Swinging Sautoir, fatti di catene e ornati di frange, segnarono indelebilmente la storia dell’orologeria. Ad aumentarne il fascino, i quadranti colorati, in pietra dura, il cui spessore era compensato dai movimenti ultrapiatti creati da Valentin – in primis il calibro 9P, un carica manuale di soli 2 mm. E poi c’erano le ardite geometrie della cassa: silhouette ovali o rettangolari, anche sviluppate in orizzontale, ellissi o carré obliqui, trapezi dagli angoli smussati.

    Piaget Sixties in sintesi

    Quasi sessant’anni dopo, è proprio il trapezio – tanto amato da diventare a poco a poco un simbolo stesso della Maison – a dar forma alla cassa del Piaget Sixtie. Femminile nella dimensione, delicato nelle proporzioni, ha la lunetta tempestata di diamanti o decorata da una fine godronatura. Più di un dettaglio, il godron è un elemento di design che lo collega idealmente a un altro modello storico della Manifattura, definito in origine semplicemente con il numero della referenza, 15102, e oggi noto come Andy Warhol. Ma non serve che mi dilunghi oltre: per saperne di più, rimando alla lettura di un’altra pagina del Giornale degli Orologi.

    Andiamo avanti. Mentre l’asimmetria diventa caratteristica distintiva della cassa, sinonimo di personalità e di chic innato, il quadrante è semplice. Argenté, satinato soleil, riporta le lancette a bastone dorate, come i lunghi indici applicati. Una sequenza interrotta però dai numeri romani al 6 e al 12, e dal lettering del logo posto insolitamente al 3. Altro segno particolare: il bracciale. Composto da lunghe maglie trapezoidali, anch’esse dai bordi arrotondati e ancora più accentuati sui profili esterni, è così articolato e flessibile da risultare quasi fluido, quando lo si mette al polso. Ben presente, sempre percepibile, ma “morbido”. Come solo i bracciali montati a mano dai maestri orafi possono essere.

    All’interno, il Piaget Sixtie è animato da un movimento al quarzo, pratico, preciso e affidabile, rigorosamente Swiss made. O meglio, per essere corretta devo dire che è prodotto dalla Manifattura stessa, una delle poche a realizzare “in casa” tutti i propri calibri, non solo quelli meccanici ma anche quelli elettronici. Non bisogna dimenticare, del resto, il ruolo avuto dalla Maison nella storia dei primi movimenti al quarzo. Piaget faceva parte del consorzio del CEH, e contribuì alla messa a punto del Beta 21. A questo proposito, devo almeno citare un altro modello storico, la referenza 14101, la prima a montare appunto l’antesignano dei movimenti al quarzo. Anch’essa con la lunetta godronata…

    Referenze e prezzi del Piaget Sixtie

    La collezione Piaget Sixtie è declinata in quattro esemplari-gioiello (almeno per ora, ma nulla si sa su eventuali estensioni di linea in futuro). Una versione è interamente in acciaio, con la lunetta incastonata di diamanti per un totale di oltre mezzo carato. Quella bicolore, con i godron, è invece in acciaio e oro rosa. Poi ce ne sono altre due interamente in oro rosa, diverse proprio per la lunetta godronata o incastonata di brillanti.

    Variano, naturalmente, i prezzi. Che passano dai 12.100 euro per la referenza in acciaio con diamanti, ai 40.300 euro per la referenza in oro rosa, sempre con diamanti. Una spesa certo non alla portata di tutti, ma coerente con il buon nome e la tradizione della Marca. Già in vendita nelle boutique monomarca, dai rivenditori autorizzati e online, il Piaget Sixtie è uno di quegli orologi per i quali vale la pena sostituire il movimento, una volta che il cristallo di quarzo si è esaurito. Come si fa con i veri esemplari-gioiello.

    Sempre a proposito di orologi-gioiello, a onor di cronaca, devo segnalare anche l’esistenza di modelli speciali, collaterali alla collezione. Nel senso che la Maison ha utilizzato la cassa del Piaget Sixtie per creare alcuni pezzi unici, non sempre riproducibili, di alta gioielleria. Esemplari che rimandano direttamente agli Swinging Sautoir del passato: con il quadrante in turchese, in opale bianco o in radice di rubino, circondati da altre gemme di colore con accostamenti audaci e preziosissimi. Che in più sono anche trasformabili, per indossare l’orologio al polso o la collana senza orologio. Ma in questi casi non parliamo di prezzi, inaccessibili per noi comuni mortali. Qui si entra in un’altra dimensione: quella del sogno…

  • Classique Souscription, il primo Breguet per l’anniversario

    Classique Souscription, il primo Breguet per l’anniversario

    C’è chi lo chiama il Leonardo da Vinci dell’orologeria. Perché Abraham-Louis Breguet – vissuto fra il 1747 e il 1823 – è famoso per gli innumerevoli dispositivi che hanno cambiato per sempre il volto e la tecnica degli strumenti meccanici per la misura del tempo: dal tourbillon alla molla sonora degli orologi a ripetizione (ovvero il gong), tanto per citarne un paio. In realtà non fu solo il geniale inventore che tutti conoscono. Fu anche uno straordinario imprenditore, un uomo di marketing ante litteram. Lo dimostra il nuovo Classique Souscription, riedizione in formato da polso di un particolare genere di “tasca” da lui creato.

    Devo sottolineare però che si tratta anche del primo esemplare lanciato dalla Maison Breguet per festeggiare i 250 anni dalla fondazione. Le celebrazioni proseguiranno per tutto questo 2025 con altri modelli, magari complicati (volete che non ci sia un tourbillon dell’anniversario?). Ma che per ora rimangono top-secret: quindi, concentriamoci su questo.

    La nascita dell’orologio da sottoscrizione

    Nel 1796, Abraham-Louis Breguet presentò una novità assoluta: il cosiddetto “orologio da sottoscrizione”. Come scrive Emmanuel Breguet nella monografia sui suoi avi pubblicata due secoli dopo, “si trattava di un orologio semplice da costruire, robusto, perfettamente affidabile e poco costoso, di grande diametro e dotato di un’unica lancetta”. Perché si chiamasse così lo spiegava il Maestro nell’opuscolo promozionale stampato ad hoc: “Il prezzo (…) sarà di 600 franchi. Un quarto della somma verrà pagato all’atto della sottoscrizione. La fabbricazione non subirà ritardi e la consegna rispetterà l’ordine di sottoscrizione”.

    L’esistenza e i contenuti della stessa brochure sono emblematici delle doti imprenditoriali di Abraham-Louis Breguet. Prima di tutto perché era una forma di materiale pubblicitario che, all’epoca, doveva avere ben pochi equivalenti. E poi perché, nel testo, spiegava che il denaro versato in anticipo sarebbe servito “per acquistare i pezzi occorrenti a quella che sembra quasi una produzione in serie”. In pratica il grande orologiaio in questo modo non solo si procurava la somma necessaria per coprire le prime spese, per esempio i costi dei materiali, ma soprattutto iniziava la produzione con la certezza della vendita e rischi limitati. In pratica produceva solo ciò che aveva già venduto (o sarebbe stato venduto a breve: noi oggi diremmo “in pre-ordine”). Sarà un azzardo, ma mi sembra che Breguet seguisse in nuce ciò che gli economisti contemporanei definiscono logica pull.

    I precedenti

    Come si legge in quello stesso volume, l’idea di realizzare orologi semplici e meno costosi, quindi accessibili a un pubblico più vasto, in realtà covava nella mente di Breguet da diverso tempo. I registri d’archivio riferiscono di un orologio “semplice a una lancetta”, il n. 188, venduto nel 1792 “all’ex vescovo di Autun, Monsieur de Talleyrand” (ennesimo cliente celebre!), e altri tre simili negli anni successivi. Il termine “sottoscrizione” appare per la prima volta a proposito dell’orologio n. 96, iniziato nel 1794 e venduto due anni dopo a tale Monsieur Coquille. Un altro esemplare, sperimentale, fu venduto nel ’97. Poi, la brochure pubblicitaria lanciò l’orologio da sottoscrizione su più larga scala.

    Il nuovo Classique Souscription ovviamente non segue le regole della sottoscrizione del passato, ma si rifà a quei precedenti – 700 in tutto, realizzati nell’arco di un ventennio – sia nell’estetica sia nella tecnica. Ne sono una prova gli esemplari riuniti nel Museo Breguet, a Parigi, «acquistati nel corso degli anni all’asta», come racconta sempre Emmanuel Breguet, Responsabile del patrimonio della Maison, «in argento e in oro, tra cui si trovano gli orologi n. 246, n. 324, n. 383, n. 1576 e n. 3424, straordinariamente ben conservati». Per inciso, gli orologi da sottoscrizione furono la base per lo sviluppo degli esemplari “a tatto”, che permettevano di conoscere l’ora semplicemente toccandoli: un’altra invenzione del grande orologiaio. Ma non divaghiamo…

    Il quadrante del Classique Souscription 2025

    Le affinità fra gli antichi predecessori e l’attuale Classique Souscription sono evidenti già nell’aspetto. A cominciare dal quadrante: oggi come allora in smalto bianco, con un’uniformità cromatica e una “pastosità” che solo la tecnica à Grand Feu può conferire. Scandito da una minuteria chemin de fer e dai numeri arabi Breguet – realizzati sempre in smalto, questa volta Petit Feu (quindi sottoposto a passaggi in forno a una temperatura più bassa degli 800°C richiesti dal Grand Feu) -, è dominato dall’unica lancetta centrale. Una lancetta particolare: dalla punta allungata e arcuata per meglio indicare ore e minuti insieme, sebbene come di consueto à pomme evidée e in acciaio azzurrato alla fiamma, per spiccare meglio sullo sfondo immacolato.

    Sotto la luce radente, fra il perno della lancetta e le ore 6, si legge poi la firma segreta, invisibile se non nelle giuste condizioni e a patto di conoscerne la presenza. Come tutti ricorderanno, nacque come vero e proprio sistema anticontraffazione: adottato da Breguet attorno al 1795 e generalizzato proprio con gli orologi da sottoscrizione, serviva a identificare gli esemplari autentici dalle copie, numerose già allora. La firma segreta, effettuata con un pantografo a punta secca e seguita sempre dal numero individuale dell’esemplare, nei pezzi d’antan con quadrante in smalto appare in genere incisa sotto il numero 12. Nel caso del nuovo Classique è accompagnata anche dalla scritta Souscription, a ribadirne l’identità.

    La cassa in oro Breguet

    Quindi la cassa. Rotonda, semplice, con la lunetta sottile e le anse arcuate, si differenzia dai modelli d’epoca in primis per le dimensioni ridotte: 40 mm di diametro anziché 61 – ovviamente per la trasposizione al polso. Ma si distingue soprattutto per il materiale. Il Classique Souscription 2025 è infatti realizzato in oro Breguet, una lega esclusiva, concepita e sviluppata “in casa”. Si tratta naturalmente di una lega a 18K, come vuole la legislazione attuale: e unisce al 75 per cento di oro altri metalli quali l’argento, il rame e il palladio (in percentuali non dichiarate).

    La tonalità unica, calda e leggermente rosata, prende ispirazione da quella del nobile metallo utilizzato nel XVIII secolo, ai tempi del fondatore della Maison. Oltre a offrire una maggiore fedeltà storica agli orologi d’epoca, almeno dal punto di vista cromatico, l’inedito oro Breguet rivela il savoir-faire orafo dei tecnici della Manifattura. E allo stesso tempo la volontà di innovare, di intraprendere nuovi percorsi: con coerenza, seguendo le orme di Abrahams-Louis Breguet.

    Il movimento “all’antica”

    Le similitudini fra gli orologi da sottoscrizione d’antan e il Classique Souscription di oggi continuano anche nella meccanica. Se si guarda attraverso il fondello in vetro zaffiro, si vede il nuovo calibro VS00, la cui architettura riprende proprio quella degli orologi da sottoscrizione, nella forma definitiva. I fan di Breguet e i conoscitori più appassionati della Maison non potranno non notare la netta somiglianza con i movimenti della collezione Tradition, che in effetti prende come modello proprio gli orologi da sottoscrizione (anche se con i componenti “a vista”, trasferiti sul lato quadrante).

    Oggi come allora si tratta di un calibro essenziale, robusto, facile da costruire, improntato su un estremo rigore ed equilibrio formale. La struttura simmetrica vede i ponti a gradino fissati sulla platina tramite viti, il treno del tempo e l’organo regolatore nella parte alta del movimento. Al centro invece si trova il grande bariletto, con la ruota a cricchetto decorata, incisa con una scritta in corsivo. Perfino la finitura finemente sabbiata di platina e ponti si ispira ai movimenti storici. A ben guardare, però, presenta un mix di “vecchio” e “nuovo” – com’è giusto che sia: sarebbe assurdo non applicare le tecnologie più attuali… Così, al tipico paracadute, il dispositivo antiurto inventato da Breguet nel 1790, fa da contraltare la spirale in Nivachron™, antimagnetica. Mentre l’autonomia raggiunge i 4 giorni, per rispondere alle esigenze del pubblico contemporaneo, ormai abituato ad avere orologi “a prova di weekend”.

    Packaging e prezzo

    Riporto come sempre ulteriori informazioni, più dettagliate, nelle didascalie. Qui concludo con le ultime, necessarie informazioni. I primi esemplari del Classique Souscription arriveranno a breve, già nei prossimi giorni, nelle boutique Breguet, e saranno in vendita a 53.600 euro. Considerato quanto ho scritto fin qui (la lega “di proprietà”, il quadrante in smalto, il nuovo movimento, le lavorazioni artigianali) mi sembra un prezzo corretto. Alto, è vero, ma non dimentichiamo che siamo nel contesto dell’alta orologeria. Ma merita un cenno anche la speciale confezione che racchiude l’orologio: un astuccio in marocchino rosso, la pregiata pelle a concia vegetale dalla grana fine e irregolare. Ispirato alle custodie utilizzate da Abraham-Louis Breguet, è fregiato da scritte in oro impresse a caldo, a sottolineare l’anniversario e l’esclusività della creazione.

  • J12 “Dripping Art”: il cofanetto Chanel fra make-up e mestieri rari

    J12 “Dripping Art”: il cofanetto Chanel fra make-up e mestieri rari

    Quella dell’anno scorso si chiamava Couture O’Clock. La precedente, Chanel Interstellar. Invece la capsule collection presentata in questi giorni a Watches and Wonders Geneva dalla Casa della Doppia C s’intitola Blush. Un nome sintetico ma rivelatore, perché rimanda immediatamente al mondo del beauty. Per i meno esperti di trucchi e belletti, il blush – detto fard, in passato – è il cosmetico che si applica su gote e zigomi per avere un aspetto sano e radioso (bonne mine, lo definiscono). Lanciata ora in anteprima, la Collection Capsule Horlogerie Chanel Blush uscirà in settembre e sarà composta da tanti esemplari delle diverse linee di orologi Chanel. Qui mi concentro su un modello solo, il J12: o meglio cinque J12, tante sono le referenze racchiuse nel cofanetto J12 “Dripping Art“. Un box a sua volta replicato in cinque pezzi, che – c’è da scommetterci – i collezionisti si aggiudicheranno in tempi record.

    La Bellezza secondo Chanel

    A quanti non colgono il nesso fra l’orologeria, la beauté, l’arte e Chanel, cerco di chiarire le idee. Mademoiselle Coco è stata un’antesignana del concetto di lifestyle applicato alla moda. Già negli anni Venti esordisce con le linee di accessori Chanel, cui dedica una boutique nel ’29. Nel 1932 crea la prima collezione di alta gioielleria, nel ’34 inaugura l’atelier dei bijoux… E in parallelo estende l’attività anche nella sfera della cosmesi.

    Nel 1921 lancia il mitico N° 5, una fragranza rivoluzionaria sviluppata con Ernst Beaux e composta da 83 componenti, tuttora il profumo più famoso al mondo. Seguito, negli anni successivi, da altre essenze: Gardenia, Bois des Iles, Cuir de Russie… Intanto, nel 1924, istituisce la Societé des Parfums Chanel per mettere in commercio non solo i profumi, ma anche i prodotti di bellezza, che esprimono la sua personale concezione di cura del viso e del maquillage.

    In primis il rossetto, prodotto nello stabilimento di Pantin. (“Se siete tristi, se avete un problema d’amore, truccatevi, mettetevi il rossetto rosso e andate all’attacco…”: è una sua celebre esortazione rivolta alle donne). Lei stessa se ne faceva preparare uno per uso personale, color vermiglio intenso (si dice che, dopo averlo messo sulle labbra, lo tamponasse con un velo di cipria per conferirgli maggiore tenacia).

    Ma la società riguarda anche tutti gli altri elementi del trucco, che Mademoiselle tratta alla stregua dei complementi di moda, in ogni aspetto. Così, nel ’34, inventa un ombretto color oro. E l’anno dopo adotta la bachelite – usata all’epoca per fabbricare i cruscotti delle automobili – per le confezioni dei cosmetici, piccoli astucci neri che evocano lusso ed esclusività. Dai quali deriva il packaging di oggi: più che scatoline, scrigni in miniatura, laccati neri e personalizzati dalla doppia C intrecciata, al centro di un vero e proprio feticismo.

    La capsule collection Blush

    Ancora ai nostri giorni, profumi, skincare e make-up sono categorie fondamentali nel patrimonio culturale e nell’economia della Maison. Formano un universo complesso e affascinante, in cui l’alta tecnologia s’incontra con la ricerca scientifica, per mettere a punto texture ed emulsioni innovative, mix di oli, cere e principi attivi, pigmenti policromi rivoluzionari, balsami pastosi e idratanti, polveri illuminanti o metallizzate…

    Così, palette di rosa, di rossi, toni neutri e colori della terra, sfumature dall’indaco all’azzurro ghiaccio, tinte cangianti e sfaccettate (anche derivate dalle cartelle tessuti della Couture) danno vita a infinite collezioni per gli occhi, le labbra, le mani, la pelle… Un po’ giochi, un po’ coccole per le donne che li usano, gli oggetti beauty di Chanel sono invece diventati per Arnaud Chastaingt, Direttore dello Studio de Création Horlogerie, una fonte di ispirazione per la capsule collection Blush.

    Ma il Creativo della Maison non si è limitato a riprendere i componenti del trucco – la cipria, il rossetto l’ombretto… – per riproporli sui quadranti. Li ha invece trasformati. Talvolta ne ha ricavato semplici suggestioni cromatiche, altre autentiche trasposizioni artistiche. Fantasiose metamorfosi in cui il materiale originario si trasfigura in forme, tecniche e correnti ripescate dalla storia dell’arte, subito riconoscibili da parte di chi ha abbastanza cultura personale da coglierne i riferimenti.

    Lo dichiara lui stesso nel comunicato ufficiale: «In orologeria, queste tavolozze, matite, pennelli, pigmenti e texture mi hanno portato a fare collegamenti con movimenti artistici come la Dripping Art e la Pop Art. Perché non “truccare” il tempo per renderlo più bello? Così, ho operato questa mise en beauté su tutta la collezione».

    ll coffret J12 “Dripping Art”

    Nel caso del coffret J12 “Dripping Art”, l’idea deriva dallo smalto per unghie – che nella realtà si chiama Le Vernis de Chanel. Fatto con una formula ad alta concentrazione di pigmenti arricchita con eco-ceramidi di camelia (un ingrediente di origine naturale, sviluppato in esclusiva), lo smalto crea sulle unghie un film sottile e resistente, perfettamente coprente e uniforme, dall’effetto lacca ultra-brillante. Ed è naturalmente declinato in tantissimi colori vibranti.

    Chastaingt ha scelto cinque nuance di rosa/rosso (dal nudo al mattone) per simularne l’applicazione su lunetta e quadrante del J12. Ma non ha steso il colore in maniera ordinata e precisa, con pennellate regolari e omogenee. Piuttosto ha seguito la tecnica dell’Action Painting americano, il dripping appunto, in cui la vernice è fatta sgocciolare dall’alto o lanciata sulle superfici con pennelli, bastoni o semplicemente con le dita.

    Un po’ come Pollock, de Kooning o, più tardi, Rothko e gli altri pittori dell’espressionismo astratto, Chastaingt sembra aver messo in fila, allineati per bene uno accanto all’altro, gli esemplari del J12 per dipingerli con tratti continui, casuali, gocce e sovrapposizioni cromatiche. Ha raggiunto quindi un risultato finale di massima libertà espressiva, che trasmette quel senso di movimento, di spontaneità e imprevedibilità, tipici dell’arte contemporanea.

    Solo che nel coffret J12 “Dripping Art” non c’è alcuna tela. Ci sono invece cinque esemplari in ceramica nera ad alta resistenza – prodotta “in casa” nella Manifattura di La Chaux-de-Fonds -, impreziositi con smalti policromi. Ma mettere a punto un processo efficace di decorazione della ceramica con la tecnica dello smalto Grand Feu non è stato affatto facile. I tecnici della Maison hanno impiegato più di 200 ore di ricerca per fondere i materiali e hanno dovuto realizzare un centinaio di prove colore per ottenere le tonalità desiderate. Ma alla fine ci sono riusciti.

    Le caratteristiche del J12 “Dripping Art”

    Il risultato è sotto gli occhi di tutti e non c’è bisogno di essere critici d’arte per valutarlo. Io mi limito ancora a raccontare in breve le caratteristiche principali degli orologi. Che sono quelle ben note dei J12 già in collezione: come i 38 mm di diametro della cassa, il quadrante e l’inserto della lunetta in ceramica, come il bracciale leggermente rastremato, a tre file, chiuso dalla tripla fibbia déployante – ormai un “classico” della collezione.

    Quanto alla meccanica, il J12 “Dripping Art” monta il consueto Calibre 12.1: il movimento a carica automatica sviluppato in collaborazione con Kenissi. Che si può definire in-house perché Chanel possiede una quota di partecipazione della società di Le Locle. Il Giornale degli Orologi se n’è occupato a tempo debito, quindi non entro nei dettagli. Mi limito a scrivere che si tratta di un movimento di moderna concezione, capace di rispondere alle esigenze del pubblico attuale, dalle prestazioni cronometriche attestate dal Cosc.

    L’esclusività del cofanetto J12 “Dripping Art”, implicita nella tiratura estremamente limitata, trova conferma anche nel prezzo: 300mila euro. Solo per pochi, in tutti i sensi.

  • Cubitus 5822P, un riassunto sul controverso Patek Philippe

    Cubitus 5822P, un riassunto sul controverso Patek Philippe

    Watches and Wonders Geneva si avvicina. In attesa di vedere finalmente svelate le novità dei brand espositori, si fanno ipotesi e supposizioni al riguardo – plausibili o meno, spesso più proiezioni del desiderio che concrete possibilità. Ma l’aspettativa è alta soprattutto nei confronti di certi nomi. A cominciare da un marchio simbolo dell’intera industria orologiera elvetica: Patek Philippe. Che oltretutto quest’anno festeggia il centenario dall’introduzione del primo calendario perpetuo da polso prodotto in casa. Un anniversario importante, secondo gli “esperti delle Totonews”, anche se nessuno ha la certezza che sarà effettivamente celebrato. Più sicuri sono invece gli sviluppi del Cubitus, già preannunciati dal Presidente Thierry Stern. Andiamo allora a recuperare la collezione là dove l’avevamo lasciata, nelle tre referenze presentate lo scorso ottobre: il Cubitus 5821/1A e 1AR, solo tempo, e il Cubitus 5822P complicato.

    Non credo ci sia bisogno di ricordare lo scalpore provocato al momento del lancio dalla nuova linea, che definire “divisiva” è un eufemismo. Tralascio le sterili polemiche sul design del “Nautilus quadrato” e presto fede alle motivazioni dichiarate dal Presidente in diverse interviste. Si tratta di un linguaggio stilistico, proprio di Patek, smontato e rielaborato. Di un vocabolario personale, decostruito così da poter riutilizzare le stesse parole in altro modo. Quanto alle critiche mosse alla meccanica, l’uso di movimenti rotondi permette di avere una maggiore libertà di dimensioni: la presenza di calibri “di forma” avrebbe condizionato troppo le misure degli esemplari, soprattutto se si vuole avere proporzionalità fra cassa e movimento. Del resto, proprio la speranza di vedere nuovi Cubitus di formato ridotto – o almeno più piccolo rispetto ai modelli attuali – è una delle più sentite per il prossimo Watches and Wonders.

    La cassa del Cubitus 5822P

    Mentre aspettiamo di scoprire le novità 2025, quindi, credo sia opportuno rinfrescarci la memoria su quanto è in catalogo. Cercherò di essere più sintetica possibile, per i dettagli vi rimando alle didascalie. Facciamo il punto in particolare sul Cubitus 5822P, a mio parere il più rappresentativo della collezione. Un esemplare con grande datario, fasi di luna e giorno della settimana “a salto istantaneo” – poi vedremo cosa vuol dire. Per ora concentriamoci sul design, tanto vituperato ma in realtà risultato di 4 anni di studi (e perfino registrato). La cassa ha una forma estremamente complessa, geometrica, dalle linee nette e decise, sviluppata a partire dal quadrato ma dalla struttura ottagonale e con qualche accenno al cerchio. Caratteristica per le alette laterali aggettanti, gli angoli stondati e le anse centrali.

    La cassa, poi, è realizzata in platino, un metallo estremamente duttile, ma con una durezza di 3.5 nella scala di Mohs (quindi un po’ più duro dell’oro e dell’argento, che si attestano sui 2,5/3). Ed è impreziosito da superfici lucide, satinate, spazzolate. Il livello delle finiture è maniacale, come sempre da Patek Philippe e, insieme alla forma, conferma il savoir-faire raggiunto dagli artigiani della Manifattura nella lavorazione dei metalli nobili. Non c’è da stupirsi che il Presidente, in una delle tante interviste, abbia affermato di non voler adottare né ora né in futuro altri materiali, come quelli high-tech. Niente titanio, niente ceramica o carbonio… È comprensibile, viste le capacità raggiunte nei materiali della tradizione: acciaio, oro e platino, appunto.

    Il mistero delle dimensioni

    Passiamo alla questione spinosa delle dimensioni. Da più parti ho letto “Diametro: 45 mm“. A parte il fatto che parlare di diametro in un esemplare “di forma” non mi sembra sensato, semmai sarebbe più importante sapere la misura del “lato”… Comunque, basta consultare la cartella stampa per chiarirsi le idee: i 45 mm si riferiscono alla diagonale, da ore 10 a ore 4. Ma in geometria la diagonale divide il quadrato in due triangoli rettangoli, che hanno come cateti i due lati e come ipotenusa la diagonale. Dai, il Teorema di Pitagora lo abbiamo studiato tutti, alle elementari: ed è ovvio che l’ipotenusa è più lunga di ciascun lato. E se ne ha conferma anche dagli altri dati dichiarati da Patek. La larghezza della cassa è di 44,9 mm, misurata da ore 9 a ore 3, ma con la corona inclusa (oltre che le alette sporgenti). Per avere la misura del lato, dobbiamo perciò togliere i millimetri di sporgenza della corona.

    Ancora, la lunghezza, da ansa ad ansa, è di 44,4 mm: e come lug-to-lug non mi sembra poi esagerato. Quindi per conoscere il lato in verticale dovremmo sottrarre quei 4/6 mm complessivi delle anse. Con questo non voglio sminuire l’importanza della cassa – fosse anche solo 40 mm di lato, sarebbe comunque una bella bestia – ma dire semplicemente che non è così grande come tutti la descrivono. Non so se questa eccessiva percezione sia solo un’interpretazione sbagliata di chi finora ha fatto “informazione”, o se – come sembrerebbe – Patek abbia volutamente confuso un po’ le acque per suscitare clamore. Di certo mi prendo l’impegno di fornire le misure precise dei lati della cassa appena mi capiterà fisicamente in mano un Cubitus 5822P.

    Il movimento automatico complicato

    E passiamo al movimento, meccanico a carica automatica. Il Cubitus 5822P monta il calibro 240 PS CI J LU, uno sviluppo del celebre 240 ultrapiatto ma che ha richiesto sei anni di elaborazione per la messa a punto del modulo della complicazione. Ovvero: grande datario e fasi di luna coassiali al giorno della settimana. Indicazioni che, a mezzanotte, scattano in avanti velocemente – ecco cosa significa ” a salto istantaneo”. Molto velocemente: in appena 18 millisecondi, a quanto dichiara la Manifattura (e non abbiamo motivo per dubitarne: se raccontasse frottole, sarebbe immediatamente sbugiardata). Si tratta dunque di un sistema che, al momento dello scatto, ha bisogno di una grande quantità di energia, per poter far avanzare non solo la lancetta dei giorni della settimana e il disco delle fasi di luna, ma soprattutto la Grande Date.

    Non sappiamo di cosa sia fatto il grande datario, solo che è formato da due dischi complanari di grandi dimensioni. Se anche fosse di un materiale più leggero del consueto ottone (ma la scheda tecnica lo dichiarerebbe), il dispositivo di scatto resterebbe comunque energivoro, soprattutto quando – nel corso del mese – si cambia la decina. Ecco allora che per la gestione dell’energia i tecnici della Manifattura hanno dovuto trovare una nuova soluzione tecnica, oggetto di brevetto. A dir la verità le domande di brevetto che riguardano le modifiche apportate a questo movimento sono ben cinque, cui si aggiungono altri due brevetti depositati nel 2021. Credo che tutto questo già di per sé risponda a quanti accusavano Patek Philippe di non aver sviluppato un movimento appositamente per la nuova collezione. Di fatto, il calibro 240 PS CI J LU è come se lo fosse, un nuovo movimento…

    Brevetti del Cubitus 5822P e conclusioni

    Queste innovazioni garantiscono in particolare (e cito direttamente il materiale fornito dalla Manifattura) “il perfetto allineamento della grande data all’interno delle due finestrelle in qualsiasi momento, l’assenza del doppio salto delle decine in fase di passaggio della data da 31 allo 01 o in caso di urto, e la possibilità di correggere tutte le indicazioni (comprese l’ora e il giorno della settimana) in qualsiasi momento della giornata, senza correre il rischio di danneggiare il movimento o di sregolare le informazioni”. Per chi volesse approfondire e conoscere esattamente quali componenti del calibro siano coinvolti nei diversi dispositivi, rimando direttamente al sito di Patek Philippe, che esplicita perfino il numero della domanda di brevetto depositata.

    Trovate ulteriori informazioni nelle didascalie. Qui mi limito ad aggiungere il prezzo al pubblico del Cubitus 5822P: 89.100 euro. Un prezzo élitario, come sempre nel caso degli esemplari in platino della Maison, siamo tutti d’accordo. Ma che va rapportato al pubblico di riferimento non solo della collezione, ma dell’alta orologeria in generale. Per quanto mi riguarda, non credo che riuscirò mai a comprarmi la Referenza 5822P né gli altri esemplari a tema (anche se dicono “mai dire mai”, ci credo poco). Ma la cosa non vuol dire che non mi interessi saperne di più, capire cosa è stato fatto, cosa c’è dietro o dentro… Al di là dei gusti personali, penso che chiunque sia un vero appassionato possa condividere questa considerazione.

  • Heritage Chronograph: il fascino del vintage di Lebois & Co.

    Heritage Chronograph: il fascino del vintage di Lebois & Co.

    Oggi parliamo di Lebois & Co. Un Marchio praticamente sconosciuto al grande pubblico, ma che meriterebbe fama e onori. Perché sembra avere tutto, tutto quello che può piacere a noi appassionati. Un lungo passato, una produzione Swiss made e orologi ben fatti, dal design curato, dalla meccanica di pregio e dall’ottimo rapporto qualità/prezzo. Dove sta la sòla?, mi potrebbe chiedere qualcuno di voi… Il punto è questo: non c’è. Ve lo posso assicurare personalmente, dopo aver visto – toccato, provato, per un pomeriggio intero – gli orologi Lebois & Co.: vale a dire l’Heritage Chronograph (il modello ora in collezione, anche se in pentola bolle già tanto altro). Che è esattamente quello che promette: niente di più, niente di meno. Se avete tempo e voglia di leggermi, ve lo racconto. A cominciare dalla storia.

    Quasi un secolo

    Lebois & Co. è stato fondato nel 1934 a Besançon, in Francia, per volere di Raymond Dodane, terza generazione di una famiglia di orologiai (il marchio Dodane 1857 esiste ancora oggi), con l’obiettivo di fabbricare orologi di qualità a un prezzo accessibile. Durante la Seconda Guerra Mondiale – un po’ come succede all’intero settore – converte la produzione per l’industria bellica, e realizza strumenti di precisione (tipo i telemetri usati dall’artiglieria). Devo citare però un episodio degno di nota. Nel 1940, l’Aeronautica militare svedese commissiona alla Caproni – all’epoca fiore all’occhiello dell’industria metalmeccanica del nostro Paese – dei bombardieri da ricognizione Ca.313. Manda allora a Somma Lombardo uno squadrone di piloti, così da recuperare gli aerei e portarli in patria. Per ringraziarli, gli italiani omaggiano gli aviatori svedesi di cronografi Lebois & Co. Grazie a questo dono, Lebois & Co. riemerge di recente in un’asta a Stoccolma.

    Nel 1947, il Marchio passa di mano all’importatore italiano (non sono ancora riuscita a identificare chi fosse, ma appena lo scopro correggerò queste righe), che durante la Guerra aveva dato un sostegno notevole a Dodane. Credo sia questo il motivo per cui ogni tanto, in Italia, ancora oggi a qualche fortunato càpita di ritrovare nei cassetti di casa qualche Lebois & Co., acquistato dal nonno o dal prozio tra gli anni Cinquanta e Sessanta (basta fare un giro sui principali forum e se ne ha la prova). In genere si tratta di cronografi equipaggiati da un Valjoux 22 o da un Landeron 39, entrambi con ruota a colonne – giusto per capire con che cosa si ha a che fare. In seguito però il Brand non sopravvive alla crisi del quarzo: e nel 1972 termina definitivamente le attività.

    La rinascita

    Per 40 anni il vuoto assoluto. Poi, nel 2012, da Christie’s viene battuto per oltre 6mila dollari un cronografo Lebois & Co. del 1945. Ed è proprio mentre sfogliano il catalogo dell’asta che due appassionati di orologi, Tom ed Eveline van Wijlick, s’innamorano di quel cronografo e iniziano a far ricerche sul Marchio. L’imprenditore olandese (con esperienze come IT manager) e la moglie decidono di raccoglierne l’eredità e di riportarlo in vita: riescono a contattare i Dodane e ne acquisiscono i diritti. Stessa sorte, poco dopo, per un altro brand di proprietà della medesima famiglia: Airain, specializzato in orologi da aviatore. Ma ne riparleremo in un’altra occasione.

    Per finanziare l’operazione di rilancio e la produzione del primo esemplare, l’Avantgarde Date, i van Wijlick organizzano una campagna di crowdfunding su Kickstarter e raccolgono in breve il 126 per cento del necessario. L’orologio è quindi venduto in 20 Paesi in tutto il mondo. Nel 2018 è poi la volta di un’altra campagna, “Diventa un azionista” (cui hanno aderito 75 persone), che ha permesso agli appassionati di orologi di investire nel Marchio e al Marchio stesso di mantenere la propria indipendenza. Nello stesso anno esce il secondo modello, il Venturist, come il precedente dallo stile contemporaneo, ma che in più ottiene da Timelab la certificazione di cronometro (OC+, Observatoire Chronometrique +).

    L’Heritage Chronograph e le scelte condivise

    Penso che l’attitudine “comunitaria” degli esordi, la proprietà “allargata” abbiano contato molto sul recente destino di Lebois & Co. Nel 2021, infatti, Tom van Wijlick istituisce il primo CoLab per condividere progetti e idee con la community di appassionati. Nasce così l’Heritage Chronograph, ispirato agli eleganti esemplari prodotti negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Nel processo creativo di questo orologio, van Wijlick ha coinvolto il pubblico in ogni aspetto, dal design alle caratteristiche tecniche. Nel 2022 sono pronti i primi prototipi, sviluppati con il designer ginevrino Matthieu Allègre, mentre la produzione – per rispettare i canoni dello Swiss made – avviene nel Canton Ticino.

    Per una descrizione più dettagliata dell’Heritage Chronograph vi rimando alle didascalie, qui accenno solo alle caratteristiche principali. La cassa, realizzata in acciaio 316L, misura 39 mm di diametro e presenta le lunghe anse e i pulsanti rettangolari tipici della prima metà del Novecento. E, proprio come certi modelli d’epoca, il display bicompax – con i minuti al 3 e i secondi continui al 9 – è circondato dalla minuteria e, poi lungo il perimetro, dalla scala tachimetrica e/o telemetrica (in certi modelli da entrambe, in altri da una sola delle due). Il quadrante è declinato in sei versioni: una color crema, due salmone, un’argenté, una nera (ormai sold-out) e una dedicata a Indian Motorcycle. Per vedere le differenze, date un’occhiata alle fotografie della gallery in alto.

    Questioni di tecnologia

    Anche la scelta della meccanica è stata determinata dalla community di appassionati. Che ha optato per un movimento prodotto da La Joux-Perret, un calibro a carica manuale con ruota a colonne, e lo ha preferito ai più consueti e diffusi Eta o Sellita. Mi piace pensare che il pubblico lo abbia voluto per rispetto alla fedeltà storica, per coerenza con gli originali del passato, anche a costo di aumentare il prezzo dell’orologio. Lo ha spiegato lo stesso van Wijlick in un’intervista: «Gli appassionati di orologi non sono solo clienti: sono custodi dell’arte e della storia dell’orologeria. Coinvolgendoli nel processo creativo, abbiamo visto trasparire la loro passione e la loro competenza (…). A volte le idee migliori provengono da coloro che amano e comprendono veramente il prodotto».

    Ma non si creda “all’operazione nostalgia”, tanto romantica quanto evanescente: non lo è affatto. Lebois & Co. è invece ben ancorato alle tecnologie del presente. Tutti gli Heritage Chronograph sono infatti dotati di passaporto digitale, basato sull’Nft e sulla blockchain. In pratica, all’acquisto dell’orologio, si riceve una carta con un QR code, che (previa registrazione) permette l’accesso a una piattaforma crittografata in cui sono contenute tutte le informazioni sull’esemplare in questione: i dati della produzione, i dettagli della garanzia, le date della manutenzione. Al tempo stesso una prova dell’autenticità e della proprietà del nostro orologio, è utile per esempio in caso di vendita.

    L’Heritage Chronograph: prezzo e disponibilità

    Chiudo, come sempre, con qualche indicazione pratica. Indispensabile, prima di tutto, è darvi il prezzo: l’Heritage Chronograph costa (in tutte le referenze) 3.075 euro. Lo si può acquistare sul sito ufficiale, mentre la rete di rivenditori nel nostro Paese è ancora in costruzione. Se volete vedere e toccare fisicamente l’orologio – e l’esperienza merita -, dovete necessariamente recarvi a Bergamo, da Portanuova Gioielli, per ora l’unico concessionario ufficiale del Brand in Italia. Se invece siete un negoziante interessato alla distribuzione, scrivete in redazione e vi metteremo in contatto con chi di dovere. Perché Lebois & Co. è uno di quei pochi marchi capaci di riaccendere gli entusiasmi un po’ sopiti – per i contenuti tecnici ed estetici, la qualità, le cose da raccontare… Proprio come è successo a me.

    Concludo con quanto ha detto Tom van Wijlick riguardo al posizionamento “nell’orologeria artigianale indipendente accessibile”: «Non si tratta tanto di una dichiarazione politica quanto di una filosofia personale. Credo che il vero artigianato e l’arte debbano essere accessibili a più persone, non solo a pochi eletti. Detto questo, “accessibile” non significa scendere a compromessi. Il minimo che possiamo fare è dare il meglio di noi stessi per creare orologi che siano allo stesso tempo tecnicamente eccezionali e belli. La mediocrità non è un’opzione: il nostro obiettivo è creare orologi che le persone siano orgogliose di possedere e tramandare, di generazione in generazione».

  • Louis Vuitton Tambour Convergence. Fuori dal coro

    Louis Vuitton Tambour Convergence. Fuori dal coro

    È un orologio emblematico il Louis Vuitton Tambour Convergence, presentato il mese scorso alla LVMH Watch Week. Emblematico del livello di maturità e raffinatezza cui è arrivata l’orologeria della Casa, che con questo esemplare dimostra quali vette si possono toccare quando si conosce la grande Storia dell’orologeria e si è in grado di reinterpretarla a modo proprio. Quando si è abbastanza forti da fregarsene delle tendenze mainstream per seguire il proprio stile, da imporre il proprio gusto al di là delle mode. E si è talmente sicuri di sé da poter adottare un’estetica tutt’altro che popolare: élitaria, invece, perché parla di cultura, di conoscenze e savoir-faire…

    La Fabrique du Temps Louis Vuitton

    Il Louis Vuitton Tambour Convergence è emblematico anche di tutta la strada fatta dal Brand, da quando ha esordito nel settore, nel 2002, con il lancio del Tambour e l’apertura di un primo laboratorio di movimenti a La Chaux-de-Fonds. Da allora, una tappa essenziale in questo percorso di crescita è stata, nel 2011, l’acquisizione de La Fabrique du Temps, l’atelier di Enrico Barbasini e Michel Navase specializzato nella progettazione e fabbricazione di calibri e complicazioni. Fondata a Ginevra nel 2007, La Fabrique du Temps ha collaborato con Louis Vuitton fin dall’uscita del primo Spin Time, nel 2010. E ha sempre avuto un peso notevole nello sviluppo dell’orologeria del Marchio: basti pensare agli esemplari con ripetizione minuti, con tourbillon e Punzone di Ginevra prodotti in questi anni, per capire a cosa mi riferisco.

    E arrivo finalmente al Tambour Convergence, in cui del resto La Fabrique du Temps Louis Vuitton ha giocato di nuovo un ruolo in primo piano. Anche perché oggi riunisce sotto lo stesso tetto tutte le competenze – di design, ingegneria e artigianato – necessarie per fabbricare la maggior parte dei componenti degli orologi LV. A Meyrin, nello stabilimento inaugurato nel 2014, si trovano infatti La Fabrique des Boîtiers, La Fabrique des Mouvements, La Fabrique des Cadrans e La Fabrique des Arts. (Non credo ci sia bisogno di spiegazioni, tranne per quest’ultima, dedicata ai mestieri rari). Tutte insieme hanno collaborato nella creazione del nuovo esemplare, che è il punto d’incontro delle loro attività, la sintesi dei loro know-how. Da qui il termine convergence, convergenza, appunto.

    Le antiche montre à guichet

    Il Louis Vuitton Tambour Convergence colpisce per l’aspetto insolito, perché è privo di lancette e mostra le informazioni orarie in due apposite finestrelle. In realtà è l’erede di una lunga tradizione: quella delle montre à guichet. Abbiate pazienza, è necessario sorbirsi ancora qualche pillola di storia. Guichet in francese vuol dire proprio finestrella: la piccola apertura – spesso più d’una – presente sul quadrante per visualizzare diverse informazioni. La più semplice e frequente è la data, ma vi si possono leggere anche il giorno della settimana, oppure il mese, le fasi di luna, le ore saltanti, l’autonomia residua.

    Se le prime finestrelle appaiono già negli esemplari da tasca nel XVIII secolo, gli orologi con affissione numerica, o digitale come diremmo oggi, conoscono un certo successo attorno al 1830 con l’affermarsi delle ore saltanti. Ma sono in gran voga soprattutto negli anni Venti e Trenta del Novecento, soprattutto sul mercato americano. Allora, quadrante e lancette lasciano il posto a una piastra in metallo in cui sono praticate due aperture: all’interno delle quali compaiono le cifre delle ore e quelle dei minuti, riportate su dischi rotanti. In genere il primo disco è azionato da un dispositivo a scatto (le ore saltanti, appunto), il secondo da un meccanismo a trascinamento continuo.

    I precedenti storici

    Il primo orologio da polso à guichet sembra essere un Audemars Piguet del 1921: un modello dall’estetica lineare e rigorosa, con cassa rettangolare ispirata all’architettura modernista. Ma i più celebri sono sicuramente i Cartier Tank à Guichets, apparsi sul finire del decennio, dalla costruzione tipicamente Art Déco, con varie forme e posizioni delle finestrelle e della corona di carica. Al quel punto, l’aspetto sobrio e funzionale rifletteva le difficoltà economiche provocate dalla Crisi del 1929 e dalla successiva, obbligata austerità. Tant’è che la Maison parigina limita la brillantezza dell’oro con lavorazioni spazzolate e finiture opache, o ricorre al platino, in apparenza meno prezioso.

    Questo sistema “numerico” di lettura dell’ora in realtà prefigura quello che sarà poi adottato negli anni Settanta, dopo l’avvento dei movimenti al quarzo. Altro periodo in cui l’affissione à guichet prolifera: e si riscontra in esemplari massicci, dalle geometrie 3D vagamente futuristici. Poi la moda ritorna negli anni Novanta, con le ore saltanti di Patek Philippe o dei Mickey Mouse di Gerald Génta. Mentre al giorno d’oggi i pezzi a tema sono rari. Mi vengono in mente solo gli esemplari realizzati da Ludovic Ballouard a partire dal 2010 circa, o in tempi più recenti l’IWC Hommage à Pallweber del 2018. Ma si tratta sempre di ore saltanti e di finestrelle affisse sul quadrante.

    Il Louis Vuitton Tambour Convergence, l’orologio à guichet 4.0

    Il Louis Vuitton Tambour Convergence invece è un’altra cosa. Sì, recupera la tradizione delle finestrelle tagliate nel metallo della piastra, l’assenza dei consueti quadrante-lancette-vetro. Ma è privo di ore saltanti: entrambi i dischi rotanti di ore e minuti sono “a trascinamento”, quindi mostrano il tempo attraverso una rotazione continua. Poi ha una forma rotonda, la tipica cassa del Tambour riveduta e corretta nelle proporzioni così da risultare più piatta, più sottile. Ed è declinato in due versioni, ambedue studiate per risultare preziose e di grande effetto scenico. La prima è in oro rosa, con la cover – concedetemi questo termine forse inappropriato – lucidata a mano, praticamente a specchio. La seconda invece in platino, completamente tempestata di diamanti serti neige.

    Riguardo alla meccanica, si tratta del calibro LFT MA01.01, che fa la sua comparsa in questa occasione ma ha tutte le carte in regola per diventare un cavallo di battaglia nella produzione di Louis Vuitton. Che non a caso lo definisce “una pietra miliare, a dimostrazione della forza della produzione e della competenza ingegneristica nel segmento orologiero della Maison”. A leggere fra le righe, potrebbe voler dire che questo movimento automatico sarà prodotto in grandi numeri. Non solo. Oltre a essere utilizzato come solo tempo, è abbastanza sottile da poter servire come base su cui montare eventuali moduli per varie complicazioni. Anche senza aver bisogno di una molla del bariletto maggiorata (che comunque potrebbe essere auspicabile, a vantaggio della regolarità di marcia soprattutto con funzioni energivore).

    Cosa ne penso

    Per conoscere le caratteristiche tecniche vi rimando alle didascalie. Qui concludo come sempre con il prezzo al pubblico e con un paio di considerazioni personali. Il Louis Vuitton Tambour Convergence costa 37.500 euro nella versione in oro rosa, 68.500 in quella in platino. Prezzi “importanti”, è vero, ma l’alta orologeria non è per tutti, per definizione. Chi se lo può permettere magari potrà anche farsi personalizzare il proprio esemplare. Per com’è fatto – con la parte superiore della cassa che si pone come una “tela bianca” – l’orologio si presta infatti a essere modificato a piacere, magari con piccole incisioni o una diversa incastonatura con gemme di colore. Ciò che conta, a parer mio, è rispettarne l’essenza. E avere la consapevolezza di possedere uno degli orologi eleganti più riusciti degli ultimi anni.

  • Timex Giorgio Galli S2Ti, il gran finale

    Timex Giorgio Galli S2Ti, il gran finale

    L’importanza di un progetto ben fatto. Ecco la chiave di lettura del Timex Giorgio Galli S1 Automatic secondo Augusto Veroni, che nel 2019 ne aveva parlato in queste pagine con termini entusiastici. Una chiave di lettura valida anche per il nuovo Timex Giorgio Galli S2Ti – e, a dire il vero, per l’intera collezione che porta il nome del Direttore Creativo del Gruppo americano, autentico colosso dell’orologeria a livello planetario. Perché, come aveva giustamente predetto quel vecchio volpone del Veroni, i tre esemplari che si sono susseguiti in questi anni hanno dimostrato il valore e la validità di un design intelligente. Di una struttura, cioè, capace di trasformarsi di volta in volta, grazie all’uso di diversi materiali, colori, dettagli, finiture, pur restando sostanzialmente sempre uguale a sé stessa.

    I precedenti: l’S1 Automatic…

    Non mi soffermo più di tanto sull’S1 Automatic, per il quale è sufficiente la recensione del Veroni. Ne ricordo solo le caratteristiche essenziali. Cassa in acciaio di 41 mm di diametro. Movimento automatico di produzione giapponese (Miyota 9039) personalizzato. Quadrante essenziale con un rubino al 6 a spezzare l’uniformità della finitura brossé soleil. Cinturino in gomma con fibbia ad ardiglione e un pratico rivetto a evitarne la “coda” penzoloni – oltre a un pratico sistema di intercambiabilità. Il tutto a un prezzo concorrenziale di 450 euro.

    La genialità dell’orologio stava proprio nel design. L’architettura scheletrata della cassa era chiaramente concepita per poter adottare, o meglio accostare, metalli differenti o con finiture differenti, così da ottenere un’estetica sempre nuova. Potenzialmente in grado di seguire le tendenze, di restare aggiornata con i cambiamenti di gusto. L’altro plus del design era poi la cura dei particolari: studiati per offrire il meglio, in relazione alla propria fascia di prezzo – a dimostrare che l’attenzione alla qualità può essere un’opzione in qualsiasi segmento di mercato.

    …e l’S2 Automatic

    Sta di fatto che, a dispetto di quanto dichiarato dal claim “il Timex più Timex di sempre”, l’S1 Automatic risultò a molti come un fuoriclasse che aveva spinto i confini del Marchio in una fascia più alta del solito. Sensazione confermata dalle versioni successive: prima con quadrante blu o verde (nel 2021), poi con cassa color oro oppure nera, di dimensioni ridotte (nel 2022). Sta di fatto che l’S1 Automatic da un lato aveva mostrato quello che Timex sapeva fare – al di là del core business degli esemplari più noti e di successo, ripresi da modelli storici: Marlin, Waterbury e così via… Dall’altro aveva posto le basi per una collezione modernissima, sofisticata, in perenne divenire.

    Ulteriore conferma arrivò (nel 2023) con l’S2 Automatic, che alzava ancora di più l’asticella. Presentato come frutto dell’Atelier Timex Group in Svizzera, nella cassa da 38 mm alternava l’acciaio 316L al titanio, per la carrure e il fondello. Swiss made anche la meccanica, un calibro automatico Sellita SW200-1 di provata affidabilità. Quadrante smaltato nero intenso – direi perfino profondo -, vetro zaffiro bombato antiriflesso e cinturino in gomma Nbr con nuova chiusura déployante. Prezzo più alto – 975 euro – ma assolutamente giustificato, visto l’upgrade dell’intero esemplare.

    Il nuovo Timex Giorgio Galli S2Ti

    E siamo al nuovo Timex Giorgio Galli S2Ti, che arriva un po’ come la ciliegina sulla torta. Sul filo della continuità e della coerenza, conseguenza logica dei suoi predecessori, è un’ulteriore evoluzione dell’S2. Perché è interamente in titanio grado 2, cassa, quadrante e bracciale compreso (un bel bracciale, come vedremo poi), ma con l’inserto della carrure in carbonio forgiato. Materiali di prim’ordine, che oltretutto rendono l’orologio estremamente leggero e ancora più confortevole al polso.

    Ci tengo a sottolineare la finitura spazzolata di tutte le superfici di metallo. E ricordo anche, per quei pochi che non lo sapessero, la difficoltà di spazzolare il titanio, non solo perché è particolaremente duro e resistente, ma anche perché le polveri prendono fuoco facilmente. Il quadrante bombato invece è in titanio satinato, “illuminato” dall’anello lucido delle ore, che riporta con la massima (e consueta) discrezione la “firma” del designer fra il 7 e il 6, e in posizione simmetrica il nome del modello. Come il suo omonimo precedente, è sormontato da un vetro zaffiro a box “a filo”, fissato direttamente al réhaut e piacevole anche al tatto.

    Anche il movimento meccanico a carica automatica è lo stesso dell’esemplare precedente – un Sellita SW200-1 – ma questo si distingue per la massa oscillante personalizzata da un trattamento nero agli ioni. Riporto come sempre le caratteristiche tecniche nelle didascalie, per lasciar spazio invece al bracciale. Ben articolato, a tre file, nasconde un innovativo (e inaspettato) sistema “fai da te” per la regolazione della lunghezza – chiamato non a caso I-Size. Basta tirare verso l’esterno due maglie laterali (segnalate) e ruotarle di 90° per poter rimuovere il link interno. Un’operazione più difficile da spiegare a parole che da realizzare nella pratica, ve lo assicuro… Guardate qui.

    Ultime informazioni

    Concludo con il prezzo al pubblico: il Timex Giorgio Galli S2Ti costa 1.950 euro. Tanti per un Timex, potrebbe obiettare qualcuno di voi. Ma questo non è un Timex qualsiasi, vorrei rispondere, e penso di averlo spiegato chiaramente. Credo invece che sia un prezzo adeguato, viste le qualità (e le peculiarità) dell’esemplare. Che oltretutto – e questo non l’ho ancora detto, ma ne accresce il valore collezionistico – è prodotto in un’edizione limitata di 500 esemplari. Devo aggiungere anche che il Timex Giorgio Galli S2Ti sarà l’ultimo della Serie S: “il capitolo finale”, lo ha definito la stessa Timex, l’epilogo della trilogia. Ma l’azienda americana ha anche annunciato che “un nuovo capitolo è già in fase di scrittura”. Non sono la sola a essere curiosa, vero?

  • Louis Erard x Sylvie Fleury, un regolatore fatto di contrasti

    Louis Erard x Sylvie Fleury, un regolatore fatto di contrasti

    Da una decina d’anni a questa parte, le collaborazioni fra il mondo delle lancette e quello dell’arte si sono moltiplicate. E hanno dato vita a numerose edizioni limitate, rivolte soprattutto ai collezionisti, che funzionano non solo dal punto di vista commerciale ma anche da quello del marketing, perché fanno notizia e immagine. L’ultimo orologio d’artista, in ordine di tempo (è uscito ieri), mi sembra particolarmente ben riuscito – e non intendo soltanto al punto di vista estetico. Credo che Le Régulateur Louis Erard x Sylvie Fleury – Palette of Shadows sia efficace perché somma in sé una serie di idee e tensioni contrapposte. Per una serie di motivi: basta rifletterci un po’ su…

    Un regolatore sui generis

    Colpisce, prima di tutto, il contrasto fra il concetto di regolatore e l’aspetto modernissimo, dai colori shock. Ricordo, per quei pochi che non lo sapessero, che il regolatore è un tipo di orologio dalla lunga storia, particolare per l’affissione: pone in primo piano, al centro del quadrante, la grande lancetta dei minuti, mentre relega l’indicazione delle ore e dei secondi in due contatori ausiliari, decentrati. Questo tipo di visualizzazione, inventata nel XVIII secolo, in passato aveva uno scopo pratico. I regolatori erano infatti esemplari di precisione, in genere pendole di grandi dimensioni. Presenti soprattutto nei laboratori di orologeria e negli osservatori astronomici, servivano proprio come riferimento per l’ora esatta, su cui tarare – appunto “regolare” – l’orario di tutti gli altri orologi.

    Detto questo, è chiaro che il regolatore oggetto di queste righe è riveduto e corretto in chiave aggiornata. Ma non è l’unico, in casa Louis Erard. Basti pensare per esempio alle versioni “mostruose” di Konstantin Chaykin, a quelle realizzate con Alain Silberstein, Vianney Halter, Olivier Mosset – una più fantasiosa, tecnica ed enigmatica dell’altra -, per capire che la revisione operata dal Marchio è radicale. Date un’occhiata alla pagina del sito ufficiale e ve ne renderete conto, a colpo d’occhio. Tra poco vi spiego perché… Prima però devo aggiungere che Le Régulateur Louis Erard x Sylvie Fleury si inscrive in questa nuova tradizione, ma non mette affatto un punto fermo. Anzi, potrebbe perfino provocare un senso di curiosità bulimica sulle sorti future del regolatore, quasi un’ansia di sapere cosa verrà dopo…

    Il nuovo corso di Louis Erard

    Il regolatore è sempre stato un po’ il “marchio di fabbrica” della Casa di Le Noirmont, azienda indipendente fondata nel 1929 e da allora sempre rimasta attiva – anche se con alti e bassi. Ma da quando Manuel Emch ne ha preso le redini, ha riportato sotto i riflettori internazionali sia il Brand sia il suo modello di successo. Figlio d’arte (la mamma è Madame Arlette-Elsa Emch, figura potentissima nel Board di Swatch Group degli anni Novanta/Duemila, a un certo punto diventata perfino Global President di Swatch), Manuel Emch vanta una lunga esperienza in orologeria. Giovanissimo, nel 2001 era già al timone di Jaquet Droz, poi è stato tra l’altro Ad di Romain Jérôme.

    Creativo ma buon organizzatore (mi verrebbe da definirlo un “uomo-prodotto”, per chi sa cosa intendo), Mr. Emch è entrato nel CdA di Louis Erard nel 2020. E da allora ha completamente ribaltato il Marchio, svecchiato la produzione e reso il regolatore un orologio di tendenza, decisamente cool. L’assurdo è che ha lavorato con i mestieri d’arte tipici dell’orologeria – il guillochage, lo smalto Grand Feu, le pietre dure – per rinnovare del tutto il catalogo e riuscire a dargli un’impronta dalla forte attualità. Senza peraltro alzare troppo i prezzi, mantenuti – e forse anche questo è un ingrediente del raggiunto successo – sempre su una soglia accessibile ai più.

    Sylvie Fleury

    Le Régulateur Louis Erard x Sylvie Fleury colpisce certo anche per il quadrante, che richiama immediatamente alla memoria i prodotti di make-up. In particolare i portacipria, gli astucci con i fard o le palette di ombretti onnipresenti nei beauty-case delle signore/ine di ogni età. Oggetti che, almeno per il pubblico femminile, non hanno bisogno di spiegazioni e didascalie. Ma che qui assumono un significato preciso. Perché sono legati proprio alla poetica della celebre artista svizzera, protagonista delle scene internazionali fin dagli anni Novanta. Per quanti non amino né conoscano l’arte contemporanea, devo dire qualche parola su di lei.

    Sylvie Fleury è un’artista visiva multimediale che da sempre esplora le contaminazioni fra arte, moda ed estetica New Age. Lei stessa si definisce “Femminista punk sotto mentite spoglie“, ma in effetti si muove a 360°. Impossibile dare di lei una definizione univoca: crea installazioni, performance, scolpisce, dipinge, scrive libri… Ed è rappresentata nelle maggiori gallerie internazionale, ospite con esposizioni ricorrenti nei principali musei a livello globale. Nelle sue opere si serve di oggetti comuni per riflettere su feticci e valori della società dei consumi: abiti firmati, pezzi di design, luci al neon, rimandi alla Formula 1, alla fantascienza o alle sottoculture pop, con cui pone domande sull’identità e sulla superficialità del mondo occidentale. Celebre la sua frase: “Sì a tutto“.

    Le Régulateur Louis Erard x Sylvie Fleury richiama una serie di “quadri” famosi dell’artista, esposti la prima volta a New York nella mostra Eye Shadows nel 2017 e poi a Parigi tra fine 2018/inizio 2019 col titolo Palette of Shadows. Che non a caso è anche il nome dell’orologio. In entrambe le occasioni, il tema era incentrato sui cosmetici, ritratti con estremo realismo ma in dimensioni XL. Grandi, anzi monumentali ciprie compatte e ombretti in polvere, riprodotti con colori acrilici pastosi o luccicanti, e racchiusi in coffret in legno dalle superfici laccate nere. Identici – eccetto per il formato macro – ai set di trucchi prodotti dalle marche più celebri dell’industria beauty. I colori, in certi casi, erano proprio gli stessi dell’orologio.

    Le Régulateur Louis Erard x Sylvie Fleury in breve

    Già, l’orologio colpisce sicuramente per il contrasto cromatico fra il quadrante principale nero lucido e i quadrantini secondari bombati, nelle sfumature più accese del rosa: corallo opaco quello delle ore e magenta opaco quello dei secondi. Su ciascuno scorre una lancetta laccata in ton-sur-ton, a tal punto che viene spontaneo chiedersi come sia possibile leggere davvero l’orario. In realtà, se si inclina l’orologio in determinate posizioni, si riesce a distinguere la lancetta dei minuti, la più ardua da individuare quando si trova nelle sezioni laterali, attorno al 3 e al 9 per intenderci. Meglio comunque astenersi, se si è presbiti.

    Qui riassumo le altre caratteristiche in breve, e rimando alle didascalie per una descrizione più accurata. La cassa misura 39 mm di diametro ed è realizzata in acciaio con trattamento Pvd nero lucido, che evoca appunto la confezione laccata di certi trucchi. Ospita, come di consueto per i regolatori della collezione Excellence di Louis Erard, un movimento meccanico a carica automatica (calibro Sellita SW266-1), che si intravvede attraverso il vetro zaffiro fumé del fondello. L’ultimo tocco chic è poi dato dal cinturino in vernice, che contribuisce alla monocromia nera. A titolo informativo, Le Régulateur Louis Erard x Sylvie Fleury costa 3.900 franchi svizzeri (Iva esclusa). Chi fosse interessato all’acquisto, però, non perda tempo: l’orologio è realizzato in una tiratura limitata di 178 esemplari.

  • Speedmaster Moonphase Meteorite: Omega, la Luna e lo Spazio

    Speedmaster Moonphase Meteorite: Omega, la Luna e lo Spazio

    Prima o poi doveva succedere. Perché è un’associazione naturale, quasi ovvia: se c’è un orologio che è legittimato ad ammantarsi di materiale extraterrestre non può che essere questo. Lo Speedmaster, certo – e cos’altro, se no? L’esemplare che nello Spazio c’è andato davvero: e ha partecipato a innumerevoli missioni della Nasa, non solo al polso degli astronauti del programma Apollo, ma anche di quelli del programma Gemini e prima ancora del programma Mercury, sin dalla fine degli anni Cinquanta. Ecco allora che Omega presenta finalmente una speciale versione dello storico modello con quadrante e altri dettagli in “roccia spaziale”: lo Speedmaster Moonphase Meteorite, appunto.

    Una complicazione appropriata

    Ma – come il nome lascia intendere – in questa inedita interpretazione dell’orologio che è andato sulla Luna c’è un altro elemento importante da sottolineare. Niente che riguardi l’estetica, intendiamoci. Invece una particolarità meccanica che qui trova (mi ripeto) una collocazione appropriata e quanto mai plausibile: le fasi lunari. La complicazione astronomica più poetica, incastonata a ore 6, diventa l’essenza meccanica (concedetemi l’ossimoro) del nuovo esemplare. Tanto più che è parte di un movimento che appare ora per la prima volta e che quindi potrebbe essere stato messo a punto ad hoc. Il calibro Co-Axial Master Chronometer 9914, di cui parleremo poi, a carica manuale come vuole la tradizione del Moonwatch.

    Sia chiaro, non è la prima volta che le fasi di luna appaiono nello Speedmaster. Avevano esordito in passato, nel lontano 1985, con il calibro 866 che le esponeva in un’insolita posizione a ore 12, e tornarono in diverse referenze degli anni Ottanta e Novanta. Poi, dal 2003, rieccole in vari modelli Professional, equipaggiati dal calibro 1866, evoluzione del precedente movimento su base Lemania. Più di recente, le fasi lunari si ritrovano nello Speedmaster Moonphase presentato a Baselworld nel 2016. Animato dal calibro 9904, potrebbe essere considerato l’immediato predecessore del nuovo Speedmaster Moonphase Meteorite, sebbene le differenze fra i due esemplari non siano poche. C’è da dire infatti, che rispetto a quello, Omega ha apportato numerosi cambiamenti…  

    Le caratteristiche dello Speedmaster Moonphase Meteorite

    La cassa, prima di tutto. In acciaio, misura 43 mm di diametro (contro i precedenti 44,25 mm e più coerente con i 42 degli altri Speedmaster in catalogo, in quell’ottica contemporanea di revisione delle dimensioni). Dall’architettura asimmetrica come di consueto e con le caratteristiche anse “a lira”, ha la lunetta in ceramica blu oppure nera con la scala tachimetrica impressa in smalto bianco. Completa il look il bracciale in acciaio, a tre file, del genere definito “Nixon” dai fan di Omega (dal nome del Presidente americano cui fui offerto un Moonwatch nel 1969). Infine, il vetro zaffiro a box che fornisce maggior profondità al quadrante in meteorite.

    Già, il quadrante in meteorite, protagonista assoluto dell’habillage. Ho chiesto informazioni a Omega sulle origini del materiale ferroso: e la risposta è che proviene dalla meteorite Muonionalusta, proprio come i display dei Constellation Meteorite, la collezione uscita più o meno un annetto fa. Ma il legame fra le due famiglie di orologi va anche oltre. Perché l’esperienza accumulata in quell’occasione nel trattamento cromatico delle meteoriti è stata utile anche adesso. Il quadrante dello Speedmaster Moonphase Meteorite è stato infatti colorato di grigio o di nero con un rivestimento galvanizzato.

    Sempre a proposito di meteoriti, Omega dichiara invece la provenienza di quella utilizzata per le due Lune poste a ore 6, che indicano rispettivamente le fasi percepite nell’emisfero settentrionale e meridionale del Pianeta. Si tratta proprio di una meteorite lunare, appositamente tagliata in due minuscoli cabochon che così forniscono una rappresentazione realistica del nostro Satellite. E, per accentuare ancora di più il senso dello story-telling (potenza del marketing!), lo sfondo che le circonda riproduce esattamente la collocazione delle stelle nel cielo di Biel/Bienne la notte dell’allunaggio dell’Apollo 11, in quel 20 luglio 1969.

    Un movimento evoluto

    Passiamo dunque al calibro Co-Axial Master Chronometer 9914, che chiaramente appartiene alla famiglia di calibri 99XX, montati all’interno di altri esemplari in catalogo. Tipo il 9908 dello Speedmaster Chronoscope del 2021 (o anche dell’ultima versione uscita l’estate scorsa per le Olimpiadi). Oppure il 9906 degli Speedmaster 57 “colorati” lanciati nel 2022. A carica manuale, come scrivevo sopra, è uno sviluppo del calibro 9900, con la platina della complicazione sovrapposta al movimento cronografico di base. Il che comunque non va troppo a influire sul volume complessivo, visto che il movimento ha uno spessore di 7,15 mm. La cassa invece misura 13,6 mm (di spessore) contro i 16,85 dello Speedmaster Moonphase del 2016, che però era un automatico.

    La costruzione rimane quella degli altri esemplari. Dal fondello dell’orologio si vede la platina aperta sul bilanciere, fissato con un grande ponte massiccio e fulcro della decorazione. In sintesi, si tratta di un cronografo con ruota a colonne, spirale in silicio e autonomia di 60 ore. Altre particolarità tecniche sono sottintese alla definizione Co-Axial Master Chronometer. Quindi, scappamento Co-assiale e certificazione del Metas, l’Istituto federale di metrologia che lo ha sottoposto a 8 rigorosissimi test (dopo che il movimento è stato certificato dal Cosc). E che ne garantisce non solo la costanza di marcia ma anche la resistenza ai campi magnetici fino a 15mila gauss. Trovate comunque ulteriori dettagli nelle didascalie della gallery.

    Prezzo e disponibilità dello Speedmaster Moonphase Meteorite

    Mancano ancora le ultime informazioni, quelle che tanti appassionati vorrebbero sapere per prime. Il prezzo dello Speedmaster Moonphase Meteorite è di 19.100 euro, indipendentemente dalla versione. Che non sono pochi, ve ne do atto, ma sui quali influisce non solo il quadrante in meteorite ma ancor più lo sviluppo del movimento. Poi la disponibilità: l’orologio non è ancora in vendita online, ma come al solito sarà innanzitutto distribuito nei negozi monomarca. Quindi il consiglio agli interessati è di recarsi in boutique (in Italia sono quattro: Roma, Milano, Firenze e Venezia) a chiedere informazioni. E valutarne l’acquisto dopo averlo attentamente analizzato con un lentino. Anche a costo di restare incantati fra le figure di Widmanstätten e le Côtes de Genève arabescate. Quando si dice stregati dalla Luna…

  • RM 07-02 Automatic Sapphire. Richard Mille: colore e trasparenze

    RM 07-02 Automatic Sapphire. Richard Mille: colore e trasparenze

    Negli ultimi anni ne abbiamo viste di tutti i colori. Di casse in vetro zaffiro, intendo: un materiale ad alte prestazioni ormai diffuso in orologeria, seppur appannaggio del segmento più alto del mercato. E che ora esordisce in un’inedita sfumatura: il fucsia. Lo si vede per la prima volta nell’RM 07-02 Automatic Sapphire, l’uscita più recente dell’arcinota linea femminile di Richard Mille.

    Una collezione articolata in diversi modelli e molteplici varianti, e associata proprio all’uso di coloratissimi materiali high-tech. Pensate per esempio all’RM 07-04 Automatic Sport, con la cassa in Quartz Tpt declinata in blu cobalto, verde caraibi, panna, malva e rosa salmone (più una nera in Carbon Tpt). Oppure all’RM 07-01 Coloured Ceramics, con la cassa appunto in ceramica nei toni del lavanda, rosa cipria e azzurro polvere (e prima ancora del lilla, rosa pastello e azzurro pastello).

    Da quei precedenti, il nuovo RM 07-02 Automatic Sapphire si distingue – come scrivevo sopra – proprio per la cassa in vetro zaffiro. Che esiste in fucsia, in rosa e in verde, anche in versione incastonata. Un po’ come se Richard Mille, e la Direttrice artistica Cécile Guenat, volessero offrire alle signore esemplari modernissimi, sia nella scelta materica sia in quella cromatica. Preziose trasparenze che non trovano equivalenti sul mercato delle lancette.

    A proposito di zaffiro

    Allora, vediamo di scoprirne di più su questo particolare tipo di vetro – o meglio di cristallo, vista la struttura fisica che lo compone. In particolare, per quello della cassa degli RM 07-01 Automatic Sapphire Richard Mille si è affidato a uno storico partner, la Stettler AG. Un’azienda di Lyss specializzata proprio nella fabbricazione di componenti in zaffiro, non solo per l’orologeria ma anche per l’industria medica, aerospaziale, ottica ed elettronica.

    Lo zaffiro sintetico, per meglio dire corindone sintetico, ha la stessa composizione chimica e le stesse proprietà della gemma che si trova in natura, ma è prodotto in laboratorio. Per la produzione dello zaffiro esistono diverse tecniche: quella più tradizionale è il metodo Verneuil, mentre in questo caso si utilizza il metodo Kyropoulos (dal nome del chimico che lo propose nel 1926, anche se poi fu applicato allo zaffiro solo negli anni ‘70, in Unione Sovietica). Più sofisticato, permette la creazione di boule molto grandi ma con difetti minimi ed elevata perfezione cristallina, come quelle necessarie per la cassa dei Richard Mille.

    Cos’è il metodo Kyropoulos

    In poche parole – e mi scuso con gli addetti ai lavori per la superficialità della mia sintesi – si tratta di far fondere in un crogiolo di metallo pesante (di tungsteno o molibdeno) dell’ossido di alluminio altamente puro, sottoposto a temperature elevate, di 2000/2100°C, in atmosfera controllata. Nel materiale fuso è immerso un cristallo di origine, un piccolo pezzo di zaffiro che funge da “seme” o da germe di cristallizzazione, e come un catalizzatore attrae la materia attorno a sé.

    Tirato verso l’alto e allo stesso tempo ruotato, permette la formazione del solido per accrescimento in direzioni definite. In questo modo dalla fusione si ottiene un grande blocco grosso modo cilindrico, che poi viene lavorato per mezzo di utensili al diamante, l’unico materiale più duro dello zaffiro. Lo zaffiro infatti ha un indice di durezza pari a 9 sulla scala di Mohs (che corrisponde a circa 1800/2200 Vickers), contro il valore di 10 (pari a circa 8400 Vickers) del diamante.

    Un’ultima considerazione riguarda il colore. Per colorare lo zaffiro, durante la fusione si aggiungono tracce di ossidi metallici, per esempio a base di ferro, titanio o cromo, in relazione alla tonalità che si desidera raggiungere. Sviluppare un nuova cromia – come nel caso del fucsia voluto da Richard Mille – ha richiesto innumerevoli prove e tentativi, prima di riuscire a mettere a punto l’esatta sfumatura desiderata.

    La cassa dell’RM 07-02 Automatic Sapphire

    Una volta pronta la boule di zaffiro, si procede al taglio, alla molatura e alla fresatura per ottenere la cassa tonneau dell’RM 07-02 Automatic Sapphire. Qui il problema (peraltro ricorrente nella produzione di Richard Mille) è dovuto alla complessità della forma, ricca di incavi, sporgenze, fori, smussi – nei diversi componenti: lunetta, carrure, fondello più i due vetri. Oltretutto la durezza e la rigidità del materiale impongono una precisione quasi assoluta non solo nelle fasi di taglio ma anche durante l’assemblaggio, con tolleranze di pochi micron.

    Detto questo, è facile comprendere perché per realizzare una singola cassa ci sono volute circa 1000 ore di lavoro, più o meno 40 giornate di operazioni a macchina. Dati davvero impressionanti, se si considera che 430 ore sono state impiegate per la preformatura e altre 350 per la lucidatura. Vi invito a dare un’occhiata alla gallery in alto per rendervi vagamente conto delle difficoltà e della cura richieste durante le fasi di lavorazione. Ma non è finita qui. A complicare le cose ci si mette pure l’incastonatura delle pietre preziose.

    Il problema delle gemme

    Sì, perché in due casi su quattro, la cassa dell’RM 07-02 Automatic Sapphire è impreziosita di diamanti. Facile a dirsi, ma non a farsi, considerata appunto la durezza del materiale e la precisione necessaria. Si è dovuto perciò sviluppare una tecnica speciale, nella quale si è prima ricorsi al laser per riuscire a intagliare la lunetta e ricavare le sedi delle pietre (gli addetti ai lavori definiscono mitraillage la fase di perforazione dei “buchi” in cui saranno poi collocate, a mano, una ad una).

    Quindi si è provveduto a creare dei castoni in oro per racchiudere e trattenere ogni gemma. Ciascuno realizzato in oro giallo o bianco, a seconda del colore dello zaffiro, e ciascuno lucidato a mano, a dispetto delle dimensioni microscopiche. Nulla si sa di ufficiale riguardo ai tempi e ai dettagli dell’incastonatura, ma immagino che il maître sertisseur abbia imprecato non poco, almeno all’inizio del lavoro…

    Tanto per gradire, va detto che anche i quadranti dell’RM 07-02 Automatic Sapphire sono tempestati di pietre preziose. Non solo diamanti, però. I designer si sono divertiti a giocare con le sfumature in dégradé, e sono quindi andati a cercare gemme di vari colori e tagli diversi (anche fantasia). Accanto ai tradizionali zaffiri blu o gialli, ecco allora la spessartina arancione, l’agata bianca, l’opale, la tsavorite, la malachite, il crisoprasio. Sotto forma di consuete baguette (comunque tagliate su misura) e cabochon, ma anche di placche ondulate, insolite quanto d’effetto.

    La meccanica dell’RM 07-02 Automatic Sapphire

    Due parole sul movimento che anima l’RM 07-02 Automatic Sapphire, messo in evidenza dalla cassa trasparente. Meccanico a carica automatica, come indica il nome stesso dell’orologio, è il calibro CRMA5, dalla costruzione scheletrata. Due le particolarità che lo distinguono dagli altri calibri della stessa famiglia. Uno, la platina e i ponti in oro rosso 5N, tempestati di centinaia di diamanti: il che comporta estrema attenzione e delicatezza nel montaggio delle pietre, un po’ per la scheletratura e un po’ per garantire la perfetta planarità della struttura.

    Due, il rotore come sempre a geometria variabile, che permette di adattare la capacità di ricarica con il livello di attività fisica di chi indossa l’orologio. Anch’esso in oro rosso, è di nuovo incastonato di diamanti: la cui presenza non solo comporta difficoltà di incastonatura, ma soprattutto influisce sul peso del rotore stesso e quindi ha richiesto una serie di studi ulteriori per l’efficienza del sistema di ricarica. Aggiungo solo che il calibro CRMA5 è dotato delle consuete caratteristiche dei movimenti di Richard Mille, quali il bariletto a rotazione rapida o il bilanciere a inerzia variabile, che ne definiscono la qualità e le prestazioni.

    Conclusioni

    Ancora qualche considerazione e faccio “basta”. Ciascun modello dell’RM 07-02 Automatic Sapphire è replicato in un’edizione limitata di 7 esemplari. Ma – dopo quanto ho scritto finora – non è difficile intuirne il motivo. Riguardo ai prezzi, infine, la Casa madre non li dichiara, così come non dichiara la caratura delle pietre. Il mio sarà anche un azzardo, ma sono pronta a scommettere che si tratta di una cifra a sei zeri…

  • Il Golden Ellipse 5738/1R e il tessuto d’oro di Patek Philippe

    Il Golden Ellipse 5738/1R e il tessuto d’oro di Patek Philippe

    Parliamo del Golden Ellipse 5738/1R. Un esemplare dai nobili natali, parte di una collezione dalla lunga storia, presentato all’ultimo salone di Watches and Wonders Geneva con un inedito bracciale a maglia d’oro che ne accentua la preziosa estetica vintage. L’ideale, almeno in linea teorica, per le occasioni più formali delle feste di fine anno

    Sezione aurea. Due parole magiche, capaci di suscitare immagini e ricordi in ognuno di noi. Basta solo pronunciarle e agli storici verrà subito in mente il De divina proportione di Luca Pacioli o l’uomo vitruviano. Agli appassionati di architettura, il Partenone di Atene e la costante di Fidia. I matematici penseranno alla successione di Fibonacci, i biologi alle conchiglie tipo Nautilus, gli astronomi alla forma delle galassie…

    Per noi che amiamo gli orologi, invece, l’associazione più immediata è con un classico di Patek Philippe: il Golden Ellipse. Un esemplare elegantissimo ed essenziale, la cui costruzione – si dice – sia ispirata appunto al numero aureo: quel rapporto 1/1,618033… (volutamente troncato, perché è un numero irrazionale), già noto ai matematici greci, sinonimo di formale perfezione e armonia universale. Un archetipo di dress watch, uscito quest’anno in una nuova versione: il Golden Ellipse 5738/1R, con un particolare bracciale in oro che ne accentua l’estetica vintage e lo rende ancora più prezioso.

    Una collezione storica

    Il Golden Ellipse nasce nel 1968 e si distingue per la forma ellittica, punto d’incontro fra un cerchio e un rettangolo, che lo rende subito riconoscibile. Tra gli anni Settanta e Ottanta riscuote grande successo e diventa un emblema della Maison ginevrina. A metà anni Settanta è declinato in ben 65 versioni, di diverse dimensioni e metalli, anche da signora e di alta gioielleria. Dotato all’inizio di un calibro a carica manuale che ne garantisce la necessaria sottigliezza, nel 1977 è il primo ad adottare il calibro 240 – un ultrapiatto con micro-rotore decentrato –, sviluppato in Manifattura.

    Non posso ripercorrerne i quasi 60 anni di storia, quindi mi limito a citare gli ultimi esemplari degli anni Duemila. Quando spegne le 40 candeline, nel 2008, il Golden Ellipse acquista la cassa in platino (Ref. 5738P), il quadrante blu soleil (come l’originale, ma in una diversa sfumatura) e un nuovo formato Jumbo, di 34,5 x 39,5 mm. Dieci anni dopo, per il 50° anniversario, conosce due ulteriori varianti. Un’edizione limitata in platino (Ref. 5738/50P), della collezione Rare Handcraft: con quadrante in oro, decorato da volute incise a mano e rivestito di smalto nero. L’altra in oro rosa (Ref. 5738R) con quadrante nero. 

    Il Golden Ellipse 5738/1R di oggi

    Ed è proprio a quest’ultima che fa riferimento la referenza attuale. Come quel predecessore, infatti, il Golden Ellipse 5738/1R presenta la cassa di 34,5 x 39,5 mm, in oro rosa lucido, finitura che ne dichiara la vocazione elegante. Sul quadrante nero – o, meglio, ebano soleil –, si stagliano ancora i sottili indici a bastone e le lancette stile cheveau, sempre in oro rosa. L’abbigliamento “da sera” è sottolineato dal cabochon in onice nero incastonato sulla corona.

    Di differente, però, il nuovo Golden Ellipse 5738/1R ha il bracciale in oro rosa. Ed è la prima volta nel nuovo Millennio che l’orologio è presentato con un bracciale. Non un semplice bracciale tipo Nautilus, s’intende (sarebbe stato inappropriato su un orologio così chic). E nemmeno un bracciale come quello di altri precedenti: né quello a maglia milanese del 1968, né quello a maglia polacca del 1974. Diverso perfino dai bracciali “fantasia” – tipo jaseron, a graffetta o a damier – che si sono susseguiti nei decenni del Novecento, ai quali può essere semmai accomunato per la ricerca dell’originalità.

    Un peculiare bracciale a catena

    Il bracciale in oro rosa del Golden Ellipse 5738/1R è fatto con un’insolita catena che sembra avere le maglie a V. In realtà è composta da anelli ovali che convergono a due a due, grazie alla speciale costruzione, brevettata. Per metterla a punto i progettisti della Manifattura hanno lavorato qualcosa come 15 anni, a stretto contatto con i maestri catenisti, ed è un ibrido fra produzione industriale e produzione artigianale.

    Il bracciale conta 363 componenti, inclusi oltre 300 link, realizzati da macchine Cnc di ultima generazione, in modo da risultare tutti uguali e privi di imperfezioni. Dopodiché ogni singolo anello è lucidato a mano (così come ogni singola barretta) e assemblato da un esperto artigiano, uno a uno, fino a comporre un tessuto flessibile e, in un certo senso, “morbido”. Che crea, oltretutto, un bel contrasto con la pura essenzialità dell’insieme cassa e quadrante.

    Una volta indossato, quindi, il bracciale segue perfettamente i profili del polso e regala belle sensazioni. Ricordo di averlo provato la primavera scorsa, a Ginevra: Patek non ne dichiara il peso, ma al polso se ne percepisce tutta la piacevole “presenza” – cui però ci si abitua subito, grazie allo studiato comfort. Anche perché è provvisto di un sistema di regolazione della circonferenza, a suo modo geniale, che permette di allungarlo o accorciarlo con estrema facilità.

    Nascoste all’interno della chiusura déployante, ci sono infatti tre tacche di aggancio che creano un gioco di parecchi millimetri, quanto basta per regolarlo a piacere. Oltretutto l’ingegnoso stratagemma risulta del tutto invisibile proprio perché si trova sotto la placchetta della fibbia. Che a sua volta cattura l’attenzione perché è decorata con la Croce di Calatrava, in rilievo su un motivo simile alla lavorazione del bracciale stesso.

    Il calibro 240

    E passiamo infine al movimento. Si tratta, come scrivevo sopra, del celebre calibro 240, un ultrapiatto a carica automatica – sottile 2,53 mm –, brevettato appunto nel 1977. Si era all’epoca in piena crisi del quarzo, l’orologeria svizzera vedeva chiudere fabbriche e riconvertire produzioni, ma Henri Stern, l’allora Presidente di Patek Philippe, continuava a credere nel futuro della micro-meccanica. Commissionò quindi un nuovo movimento automatico, in grado di competere con i calibri a carica manuale: dallo spessore contenuto per poter dar vita a esemplari extrapiatti, ma che non avesse bisogno di essere ricaricato tutti i giorni. Di moderna concezione, doveva offrire soluzioni tecniche all’avanguardia: una caratteristica rimasta costante nel tempo.

    Si racconta che quel calibro fu sviluppato in soli 6 mesi. Al posto dell’ingombrante massa oscillante, aveva un mini-rotore decentrato, inserito a livello dei ponti, realizzato in oro 22 Kt per aumentarne l’efficienza. La carica unidirezionale, che eliminava l’invertitore, permetteva di ridurre gli attriti e un nuovo ruotismo dalla geometria ottimizzata migliorava ulteriormente la trasmissione d’energia. Fin dall’inizio il calibro 240 ha sempre montato il bilanciere Gyromax, anch’esso brevettato, la cui frequenza abbassata a 3 Hz diminuiva ancor di più i consumi, ma garantiva ugualmente prestazioni cronometriche impeccabili.

    Nei decenni successivi, comunque, il calibro 240 è stato via via aggiornato con il progredire della tecnologia. Qui mi limito a citare l’adozione della spirale Spyromax in Silinvar, un derivato del silicio, lanciata nel 2006. Ma nel 2011 lo si è visto anche associato all’organo regolatore Oscillomax, che oltre alla spirale Spyromax comprende anche lo scappamento Pulsomax (2008) e il bilanciere GyromaxSi, prodotti dal dipartimento R&D Patek Philippe Advanced Research. Tanto per dire che il calibro 240, grazie alle spessore ridotto, è un’ottima base su cui montare moduli di complicazioni. Ed è quindi utilizzato per molteplici esemplari in diverse collezioni in catalogo.

    Il prezzo del Golden Ellipse 5738/1R

    Concludo, come sempre, con un’informazione pratica, il prezzo al pubblico. Il Golden Ellipse 5738/1R costa 60.590 euro. Che sono tanti, certo, per noi comuni mortali. Ma credo di aver spiegato fin qui i molteplici motivi per cui vale ogni centesimo necessario per l’acquisto. Chiunque può apprezzare quest’opera di alto artigianato – anche quanti, come me, non se lo possono permettere. A chi ancora si ostina a non capire, rispondo con una facile battuta, che sgorga spontanea (anche se è un po’ acida): è l’alta orologeria, bellezza…

  • Audemars Piguet x Kaws, fra street art e alta orologeria

    Audemars Piguet x Kaws, fra street art e alta orologeria

    Audemars Piguet ha un profondo legame con il mondo dell’arte – in senso lato. Ricorrente presenza alla Biennale di Venezia come ad Art Basel (anche a Miami), ha sempre dato supporto a installazioni, progetti, sperimentazioni, visive come sonore. Andatevi a rileggere i numerosi precedenti raccontati in questo Giornale e ne avrete conferma. Non stupisce quindi la collaborazione con Kaws, un artista emblematico della cultura contemporanea. Così come non stupisce che dalla liaison sia scaturito un orologio: lo stesso era accaduto di recente con Matthew Williams o con Travis Scott. Stupisce, piuttosto, il risultato: un inedito complicato, l’Audemars Piguet x Kaws Royal Oak Concept Tourbillon “Companion”. Un nome che lascia intuire solo vagamente di cosa si tratta. E che rivela più di altri esemplari quanto i collegamenti extra-settore possano far bene all’alta orologeria in termini di ricerca e innovazione nella micro-meccanica.

    Pop art orologiera

    Ne parlavo l’altro giorno con Davide Passoni, che mi faceva notare come questo esemplare possa essere considerato una sorta di retaggio dell’era Bennahmias. Ed è vero: nei suoi quasi 30 anni di carriera all’interno della Maison di Le Brassus, 11 dei quali come Ceo, François-Henry ha dato un’impronta visionaria e anticonformista alla produzione. E in particolare al Royal Oak, trasformato da serio status symbol a oggetto di pop art, o di street art: esclusivo, costosissimo eppure divertente, perfino irriverente. Mi riferisco, ovvio, alle versioni con i personaggi della Marvel, con i quali il nuovo Audemars Piguet x Kaws sembra direttamente imparentato.

    Tant’è. La collezione è la stessa: quella celeberrima del ROC (Royal Oak Concept). Che insieme al temine Tourbillon è sinonimo di avanguardia tecnica, e allude alla ricerca, alla sfida, alla modernità. Anche l’impostazione grafica sembra la stessa: lì c’erano Spider-Man e Black Panther a sprigionare tutta la loro energia al centro del quadrante, la loro potenza, il loro dinamismo. Qui c’è un altrettanto espressivo Companion, che non è un super-eroe ma un simbolo della società di oggi. Affacciato verso l’esterno, sembra quasi una figura un po’ claustrofobica, con la testa e le mani appiccicate al vetro come se non solo guardasse fuori, ma volesse uscire, evadere dallo spazio ristretto della cassa.

    Ma, c’è un ma: l’Audemars Piguet x Kaws alza l’asticella della meccanica. Companion non è un semplice soggetto decorativo: coinvolge l’intero movimento, ne stravolge l’affissione. Costringe i progettisti del reparto Ricerca e Sviluppo, o meglio il team di APRP – leggi quel geniaccio di Giulio Papi e compagni -, a sviluppare un calibro del tutto nuovo, come vedremo poi.

    Chi è Kaws

    Prima però devo dire qualcosa su Kaws, arcinoto da chi bazzica il fashion world e l’universo artistico, ma magari poco conosciuto dal grande pubblico. Nato a Jersey City, classe 1974, Kaws (al secolo Brian Donnelly) è un protagonista della scena artistica newyorkese con una forte influenza internazionale, anche grazie alle implicazioni commerciali delle sue opere. Dopo il diploma alla School of Visual Art di Manhattan, va a lavorare come illustratore alla Jumbo Pictures, che fa capo alla Disney. Ma alle tavole preferisce i graffiti di strada, quindi lascia lo studio di animazione. Da quell’esperienza però prende probabilmente origine Companion, uno dei suoi personaggi più emblematici (l’altro è Bff, una specie di Muppet a pelo lungo). Che ha il corpo di Topolino ma la testa a forma di teschio, con tanto di tibie incrociate, due Ics al posto degli occhi e altrettante sulle mani guantate.

    Apparso per la prima volta come giocattolo di una marca giapponese nel 1999, da allora Companion è presente in tutte le opere di Kaws, di volta in volta rielaborato e reinventato. A un certo punto diventa anche un gonfiabile gigante, installato in cima a edifici e grattacieli, fino a raggiungere quasi i 40 metri della scultura Holiday, in cui appare sdraiato nel porto di Victoria Harbour, a Hong Kong. Intanto Kaws inizia a collaborare con le grandi firme della moda – Supreme, Nike, Bape, Uniqlo, perfino Dior… Ed entra a piè pari nell’universo della musica: firma la copertina di un album di Kanye West, le scenografie dei live dei Gorillaz, lavora con Pharrel Williams, ridisegna il Moonman (il premio degli Mtv Video Music Awards).

    Non sono un critico d’arte e non vi sto ad annoiare sul messaggio che viene attribuito alla sua arte. Aggiungo solo che oggi è considerato uno dei maggiori artisti contemporanei, una celebrità a livello globale, con un seguito di 4,4 milioni di followers sui social e una quotazione notevole sul mercato dell’arte. Tanto per capirci, nel 2019, un suo dipinto è venduto per 14 milioni di euro…

    L’Audemars Piguet x Kaws Royal Oak Concept Tourbillon “Companion”

    E arrivo finalmente all’orologio. L’Audemars Piguet x Kaws Royal Oak Concept Tourbillon “Companion” è una vera e propria opera d’arte da indossare da polso. Interamente realizzato in titanio, vede Companion, appunto, al centro della scena, quasi fosse schiacciato contro il vetro. La sua presenza è talmente totalizzante da relegare le informazioni orarie alla periferia del display. Ore e minuti sono riportati infatti da due indici che ruotano lungo una cremagliera, ben visibile dall’esterno, un po’ come quelle che si trovano associate a un tourbillon centrale. Tourbillon, fra l’altro, presente anche qui, ma posto nella consueta posizione a ore 6, sul petto di Companion, a rappresentare il cuore pulsante (sebbene meccanico) dell’icona pop.

    Ad animare l’orologio c’è, come scrivevo sopra, un movimento realizzato ad hoc: il calibro AP2979. A carica manuale, ha un’autonomia di 3 giorni, una frequenza di 3 Hz e, se lo si guarda dal lato fondello, parecchi richiami all’arte di Kaws. I ponti in titanio nero dalla decorazione tondeggiante, per esempio, così come la ruota a cricchetto del bariletto a forma di Ics, racchiusa in un altro ponte simile alla testa di Companion. Ics che ritornano, oltretutto, sulla testa delle viti di serraggio della lunetta. Per riprodurre gli speciali componenti del movimento così come della silhouette sul quadrante, tra l’altro, i tecnici della Manifattura di Le Brassus hanno dovuto sviluppare sia programmi specifici sia nuovi utensili delle macchine Cnc preposte a realizzarli.

    Conclusioni

    Concludo con qualche informazione in più, ma vi rimando alle didascalie per ulteriori dettagli. La cassa è grande e massiccia, ma estremamente leggera grazie al titanio sabbiato, e risulta quindi ben portabile a dispetto dello spessore notevole. Il cinturino in pelle effetto tessuto è intercambiabile con un altro, simile nella composizione ma diverso nella tonalità, leggermente più scura. Giusto per non perdere l’effetto della monocromia grigia che è parte fondamentale del nuovo Royal Oak Concept Tourbillon e della visione dell’artista di Brooklin.

    Poi, la tiratura limitata: del nuovo Audemars Piguet x Kaws verranno prodotti 250 esemplari, a sottolineare l’esclusività del pezzo. Che, c’è da scommetterci, sarà ambitissimo dalle generazioni più giovani e detestati dai tradizionalisti più intransigenti. Sul sito ufficiale trovate anche un video a tema, che farà la gioia dei fan dell’artista. Infine il prezzo, di 200mila franchi svizzeri, tasse escluse (a conti fatti, circa 260mila euro). Ma l’orologio è già stato avvistato su un noto sito di secondo polso a più di 420mila euro. C’era da aspettarselo: la speculazione è ormai una piaga connessa al collezionismo…

  • Il Cubitus, lettera aperta sull’affaire Patek Philippe

    Il Cubitus, lettera aperta sull’affaire Patek Philippe

    Lo confesso. Anch’io, appena ho visto il nuovo Cubitus, ho pensato: «Toh, Patek ha fatto il Nautilus quadrato». Poi però l’ho guardato meglio e ho notato che la lunetta non era quadrata ma ottagonale – come l’intera cassa, del resto. E man mano che osservavo com’è fatto, ho capito che è uno di quegli orologi che si scoprono a poco a poco, per come è costruito, per quanto è complessa l’architettura, per quanti dettagli nasconda… E ho (affettuosamente) invidiato un ipotetico proprietario, che ha la fortuna di trovarsi fra le mani qualcosa di cui difficilmente potrà stancarsi – tanto è ricco di particolari che si impara a percepire in modo graduale.

    Perché il Cubitus, ora?

    Ed è un po’ il motivo per cui ne scrivo adesso, settimane dopo il lancio. Per metterne in evidenza le peculiarità, che non si colgono a botta calda. Per parlarne in modo lucido e dopo averci pensato su. E andare oltre il “mi piace/non mi piace”, che ha spaccato il pubblico a metà, e che francamente penso sia una considerazione del tutto inutile. Non perché non sia importante che un orologio piaccia, ma perché i gusti sono soggettivi (l’ho scritto infinite volte). E se a qualcuno una cosa non piace, beh… ci sarà qualcun altro che invece l’adora: chi dei due ha ragione? Oltretutto sono anche mutevoli, i gusti personali: una cosa nuova può non piacere perché la troviamo insolita, strana, non convenzionale. Perché non siamo abituati a vederla – ma, quando ci siamo fatti l’occhio, l’apprezziamo eccome…

    E poi tutti sappiamo quanto l’ambiente dell’orologeria sia “conservatore”, soprattutto in senso estetico. Quanto sia restio ad accettare le novità, ad uscire dalla propria comfort zone di forme e di modelli. Ma non mi riferisco tanto alla gente comune, ai leoni da tastiera, agli hater a prescindere – che lasciano il tempo che trovano. Il fatto che i detrattori urlino più forte degli altri non vuol dire nulla.

    Ce l’ho, piuttosto, con i sedicenti influencer, blogger e youtuber, che si arrogano il diritto di sparare giudizi in nome di chissà quale autorità e senza avere alcuna competenza, forti solo del loro gregge di follower (il che non depone bene per gli appassionati del settore). Novelli Petronius dell’ultim’ora che si atteggiano ad arbiter elegantiarum, ma che assomigliano più al Marchese del Grillo che a Lord Brummel. Aveva davvero ragione Umberto Eco quando diceva che internet ha dato parola a legioni di imbecilli? Meglio lasciar perdere…

    Saper aspettare

    Cerchiamo piuttosto di fare un minimo di commento critico (nel senso più profondo del termine) che finora in pochi hanno fatto. Certo non chi si è preoccupato di buttar giù in fretta e furia una recensione che scopiazza la cartella stampa, preso dall’ansia di pubblicare in tempo reale, ma senza soffermarsi sulle cose realmente importanti. Credo invece che sia stato utile aspettare, per poter scrivere qualcosa di sensato sulla base di quello che è successo in queste settimane. È uscito solo ieri per esempio il video della campagna del Cubitus Grand Date 5822, in cui il messaggio sotteso alla collezione è espresso chiaramente. Così come il target di riferimento. E nelle scorse settimane tutti abbiamo avuto modo di leggere le interviste rilasciate dal Presidente Thierry Stern, che si è assunto tutte le responsabilità del “fattaccio” e ha spiegato il punto di vista dell’azienda.

    Ancora, abbiamo visto come il Cubitus è stato accolto dal mercato. Perché, al di là dei commenti più o meno negativi, contano i numeri. I primi pezzi della collezione sono arrivati nei negozi dei rivenditori e si sono letteralmente volatilizzati – alla faccia di chi lo definiva un flop. A richiederlo (ancora prima che fosse distribuito) chiunque abbia anche solo una piccola collezione di Patek Philippe, così come quelli che riconoscono lo “status” della Manifattura. Uno per tutti, Mark Walhberg: che lo indossava già pochi giorni dopo il lancio (anzi, se lo toglieva per entrare in sauna) e lo sfoggiava su Instagram – agli antipodi dalla politica di riservatezza sempre seguita dall’azienda ginevrina. Intanto però ha mostrato al pubblico “come sta” veramente al polso l’orologio – a dispetto del refrain «ma è trooooppo grande!» proclamato da tanti.

    Chiaro, tra quanti sono riusciti ad accaparrarsene uno, ci sono stati anche gli speculatori. Che hanno fatto schizzare in alto, perfino quintuplicare, il prezzo del Cubitus Ref. 5821 (quello in acciaio con quadrante verde). Passato, su un noto sito di secondo polso, dai 41mila e qualcosa euro originari a oltre 200mila. Cosa che personalmente trovo scandalosa, non solo per i filibustieri che lo vendono ma anche per i polli disposti a comprarlo. Eppure – ne prendo atto – è un fenomeno che caratterizza l’orologeria di oggi, e si riscontra puntualmente, quando esce un nuovo esemplare che fa scalpore. Una brutta deriva per chi ama davvero gli orologi, e per chi – naïf e ingenuo come me – pensa ancora che gli orologi andrebbero comprati perché piacciono e non per farci il business. E del tutto fuori controllo dalla volontà di Patek.

    A proposito dell’estetica

    Detto questo, diamo un’occhiata veloce alle tanto vituperate caratteristiche del Cubitus. Poi, in futuro, faremo un’analisi tecnica più approfondita dei due modelli usciti finora. Qui mi limito ad accennare a certe questioni di rilievo. Come le dimensioni, appunto: quei 45 mm in diagonale visti come un’enormità – manco avessimo tutti dimenticato i tanti 47 mm che andavano per la maggiore anche solo una decina di anni fa. Patek, si sa, è sempre andato in contro-tendenza: all’epoca dei “tegamini” si ostinava a realizzare i suoi classici 37/38 mm. Oggi, da bravo bastian contrario, va avanti per la propria strada e propone un oversize, anche se sono tornati di moda i diametri contenuti. Oddio, che Patek vada oltre le mode? Che non segua pedissequamente il marketing comune? Che rivelazione! E comunque, con buona pace di chi ha il polso piccolo, ha già dichiarato che usciranno altri formati, altre dimensioni.

    Parliamo della cassa. Che è grande, appunto, ma è estremamente sottile: 8,3 mm il solo tempo, 9,6 il complicato – a tutto vantaggio della vestibilità. Poi, la costruzione monoblocco: bipartita, con il fondello che è tutt’uno con la carrure e la lunetta separata. L’incassatura del movimento quindi avviene dall’alto, con le “cerniere” laterali serrate da quattro viti. Ogni riferimento al Nautilus è voluto e non è affatto casuale, anche riguardo al quadrante. Diretta ripresa di un successo riconosciuto e riconoscibile, firma distintiva di una collezione celeberrima. Del resto è un design che appartiene alla storia della Casa, e che funziona. Non trovo sia stupido volerlo riproporre in chiave nuova. E poi ci sono quelle finiture pazzesche, tipiche di Patek Philippe, che in questo caso hanno avuto bisogno di qualcosa come 55 operazioni manuali per ogni orologio (bracciale compreso).

    Le meccaniche del Cubitus

    Un tasto dolente per molti, quello dei movimenti. C’è chi contesta il fatto che il Cubitus complicato monti il ben noto 240 e non un calibro del tutto nuovo. Magari non ha considerato che presenta inedite indicazioni – gran data, giorno della settimana e fasi di luna, tutto istantaneo – per le quali Patek ha depositato sei domande di brevetto (sei, non due, che già sarebbero tante). Basti dire che una riguarda “la gestione dell’energia necessaria alle diverse visualizzazioni e al loro salto simultaneo in 18 millisecondi” (cito letteralmente la cartella stampa). Scusatemi se è poco. E poi qualcuno ha la sfera di cristallo? Qualcuno sa con certezza cosa ci riserverà il futuro, se la collezione è destinata ad avere ulteriori complicazioni o calibri sviluppati ad hoc? Sappiamo solo che altri esemplari sono in cantiere – lo ha detto il Presidente – e la pianificazione dei movimenti Patek è definita fino al 2039.

    Il che risponde anche all’altra critica: i solo tempo sono equipaggiati dal calibro 26-330 S C, che deriva dal suo omonimo del 2019. Lanciato quindi l’altro ieri, né obsoleto né superato. Non vedo perché se si ha in casa un movimento funzionale a uno scopo non lo si possa utilizzare. Lo scandalo è che è piccolo e non “di forma”, come la cassa? Ma avete idea di quanto costi – in termini di tempo, risorse, investimenti – progettare e realizzare un nuovo movimento? Quanti anni ed esemplari servano per ammortizzare la spesa? Magari si può ipotizzare che il gioco non valesse la candela, nel senso che il Cubitus non è che una parte della produzione di Patek e i modelli XL una parte ancora più ridotta.

    La mia sensazione è che tutti si siano precipitati a esprimere giudizi per lucidarsi il proprio ego. Senza avere alcuna idea dell’intero progetto, senza averci ragionato su granché. Senza neppure aver visto il Cubitus fisicamente…

  • Classique 5177 e Classique 7787 Moonphase, così Breguet

    Classique 5177 e Classique 7787 Moonphase, così Breguet

    Ci sono orologi che si riconoscono subito, fin dalla prima occhiata. Quelli che, appena li guardi, sai benissimo chi li ha fatti e a quale collezione appartengono. Perché presentano una combinazione di caratteristiche che ne dichiarano apertamente l’identità. Ancora più facili da identificare, poi, quando presentano stilemi codificati da secoli. Come nel caso degli ultimi Classique 5177 e Classique 7787 Moonphase, inconfondibilmente Breguet. Non cloni o repliche di pezzi già esistenti o esistiti, appena ritoccati nelle proporzioni o in dettagli infinitesimali – piuttosto evoluzioni, variazioni sul tema sviluppate in una rinnovata estetica, filtrate con il gusto più attuale. E per questo ben riusciti. Quasi come in un cocktail, in cui ingredienti noti ma dosati in diverse proporzioni sono mixati fino a ottenere un sapore del tutto nuovo.

    Un po’ è merito della collezione Classique, che per impostazione riflette con fedeltà le regole tecniche, i canoni artistici e i valori tipici della Maison Breguet. “Una sublimazione della storia e delle peculiarità di Breguet”, la definiva giustamente un vecchio catalogo. Così, in questi e in altri modelli, si incontrano i materiali pregiati usati anche in passato con i segni distintivi caratteristici della Casa. Ma un po’ di merito va anche alle stesse referenze 5177 e 7787, in produzione almeno dagli anni Dieci del nuovo Millennio (se non ancor prima), e diventati punti di riferimento per i collezionisti e i fan della Marca.

    Tratti inconfondibili

    Ecco allora che i nuovi Classique 5177 e Classique 7787 Moonphase presentano elementi costruttivi comuni, molto significativi. A cominciare dalla cassa in platino, metallo nobile per eccellenza adottato per la prima volta dai due esemplari. Ricco di qualità, è lucente e prezioso, molto duttile e malleabile, resistente alla corrosione, inattaccabile dall’ossidazione e perfettamente biocompatibile… La anse dritte e saldate, la carrure scanalata sono invece ricorrenti nella collezione. Poi il quadrante in smalto Grand Feu, dalla bellezza incorruttibile in grado di attraversare i secoli. Tecnica ancestrale, autentica sfida densa di incognite, si serve di pigmenti minerali e temperature elevate (fra gli 800 e i 1200 °C) per ottenere una profondita cromatica senza eguali.

    Celeberrime le lancette à pomme evidée, qui in acciaio rodiato per questioni di leggibilità (di solito sono invece azzurrate alla fiamma, come vuole la tradizione) e le cifre Breguet, color argento cipriato, che appaiono in rilievo grazie al delicato décalque in polvere finissima. Quindi la firma segreta, del tutto invisibile a meno che non si guardi il quadrante con luce radente, in determinate inclinazioni. Un sistema anticontraffazione utilizzato da Abraham-Louis Breguet a partire dal 1795 circa – i falsi erano una iattura anche all’epoca – e realizzato con un pantografo a punta secca. Nel Classique 5177 la si riscontra tra il centro e le ore 6, mentre nel Classique 7787 Moonphase fra il centro e le ore 3. Il carattere tipografico, corsivo, riprende la stessa calligrafia voluta dal fondatore dela Casa.

    Il Classique 5177

    Più nel dettaglio, si tratta di un orologio sottile (se non proprio extra-piatto), elegantissimo. Da sera, anzi da gran sera, sarebbe perfetto anche con uno smoking e perfino con un tight. La cassa misura 38 mm di diametro ed è sottile solo 8,8 mm. Il total look nero ben interpreta lo stile essenziale – verrebbe da dire neoclassico – e la purezza delle linee derivata direttamente dagli esemplari da tasca di Abraham-Louis Breguet. Se mi guardo indietro nel tempo, ne ricordo almeno due precedenti, sempre con il quadrante in smalto Grand Feu: bianco, uscito nel 2012, e blu, nel 2019. Senza contare quelli degli anni 2012/13 con il quadrante guilloché – che sembrano provenire da un’altra famiglia, tanto sono diversi.

    Dal punto di vista meccanico, è animato dal calibro 777Q. A carica automatica, fornito di funzioni semplici come i secondi al centro e il datario a ore 3, coniuga tecnologia e tradizione. È dotato infatti di 55 ore di autonomia e di componenti in silicio (spirale piatta, àncora e ruota di scappamento), che ne aumentano l’affidabilità cronometrica. Ma vanta anche elementi estetici d’antan: come il profilo di alcune ruote, ripreso da certi Breguet della fine del XVIII secolo, o la massa oscillante in oro guilloché, con un motivo definito dalla Maison “a mosaico stellato”. Voglio ricordare infatti che la rabescatura effettuata rigorosamente a mano con gli antichi torni, è una specialità della Manifattura Breguet.

    Concludo con un’osservazione: le finiture di tutti i componenti (Côtes de Genève, perlage, anglage) creano un bel contrasto con la sobria semplicità del quadrante… Infine il prezzo al pubblico: 43.800 euro. E passo all’altro esemplare.

    Il Classique 7787 Moonphase

    Altrettanto elegante, ma più complicato, il Classique 7787 Moonphase presenta appunto le fasi e l’età della Luna a ore 12, e l’indicazione dell’autonomia residua a ore 6. Prende ispirazione da un celebre “tasca” di Abraham-Louis Breguet, il N°5: un perpetuelle venduto – secondo gli archivi della Casa – a Monsieur Journiac Saint-Méard nel 1794. Le funzioni in effetti sono le stesse, anche se nell’esemplare moderno hanno una diversa collocazione – e quello antico aveva pure una ripetizione quarti “à toc”. Nella collezione contemporanea, il Classique 7787 Moonphase ha esordito nel 2011 in due formati di cassa: da 39 e da 36 mm di diametro (quest’ultimo con diamanti), entrambi con quadrante guilloché a Clous de Genève. L’anno successivo è uscito anche con quadrante bianco in smalto Grand Feu e cassa in oro rosa – declinato poi, nel 2019, con cassa in oro bianco.

    Ad accomunare tutte le referenze (anche quelle non più in produzione) è il movimento, meccanico a carica automatica: il calibro 591 DRL. Anch’esso con componenti in silicio (gli stessi del precedente: spirale piatta, ancora e ruota di scappamento), ha un’autonomia di 38 ore, come riporta appunto sul quadrante. Il che è oggettivamente un po’ poco per gli standard attuali. In compenso però possiede fasi lunari astronomiche, che devono essere corrette di un giorno ogni 348,7 anni. Grazie all’aggiunta di un pignone sul disco delle fasi di luna, calcola un mese sinodico di 29,5303498 giorni invece dei consueti 29,5 giorni proposti di solito. Con un’approssimazione migliore rispetto ai 29,53058888 giorni effettivi della rivoluzione lunare attorno alla Terra.

    Anche in questo caso, il movimento presenta le lavorazioni tipiche dell’alta orologeria: massa oscillante decorata a chicchi d’orzo, ponti a Côtes de Genève, perlage altrove e anglage dove necessario. Mentre il prezzo al pubblico raggiunge i 52.100 euro. Non poco in assoluto, ma coerente con gli altri esemplari complicati in catalogo.

  • Faubourg de Cracovie Crossroads, il crocevia di Czapek

    Faubourg de Cracovie Crossroads, il crocevia di Czapek

    Crossroads (in inglese incroci, crocevia) è il titolo di un vecchio brano di Robert Johnson, poi ripreso anche da Eric Clapton. Datato 1937, fu fondamentale per la nascita del rock’n’roll, così come lui – chitarrista leggendario, incarnazione del Delta Blues nonché artista maledetto – fu una delle figure più influenti sulla scena musicale del Novecento. Invece, nel nuovo orologio di Czapek – lanciato a Watch Time New York nei giorni scorsi -, il termine si riferisce più concretamente alla lavorazione del quadrante guilloché. Ma a me piace pensare che il Faubourg de Cracovie Crossroads si chiami così anche perché è il punto di incontro tra stili, generi, tensioni opposte. Un cronografo classico e allo stesso tempo modernissimo, innovativo nel suo far appello alla tradizione, sportivo sì, ma indubbiamente chic.

    Due parole sul Brand

    Per i pochi che non lo conoscessero, Czapek & Cie è un marchio di alta orologeria con sede a Ginevra. Prende nome da Franciszek Czapek, orologiaio di talento emigrato nel 1932 dalla Boemia in Svizzera, dove cambiò il proprio nome in François. Lì incontrò un altro emigrato polacco, Antoine Norbert de Patek, e insieme diedero vita alla Patek, Czapek & Cie (vi ricorda qualcosa?). La loro società durò sei anni, dal 1839 al 1845, e realizzò orologi eccezionali – tra i più quotati oggi sul mercato antiquario. Al termine della partnership, Patek fondò la Patek Philippe insieme a un nuovo socio, Adrien Philippe, mentre Czapek fondò la Czapek & Cie con Juliusz Gruzewski.

    L’impresa ebbe successo. Czapek divenne prima orologiaio di corte poi fornitore ufficiale di Napoleone III. Nel 1850 scrisse un trattato di orologeria (in polacco) e aprì una delle prime boutique in place Vendôme, a Parigi. Nel ’55, oltre all’atelier ginevrino, aveva anche un negozio a Varsavia. Vantava un’illustre clientela, tra cui si annoverano il Pasha d’Egitto Khedive Ismail e la nobile casata russa di Golitzyn, seconda soltanto ai Romanov. Poi, nel 1871, Czapek scompare misteriosamente, e con lui la sua attività, che gli sopravvisse per pochi anni. Il Marchio torna a nuova vita solo un secolo e mezzo dopo. Finanziato con un’ampia operazione di crowdfunding azionario, è lanciato ufficialmente a Ginevra nel 2015.

    Dietro la rinascita ci sono tre soci: l’esperto d’arte Harry Guhl, l’imprenditore Xavier de Roquemaurel e l’orologiaio Sébastien Follonier. Con l’obiettivo di reinterpretare in chiave attuale lo stile e lo spirito delle origini, esordiscono con un orologio ispirato a un “tasca” del 1850, la referenza 3430. Lo chiamano Quai de Bergues, l’indirizzo del primo atelier aperto da Czapek sulle rive del Rodano, a Ginevra. E mettono a punto un movimento ad hoc insieme a Jean-François Mojon, il calibro SXH1, ispirato proprio al movimento di quel tasca, con due bariletti e un’autonomia di 7 giorni. Nascono poi altri progetti, altre collezioni – tra cui la famosa Antartique, con il primo movimento concepito e prodotto in casa. Ma per saperne di più sull’intero catalogo vi rimando al sito ufficiale.

    La collezione di cronografi

    La collezione Faubourg de Cracovie è la terza sviluppata nel nuovo corso di Czapek. Presentata nel 2018, prende nome dal luogo in cui si trovava la boutique aperta da François Czapek a Varsavia, nel 1854. Composta esclusivamente da cronografi, è animata dal terzo movimento sviluppato dal Marchio – ma ne parleremo poi. Ora preferisco soffermarmi sul design, a partire dalle dimensioni: 41,5 mm di diametro per 13,9 mm di spessore. Ma la costruzione è tale da farlo sembrare più sottile.

    Fin dalla prima occhiata è evidente la diretta discendenza dalla cassa Revolution del Quai de Bergues, solo lievemente modificata. I fianchi scavati e sabbiati, lungo tutta la carrure e fino alle anse, sono gli stessi. Gli elementi proteggi-corona, già presenti in quel precedente, qui si sono trasformati nei pulsanti integrati, mentre i due contatori dei piccoli secondi e dei giorni della settimana/autonomia sono diventati totalizzatori delle ore e dei minuti crono. E si sono “sollevati”, per passare dalla parte bassa del quadrante alla consueta posizione a ore 3 e 9. In mezzo, a ore 6, c’è invece il contatore dei secondi continui, molto discreto.

    Anche la decorazione del quadrante, sviluppato con l’azienda Metalem, sembra derivare dal Quai de Bergues. Il motivo originario, chiamato Ricochet, nel Faubourg de Cracovie si evolve nel motivo Résonance. Un altro particolare guilloché in cui le linee circolari si incrociano per formare dei quadrati in bassorilievo – lavorato come vuole la tradizione con le antiche macchine da guillochage. In più c’è da dire che la base è un disco realizzato in lega 401, composta da oro, platino, palladio e argento in percentuali “segrete”. Lucidata prima dell’incisione, regala riflessi intensi e variabili in rapporto all’incidenza della luce. Il colore è invece ottenuto con la consueta elettrodeposizione.

    Il quadrante del Faubourg de Cracovie Crossroads

    Nel Faubourg de Cracovie Crossroads il pattern del quadrante muta ancora. In questo caso le linee sono rette, convergono verso il centro dei due contatori e si intersecano a comporre una sorta di scacchiera fatta di elementi trapezoidali, più dilatati o schiacciati a seconda della posizione. Come una “rete” che si fa più fitta nella zona centrale. Sono gli incroci, appunto, che danno il nome all’orologio. E che potrebbero ricordare il battistrada di ipotetici pneumatici, vista la vocazione per i motorsport sottesa all’orologio.

    La caratteristica distintiva del Faubourg de Cracovie Crossroads è infatti la scala tachimetrica posta sul réhaut, utile (lo sanno tutti) per misurare la velocità. Simbolo di dinamismo, evoca il mondo delle corse e rimanda allo stile racing di generazioni di cronografi. Per inserire questo elemento, in realtà, l’intero quadrante è stato ristudiato nelle proporzioni: la flangia è stata accentuata, ingrandita, e di conseguenza il quadrante ridotto, contatori compresi. Eppure la leggibilità non è stata minimamente compromessa…

    Due le versioni di colore: Deep Blue, ovvero blu profondo con contatori argenté; oppure Secret Alloy, che richiama proprio la “lega segreta” di cui è fatto il quadrante, con i contatori in ton-sur-ton. In questultimo caso si tratta però di una tiratura limitata di 50 esemplari – che, per la cronaca, in pochi giorni sono già andati quasi del tutto esauriti.

    …E la meccanica del Faubourg de Cracovie Crossroads

    E arrivo al movimento. Come gli altri modelli della collezione, il Faubourg de Cracovie Crossroads monta il calibro SHX3, sviluppato con Vaucher Manufacture (e basato sul Vaucher Seed VMF 6710). A carica automatica, è un cronografo integrato che concentra una serie di attributi tecnici qualificanti, in linea con le esigenze del pubblico contemporaneo. L’alta frequenza, per esempio: il bilanciere lavora a 36.000 alternanze orarie e permette misurazioni precise a 1/5 di secondo.

    Oppure la ruota a colonne, il dispositivo più raffinato per la gestione delle funzioni crono, in questo caso a innesto verticale. Quindi l’autonomia: 65 ore, quanto basta per definirlo “a prova di weekend”. E il certificato ufficiale di cronometro rilasciato dal Cosc, garanzia di costanza di marcia. Senza dimenticare ovviamente le finiture curatissime, di gusto attuale: i ponti sabbiati e diamantati, color antracite, contrastano con la massa oscillante traforata, in oro rosa.

    Per concludere

    Le due versioni del Faubourg de Cracovie Crossroads hanno entrambe lo stesso prezzo: 36mila franchi svizzeri (con l’Iva italiana, 43.920 franchi svizzeri). Il che, in tutta sincerità, mi ha stupito: altri marchi avrebbero di sicuro aumentato il costo dell’edizione limitata… Ma evidentemente Czapek ha un rapporto particolare con il proprio pubblico, cui fa riferimento anche lo slogan “collezioniamo persone rare”. A proposito, il Marchio dichiara in modo esplicito di realizzare gli orologi su commissione: quindi, il nuovo cronografo attualmente è in pre-ordine. Per averlo si dovrà aspettare qualche mese: le consegne dovrebbero avvenire la prossima primavera, da maggio. Un plauso anche alla trasparenza.

  • First Omega in Space: torna lo Speedmaster vintage

    First Omega in Space: torna lo Speedmaster vintage

    L’epopea spaziale di Omega ritorna, ancora una volta, sotto i riflettori. L’occasione è l’anniversario di un’impresa del programma Mercury, celebrata con la riedizione di uno storico orologio: lo Speedmaster CK 2998. Una sigla poco nota alla gente comune, ma che fa entusiasmare i collezionisti e i fan della Marca anche solo al sentirla nominare. Perché è la referenza del cosiddetto First Omega in Space: il primo Omega, appunto, ad andare nello spazio.

    Presentato lo scorso 3 ottobre in una versione fedele all’originale nell’estetica, il nuovo First Omega in Space ora monta un calibro Master Chronometer. Fa parte quindi di quella generale revisione operata dalla Maison di Biel per riaggiornare la meccanica dei propri modelli più rappresentativi, alla luce delle tecnologie di ultima generazione. Ma la storia di questo esemplare merita di essere raccontata per bene, quindi partiamo dall’inizio.

    Lo Speedmaster, si sa, nasce nel 1957. Due anni dopo, nel ’59, Omega realizzò la seconda generazione della famiglia di orologi, con lo stesso movimento della precedente – il mitico calibro 321 (Lemania 2321) – ma con delle modifiche evidenti. Piccoli dettagli che facevano però la differenza: le lancette Alpha al posto di quelle Broad Arrow, la lunetta con la scala tachimetrica in alluminio nero e non più in acciaio, il cinturino in pelle invece del bracciale.

    L’orologio di Schirra

    Proprio di questo modello si innamorò Walter Schirra – Wally, per gli amici – pilota della US Navy di origine sarda nonché aspirante astronauta del programma Mercury. Uno dei primi 7 scelti dalla Nasa in una rosa di 110, con l’obiettivo di mandare l’Uomo nell’orbita terrestre. La leggenda vuole che Schirra acquistò lo Speedmaster CK 2998 in una gioielleria di Houston, qualche mese prima di partire per lo Spazio, conquistato forse dal design del quadrante ispirato al cruscotto delle auto sportive italiane, probabilmente per farsi un regalo in vista della missione. O almeno così si dice…

    Schirra era stato nominato infatti pilota di riserva del lancio Mercury-Atlas 7, nel maggio 1962, anche se poi in realtà non partì con quella navicella volo che fu invece assegnata a Scott Carpenter. Partì invece come pilota titolare della missione successiva, la Mercury-Atlas 8, lanciata da Cape Canaveral il 3 ottobre 1962: a bordo della capsula Sigma 7, orbitò per 6 volte attorno alla Terra e raddoppiò il tempo di permanenza nello spazio rispetto alle missioni precedenti. In un’operazione registrata negli annali della Nasa come “da manuale”.

    Per la cronaca, durante la permanenza negli spazi ristretti della Sigma 7, in quelle 9 ore e passa di volo, aveva al polso il suo Speedmaster. Lo aveva indossato a titolo personale, con l’intenzione di utilizzarlo come back-up per l’orologio di bordo. Anche se non fu una scelta ufficiale dell’agenzia spaziale (né l’orologio né gli apparecchi interni al veicolo spaziale furono allora sottoposti a test specifici), il CK 2998 funzionò perfettamente. Divenne così, di fatto, il primo Omega nello spazio. E inaugurò la serie di esemplari utilizzati – poi su protocollo Nasa – per le esplorazioni spaziali.

    Il successo del CK 2998 nel tempo

    Alla fine, l’esemplare di proprietà di Schirra tornò “a casa”. Omega lo riacquistò a un’asta di Sotheby’s, il 19 febbraio 1994, e presumibilmente lo conserva fra i propri cimeli, nelle raccolte del Museo di Biel. Tanto per capirci sulla preziosità degli orologi appartenuti a Schirra, un altro Speedmaster dell’astronauta fu venduto da RR Auction nel novembre del 2022, per quasi due milioni di dollari: era un pezzo commemorativo in oro, donatogli durante una cena di gala organizzata nel 1969 all’Hotel Warwick di Houston… Ma non divaghiamo.

    A Baselworld 2012, per festeggiare il 50° anniversario della Missione Mercury-Atlas 8, la Manifattura presentò un nuovo Speedmaster First Omega in Space. Un’edizione speciale numerata, non limitata, rimasta in produzione fino al 2021. Molto simile all’originale: stesso design simmetrico della cassa con le anse dritte, stesso quadrante a tre contatori con il logo in rilievo, stesso cinturino in pelle marrone effetto vintage. Poche le differenze, alcune microscopiche e visibili solo dall’occhio esperto di un “impallinato”, altre irreversibilmente sostanziali.

    Tra le prime, le lancette dei tre contatori: ad Alpha quella dei secondi continui, a bastoncino quelle dei totalizzatori cronografici; poi l’assenza del Dot over Ninety sulla scala tachimetrica (il puntino in corrispondenza del 90, un’ossessione per certi amatori). Tra le seconde modifiche, il quadrante piatto (non a gradini), il vetro zaffiro a box (esalite, addio) e ovviamente il calibro 1861, all’epoca l’ultima evoluzione del leggendario 321. Sempre a carica manuale, aveva 2 giorni di autonomia e lo smistamento delle funzioni crono a navette.

    Il nuovo First Omega in Space 2024

    E arriviamo finalmente ai nostri giorni. Il First Omega in Space attuale riprende anch’esso il design originario ma si distingue dai precedenti in alcuni dettagli e componenti. La cassa in acciaio misura 39,7 mm di diametro e presenta le consuete anse dritte (sebbene leggermente diverse dall’esemplare di 12 anni fa). Filologicamente corretta la lunetta: sempre in alluminio anodizzato nero, ma con l’amato Dot over Ninety redivivo. Il vetro zaffiro ha una nuova forma bombata, che ricorda molto di più quello in esalite degli esordi.

    Il quadrante torna a essere a gradini, ma cambia leggermente colore: diventa ora grigio-blu scuro, grazie a un trattamento Cvd (Chemical Vapor Deposition, deposizione chimica da vapore), con una finitura spazzolata soleil. Ci sono le consuete lancette centrali Alpha di ore e minuti, a bastone per i secondi cronografici; di nuovo Alpha quella nel contatore dei secondi continui, a bastoncino per le ore e i minuti crono. Indici anch’essi a bastone marroni, effetto vintage. Il logo applicato a ore 12 è accompagnato dal font storico per le scritte Omega e Speedmaster.

    Come accennavo all’inizio, la differenza fondamentale sta ovviamente nel movimento. Il nuovo First Omega in Space è equipaggiato dal modernissimo calibro 3861, l’ultimo erede del 321, presente anche in altri Speedmaster attuali. Sempre a carica manuale, è dotato però di scappamento Co-Axial, 50 ore di autonomia e spirale in silicio; antimagnetico fino a 15mila gauss, vanta la certificazione del Metas. Trovate ulteriori informazioni nella gallery qui in alto.

    Prezzi e disponibilità

    Il First Omega in Space di oggi è declinato in tre versioni: con il cinturino in pelle di vitello marrone, simile al pezzo d’epoca, oppure nero (entrambe con impunture beige a contrasto); in alternativa con il bracciale in acciaio a tre file, dai link centrali piatti, con un sistema di micro-regolazione per meglio adattarlo al polso. Cambiano, di conseguenza, i prezzi: 8.400 euro (con cinturino) e 8.800 (con bracciale). Lo si trova comunque già in vendita nelle boutique monomarca (non online). Che certo in assoluto non sono pochi, ma vanno valutati per la storia e per la qualità complessiva. Se mi dovessi mettere nei panni di un collezionista, sinceramente un pensierino ce lo farei…

  • Première Sautoir-Belt e Manchette, gli orologi-accessori di Chanel

    Première Sautoir-Belt e Manchette, gli orologi-accessori di Chanel

    Noi diciamo “il” Première, perché in italiano il termine orologio è maschile. Ma in francese la parola montre è femminile, quindi diventa “la” Première. La Première de Chanel. E il genere, in questo caso, ne ha segnato il destino. Il Première, il primo orologio della Casa della doppia C, è stato esplicitamente riservato a un pubblico di sole donne, e in quanto tale è sempre stato un po’ camaleonte. Intendo dire, proprio come le donne è eclettico, multiforme, capace di interpretare stili e ruoli diversi. In una parola, trasformista. Basta guardare il recente Première Sound per chiarire subito il concetto. E lo confermano anche i nuovi Première Sautoir-Belt e Première Manchette, usciti in contemporanea alla versione “ad alta fedeltà”, che introducono ugualmente modi insoliti di indossare l’orologio.

    Première, un orologio trasformista

    Del resto, poliedrico il Première lo è sempre stato, fin dagli esordi. Nato nel 1987, da allora ha vestito innumerevoli look, grazie all’inventiva prima del suo creatore, l’Art Director Jacques Helleu, e poi – più di recente – di Arnaud Chastaingt, Direttore dello Studio de Création Horlogère de Chanel. Andate a vedere la sezione dedicata, sul sito ufficiale, e lo vedrete con i vostri occhi. Io stessa lo ricordo in innumerevoli versioni, che nel tempo hanno affiancato o di volta in volta sostituito il modello originario – rinato lo scorso anno con il Première Edition Originale, “filologicamente corretto”. Talvolta in edizione limitata, ma sempre in catalogo. Qualche esempio?

    Più piccolo o più grande, in acciaio, in ceramica, in tutte le tonalità dell’oro (compreso quello beige, esclusivo della Maison). Con la lunetta liscia o incastonata di diamanti e altre pietre preziose (spinelli, zaffiri), con la carrure tempestata di baguette… Semplice solo tempo o addirittura complicato (scheletrato, con tourbillon volante). Con il bracciale intrecciato a un nastro di pelle nera (classicissimo) oppure bianca, ma anche azzurra, nude, talpa, fucsia, rossa (molto rock). Singolo, a doppio o a triplo giro, a catena gourmette dai maxi-link e perfino interamente fatto di perle Akoya (per il 30° compleanno, tuttora in collezione).

    Accenti di stile

    Ora però il Première si spinge oltre. E si reinventa: come collana/cintura o come bracciale “a polsino”. Certo, visto in prospettiva, non è la proprio la prima volta che si indossa l’orologio appeso al collo o legato attorno alla vita/sui fianchi. A chiunque conosca un minimo di storia dell’orologeria verranno in mente i sautoir e le châtelaine come nobili precedenti. E la stessa Maison Chanel ha già proposto quadranti inseriti in alti bracciali – per esempio nella collezione Mademoiselle Privé Bouton.

    Ma riguardo al Première Sautoir-Belt e al Première Manchette, si tratta di modelli che accentuano il carattere dell’orologio inteso come accessorio di moda. Ne enfatizzano l’aspetto femminile, ma insieme ne amplificano l’originalità e l’unicità. Senza tradire di fatto ciò che lo rende uno degli esemplari più riconoscibili e desiderati dalle signore di tutte le età: il gusto Chanel.

    In entrambi i casi, infatti, la cassa è sempre uguale a sé stessa, inequivocabilmente Chanel fin dal primo sguardo – almeno per le fan della Casa. Con la consueta forma ottagonale, derivata dal perimetro di place Vendôme e dal tappo del flacone del N°5 (il profumo più famoso del mondo), è realizzata in acciaio placcato oro giallo. Ha soltanto un formato leggermente ridotto rispetto al solito: misura 15,2 x 19,7 mm e solo 7,5 mm di spessore – grazie al consueto movimento al quarzo Swiss made.

    Le caratteristiche del Première Sautoir-Belt e del Première Manchette

    Nel Première Sautoir-Belt, dunque, il tradizionale bracciale è sostituito da una lunga collana, fatta sempre come la tracolla della celebre 2.55 (la borsa creata da Mademoiselle Coco nel 1955 e da allora oggetto di desiderio praticamente per tutte le donne, dai 10 anni in su). Ovvero una sottile catena in acciaio placcato oro giallo, “interlacciata” (concedetemi il termine, rende bene l’idea) con una striscia di pelle nera – che già da sola è uno status per tutti gli appassionati di moda.

    L’estetica insomma è simile a quella del Première Sound, con cui il Première Sautoir-Belt dimostra una diretta parentela, se non fosse che in quest’ultimo l’orologio si trova appeso a un’estremità della catena e sorregge una nappina, anch’essa in morbida pelle nera. In più il Première Sautoir-Belt è dotato di un moschettone, che si può agganciare a due anelli posti all’interno delle maglie della catena, così da permettere di usarlo appunto come collana o come cintura.

    La particolarità del Première Manchette invece è quella di avere la cassa integrata (ma mi verrebbe da dire incastonata) all’interno del bracciale a sette file. Che veste il braccio come un vero e proprio polsino – o cuff che dir si voglia, per chi è avvezzo all’inglese diffuso nel mondo della moda – di ben 36 mm di altezza, chiuso sul retro da una fibbia gioiello. Una volta indossato risulta però estremamente confortevole, proprio grazie alla struttura articolata della catena, che abbraccia il polso in modo morbido, quasi fluido.

    Note finali

    Concludo, come sempre, con le informazioni “di servizio”.  Sia il Première Sautoir-Belt sia il Première Manchette sono già in vendita nelle boutique monomarca. Attenzione, però: entrambi sono in produzione limitata, quindi non saranno disponibili per sempre. Il prezzo? Rispettivamente 12.000 e 10.700 euro. Non mugugnate: il tutto è coerente con quel senso di esclusività tipico di Chanel. Che contribuisce al fascino della Casa e ammanta abiti e accessori siglati dalla doppia C. Così è, facciamocene una ragione.

  • Première Sound, lo Chanel… ad alta fedeltà

    Première Sound, lo Chanel… ad alta fedeltà

    Il Première come non s’è mai visto: in versione tecnologica, sebbene non proprio smart. Un ibrido con funzioni audio, capace di connettersi allo smartphone, e allo stesso tempo interpretare le ultime tendenze di moda che vogliono gli anni Novanta come fonte di ispirazione. Ecco il Première Sound: un inedito wearable che è allo stesso tempo orologio, collana e cuffiette ad alta fedeltà. Tipicamente Chanel, nello stile come nella concezione.

    L’estetica del Première Sound

    Già, dal punto di vista estetico la cassa del Première Sound è quella di sempre. O, per meglio dire, è quella filologicamente corretta del Première Edition Originale, che a sua volta rispecchia il modello originario datato 1987. Nella forma ottagonale, a rievocare la geometria di place Vendôme, uno dei luoghi del cuore di Mademoiselle Coco. (Sì, certo, anche il profilo del tappo del leggendario Chanel N° 5: con quel flacone Art Déco, un best-seller della profumeria da oltre un secolo). Nel formato, di piccole dimensioni, esplicitamente dedicato ai polsi femminili. E nei materiali: acciaio placcato oro giallo, accostato al quadrante laccato nero e al vetro zaffiro sfaccettato.

    Non c’è, però, il consueto bracciale. La cassa è invece incastonata in una lunga collana, che riprende come al solito la tracolla della celeberrima 2.55, la borsa Chanel più desiderata di sempre, creata dalla grande couturière nel febbraio del 1955 (da cui il nome). La catena in acciaio placcato oro giallo è naturalmente intrecciata a una lunga striscia di morbida pelle nera, come da copione. Doppia nella parte attorno al collo, si scinde in due verso il basso – in due fili di lunghezza diversa – e vede l’orologio fissato su un lato. La definizione francese di montre-sautoir calza a pennello sul Première Sound: e anche è se ormai démodé (per usare un termine volutamente… fuori moda), ne coglie in pieno l’essenza. Indiscutibilmente chic.

    …la tecnologia…

    Quindi il colpo da maestro. Fermate alla catena da due clip quadrate, e facilmente removibili, ci sono un paio di griffatissime cuffiette. Gli auricolari nero-e-oro, in acciaio e vetro zaffiro, riportano l’ambita doppia C del logo (già questo basta a renderli un oggetto di culto). E sono collegati a un cavo nero opaco che termina con la presa audio di un classico jack da inserire nello smartphone (IPhone o Android, quale che sia), alla faccia del sistema wireless imperante ai nostri giorni. Il che fa tanto “operazione nostalgia” e spiega il riferimento alla moda anni Novanta, nelle prime righe in alto… Ma è anche l’ennesima conferma della sensibilità di Arnaud Chastaingt e del suo team nel saper cogliere lo Zeitgeist, lo “spirito del tempo” di letteraria memoria.

    Ma no, non pensate alla pessima riproduzione sonora, piena di disturbi e di fruscii, delle “cuffie con il filo” d’antan. Sviluppate con Master & Dynamic, brand newyorkese specializzato in dispositivi audio di alta qualità, le headphone del Première Sound sono un accessorio di ultima generazione. Low-tech ma funzionali, con tanto di microfono omnidirezionale, connettori e telecomando per il controllo remoto dello smartphone. Permettono quindi di rispondere alle telefonate, regolare il volume, riprodurre file audio o video (trovate i dati tecnici sul sito di Chanel). Io non le ancora provate, ma pare proprio che siano in grado di isolare l’ascoltatore dai rumori esterni e garantire un’ottimale qualità del suono. Insomma, come si dice oggi, di “offrire un’esperienza d’ascolto immersiva”.

    …e il beau monde

    Il Prèmiere Sound non poteva non avere l’immancabile contorno di mondanità. Presentato alla fine di agosto a Parigi insieme alle altre novità della collezione, è tuttora al centro di un evento speciale a Le Bon Marché Rive Gauche, in un pop-up che resterà aperto fino al 2 ottobre. E che espone anche i primi orologi Chanel, riuniti in una retrospettiva dedicata appunto al Première e alle sue evoluzioni nel tempo.

    A supporto del lancio, il Première Sound è protagonista di un video interpretato da Lily-Rose Depp, musa della Casa, e girato da Inez & Vinood nello studio/appartamento di Mademoiselle Coco al 31 di rue Cambon. Non solo. È già stato avvistato su un paio di celebrities. Un’altra ambasciatrice Chanel, Jeannie, vocalist delle Blackpink nonché star del k-pop, lo ha indossato lo scorso luglio in visita al temporary store Coco Crush di Seoul. E poi Lana Del Ray, che lo ha sfoggiato il 21 agosto al festival Rock en Seine. Tanto basta per aumentarne la desiderabilità…

    In arrivo nei negozi proprio in questi giorni, il Première Sound è in vendita in selezionate boutique monomarca – a un prezzo di 14.800 euro. Un prezzo coerente con gli altri esemplari di gioielleria Chanel. E poco importa che non sia alla portata di tutti. Chanel del resto non è “per tutti”: al contrario, è una Maison élitaria ed esclusiva per definizione. È un sogno cui solo poche fortunate possono accedere…

  • Gli orologi dell’America’s Cup, tra novità e pezzi già in catalogo

    Gli orologi dell’America’s Cup, tra novità e pezzi già in catalogo

    Il più antico e celebre trofeo velico, si sa, da sempre vanta legami con l’industria del tempo. E l’edizione di quest’anno vede tre celebri case nel ruolo di sponsor di altrettanti equipaggi. Ecco allora gli orologi dell’America’s Cup, aggiornati all’ultimo modello

    Giovedì 29, a Barcellona, iniziano i Round Robin della Louis Vuitton Cup, le prime selezioni per l’America’s Cup vera e propria. Ma già nella Final Preliminary Regatta dei giorni scorsi, la terza dopo quelle di Vilanova i La Geltrú e Jeddah dell’anno scorso, gli osservatori più attenti possono aver colto alcuni segni rivelatori che preannunciano possibili scenari futuri. Per esempio che due barche in particolare sembrano sovrastare le altre per velocità e preparazione (Taihora e Luna Rossa, c’erano dubbi?). O che gli AC-75 sono difficili e complessi, richiedono tempi di reazione infinitesimali e portano la gara a livelli finora impensabili. Mentre gli appassionati del mondo delle lancette avranno sicuramente notato che sulle vele e sugli scafi spiccano i nomi di tre marchi illustri. Il che fa della Coppa America non solo una competizione velica, ma anche una sfida fra le case di orologeria. Come sempre, del resto.

    Omega & ETNZ

    La Maison di Biel gioca un duplice ruolo nelle ultime edizioni dell’America’s Cup. Da un lato è cronometrista ufficiale dell’intera manifestazione e di tutte le regate che ne fanno parte. In questa veste, proprio di recente, ha presentato l’esemplare “ufficiale” (chiamiamolo così) fra i tanti orologi dell’America’s Cup: il Seamaster Diver 300M America’s Cup. Sul quale però – non me ne vogliano i cultori di Omega – evito di soffermarmi, per non ripetermi. D’altro canto, poi, è anche sponsor di Emirates Team New Zealand, attuale detentore dell’Auld Mug. Con i Kiwi, a dire il vero, Omega intrattiene un rapporto decennale. Che risale a metà degli anni Novanta, quando il sindacato di Sir Peter Blake affidò il timone di Black Magic a un giovane Russell Coutts.

    Rende omaggio proprio al Defender (perfino nei colori) il Seamaster Planet Ocean Deep Black ETNZ Edition: un cronografo automatico uscito lo scorso anno, ma più attuale che mai. Ne riassumo velocemente le caratteristiche. Cassa (45,5 mm di diametro) in ceramica, impermeabile fino a 60 atm. Calibro Co-Axial Master Chronometer 9900, con autonomia di 60 ore e tutti i sacri crismi della certificazione del Metas, che ne attesta fra l’altro la cronometria. Due cinturini intercambiabili, in gomma, nero e turchese. Nel contatore a ore 3, riporta il conto alla rovescia, utile nelle fasi di pre-partenza, per segnalare i fatidici 5 minuti che precedono il colpo di cannone all’inizio del match race. Ne avevo scritto in modo approfondito al momento del lancio: gli interessati possono rileggersi qui la recensione completa…

    Panerai & Luna Rossa

    La Maison fiorentina è entrata invece in America’s Cup come sponsor di Oracle’s Team nel 2017, quando i catamarani veleggiavano alle Bermuda. Ma nel 2019, mentre Larry Ellison e Russell Coutts davano vita al circuito Sail GP, Panerai ha iniziato la partnership con Luna Rossa – i cui risvolti all’insegna del Tricolore nazionale erano stati messi in evidenza illo tempore da Augusto Veroni. Da allora Panerai ha dedicato alla collaborazione numerosi esemplari, in cui ha dato spazio anche alla ricerca di nuovi materiali, tecnologici e super-performanti. Come il nuovo Ti-Ceramitech®, adoperato nella cassa dell’omonimo Submersible QuarantaQuattro (PAM01466)… Senza dimenticare le altre novità a tema presentate in primavera a Watches and Wonders Geneva, fra cui spicca perfino un tourbillon. E che potremmo sempre considerare nel novero degli orologi dell’America’s Cup.

    Ed è proprio alla collezione Submersible già in catalogo che si dovranno rivolgere tutti coloro che vorrebbero il nuovissimo Submersible Luna Rossa Carbotech™ (PAM 01563), ma resteranno a bocca asciutta. Lanciato proprio ieri, l’inedito orologio è infatti realizzato solo in 37 esemplari (perché si tratta della 37a America’s Cup), e sarà reperibile esclusivamente online, per 24 ore, sull’e-commerce del Marchio, il 5 settembre. La corsa contro il tempo è già iniziata: i più curiosi trovano tutte le informazioni sul sito ufficiale. Io mi limito, anche in questo caso, a una breve descrizione di quello che è, a tutti gli effetti, il più esclusivo fra gli orologi dell’America’s Cup. Cassa (42 mm) in Carbotech™, impermeabile fino a 50 atmosfere. Movimento automatico, calibro P900, con autonomia di 3 giorni. Cinturino in bi-materiale (tessuto e gomma) personalizzato, in alternativa a un altro in gomma blu, compreso nel packaging.

    Chi non riuscirà ad accaparrarsi nulla, però, non si disperi. Fonti certe e ben informate mi hanno assicurato che, il 7 settembre, Panerai lancerà un ulteriore modello dedicato a Luna Rossa. Negli stessi giorni, fra l’altro, aprirà anche una nuova boutique a Barcellona… Ma non divaghiamo e passiamo ad altro.

    Tudor & Alinghi

    Per la cronaca, Tudor è attivo nella vela anche come cronometrista ufficiale del Bol d’Or Mirabaud, la storica regata di flotta che si tiene sul Lago di Ginevra e riunisce migliaia di velisti (un po’ come la nostra Barcolana, che però si svolge in acqua salata!). In Coppa America è sbarcato nel 2022, quando ha scelto di affiancare il team di Alinghi Red Bull Racing per la conquista della Vecchia Brocca, in una collaborazione tutta rosso-crociata. Per annunciare la partnership, lo scorso anno ha lanciato due nuovi esemplari – un solo tempo e un cronografo -, realizzati negli stessi materiali dei monoscafi con hydrofoil che gareggiano nelle acque della Rosa de Foc…

    Qui mi concentro sul solo tempo del Pelagos FXD “Alinghi Red Bull Racing Edition”, per elencare i dati tecnici essenziali. Cassa (42 mm) in composito di carbonio – una “prima” per il Brand -, impermeabile fino a 20 atm. Movimento automatico, calibro MT5602 di manifattura, con autonomia di (quasi) 3 giorni e certificato ufficiale di cronometro rilasciato dal Cosc. Lunetta girevole unidirezionale in titanio e ceramica, che si può utilizzare anche come conto alla rovescia. Cinturino in tessuto con chiusura a strappo, per il massimo confort al polso. Non così diversa la versione crono, eccetto per il diametro della cassa (43 mm) e ovviamente il movimento, calibro MT5813, sempre di manifattura. A favore degli orologi per l’America’s Cup di Tudor c’è anche il prezzo, più accessibile. Il che non guasta: in fondo la Coppa America è una festa popolare…

  • Tissot PRX Ufo Robot Grendizer Special Edition.  Goldrake al polso

    Tissot PRX Ufo Robot Grendizer Special Edition. Goldrake al polso

    “Si trasforma in un razzo missile / con circuiti di mille valvole / fra le stelle sprinta e vaa / Mangia libri di cibernetica /insalata di matematica / e a giocar su Marte vaaa…”. Chi non ricorda Goldrake? Il cartone animato giapponese, trasmesso dalla Rai fra il 1978 e l’80, è impresso in modo indelebile nella memoria degli adolescenti dell’epoca. (Sì, proprio voi: Boomer di coda e primi Gen X, voi che avete cantato – e non semplicemente letto – le righe qui sopra…). Un successo difficile da dimenticare ancora oggi, come dimostra il nuovo Tissot PRX Ufo Robot Grendizer Special Edition. Per chi non lo sapesse, Grendizer è il nome nipponico originale del robottone, nonché del reboot uscito proprio il mese scorso. Che offre l’occasione alla Casa di Le Locle per realizzare quesa serie speciale.

    Annunciato nei giorni scorsi sui social ufficiali, il Tissot PRX Ufo Robot ha creato aspettative come pochi altri esemplari sono mai riusciti a fare. Almeno qui in Italia. Perché se è vero che un rapporto stretto lega l’orologeria al mondo dei comics, in senso lato – lo abbiamo visto più volte su questo sito -, è vero anche che gli appassionati di Goldrake sono tanti, nel nostro Paese (compresa la sottoscritta). Tutti a chiederci come sarebbe stato l’inedito orologio, quale collezione avrebbero scelto i progettisti svizzeri per dar vita al Goldrake da polso. Il risultato non penso possa lasciare delusi. Per coerenza, Tissot ha interpretato il mitico super-robot con il PRX, discendente di quella linea PR che negli anni Settanta andava per la maggiore.

    Un manga mitico

    Non credo che il manga del geniale Gō Nagai abbia bisogno di presentazioni. Di certo per l’Italia di mezzo secolo fa fu una novità assoluta, che conquistò il cuore dei ragazzi grandi e piccoli (ma non fu mai considerato un cartone “per bambini”). Merito anche della celeberrima colonna sonora, che vendette più di un milione di copie (la si ascoltava perfino in discoteca). Per i genitori però quell’anime fu uno shock, con tanto di condanna da parte dei benpensanti perché troppo violento. Al riguardo ci fu perfino un’interrogazione parlamentare, mentre gli intellettuali come Dario Fo e Alberto Bevilacqua discutevano sull’influenza nefasta che poteva avere sulle giovani generazioni (ma Gianni Rodari si schierò a favore).

    Sta di fatto che Goldrake fu un vero e proprio fenomeno di costume, che provocò un delirio collettivo, con un ampio seguito di gadget di tutti i tipi: non solo fumetti, cartelle per la scuola e giocattoli per bambini, ma anche oggetti per adulti, dai doposci alle lenzuola. Già perché la voce del doppiatore Romano Malaspina conquistò anche un pubblico di casalinghe e liberi professionisti. Calda e suadente sotto le spoglie di Actarus/Duke Feed, decisa e poderosa durante il lancio delle potenti armi del super-robot: lame rotanti, tuoni spaziali, disintegratori, raggi antigravità, magli perforanti… Sembra ancora di sentirla: “Goldrake, fuori… Goldrake, all’attacco!”.

    Le caratteristiche del Tissot PRX Ufo Robot

    Tutto questo risuona nella nostra mente non appena si guarda il nuovo Tissot PRX Ufo Robot, ricco di riferimenti al protagonista dell’anime. Nella cassa in acciaio 316L da 40 mm, il quadrante soleil blu (uno dei colori di Goldrake, insieme al rosso, nero e oro) riporta inciso il busto del mega-robot. Un primo piano che al buio diventa ancora più efficace perché si illumina di giallo con il Super-LumiNova. I più attenti, poi, noteranno subito il contrappeso della lancetta dei secondi a forma di Alabarda spaziale, mentre solo chi conosce il giapponese sarà in grado di leggere la scritta UFO Robot Goldrake sul réhaut, a ore 12. Garanzia dell’ufficialità della collaborazione fra la Maison di Le Locle e la società che ne detiene i diritti, la Go Nagai / Dynamic Planning.

    Anche la meccanica è stata personalizzata a tema. L’orologio monta infatti il Powermatic 80, con la massa oscillante decorata dall’effigie di Ufo Robot e dalla scritta “Tissot x Goldrake”. Per il resto, il movimento a carica automatica più celebre e tecnologico di Tissot mantiene le consuete caratteristiche, come l’autonomia di 80 ore e la spirale in Nivachron, che assicura la protezione ai campi magnetici. Peculiarità che di certo sarebbero piaciute anche allo stesso Goldrake…
    Concludo con le ultime informazioni pratiche, poi vi rimando alle didascalie. Il Tissot PRX Ufo Robot è in edizione speciale ma non è in serie limitata. E ha un prezzo al pubblico più che accessibile: 895 euro. Grazie Tissot, a nome di tutti i fan di Goldrake.

  • Seamaster Diver America’s Cup, Omega a Barcellona

    Seamaster Diver America’s Cup, Omega a Barcellona

    È un’estate impegnativa, questa, per Omega. L’eco delle Olimpiadi di Parigi si è appena spenta e già si accendono i riflettori su un altro evento sportivo di rilievo: la Louis Vuitton 37th America’s Cup, che inizierà il 22 agosto. Di nuovo compreso nel proprio ruolo di Official Timekeeper, il Marchio ha così presentato quello che potremmo definire l’orologio ufficiale della celeberrima manifestazione: l’inedito Seamaster Diver 300M America’s Cup.

    Lanciato venerdì scorso – mentre tutt’Italia era ancora in vacanza –, a una settimana esatta dalla cerimonia inaugurale, il Seamaster Diver 300M America’s Cup è il simbolo della precisione cronometrica con cui Omega misurerà ogni virata e ogni giro di boa delle regate che si terranno nelle acque di fronte a Barcellona, con un fitto calendario, fino al 27 ottobre.

    Omega in regata

    A cominciare dalla terza e ultima Final Preliminary Regatta, in cui i team useranno per la prima volta i nuovi AC75, per passare ai Round Robin della Louis Vuitton Cup (le cosiddette Challenger Selection Series), fino ai match race finali fra lo sfidante che ne uscirà vittorioso e il Defender, Emirates Team New Zealand, in quelle che saranno le regate della vera e propria America’s Cup. Senza dimenticare i gironi di gara della Young America’s Cup e della Puig Women’s America’s Cup, in cui saranno protagonisti rispettivamente gli equipaggi più giovani e quelli femminili, a bordo dei monotipi AC40.

    En passant, ricordo che Omega è stata cronometrista ufficiale dell’America’s Cup anche nelle edizioni del 1999 (quella che ha fatto sognare milioni di italiani, dopo la vittoria di Luna Rossa di Francesco de Angelis su American One di Paul Cayard), del 2003 e del 2021. E che la Maison di Biel è legata ai Kiwi fin dal 1995, quando il Team New Zealand di Sir Peter Blake ha strappato a San Diego l’Old Mug a Young America, grazie a un agguerritissimo Roussel Coutts. Tuttavia non è la sola casa di orologeria a partecipare a questa 37a Coppa America… Ma ne riparleremo presto.

    Un’edizione celebrativa

    Intanto concentriamoci sul nuovo Seamaster Diver 300M America’s Cup. Che appartiene a una collezione creata nel 1993 e da allora ricorrente nelle incursioni di Omega nel mondo della vela, come dimostra anche l’esemplare dedicato alla 36a edizione dell’America’s Cup, che avevo recensito tre anni fa. Articolo cui vi rimando per saperne di più sull’andar per mare storicamente vissuto da Omega (così evito di annoiarvi e di ripetermi).

    Come quel precedente, dunque, anche il nuovo Seamaster Diver 300M America’s Cup è ricco di dettagli costruttivi che raccontano il savoir-faire e le competenze a tema della Casa di Biel. Li passeremo in rassegna fra un attimo. Intanto però ci tengo a sottolineare che si tratta di un’edizione ad alto valore collezionistico, sebbene non sia realizzata in tiratura limitata, proprio per quei dettagli commemorativi del trofeo velico più antico e famoso del mondo. Vediamoli.

    Le peculiarità estetiche del Seamaster Diver 300M America’s Cup…

    Fin dalla prima occhiata, si notano le grandi lancette scheletrate: quella delle ore profilate di blu e quella dei minuti profilata di rosso. Quest’ultima riporta il tempo sulla lunetta unidirezionale girevole con inserto in ceramica blu, in cui i primi 15 minuti sono scanditi da tre sezioni (di 5 minuti l’una) per le fasi di pre-partenza. Gli ultimi fatidici 5 sono sottolineati da una bandiera nautica e dalla scritta “start”. Del resto, sono proprio quelli i minuti determinanti nei match race, perché stabiliscono non solo quale barca varcherà per prima la linea di partenza al colpo di cannone, ma a volte le intere sorti della regata.

    A proposito di lancette, da notare che quella dei secondi centrali, sempre blu, ha il contrappeso personalizzato con la silhouette dell’ambitissima “Vecchia Brocca”. Il quadrante in ceramica bianca è decorato da un motivo a onde inciso al laser. Anche il fondello è personalizzato: sull’oblò in vetro zaffiro spicca il logo blu della 37a America’s Cup, il cui nome ritorna sull’acciaio circostante insieme alla scritta “Barcelona 2024”. E sono proprio questi particolari a rendere l’orologio desiderabile, almeno agli occhi dei velisti più appassionati.   

    …e quelle tecniche

    La cassa del Seamaster Diver 300M America’s Cup misura 42 mm di diametro ed è come sempre in acciaio 316L. Un tipo di acciaio non a caso chiamato “marino”, grazie alla presenza di una piccola percentuale di molibdeno, in grado di rendere la lega metallica più resistente alla corrosione e quindi adatta all’uso in ambienti altamente caustici come l’acqua di mare. Come dichiarato nel nome, poi, l’impermeabilità raggiunge le 30 atmosfere: più che sufficienti per resistere alla pressione di spruzzi e ondate perfino durante una bolina “stretta”. Non c’è bisogno di ricordare – vero? – che le barche dell’America’s Cup volano sui foil e hanno le murate alte, ma i normali scafi ancora no…

    Riguardo al movimento, il Seamaster Diver 300M America’s Cup monta il calibro Co-Axial Master Chronometer 8806, del quale riporto come sempre le caratteristiche nelle didascalie. Qui mi limito a sottolineare l’autonomia di 55 ore e la certificazione Master Chronometer, che ne garantisce non solo la costanza di marcia ben oltre i criteri del Cosc, ma anche la resistenza ai campi magnetici (almeno fino alle capacità di misurazione dei nostri strumenti) e le prestazioni di livello. Secondo quanto stabilito dai criteri dell’Istituto Federale Svizzero di Metrologia (Metas).

    I prezzi del Seamaster Diver 300M America’s Cup

    Concludo con le ultime informazioni relative ai prezzi, dettati dalla presenza del cinturino o del bracciale – che comunque, possono essere fra loro intercambiabili in quanto forniti del sistema brevettato Omega Quick-Change. La versione con cinturino in caucciù blu (e fibbia déployante) costa 6.900 euro. Invece quella con il bracciale in acciaio a 5 file (sempre con fibbia déployante ma anche con estensione per la muta) costa 7.300 euro. Al momento, entrambi non si trovano ancora in vendita online, sull’e-commerce del Marchio. Ma, per essere informati sulla disponibilità, è possibile iscriversi alla lista dei desideri o chiedere al proprio rivenditore di fiducia. Oppure – per accorciare i tempi – rivolgersi alle boutique monomarca, che li riceveranno sicuramente per prime.

  • Aquanaut Travel Time Ref. 5164G & Co. Il viaggio sport-chic di Patek

    Aquanaut Travel Time Ref. 5164G & Co. Il viaggio sport-chic di Patek

    Li abbiamo visti a Watches and Wonders Geneva, la scorsa primavera. Tre nuove versioni dell’Aquanaut, tre variazioni sul tema con cui Patek Philippe va ad arricchire la collezione. In primis l’Aquanaut Travel Time Ref. 5164G in oro bianco, poi l’Aquanaut Travel Time Ref. 5269R al quarzo, infine un esemplare di alta gioielleria, l’Aquanaut Luce Ref. 5268. Ma prima di entrare nel dettaglio, concedetemi una breve parentesi.

    Amarcord…

    Il Giornale degli Orologi si è già occupato più volte dell’Aquanaut. Lo scorso anno vi abbiamo raccontato del Calendario Annuale, e prima ancora delle estensioni di linea al femminile e crono. Perché qui in redazione ci teniamo a tenervi informati sulle novità – certo. E perché Patek rappresenta l’emblema dell’industria orologiera elvetica, da cui non si può prescindere – vero. Ma è anche una collezione cui mi sento personalmente legata, dato che l’ho vista nascere.

    Sono passati quasi 30 anni, ma ricordo bene il lancio dell’Aquanaut. Era il 1997: molti di voi non erano ancora nati o erano solo bambini, mentre io ero già a Baselworld – una delle mie prime fiere, a essere sincera. Da Patek Philippe vidi questo nuovo orologio, la Ref. 5060A (35,6 mm di diametro), che mi colpì subito. Ma non era lo stile sport-chic che lo caratterizzava, così nitido e definito, c’era qualcos’altro. Era la prima volta che lo vedevo, eppure era così familiare…

    Capii poi che quella sensazione di déjà vu proveniva dalla forma della lunetta ottagonale, a oblò, ripresa dal Nautilus, da cui l’orologio prendeva chiaramente ispirazione. Però l’Aquanaut era molto meno “classico”, più lineare, più contemporaneo: in una parola, più giovane. Forse per il cinturino Tropical, in materiale composito, la prima gomma nel catalogo della Manifattura, in perfetto accordo con l’esclusivo pattern del quadrante. E poi costava nettamente meno del Nautilus, ma aveva la stessa allure Patek.

    Fin da subito, nel ‘98, l’Aquanaut conobbe i primi sviluppi: due versioni più piccole (29,5 e 34 mm) e una più grande (38,8 mm), poi l’adozione del bracciale e, nel ‘99, dell’oro giallo. Tranquilli, non ho intenzione di ripercorrere l’intera storia della collezione. Cito solo qualche data, giusto per darvi un’idea di come si è evoluta. Avanti veloce: 2004, Aquanaut Luce, con diamanti. 2007, restyling. 2011, Travel Time. 2017, versione Jumbo (42,2 mm) e Advanced Research. 2018, cronografo. 2023, calendario annuale.

    Il sistema Travel Time di Patek Philippe

    Alt, un passo indietro. 2011, Travel Time, dicevo: ovvero la Ref. 5164A, con cassa in acciaio (40,8 mm) e un total look nero. Seguito, nel 2016, dalla Ref. 5164R, con cassa in oro rosa e una monocromia cioccolato. Ecco, sono questi i precedenti del nuovo Aquanaut Travel Time Ref. 5164G, che per la prima volta presenta la cassa in oro bianco, mentre il quadrante e il cinturino sono grigio-blu – colore ricorrente in collezione, negli ultimi tempi. Ad accomunarli, oltre al consueto stile sport-chic che ormai è un marchio di fabbrica, la meccanica.

    Prima il calibro 324 S C Fus, poi il diretto discendente, il più evoluto calibro 26-330 S C Fus, entrambi ovviamente costruiti “in casa” ed entrambi a carica automatica. Basati su un brevetto Patek Philippe del 1959, presentano la medesima funzione: l’indicazione simultanea di due fusi orari. Che è riportata per mezzo di due lancette centrali dal diverso design: lancetta piena per l’ora locale, traforata per l’ora “di casa”. Quando si viaggia, basta azionare uno dei due pulsanti correttori posti sulla carrure per far avanzare o indietreggiare con scatti di un’ora la lancetta dell’ora locale.

    In più, le due lancette sono collegate a una doppia funzione giorno/notte, visualizzata in finestrelle separate che mostrano se l’ora cui ci si riferisce è antimeridiana o pomeridiana. E poi c’è il datario a lancetta, settato sull’ora locale. Ah, dimenticavo. Durante le operazioni di settaggio, la lancetta dell’ora locale è disinnescata dal movimento, che mantiene l’indicazione precisa di minuti e secondi. Mentre, quando non si è in viaggio, le due lancette dell’ora sono sovrapposte e hanno un moto perfettamente sincronizzato, quindi quella “di casa” rimane del tutto invisibile.

    L’Aquanaut Travel Time Ref. 5164G

    Detto questo, è chiaro che dal punto di vista meccanico l’Aquanaut Travel Time (quale che sia) risponde a una notevole complessità costruttiva. Eppure, nel rispetto della filosofia Patek, risulta estremamente semplice da usare. Alla tecnologia user-friendly poi corrisponde un’estetica equilibrata: sia dal punto di vista delle informazioni sul quadrante, sia nell’aspetto complessivo dell’orologio. Lo si riscontra anche nell’ultima versione, la Ref. 5164G, che ha appunto la cassa in oro bianco di 40,8 mm di diametro e appena 10,2 mm di spessore. Davvero limitato, vista la presenza del modulo della complicazione.

    Sontuose le finiture, com’è tipico da Patek, con le superfici della lunetta e della carrure spazzolate, i profili, gli smussi e i pulsanti lucidi. Ottima la leggibilità del quadrante, con le lancette e i numeri arabi in oro bianco, applicati e luminescenti, e la luminescenza in rilievo agli indici. Lo sfondo è decorato con le caratteristiche incisioni della collezione, che riprendono il motivo del cinturino in materiale composito – come da copione. Un cenno infine riguardo al colore, quell’inconfondibile grigio-blu che sta diventando un segno distintivo di Patek Philippe. Insolito quanto basta per distinguersi nel panorama cromatico dell’orologeria, ma allo stesso tempo non eccessivo, anzi discreto. E trasversale ai generi, adatto tanto ai polsi maschili che a quelli delle signore.

    L’Aquanaut Travel Time Ref. 5269R

    Tant’è: lo si ritrova anche nell’altro nuovo Aquanaut Travel Time di quest’anno, la Ref. 5269R, dichiaratamente femminile. Che il nome però non tragga in inganno: in questo caso, come scrivevo prima, il doppio fuso orario è una funzione del movimento al quarzo, e si regola semplicemente per mezzo della corona. Non liquidatelo troppo in fretta con scarso interesse, perché c’è quarzo e quarzo: questo è il calibro E 23‑250 S FUS 24H, prodotto in casa con la stessa cura e le stesse attenzioni che la Manifattura dedica ai calibri meccanici.

    Per passare all’habillage, la cassa dell’Aquanaut Travel Time Ref. 5269R è in oro rosa – con un abbinamento ben riuscito, già apprezzato anche nel Calendario annuale cui accennavo prima. Misura 38,8 mm di diametro e non è propriamente mignon (il che sarà apprezzato da più uomini di quanto pensiate). Sul quadrante, accanto alle cifre in oro rosa, spicca a ore 6 la scritta “home”, che fa riferimento alla funzione giorno/notte visualizzata a ore 6 ma ben mimetizzata fra le applique dai profili dorati. Quando si dice attenzione al dettaglio…

    L’Aquanaut Luce Ref. 5268

    Concludo la rassegna sulle novità della collezione 2024 con due parole sull’Aquanaut Luce Ref. 5268. Uno chic-chissimo orologio-gioiello di quelli che sempre più spesso appaiono nel catalogo Patek, da quando la Manifattura è diventata azionista di Salanitro. Anche questo giocato nei toni del bianco e del blu, ha la cassa di 38,8 mm in oro bianco che racchiude un movimento automatico, il calibro 26-330 con secondi centrali. E soprattutto una spettacolare incastonatura di gemme tagliate su misura, che fanno pendant con il motivo del cinturino in materiale composito.

    Il quadrante infatti è completamente tempestato di grandi diamanti e zaffiri baguette, alternati a creare una specie di scacchiera. Il giro delle ore è impreziosito da un pavé di diamanti taglio brillante in cui spiccano agli indici 12 zaffiri baguette (di forma diversa dai precedenti). La lunetta è anch’essa rivestita di zaffiri baguette (più quadrati), sfumati dai toni più chiari a quelli più scuri con una successione ripetuta. Perfino le anse sono incastonate di gemme, diamanti baguette (dalla forma irregolare). In totale l’orologio assomma una caratura impressionante, il che lo rende irraggiungibile per noi comuni mortali. Un sogno, ancor più dei due precedenti Aquanaut Travel Time. A proposito, se volete conoscere i prezzi, li trovate in didascalia.

  • Alpina, l’unione fa la forza. E la storia dell’orologeria

    Alpina, l’unione fa la forza. E la storia dell’orologeria

    «Se non ci fosse stata Alpina, la storia dell’orologeria sarebbe diversa. L’orologeria stessa sarebbe diversa». Con queste parole, il mese scorso, Marcello Borsetti ha esordito alla conferenza stampa di presentazione di Alpina, storica Marca svizzera che sta per sbarcare anche nel nostro Paese. A che titolo il Direttore Commerciale di Citizen Watch Italy parli di questo Brand è presto detto: Alpina è stata acquisita nel 2002 da Frederique Constant, a sua volta acquisito da Citizen Group nel 2016. Quindi Borsetti rappresenta i vertici del Marchio sul territorio italiano.

    Ma la cosa più importante è la sua visione. Un punto di vista interessante, che non si limita a raccontare le vicende di Alpina ma le colloca in un più ampio contesto, le analizza in una prospettiva storica. Qui di seguito non troverete quindi la consueta sequenza temporale dei fatti e degli eventi che costituiscono il passato della Marca. Se è questo che volete, potete trovare informazioni su altre fonti: sul sito ufficiale, per esempio, c’è un bel video che lo riassume in sintesi, dalle origini ai nostri giorni. Poi, per aiutarvi a memorizzare le date più importanti, metto la timeline tra le foto qui sopra. Esiste anche un bel volume monografico, pubblicato nel 2023 in occasione del 140° anniversario dalla fondazione. E non dimentichiamo che c’è sempre Wikipedia…

    Gli artigiani delle origini

    Comunque sia, nella sua analisi Borsetti parte proprio la fondazione: «Alpina nasce nel 1883 dall’idea di Gottlieb Hauser di mettere assieme un gruppo di orologiai… Ma», aggiunge, «per comprendere la portata di questo avvenimento bisogna tornare a vivere quell’epoca». Caliamoci allora nella realtà del tempo, immaginiamoci la situazione così com’era: «Negli anni ‘80 dell’Ottocento l’orologeria svizzera è composta da artigiani, ognuno a casa propria: c’è qualcuno che produce, qualcuno che vende e in mezzo c’è l’orologiaio che assembla. La produzione è molto locale, isolata, disgregata». Anche dal punto di vista dei trasporti, dei collegamenti e degli scambi di merci e persone, la Svizzera è altrettanto frammentata. E certo non aiuta la conformazione geografica: «Erano montagne e valli…».

    Ma subito Borsetti allarga l’orizzonte a livello internazionale: ricorda che questa è l’epoca delle società di mutuo soccorso, dei sindacati per la tutela delle persone; dell’affermarsi delle ideologie: il socialismo, il comunismo. «È l’epoca in cui la Rivoluzione industriale è in piena espansione: in Inghilterra, nella vicina Germania. In America hanno già aperto le fabbriche, ma in Svizzera non c’è niente di tutto questo…». In effetti a me viene in mente solo la fabbrica Longines, dove nel 1878 si realizza la prima produzione in serie del calibro da tasca 20H. Ma è solo l’eccezione che conferma la regola.

    L’embrione dell’industria

    «Hauser mette insieme una congregazione che riunisce un gruppo di orologiai. Quello di cui avevano bisogno era acquistare il prodotto al meglio, rifornirsi di componenti per poi assemblarli e rivenderli, dando stabilità all’organizzazione. C’è un documento che lo testimonia, in cui si impegnavano per fare un ordine a un fabbricante: ogni giorno due cartoni di orologi, 144 pezzi ogni cartone, 288 orologi. Ma in Svizzera non c’era nessuno con una produzione del genere». Non c’era una filiera di fornitura, spiega, c’erano problemi di logistica, non esistevano metodi di pagamento codificati né sistemi di consegna organizzati. «Non c’era niente: c’era solo qualcuno che si impegnava ad acquistare, che stava creando un network per mettere gli orologi sul mercato. Questo ha dato l’input alla nascita dell’industria».

    L’Alpina Union Horlogère – ecco il nome dell’associazione – influì in modi diversi sulla formazione dell’industria orologiera svizzera moderna. «È chiaro che quando chiedo di fabbricare qualcosa, chiedo anche di farmelo in un certo modo: nascono così le produzioni con certe specifiche tecniche», spiega ancora Borsetti. «Intendo dire, il gruppo di orologiai aveva anche la sensibilità di ciò che erano le richieste, le esigenze dei consumatori, e le riportavano alla fabbrica. Era una cosa estremamente nuova, perché fino a quel momento tutti gli artigiani avevano fatto solo quello che avevano in mente. Nessuno fino ad allora aveva dato chiare indicazioni alla produzione, nessuno aveva delle precise specifiche di fabbricazione. Nasce così l’industria svizzera, quella che conosciamo noi oggi».

    Alpina in Germania

    «Dal 1883 alla Seconda Guerra mondiale ci sono una serie di fatti notevoli. Nel 1891, il mercato svizzero ha un crollo, è un momento di grande difficoltà. Se sei un singolo artigiano, la puoi solo subire. Gli orologiai riuniti da Hauser in quanto network hanno invece comunicato a muoversi, a spostarsi su altri mercati: sono andati nella vicina Germania, che era in piena espansione, con l’industria metallurgica tedesca che stava andando a mille… Ecco, è stato il primo esempio di internazionalizzazione, che nasce proprio da questa associazione: gli Alpinisti li chiamavano, perché venivano dalle Alpi».

    Ed è proprio in Germania che avviene qualcosa di particolare. «In Svizzera, in particolare a Ginevra, erano molto bravi nelle lavorazioni dei movimenti e delle finiture. A Glashütte, Sassonia, erano invece molto bravi nella lavorazione del metallo, nell’industria siderurgica. Ginevra/Glashütte sono 1000 chilometri: 14 ore di auto, ai giorni nostri, pensate nel 1900…  Comunque, gli Alpinisti ci sono andati: e hanno cominciato a produrre lì perché volevano una specifica di prodotto superiore, volevano qualcosa di più lussuoso. Aprono quindi la fabbrica Alpina Glashütte, dove realizzavano calibri che poi portavano a Ginevra, li rifinivano e li incassavano.

    «C’è da dire che Glashütte era già un distretto orologiero importante, perché era stato finanziato dal Governo tedesco. Ma i produttori locali erano scocciati dalla presenza degli Alpinisti». Ed è comprensibile: avere la concorrenza in casa non è proprio il massimo. Ma soprattutto, i produttori locali erano seccati dal fatto che gli Alpinisti sfruttassero a proprio favore il buon nome di Glashütte, fregiassero i loro orologi di quello che oggi definiremmo un marchio Doc o Dop. «Dicevano che non avevano alcun diritto di appropriarsi del marchio “made in Glashütte”… Così, nel 1910, parte la prima causa internazionale sul “made in”. Un concetto che non esisteva fino a quel momento: è nato proprio in quell’occasione». A onor di cronaca, comunque, quella causa poi fu vinta dagli Alpinisti.

    L’espansione, in Svizzera e all’estero

    Come un fiume in piena, Borsetti continua a raccontare episodi sulla storia di Alpina, a ruota libera. «Intanto, nel 1903, Il signor Gottlieb e suo figlio avevano fatto un viaggio, un viaggio commerciale: 50 giorni in Russia. Tornarono con un volume di ordini davvero cospicuo. Si aprì così quella relazione, che oggi è nota a tutti, fra la Svizzera dell’orologeria e la Russia: un legame che caratterizza molte marche, e che nacque proprio da quel viaggio del fondatore di Alpina.

    Sempre a proposito dell’espansione di Alpina, devo aggiungere che dopo la Prima Guerra Mondiale gli Alpinisti erano riusciti a costruire un network di 2000 punti vendita in tutta Europa, con delle regole molto chiare. Un punto vendita a località, due al massimo in quelle più grandi, obbligo di tenere un assortimento, obbligo di prezzi controllati, obbligo di pubblicità concordata con la casa madre (e con il suo contributo). A ben vedere è l’embrione del network distributivo di oggi: lo creò Alpina».

    E ancora: «Raggiunta la standardizzazione, gli Alpinisti hanno cominciato anche a offrire un servizio al consumatore: la garanzia. Il prodotto era standard, perché dietro c’era una fabbrica che lavorava secondo criteri codificati, che riesce a garantire una certa qualità… Prima no, prima non c’era niente di simile: ogni pezzo era un pezzo unico. Alpina quindi ha cominciato a dare una garanzia locale, poi nel 1926 arriva la prima garanzia internazionale».

    Accenna anche a un altro argomento: «Poi, si sa, quando hai una fabbrica devi mantenerla a pieno regime. E se tu con la tua marca non riesci a consumare tutto ciò che produci… beh, ti metti a produrre anche per altri. A un certo punto, quindi, i calibri di Alpina vengono adottati da altre case famose, e sono marchiati con diversi nomi». E l’idea della cooperazione, nata fra i singoli orologiai del gruppo iniziale, arriva poi a coinvolgere altri brand. Del resto, non è certo una novità che le grandi manifatture collaborassero nella fornitura di movimenti con maison rinomate, che non avevano però una produzione propria.  

    Il modello Alpina fa scuola

    Il modello di associazione degli Alpinisti comunque viene esportato e adottato fuori dalla Svizzera. «Tant’è che unioni simili si sono realizzate anche in Germania o nel Nord Europa», conferma Borsetti. «Poi arrivano gli altri: altri che cominciano a guardare a questa realtà. Come Bulova, nel 1919, che apre la prima catena di montaggio in Svizzera». Bulova aveva già proprie fabbriche in America, però realizzava orologi che non avevano né qualità né finiture paragonabili a quelle elvetiche, quindi porta in Svizzera la produzione. «Ma una scelta simile si fa quando si ha la certezza di poter contare su linee di fornitura già esistenti. E queste linee le aveva costruite Alpina».

    E non è finita qui. «Nel 1910 c’è stato un tizio, un commerciante che veniva dal Giappone: Kamekichi Yamazaki, un gioielliere di Tokyo… Durante un viaggio in Europa, arrivò in Svizzera: dove vide l’industria, vide il network, vide gli orologi realizzati da Alpina, che aveva creato le sue filiere sia nel senso della produzione sia dei retailer… Bene, quando tornò a Tokyo, fondò la Citizen. Per dire la pregnanza di ciò che ha fatto il signor Gottlin per tutta l’industria orologiera».

    Conclusioni

    «Ecco perché dico che la storia di Alpina è la storia dell’industria orologiera svizzera», conclude Borsetti. «Alpina sta all’orologeria moderna tanto quanto Ford sta all’industria automobilistica moderna. Quando nel 1913 Ford costruì la prima linea produttiva, trasformò la mobilità. Da una cosa costruita per un’élite, solo per pochi, a qualcosa di quotidiano e di accessibile a tutti, proprio grazie alla scala produttiva: qualità, volumi, costi.

    Questo è ciò che è stato anche Alpina. Per cui quando si guarda un orologio Alpina, in realtà – oltre all’orologio in sé, che può piacere o non piacere, non importa – si sta guardando il Big Bang dell’industria orologiera svizzera moderna. Se nella storia dell’orologeria togliete Alpina, tutto sarebbe cambiato, o per lo meno non sarebbe successo così: senza quell’esperienza, sarebbe tutto completamente diverso. Non ci sarebbe l’industria orologiera svizzera, perlomeno non così come noi la conosciamo oggi».

  • J12 Couture Workshop Automaton Caliber 6, la storia animata di Chanel

    J12 Couture Workshop Automaton Caliber 6, la storia animata di Chanel

    Ancora una volta l’orologeria Chanel rende omaggio a Mademoiselle Coco. Ma questa volta non si limita a prendere ispirazione grafica dalla biografia, dal mestiere o dalle passioni della fondatrice della Maison. Tocca invece livelli di virtuosismo tecnico estremi, mai raggiunti finora. Con il nuovo J12 Couture Workshop Automaton Caliber 6 anima letteralmente sul quadrante la figura della grande couturière. Come si intuisce dal nome, infatti, si tratta di un orologio da polso con automi. Che interpreta quindi una tradizione secolare, ma non solo: la rende più attuale. La trasforma con il gusto di oggi attraverso una serie di riconosciute capacità. Un cocktail che ha come ingredienti l’estro creativo, la maestria orologiera, il ricorso ai mestieri d’arte, le competenze gioielliere, il tutto condito dalle suggestioni derivate dalla moda e da uno spiccato senso dell’ironia, divertente e divertito.

    Il quadrante istoriato

    A prima vista il J12 Couture Workshop Automaton Caliber 6 potrebbe essere scambiato per un “normale” Coco Watch (si fa per dire: tanto normale questo genere di “quadrante istoriato” poi non è…). Ovvero uno di quegli esemplari in cui l’immagine di Mademoiselle Coco è protagonista in vari modi e forme, presenti nel catalogo Chanel fin dal 2017. Ma in questo caso basta una leggera pressione sul pulsante a ore 8, per vedere il quadrante – e Mademoiselle per prima – prendere vita.

    La scena si svolge nell’atelier di una sartoria, non molto diverso probabilmente dall’ambiente in cui Gabrielle Chanel trascorreva le giornate. C’è Mademoiselle al lavoro, sorridente ma risoluta, con la mano sul fianco: vestita di tutto punto – indossa uno dei suoi tipici (mitici) tailleur in tweed, la paglietta in testa, le scarpe bicolori ai piedi -, brandisce le forbici, intenta a tagliare una giacca sul manichino. Un’immagine che sembra uscita dalle foto scattate da Douglas Kirkland nei primi anni ’60.

    A rendere il tutto più realistico, il cartello affisso alla porta recita “Mademoiselle Privé”. Proprio come quello che si ritrova al secondo piano di rue Cambon, nel suo studio/appartamento tuttora esistente al civico 31 (l’unica differenza è che lì il cartello è appeso fuori dalla porta, non all’interno: ma una licenza poetica ci sta). Bene, non appena si attiva l’animazione, ecco che Mademoiselle oscilla la testa, dondola i fianchi, alza e abbassa il braccio che tiene le forbici, mentre il manichino si solleva sul treppiedi.

    Non mi soffermo oltre sull’esecuzione del quadrante. Chi volesse conoscere più in dettaglio com’è fatto, trova tutto nelle didascalie. Qui aggiungo solo che è disposto su cinque livelli e che ha comportato massima precisione non solo nella creazione di ogni singolo elemento, ricco di dettagli, ma anche nell’assemblaggio. La difficoltà realizzativa ovviamente è accentuata dalle dimensioni ridotte di tutti componenti. Ma il risultato è spettacolare, quasi ipnotico: ci si ritrova incantati a guardarlo, e si è tentati di rivederlo, ancora e ancora. Date un’occhiata al video, figuratevi dal vivo…

    Il calibro di manifattura

    Alla base della magia del J12 Couture Workshop Automaton Caliber 6 c’è appunto il Calibre 6. Chiaramente il sesto movimento di manifattura della Maison, è però il primo con automi. Come i precedenti, è stato ideato dai progettisti dello Studio de Création Horlogerie Chanel guidato da Arnaud Chastaingt. Quindi realizzato con componenti prodotti nell’atelier artigianale di Romain Gauthier, di cui Chanel possiede una partecipazione societaria. E infine assemblato dai maestri orologiai della Manifattura G&F Châtelain, storica sede di Chanel Horlogerie.

    C’è da dire però che il Calibre 6 vanta una diretta discendenza dal Calibre 1, uscito nel 2016 e montato nella collezione Monsieur de Chanel. A carica manuale, il Calibre 1 nasceva però con le complicazioni (ore saltanti e minuti retrogradi) integrate. Di conseguenza è stato completamente riprogettato: sia per dover eliminare i componenti che presiedono le funzioni aggiuntive, sia per dover ridurre il formato (da 32 mm a 28,4 mm). Lo spazio di incassaggio qui è infatti inferiore, dato che il diametro della cassa è di 38 mm mentre nel Monsieur è di 40 mm.

    In più è stato aggiunto il modulo degli automi. Invisibile dal fondello, è posto direttamente sotto il quadrante ed è un gioco di ruote circolari eccentriche, un insieme di leve e ingranaggi studiati ad hoc per riprodurre le azioni delle figure semoventi. L’energia relativa al loro moto (che si attiva, lo ricordo, su richiesta) proviene dai due bariletti di cui è corredato il calibro, che permettono quindi di fornire l’impulso necessario al momento giusto, senza inficiare la regolarità di marcia delle lancette.

    Ultimi dettagli sul J12 Couture Workshop Automaton Caliber 6

    Ancora qualche informazione sull’habillage. Come tutti gli esemplari dell’omonima collezione, anche il J12 Couture Workshop Automaton Caliber 6 è interamente realizzato in ceramica ad alta resistenza. Un materiale, vale la pena ricordarlo, prodotto in casa nella “Manifattura Chanel” a La Chaux-de-Fonds – oggetto, in passato, di un nostro reportage. E sul quale in oltre vent’anni i tecnici hanno maturato una lunga esperienza, fino a raggiungere ormai una totale maestria in tutti i passaggi di lavoro, dai processi di fabbricazione alle fasi di finitura.

    Lo dimostra anche il nuovo J12, nel quale la ceramica nera di cassa e bracciale è rifinita ovunque con un trattamento opaco, su cui spiccano però i profili smussati, bisellati a mano con una tecnica ancestrale che li rende perfettamente regolari e privi di rigature. Lucidi quanto basta per alleggerire l’effetto estetico dell’orologio, e far risaltare ancora di più la “morbidezza” e la sensazione vellutata della ceramica stessa. Leggera, anallergica e piacevole al tatto già di suo, qui sembra ancora più confortevole. Immaginatevi l’orologio al polso.

    Infine i consueti dettagli pratici. Il J12 Couture Workshop Automaton Caliber 6 costa 250mila euro ed è realizzato in un’edizione limitata di 100 esemplari, dedicata ai grandi collezionisti e ai più facoltosi Chanel-addicted. Ma voglio aggiungere un ultimo commento. Il quadrante, in fondo, racconta una storia vera. Perché Mademoiselle Coco non disegnava mai, né faceva bozzetti preparatori delle sue creazioni. Non usava cartamodelli, trasportava in modo diretto l’idea dalla mente alla stoffa, la tagliava a istinto sui manichini e poi si preoccupava di sistemarla con piccoli ritocchi dove necessario. Era una sarta, non una stilista. Una grande couturière…

  • Twenty~4, auguri! L’anniversario del femminile di Patek Philippe

    Twenty~4, auguri! L’anniversario del femminile di Patek Philippe

    Il Twenty~4 compie 25 anni. E Patek Philippe lo festeggia con una nuova, sontuosa versione: la Ref. 4910-1201R in oro rosa, con il quadrante guilloché in un colore di tendenza. Un esemplare fedele all’originale non solo nel design – da allora aggiornato in pochissimi dettagli –, ma anche nell’idea di base: fornire alle donne un compagno ideale per ogni momento della giornata. Il che dimostra il valore del progetto originario, capace di resistere al trascorrere dei decenni e di restare sempre attuale. Oltretutto in un mondo difficile come quello dell’orologeria femminile, in cui l’estetica è preponderante e lo stile è fondamentale.

    Gli esordi

    Interprete del gusto delle donne, in questo caso, è stato Roberto Boglietti: titolare della storica gioielleria di Biella, concessionaria di Patek Philippe fin dalla fondazione, nel 1886. Designer creativo, nel 1997 Boglietti riceve da Philippe Stern l’incarico di creare un modello da signora. Per le donne, all’epoca, andavano di moda gli orologi a manchette – come il Khésis di Chaumet o il Catwalk di Baume&Mercier, tanto per citarne un paio – che vestivano il polso come un bracciale, moderno e avvolgente.

    Boglietti sa cogliere lo spirito del tempo. Ma prende anche ispirazione da un femminilissimo Gondolo degli anni Trenta, per ricollegarsi alla storia della Maison. E nel giro di un anno mette a punto un esemplare in acciaio, con la cassa di forma, a doppio godron, i brancard incastonati di diamanti, il quadrante dai numeri romani al 6 e al 12, il bracciale a tre file con i link centrali sagomati e i godron ai lati. Lo presenta a Monsieur Stern, che si fa spiegare per filo e per segno ogni minimo dettaglio, ma poi lo approva senza riserve. Nasce così il Twenty~4, che entra subito in produzione e nel 1999 arriva sul mercato.

    All’inizio il Twenty~4 è declinato in tre versioni di quadrante: Forever Black (nero), Timeless White (bianco) ed Eternal Grey (grigio). E fin dall’inizio, in tutte le referenze, è animato da un movimento al quarzo (il Calibro E 15, rigorosamente prodotto in Manifattura), che lo rende estremamente pratico e preciso – in linea con la vita dinamica delle donne nel Nuovo Millennio. Il lancio è accompagnato da una campagna creata ad hoc: il cui slogan – “Che donna scegli di essere nelle prossime 24 ore?” – ne sottolinea appunto l’aspetto eclettico.    

    Il successo del Twenty~4

    E sarà proprio la versatilità d’uso l’autentico punto di forza dell’orologio, non solo nel nome. Per com’è fatto, il Twenty~4 può essere davvero indossato ventiquattr’ore al giorno, in tutte le occasioni e con tutti gli outfit. Ma va considerata anche la novità, perché per Patek Philippe è la prima collezione dedicata esclusivamente alle donne. Certo, poi è rilevante l’impronta Art Déco, che rassicura senza stancare, provoca sensazioni di familiari déjà vu senza mai risultare banale o inflazionata. Quali che siano i motivi, sta di fatto che le donne lo amano, fin da subito.

    Così come amano le varianti successive, che Patek Philippe presenta nel corso del tempo. Impossibile fornire qui una descrizione dettagliata dei vari modelli via via proposti in seguito, posso solo riassumerli per sommi capi. L’orologio ha conosciuto infatti tutti i colori dell’oro (rosa, bianco, poi giallo), il quadrante in diverse cromie, il formato Small ad affiancare il regolare Medium, i cinturini in raso al posto del consueto bracciale, perfino versioni di alta gioielleria. Comunque sia, nell’ultimo quarto di secolo, il Twenty~4 diventa un riconosciuto best-seller della Maison ginevrina.

    Il Twenty~4 Automatic, ieri…

    Il bello è che, nelle tante referenze che si susseguono negli anni, l’impianto del Twenty-Four rimane pressoché immutato. Fino al 2019, quando appare il Twenty~4 Automatic, realizzato dal team di designer interni alla Manifattura. La Referenza 7300 si distingue dai precedenti non solo per il calibro 324 SC a carica automatica, ma anche per l’estetica completamente rinnovata. La cassa è rotonda, l’intera lunetta è tempestata da una doppia fila di diamanti incastonati “a dentelle”, il quadrante riporta 12 numeri arabi. Soltanto il bracciale rimane lo stesso, appena ritoccato nelle proporzioni.

    Anche il Twenty~4 Automatic piace, alle signore come agli addetti ai lavori. Il Giornale degli Orologi se n’è già occupato più volte: potete andare a rileggere la recensione scritta da un entusiasta Augusto Veroni appena è uscito l’orologio, Le Cronache di Pdv in cui il nostro inviato Paolo De Vecchi raccontava l’evento di lancio, o ancora il commento di Alessandro Argentieri sull’intera collezione. Le loro osservazioni sono sempre valide, e attuali, quindi eviterò di ripeterle.

    …e oggi

    Aggiungo solo che il Twenty~4 Automatic è tuttora una delle linee più apprezzate dal pubblico femminile nel catalogo Patek Philippe. Ai nostri giorni lo si ritrova declinato in sei referenze. Tre in acciaio, con quadrante soleil blu, nero o verde oliva. E tre in oro rosa, con quadrante soleil cioccolato, bianco dal pattern tipo trama di seta oppure in una versione Haute Joaillerie, in cui il pavé di diamanti è incastonato con una particolare tecnica definita “aleatoria” a rivestire l’intero orologio.

    Devo dire anche che il Twenty~4 Automatic ha avuto qualche ripercussione sull’intera gamma. In occasione dei 20 anni, l’esemplare originario al quarzo ha subito una modifica che lo allinea al modello automatico e lo rende più moderno. I tradizionali numeri romani sono stati abbandonati e al loro posto – al 6 e al 12 – sono comparse le cifre arabe. Il restyling ha dato vita a tre nuovi modelli in acciaio, con quadrante soleil blu, marrone sfumato o verde oliva, che hanno sostituito le varianti precendenti e attualmente sono gli unici in catalogo. Affiancati quest’anno dalla Ref. 4910-1201R.

    La novità del 2024

    Il nuovo Twenty~4 segna un passo ulteriore nella collezione. Diventa più prezioso: e non mi riferisco tanto al materiale, l’oro rosa appunto, o ai diamanti sui brancard, leggermente più grandi rispetto alle versioni in acciaio (qui raggiungono 0.63 carati in totale, lì sono 0.42 ct). Piuttosto a un dettaglio, sottile ma importante, che solo l’occhio più allenato riesce a cogliere fin dal primo sguardo: il quadrante inciso, con un motivo a onde concentriche simile al guilloché flinqué. Ne deriva una trama in grado di giocare con la luce, di creare movimento con increspature sempre più grandi, dal centro alla periferia.

    E poi c’è il colore: pieno, pastoso. La piastra di base del quadrante infatti è rivestita di lacca: vi sono state applicati decine e decine di strati sovrapposti di lacca colorata, e infine – a fissare il tutto – un ultimo strato di lacca trasparente e incolore. Il risultato finale è una texture dagli effetti visivi e tattili straordinari, che riempiono senza appesantire l’estetica del Twenty~4. E regalano un senso di profondità finora mai visto in collezione. Per ulteriori dettagli tecnici vi rimando alle didascalie. Mi chiedo solo se il quadrante inciso sarà un unicum dell’anniversario o resterà come caratteristica costante anche negli esemplari futuri… Qualcuno ha una sfera di cristallo?

  • Couture O’Clock, Chanel e il tempo della sartoria

    Couture O’Clock, Chanel e il tempo della sartoria

    Si chiama Couture O’Clock ed è una delle collezioni meglio riuscite (e divertenti) non solo dell’orologeria Chanel ma di tutto il Salone di Ginevra 2024. L’ho pensato appena l’ho vista nelle teche di Watches and Wonders, lo scorso aprile – e lo credo ancora, a distanza di mesi, dopo averci riflettuto più a fondo. Perché è creativa, coerente e del tutto originale. Non ha paragoni né precedenti nel mondo delle lancette, di ieri o di oggi.

    Motivi e ispirazioni di Couture O’Clock

    Più volte ho ripetuto che l’orologeria Chanel prende ispirazione dalla figura e dalle passioni della fondatrice della Casa di moda. Con la collezione Couture O’Clock, Arnaud Chastaingt e il team di progettisti dello Studio de Création Horlogerie Chanel hanno trovato un modo nuovo di celebrare Mademoiselle Coco. Hanno reso omaggio all’obiettivo da lei perseguito con impegno per tutta la vita: il suo lavoro.

    Couture O’Clock interpreta infatti gli strumenti del mestiere di Gabrielle Chanel in chiave orologiera. Aghi, forbici, ditali, rocchetti da cucito, metri da sarta, spille da balia, puntaspilli, manichini… Tutti gli oggetti, grandi e piccoli, che si ritrovano in un laboratorio di sartoria – usati anche del suo atelier parigino di rue Cambon – sono trasposti in questi esemplari, con fantasia e ironia (perdonatemi la rima, ma non trovo parole migliori).

    Couture O’Clock, una capsule molto vasta

    Tra l’altro Couture O’Clock è un insieme composito in cui concorrono elementi di alta orologeria, alta gioielleria e mestieri d’arte. Una collezione ricchissima, con pezzi unici, iper-preziosi riservati solo alle più fortunate, ed esemplari più accessibili, benché sempre millesimati. Sì, perché si tratta comunque di una capsule collection, i cui orologi in produzione limitata saranno in vendita solo per un certo periodo di tempo nelle boutique monomarca.

    Dato che è impossibile descriverli tutti in una sola occasione, per il momento ho deciso di concentrarmi solo su alcuni. Per gli altri, riprenderemo il discorso in futuro. Ho scelto quindi i modelli meno impegnativi, sia nel senso del costo che della portabilità: non perché non mi piacciano i diamanti (tutt’altro!), ma perché preferisco offrire a più persone possibili la possibilità di partecipare al sogno…

    I J12 Couture

    Comincio allora dal J12 Couture 38 mm, forse il modello più emblematico. Dimostra come l’immaginazione sia in grado di trasformare un orologio solo attraverso la modifica di dettagli chiave. Al posto delle lancette di ore e minuti ci sono infatti un paio di forbici, quella dei secondi centrali ha la forma di un ago, il lay-out del quadrante riprende la carta quadrettata dei cartamodelli e la lunetta ricorda un metro da sarta.

    Oltre alla versione di taglia M, in ceramica nera, c’è anche il J12 Couture 33 mm in ceramica bianca. Identico nell’estetica, se non per il colore e le dimensioni ridotte, si differenzia dal precedente anche per il movimento – lì automatico, qui al quarzo. Ma per non appesantire il racconto, troverete tutte le specifiche tecniche degli orologi (anche di quelli descritti in seguito) nelle didascalie della gallery in alto.

    I Première Couture

    Nella collezione Couture O’Clock, il primo orologio di Chanel in senso temporale (è uscito nel 1987) si “sdoppia” in due referenze. Da un lato c’è il Première Ruban Couture, in cui il caratteristico cinturino a doppio giro, di solito simile alla catena della 2.55, lascia il posto a un metro da sarta (sempre double tour). Alla piccola cassa è appeso un ciondolo con il volto di Mademoiselle Coco che fa l’occhiolino e manda un bacio.

    Dall’altra parte c’è il Première Charms Couture, in cui il tipico cinturino a catena intrecciata con un nastro di pelle nera (doppio, nel senso di sovrapposto) fa da supporto a numerosi charms. Oltre alla cassa dell’orologio, s’incontrano così un piccolo ditale, una spilla da balia, l’etichetta di un outfit Chanel, un rocchetto di filo, il busto di un manichino Stockman e, di nuovo, il volto affettuoso di Mademoiselle.

    Il Boy∙Friend Couture e il Code Coco Couture

    E concludo con due ulteriori esemplari. Il Boy∙Friend Couture riprende il motivo della giacca Chanel di tweed. La celeberrima e stra-desiderata little black jacket – già apparsa nel Mademoiselle Privé Pique-Aiguille dello scorso anno – con tanto di punti di imbastitura e con i bottoni dorati, incastonati di diamanti. Da notare la catena che incornicia la lunetta (applicata nella realtà dalle sarte Chanel all’interno delle giacche per assicurarne il perfetto aplomb) e il cinturino in pelle effetto gros-grain.

    Infine il Code Coco Couture, in cui il cinturino in pelle nera e oro è interamente decorato con gli attrezzi da sartoria: non solo quelli già elencati sopra, ma anche bottoni, grucce appendiabiti o aghi col filo, accostati a simboli della Casa come la camelia o il numero 31. Per chi non lo sapesse, quest’ultimo è il civico di rue Cambon dove hanno sede il flagship store, i saloni e lo studio/appartamento di Gabrielle Chanel, che acquistò l’edificio nel 1918 per aprirvi il proprio atelier di moda. Tanto può raccontare un solo numero, chez Chanel…

  • RM 27-05, l’ultimo record di Richard Mille. Nel nome di Nadal

    RM 27-05, l’ultimo record di Richard Mille. Nel nome di Nadal

    Richard Mille colpisce ancora. Dopo aver inanellato una serie di successi in tema di esemplari ultralight, ora arriva a un risultato da record: un orologio dal peso piuma, 11,5 g (solo la cassa), ma capace di resistere a forze superiori a 14.000g. Mi riferisco al nuovissimo RM 27-05 Rafael Nadal, o meglio RM 27-05 Tourbillon Volant Rafael Nadal, per citare il nome per esteso. Dedicato – come i cinque modelli che lo hanno preceduto – al campione del tennis mondiale. Dal 2010 testimonial del Marchio, per cui è motivo e insieme pretesto per la ricerca dell’estrema leggerezza e robustezza in orologeria.

    Lo racconta lo stesso Nadal: «Ricordo ancora quel giorno del 2008 in cui Richard mi ha contattato per discutere di una collaborazione. Un’idea impensabile per me, che non avevo mai indossato nulla al polso durante le competizioni (…). La mia prima condizione per accettare di indossare un orologio era la leggerezza: non dovevo sentirlo al polso. Tutto è diventato realtà nel 2010, quando Richard è venuto a trovarmi a Maiorca. Per scherzo, mi ha presentato prima un orologio in platino molto pesante. Di fronte alla mia prevedibile reazione, ha tirato fuori rapidamente il primo prototipo dell’RM 027: un orologio sorprendentemente leggero, con linee spettacolari, che mi ha immediatamente conquistato».

    La storia della collezione

    In effetti, fin dalla nascita del Brand, il concetto chiave degli orologi Richard Mille è sempre stata proprio la leggerezza, di pari passo con la resistenza e il confort. Il che andava contro l’idea, diffusa all’epoca in alta orologeria, del valore percepito, direttamente collegato alla pesantezza del metallo. Ma la mentalità si è evoluta rapidamente, e i grandi collezionisti hanno cominciato ad apprezzare quel mix di valori. Tant’è che, al momento dell’uscita, l’RM 027 Tourbillon aveva già dei predecessori: l’RM 006, 42 grammi senza cinturino, e l’RM 009, 29 grammi senza cinturino. Sta di fatto che, con i suoi 13 grammi di cassa e meno di 20 con il cinturino, l’RM 027 è stato il capostipite di una famiglia di esemplari in continua progressione.

    Li passo in rassegna velocemente e invito chi volesse saperne di più a consultare l’archivio dei modelli storici sul sito ufficiale. Nel 2013 c’è stato il lancio dell’RM 27-01: 18,83 grammi (cinturino incluso) e il movimento sospeso su sottilissimi cavi d’acciaio, che gli permettono di resistere a urti fino a 5.000g. Nel 2015 è la volta dell’RM 27-02, 18,3 grammi di peso, con la cassa in Carbon Tpt® e Quartz Tpt® (realizzata in collaborazione con North Thin Ply Technology), e il movimento con la platina scheletrata monoscocca, cioè integrata alla carrure. Architettura che nel 2017 è passata all’RM 27-03, la cui resistenza agli shock raggiunge i 10.000g. Poi, nel 2020, ecco lo spettacolare RM 27-04, con una rete di 844 mm quadrati che funge da platina, resistente alle accelerazioni fino a 12.000g.

    Materiale e costruzione dell’RM 27-05

    E siamo ai nostri giorni. Il nuovo RM 27-05 Rafael Nadal assomma tutte le esperienze precedenti ed è ufficialmente definito come “epilogo e apoteosi” della ricerca perseguita finora da Richard Mille. Frutto di anni di sviluppo, è un concentrato di studi, analisi, tentativi e simulazioni per arrivare alla costruzione che lo distingue, particolare sotto ogni aspetto. Giocata al “risparmio” dei componenti proprio per risultare il più possibile leggera.

    A partire dai materiali. La cassa è realizzata in Carbon Tpt® B4, la cui messa a punto – sempre con la North Thin Ply Technology – è iniziata nel 2018. Il nuovo composito di carbonio, secondo quanto dichiara il Marchio, è “più denso del 4%, ma la fibra è più rigida del 15% e la resina più resistente del 30%”, rispetto al Carbon Tpt® in uso finora. Valori che ne aumentano la leggerezza e di pari passo la rigidità.

    Per dare maggiore rigidezza all’intera struttura, il Carbon Tpt® B4 è realizzato con una sovrapposizione di strati di filamenti paralleli di carbonio, orientati fa loro di 70°. Il che permette anche di creare, all’interno della trama, una cresta a forma di X sul fondello, che serve per base d’appoggio per il movimento. Per sapere più in dettaglio com’è fatta la cassa dell’RM 27-05, comunque, vi rimando alle didascalie.

    Qui mi limito a dire che è una cassa monoblocco: fondello e carrure sono tutt’uno, come in certi esemplari del passato. All’interno però il movimento non è fissato né con il solito anello di incassaggio né con alcuna vite: è invece tenuto in sede dal réhaut interno e dalla lunetta esterna. I quali premono sul calibro attraverso le viti in titanio grado 5 e lo mantengono in posizione, un po’ come fa il pane in un sandwich o in un tramezzino con gli stuzzicadenti.

    Via anche altri elementi che contribuirebbero al peso dell’orologio: quindi, niente quadrante, come sempre nei Richard Mille. E niente vetro zaffiro, non abbastanza leggero, sostituito invece da una materia plastica di alta qualità. Un polimero Pmma (polimetilmetacrilato), la cui eccezionale trasparenza evita di dover applicare trattamenti antiriflesso. Necessario è solo il rivestimento antigraffio.

    Il calibro RM 27-05

    E arriviamo al movimento. A carica manuale, deriva da quello montato nell’RMUP-01, l’orologio ultrapiatto simbolo della collaborazione con la Ferrari – che è stato una sorta di “palestra” in cui i progettisti della Marca sono riusciti a concretizzare nuove idee. Il calibro RM 27-05 ha tuttavia una costruzione più convenzionale, con le tradizionali lancette di ore e minuti poste al centro. E un aspetto che riflette appieno lo stile di Richard Mille, con i componenti scheletrati, la platina e i ponti in titanio grado 5 anneriti da un trattamento Pvd nero.

    Una particolarità è il tourbillon volante, la cui caratteristica – voglio ricordarlo – sta nel fatto di essere privo del ponte superiore. Inventato da Alfred Helwing più o meno un secolo fa, è una sfida tecnica finalizzata al puro piacere estetico: quello di poter vedere meglio la rotazione della gabbia del dispositivo. Ma in realtà non aggiunge nulla alla funzionalità del tourbillon: ne accresce solo le difficoltà realizzative e lo rende potenzialmente più fragile in caso di urti e vibrazioni.

    Altra particolarità del movimento è poi il ponte a forma di V che lo attraversa quasi interamente. Realizzato in Carbonio Tpt®, serve a dare stabilità ai ruotismi sottostanti e contribuisce alla rigidità dell’intero sistema. Alla base, invece, le accurate misurazioni in laboratorio hanno dimostrato che il calibro si trova a 5/100 di millimetro dal fondello con la cresta a X, sulla quale poggia attraverso 6 punti di contatto.

    Ci sono poi le consuete peculiarità cui Richard Mille ci ha abituato con i suoi movimenti, così note da non fare neppure più notizia. Ma il tutto va a comporre un insieme straordinariamente sottile – 2,12 mm – e soprattutto leggero: solo 3,79 grammi. Cosa che lascia doppiamente basiti, visti anche i risultati dei test cui è stato sottoposto e che garantiscono appunto la resistenza a shock di 14.000g.

    Conclusioni

    Non sto a disquisire sul fatto che il nuovo RM 27-05 Rafael Nadal possa piacere o non piacere. O lo si ama o lo si odia, come tutti i Richard Mille. Ma credo che nessuno possa restare indifferente ai risultati raggiunti, oggettivamente impressionanti. Concludo piuttosto con le solite informazioni di servizio. L’orologio è (comprensibilmente) prodotto in un’edizione limitata di 80 esemplari e ha un prezzo altrettanto esclusivo: 980mila franchi svizzeri, al netto delle tasse. Che, una volta calcolate al cambio di oggi, vanno a comporre una cifra di oltre 1.230.000 euro. Considerato che potrebbe essere l’ultimo esemplare della collezione dedicata a Rafa, è probabile che andrà comunque sold-out in breve. Scommettiamo?

  • Hermès Cut, quando la forma è sostanza

    Hermès Cut, quando la forma è sostanza

    Hermès ha una visione non convenzionale dell’orologeria. Chi conosce gli esemplari della Casa lo sa bene. Lo riscontra per esempio nelle complicazioni: diverse, insolite, speciali – uniche, letteralmente: perché non hanno equivalenti, sono inventate e sviluppate ad hoc. Ma la cosa è evidente anche negli orologi meno esclusivi e più accessibili, pensati per la quotidianità: come il nuovo Hermès Cut. Che ho provato fisicamente a Watches and Wonders Geneva, lo scorso aprile, quando la Maison lo ha presentato al pubblico di addetti ai lavori come prima collezione femminile interamente meccanica. Ma è ben altro. Lontano dalle tendenze mainstream, l’Hermès Cut è l’ennesima dimostrazione di quanto la produzione di Hermès segua la propria strada, con fermezza e decisione.   

    Hermès Cut è uno di quegli orologi passe-partout, da indossare 24/7 per quanto è versatile, eppure è tutt’altro che ordinario. Poi vi spiegherò nel dettaglio, ma credo che prima sia fondamentale chiarirne le premesse. Gli orologi di Hermès hanno tutti un côté rêve (per citare Philippe Delhotal, Direttore creazione e sviluppo Hermès Horloger): un aspetto capace di far sognare chi li indossa, di trasmettere piacere e gratificazione. Talvolta è un lato ludico e divertente, altre è più un’idea che fa riflettere e può perfino destabilizzare. Ma alla base ci sono sempre la bellezza, la leggerezza, l’originalità. L’emozione più che la necessità: qualcosa che fa la differenza, un valore intrinseco che giustifica l’acquisto – visto che la funzione primaria di guardare l’ora si è ormai persa…

    Il design particolare dell’Hermès Cut

    Nell’Hermès Cut, come in altri esemplari in catalogo, la chiave della diversità sta tutta nel design. La cassa non è semplicemente rotonda, come sembrerebbe a una prima occhiata: è di forma, una forma libera e non classificata, che potrebbe vagamente ricordare il cuscino senza esserlo. La figura geometrica di partenza è di certo il cerchio, che però è stato come “tagliato” sui quattro lati (da qui il nome): basta guardare la carrure dalle diverse angolazioni per rendersene conto. I fianchi e gli spazi in corrispondenza delle anse sono troncati di netto e poi modellati (visivamente) con profili ovali lucidissimi, che spiccano all’interno delle superfici spazzolate. Ne deriva un effetto a specchio che riflette le luci e i colori circostanti, e allo stesso tempo una sensazione di profondità tipo trompe-l’oeil.

    Riguardo alle dimensioni, la cassa dell’Hermès Cut misura 36 mm di diametro. È un orologio pensato al femminile, dicevo, ma non sfigura affatto neppure sui polsi maschili più sottili, soprattutto nei modelli privi di pietre preziose. La collezione conta infatti quattro referenze: in acciaio con lunetta liscia, in acciaio con lunetta incastonata di diamanti taglio brillante, più altre due in acciaio e oro rosa con le stesse caratteristiche (lunetta liscia o incastonata di diamanti). Nelle versioni bicolore sono in oro rosa la lunetta, le maglie centrali del bracciale e la corona. A proposito, quest’ultima si trova alle ore 1.30: in una posizione quanto mai anomala, ma studiata per non dar fastidio in nessun caso al dorso della mano, nemmeno quando lo si spinge al massimo verso l’alto.

    Le altre caratteristiche

    Per passare al quadrante, in tutti i casi è opalino argenté, con i numeri arabi applicati. Come di consueto per gli esemplari della Casa, lo stile tipografico è esclusivo e contribuisce a dare un carattere unico all’orologio, subito identificabile come Hermès. Nei modelli bicolore, le cifre sono dorate come le lancette a bastone (un “bastone” rielaborato, a dire il vero), che sono rivestite di materiale luminescente per risultare ben leggibili in tutte le condizioni di luce. Nella zona centrale del quadrante è posta la minuteria, realizzata in décalque grigia con una lavorazione azuré. Nelle versioni in acciaio, i 5 minuti sono scanditi da cerchi arancione – il colore ufficiale di Hermès –, come la lancetta Lollipop dei secondi centrali.

    Il bracciale in acciaio, rastremato, è formato da tre file di maglie arrotondate, in cui si alternano finiture lucide e satinate che riprendono le lavorazioni della cassa. Compatto e flessibile, risulta ben calibrato e quasi “morbido” al polso. Ma si può facilmente sostituire – grazie al sistema di intercambiabilità brevettato – con un cinturino in caucciù, declinato in otto colori tipici della palette Hermès: accanto all’arancione e al bianco, anche verde, tortora, due tonalità di grigio, rosa e azzurro. Ma è meglio se riporto i nomi originali, in francese, per apprezzarne le sfumature: gris perle, gris étang, vert criquet, glycine, capucine e blue jean. Strano che non siano previsti cinturini in pelle – visto che questo materiale è un simbolo della Casa. Forse in futuro?

    La meccanica dell’Hermès Cut

    Quindi il movimento, che l’Hermès Cut condivide con altre collezioni maschili. A carica automatica, è il calibro Hermès H1912. Un calibro che si può definire di manifattura, in quanto progettato e realizzato in esclusiva da Vaucher Fleurier, di cui la Maison parigina possiede una quota societaria (ha una partecipazione del 25%, fin dal 2006). Per conoscerne le caratteristiche tecniche, vi rimando alle didascalie.

    Qui preferisco aggiungere una curiosità. Si tratta di uno dei primi movimenti sviluppati “in casa”, nel 2012, insieme al similare H1837. E prende nome dalla data di una celebre fotografia che ritrae Jacqueline Hermès, quarta generazione della famiglia fondatrice, con indosso un porte-oignon, ossia una specie di cinturino con copricassa che permetteva di portare al polso un esemplare da tasca. Prima testimonianza dell’orologeria Hermès, datata proprio 1912.

    Notevole il livello delle finiture. Quello che salta all’occhio, quando si osserva il movimento dall’oblò in vetro zaffiro posto sul fondello, è la personalizzazione dei ponti e della massa oscillante, satinati e decorati con la H dell’iniziale (ma c’è anche la platina à perlage e à colimaçon). Solo un dettaglio, rifinito ad arte, com’è tradizione per Hermès, eppure importante, se si pensa al seguito di fan che idolatrano l’intera produzione della Casa.

    A conti fatti, l’Hermès Cut mi porta a fare una breve riflessione. Il fatto stesso che un movimento meccanico entri a far parte di un’intera collezione di orologi femminili (e non di un singolo esemplare) è, già di per sé, positivo. Significa che il mercato lo richiede. E credo sia la riprova di due cambiamenti ormai assodati nell’orologeria. Uno, che il pubblico femminile non si accontenta più del quarzo, ma ormai sappia apprezzare la micro-meccanica tanto quanto quello maschile. E, due, che i confini fra orologi “da uomo” e “da donna” siano sempre più labili. Evanescenti.

    Informazioni di servizio

    Concludo, come al solito, con i prezzi e la disponibilità. Gli Hermès Cut sono già in vendita, sia sull’e-commerce della Casa che nelle boutique monomarca, e hanno un gamma di prezzo abbastanza ampia. Che parte da 5.400 euro per il modello “basic”, in acciaio con cinturino (molto meno di quanto costa un esemplare simile di marchi concorrenti). E arriva fino a 17.600 euro per quello bicolore con bracciale. Ci sta, se si pensa all’oro e ai diamanti incastonati sulla lunetta…

  • Longines Mini DolceVita, per moderne amazzoni

    Longines Mini DolceVita, per moderne amazzoni

    Oggi, 25 aprile, esce il nuovo Longines Mini DolceVita. Un orologio che ho provato personalmente lo scorso 18 marzo, quando la Casa di St. Imier ha organizzato in grande stile una presentazione per la stampa italiana (e non solo), con il Ceo Matthias Breschan a far da anfitrione. In quell’evento milanese, oltre a visionare in anteprima gran parte delle novità dell’anno, noi giornalisti abbiamo potuto anche assistere a un’interessante lezione di Daniel Hug, responsabile del Museo e degli Archivi Longines, sul secolare rapporto fra la Maison e il nostro Paese. Ma non divaghiamo.

    Come si intuisce dal nome, il Longines Mini DolceVita è un’estensione di linea dell’esemplare femminile uscito nell’autunno 2023, che ora cambia completamente look grazie a un cinturino a triplo giro. Un cinturino dalla costruzione particolare, come racconterò poi, ispirata a quello spirito sellier che rimanda ai finimenti e agli accessori per montare a cavallo. Realizzato in sei colori e in diverse misure per adattarsi alle differenti misure del polso, è indubbiamente espressione del legame che da sempre esiste fra Longines e il mondo dell’equitazione.

    La passione per i cavalli

    Torniamo allora agli esordi della Casa della Clessidra Alata: nel 1869, appena due anni dopo la fondazione, la neonata fabbrica dei “prati lunghi” realizzò un orologio dal motivo equestre. Del resto St. Imier è la patria di una particolare razza equina tipica del Giura, l’unica autoctona della Svizzera a essere sopravvissuta: il cavallo Franches-Montagnes, anche noto come Freiberger. Un animale dal mantello rosso-bruno, rustico e docile, apprezzato tanto per il carattere dolce e paziente quanto per l’affidabilità e l’efficienza. E per questo utilizzato sia per il lavoro in agricoltura, sia in un reparto speciale dell’Esercito della Confederazione elvetica.

    Anche il primo cronografo della Manifattura, datato 1879, era decorato con l’incisione di un fantino che teneva le redini di un purosangue. Proprio quel cronografo da tasca, calibro L20H, già nel 1880/’81 si ritrova sulle piste americane, particolarmente apprezzato dagli appassionati delle corse di cavalli e adottato proprio dai cavallerizzi. A proposito, risale al 1912 la prima gara di salto a ostacoli sponsorizzata da Longines, a Lisbona, che inaugurò la serie di innumerevoli competizioni equestri cronometrate dalla Maison.

    Una tradizione viva e vivace ancora oggi. Partner di diverse federazioni internazionali di equitazione, prima fra tutte la Fei (Fédération équestre International), Longines collabora con i maggiori ippodromi, accademie o istituzioni varie, e partecipa ai principali campionati di corse di piano, salto a ostacoli, dressage, guida… Dal Royal Ascot al Prix de Diane, dalla Saudi Cup alla Dubai World Cup fino alla Breeder’s Cup – tanto per citare alcune celebri manifestazioni –, la Maison interpreta e promuove i valori legati all’ippica, dall’eleganza al savoir-faire.

    Il nuovo cinturino del Mini DolceVita

    Ma chiudo questa lunga premessa, indispensabile per collocare il nuovo Mini DolceVita nel giusto contesto, e arrivo finalmente all’orologio. La cassa di forma, in acciaio, con i lunghi brancard lucidi o incastonati di diamanti, è rimasta la stessa dei precedenti, così come il movimento al quarzo, rigorosamente Swiss made. La novità sta proprio nel cinturino, che Longines definisce a doppio giro, ma che in effetti – una volta avvolto attorno al polso – risulta a triplo tour.

    Si tratta di una lunga striscia di morbida nappa dallo strano design (mai visto niente del genere, finora), sagomata al centro con una forma speculare a doppia U, in grado di creare un gioco di incastri fra la cassa e i listelli che la compongono. Più difficile da spiegare che da indossare: vi sarà d’aiuto la foto nella gallery qui sopra. Oltretutto la fibbia ad ardiglione si aggancia a fori numerati, dall’1 al 6, proprio come le cinghie che uniscono le staffe alla sella. Per questo, come scrivevo prima, il cinturino evoca le creazioni fatte dai sellai per chi va a cavallo.

    Non solo. Si ricollega idealmente anche al Longines DolceVita x Yvy, di cui Il Giornale degli Orologi si è già occupato e che potete ritrovare qui. Nel caso del nuovo Longines Mini DolceVita, la Maison non dichiara alcuna collaborazione con la fashion designer svizzera. Ma se non c’è il suo zampino, c’è di certo la sua influenza. Chi ha ideato quell’inedito cinturino – che sia un singolo designer o l’intero team – ha fatto propria la lezione di stile di Yvy e ha realizzato un autentico pezzo artigianale di pelletteria.   

    Le varianti del Mini DolceVita

    Come accennavo sopra, la nuova versione del Mini DolceVita è declinata in sei referenze. Le si può distinguere fra loro per il colore del cinturino, la presenza o meno dei diamanti, la grafica del quadrante. Partiamo da quest’ultimo, solo per comodità nella logica dell’esposizione. Come nel caso dei precedenti già in catalogo, esistono due tipi di quadrante, entrambi con i piccoli secondi a ore 6, le lancette a gladio in acciaio azzurrato e la minuteria a chemin-de-fer.

    Il primo, chiamato Romain, ha lo sfondo flinqué su cui spiccano i numeri romani dipinti. Dà vita a tre esemplari, associati a un cinturino a triplo giro nero, color cuoio o rosa fucsia. Gli ultimi due modelli sono impreziositi da una fila di diamanti sui brancard, per un totale di quasi mezzo carato (0.465 punti per l’esattezza). L’incastonatura delle gemme ovviamente incide sul prezzo dell’orologio: che raggiunge 4.050 euro nelle versioni più preziose, mentre scende a 1.800 euro per quelle prive di pietre.

    Il secondo quadrante, detto Cosmo, è invece sabbiato, e riporta i numeri romani inscritti in una doppia circonferenza e alternati agli indici. Anch’esso s’indossa al polso con tre diversi cinturini a triplo giro declinati nelle cromie del rosso, dell’arancione e del verde ottanio. Devo aggiungere comunque che il cinturino a triplo giro è intercambiabile, grazie a un pratico sistema a pulsantino. Quindi si può sostituire facilmente sia con un altro di diverso colore, sia con un classico cinturino “singolo”, in pelle di alligatore, disponibile in numerose tonalità.

    Un’ultima cosa: lanciato ufficialmente proprio oggi, il Longines Mini DolceVita è già in vendita, anche sull’e-commerce ufficiale. Andate a vederlo: meglio di persona da un rivenditore, ma nel frattempo almeno online. Il colpo d’occhio delle sei referenze serve per farsi un’idea…

  • Alto Artigianato 2024: a Ginevra, le meraviglie di Patek Philippe

    Alto Artigianato 2024: a Ginevra, le meraviglie di Patek Philippe

    Si sta per chiudere il sipario su Watches and Wonders e già vi mancano le meraviglie orologiere? Se siete ancora a Ginevra, potete andare a rifarvi gli occhi ai Salons Patek Philippe in rue du Rhône 41, dove la Manifattura ha organizzato anche quest’anno l’ormai tradizionale mostra di esemplari d’arte. S’intitola Alto Artigianato 2024 e riunisce 82 pezzi – fra orologi da polso, da tasca e da tavolo, come le celebri pendulette Dôme – realizzati appunto con i mestieri rari. Si tratta della più grande collezione mai esposta dalla Maison, che così dimostra come perpetuare i savoir-faire non sia solo un mezzo per salvaguardare la tradizione dell’orologeria ma anche per rinnovarla.

    L’Alto Artigianato di Patek Philippe

    Fin da quando è stata fondata, nel 1839, Patek Philippe infatti coltiva nei propri laboratori le tipiche attività artigianali di decorazione, presenti nella città sul Lemano già nel XVII secolo e tramandate attraverso generazioni di orologiai. Con la famiglia Stern, che tiene le redini della Maison dal 1932, il patrimonio di conoscenze dei maestri smaltatori, incisori o incastonatori è stato definitivamente messo in salvo, oltre che dirottato verso un continuo progresso. E, soprattutto negli ultimi decenni, affiancato dall’adozione di nuove tecniche, magari mutuate da altri settori e anche applicate in forme miste, così da ottenere effetti sempre più realistici. Per non dire straordinari.

    Mi spiego meglio. Da un lato ci sono i consueti (famosi, ma non per questo meno rari) métiers d’art: come i tanti tipi di smalto – Grand Feu cloisonné, champlevé, flinqué, traslucido, grisaglia, paillonné, pittura miniata –, accanto all’incisione a bulino, al guillochage e ai diversi tipi di incastonatura, a griffe, a binario, serti neige… talvolta spinti al limite del possibile. Dall’altro metodi di lavorazione innovativi per l’orologeria, come lo smalto Longwy su porcellana, il blanc de Limoges, i micro-intarsi di legno o di madreperla. Il tutto adottato di volta in volta singolarmente (mi verrebbe da dire “in purezza”) o attraverso l’uso calibrato di diverse tecniche nello stesso pezzo, associate in libertà, con vere e proprie ricerche e sperimentazioni.

    Lo scibile in mostra

    Lo si vede bene negli esemplari esposti nella mostra Alto Artigianato 2024. Nei quali il virtuosismo tecnico è sempre assoggettato a un’incredibile creatività, che prende spunto da innumerevoli fonti di ispirazione per ricomporre l’intero mondo in miniatura. Una serie di orologi, per esempio, celebra la bellezza della Natura, intesa in tutte le sue manifestazioni, dalla flora alla fauna fino ai paesaggi: ecco allora le garzette, le carpe e le ninfee, i rami di biancospino, l’orso che cattura un salmone, o ancora le mante e i pesci dell’oceano, la rigogliosa vegetazione della giungla.

    Ci sono poi immagini di una Natura educata dall’Uomo: i giardini zen giapponesi e quelli di Versailles, la primavera in Olanda, la rada di Ginevra delle vecchie cartoline color seppia… E le vedute dei panorami ripresi dagli artisti del passato: il Ponte di Rialto del Canaletto, il lago di Thun del bernese Ferdinand Hodler. Sempre in tema di grandi pittori, ecco Le Muse di Alfons Mucha, L’albero della vita di Klimt e Le ninfee di Monet. Ma c’è spazio anche per gli sport, dal surf praticato alle Hawaii ai Giochi Olimpici di Parigi 2024, le passioni come la musica e il biliardo, oppure il “sogno americano” illustrato dai treni e dalle potenti auto degli anni Sessanta.

    Innumerevoli i soggetti, dai mandala ai motivi hawaiani, dal francobollo rotondo neozelandese alle toiles de Jouy francesi. Impossibile citarli tutti. E poi, ancora, ci si sposta in cielo: una selezione di modelli raffigura perfino le costellazioni dei segni zodiacali, tratte da antiche incisioni. Sì, perché ciascun quadrante, ciascun orologio racconta una storia e meriterebbe un approfondimento, sia per il tema raffigurato, sia per le tecniche utilizzate. Propongo qualche “assaggio” nella gallery in alto, ma è ben poca cosa rispetto a quello che si trova nelle vetrine di Alto Artigianato 2024.

    Alto Artigianato 2024: informazioni pratiche

    All’interno delle tre sale dei Salons Patek Philippe, oltretutto, è possibile anche ammirare gli artigiani all’opera. Se sarete fortunati, potrete assistere personalmente al lavoro di un maître émailleur o di un maître graveur mentre realizzano le loro opere (con l’ausilio di un microscopio) sotto i vostri occhi. Male vi vada, potrete sempre seguire la realizzazione di un orologio nei video proiettati in loop sulle pareti e vedere gli strumenti del mestiere esposti nelle teche o posati sui banchi da lavoro.

    Tutto questo, sia chiaro, è gratuito. L’importante è registrarsi online sul sito ufficiale per programmare la visita. A proposito, la mostra Alto Artigianato 2024 è aperta al pubblico fino al 27 aprile tutti i giorni, dalle 11 alle 18 (ultimo ingresso alle 17), domenica esclusa. Dopo di che, dal 7 al 16 giugno prossimi, si sposterà a Londra, nei Salons Patek Philippe di Bond Street recentemente restaurati. Sono le uniche due occasioni per vedere l’intera produzione di Alto Artigianato 2024 della Manifattura riunita sotto lo stesso tetto. Poi sarà dispersa nelle dimore dei più facoltosi collezionisti in giro per il mondo… e ciao.

  • Pink Edition: il rosa secondo Chanel

    Pink Edition: il rosa secondo Chanel

    Non solo bianco o nero: anche il rosa è un colore Chanel. Nella moda come in orologeria. Nel mondo delle lancette firmate dalla doppia C, il rosa ha già fatto qualche fugace apparizione in alcune edizioni limitate. Per esempio nei J12 Tourbillon Joaillerie del 2005, nel J12 42 mm del 2007 o nel J12 Chronographe Joaillerie del 2009, tutti con la lunetta incastonata di zaffiri rosa; o ancora nel 2016 con il Première Rock, corredato di bracciale a triplo giro la cui tipica catena era intrecciata a un nastro di pelle fucsia.

    Ma quei precedenti non sono nulla in confronto alla nuova Pink Edition: una capsule collection di quattro esemplari alto di gamma, accomunati da una particolare sfumatura di rosa. Due J12 e due Boy∙Friend, per essere precisi: la prima coppia modulata su armoniose cromie in ton-sur-ton e la seconda dominata da un total look rosa deciso. Comunque risultato delle sinergie fra le tante maestranze che concorrono alle creazione degli orologi della Maison.

    Un lavoro di squadra

    Prima di tutto il team di progettisti guidati da Arnaud Chastaingt, lo Studio de Création Horlogerie de Chanel che non solo li ha ideati ma ne soprintende la realizzazione. Poi gli artigiani specializzati che lavorano per gli atelier di G.F. Châtelaine, ovvero la manifattura di Chanel a La Chaux-de-Fonds, con i suoi maestri orologiai e incastonatori. Per arrivare ai fornitori esterni, dai tecnici che fabbricano il vetro zaffiro fino ai pellettieri che producono il cinturino. Un lavoro di sinergie, coordinate per comporre l’immagine coerente degli esemplari della Pink Edition.

    Tratto comune ai quattro esemplari è proprio la nuance di rosa, che nei J12 si ritrova solo nei dettagli, mentre è più diffusa nei Boy∙Friend. Un rosa carico, caldo e pastoso, che potrebbe ricordare il rosa Barbie, protagonista del film di Greta Gerwig con Margot Robbie – “musa” di Chanel –, ancora impresso nell’immaginario collettivo a distanza di mesi dall’uscita. Ma non è così. In realtà si tratta di un colore che affonda le radici nella storia della Maison e rimanda alla figura di Mademoiselle Coco. Come sempre, del resto, nell’orologeria Chanel.

    Rosa Chanel

    Il riferimento, evidente per chiunque abbia un minimo di familiarità con lo stile della grande couturière, è ai celebri tailleur di tweed – declinati in tanti colori pastello, comprese tutte le sfumature di rosa: dal confetto al cipria, dal lilla al lampone. Inventato già negli anni Venti, ma diventato celebre dal 1956, dopo il ritorno sulle scene fashion di Mademoiselle, il tailleur divenne simbolo di status sociale e di femminilità indipendente. Lo sfoggiavano tutte le dive e divine dell’epoca: Romy Schneider, Gina Lollobrigida, Brigitte Bardot, Marilyn Monroe…  

    Anche se il tailleur rosa più famoso fu quello di Jacqueline Kennedy, che lo indossava a Dallas il 22 novembre 1963, il giorno dell’assassinio del marito, il Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Quel tailleur dalle linee misurate e dallo stile perbene, coordinato al cappellino a tamburello, nel tempo ha assunto diversi valori e significati. E oggi è considerato non tanto un semplice capo d’abbigliamento, piuttosto un emblema del costume degli anni Sessanta e più ancora un pezzo di storia americana.

    Senza dimenticare poi che il rosa è stato protagonista di innumerevoli outfit anche nei decenni successivi. Penso per esempio alle rivisitazioni degli abiti in tweed operate da Karl Lagerfeld, anima di Chanel per decenni, e in tempi più recenti alle creazioni di Virginie Viard. Basta guardare le passerelle dell’ultima stagione di Autunno/Inverno 23/24 – dall’Haute Couture ai Métiers d’Art, dalla Cruise al Prêt-à-Porter – per ritrovare il rosa puntuale in tutte le collezioni.

    Un materiale problematico

    Ma torniamo agli orologi. E cominciamo dal J12 X-Ray Pink Edition, che – come si intuisce dal nome – è uno sviluppo del J12 X-Ray uscito nel 2020. L’esperienza di quell’esemplare realizzato interamente in vetro zaffiro (o cristallo zaffiro, per essere più corretti) è stata fondamentale per risolvere i numerosi problemi insiti nella fabbricazione di questo materiale sintetico. Sui quali ho già scritto tanto in passato: invito chi volesse approfondire ad andare a rileggere la recensione di quell’orologio.

    Semplifico per riassumere i termini della questione. Il vetro zaffiro è una sostanza a base di ossido di alluminio (Al2O3), la cui polvere è fusa ad alte temperature e poi lasciata raffreddare per permettere la formazione dei cristalli. I blocchi così ottenuti sono soggetti a lunghi processi di taglio e finiture, in cui si possono impiegare solo attrezzi diamantati (mole, sospensioni, paste). Perché lo zaffiro sintetico è un materiale leggero ma estremamente duro: raggiunge il valore 9 della scala di Mohs, inferiore solo al diamante che ha valore 10.

    Per intenderci, la cassa dell’X-Ray è ricavata da un unico blocco di vetro zaffiro, sottoposto a 1600 ore di lavorazione prima di poter essere pronta per l’assemblaggio. Ogni singolo pezzo, oltretutto, dev’essere perfetto: privo di difetti, bolle, fessurazioni. E poi c’è il problema del colore. Per raggiungere il rosa della Pink Edition, ci sono voluti 5 anni di sviluppo: necessari per ottenere non solo la giusta tonalità, quella desiderata dai tecnici, ma anche una colorazione uniforme ovunque.

    La trasparenza del J12 X-Ray Pink Edition

    Caratteristiche che si riscontrano nel J12 X-Ray Pink Edition, il cui habillage è appunto interamente realizzato in vetro zaffiro rosa. Un orologio che perciò risulta essere leggerissimo e confortevole al polso, eppure resistente ai graffi e agli urti, destinato a rimanere immutabile al trascorrere del tempo. Tuttavia l’insieme rosa tenue, delicato e trasparente, di cassa e bracciale è acceso dalla tonalità intensa della lunetta in oro beige, tempestata di baguette di zaffiri rosa. In oro beige anche la corona, sormontata da un altro zaffiro rosa taglio brillante, mentre ulteriori baguette di zaffiri rosa, lunghe e sottili, si trovano incastonate agli indici sul quadrante trasparente: un disco in vetro zaffiro (incolore) come l’oblò sul fondello.

    All’interno della cassa, con i ruotismi e i componenti dorati negli stessi toni dell’oro beige – che, dimenticavo, è una lega esclusiva della Maison -, risalta il Calibro 3.1. Un movimento di manifattura, completamente scheletrato, sviluppato a partire dal Calibro 3, a sua volta creato nel 2018 per il Boy-Friend – di cui mi occuperò tra poco. Rispetto al suo predecessore, il Calibro 3.1 è ugualmente scheletrato, ma è costruito attorno a un unico ponte centrale, che sul lato quadrante riporta la minuteria. Il risultato è un orologio dall’estrema leggerezza, anche visiva, dal diffuso effetto di trasparenza. Riporto le relative informazioni tecniche nelle didascalie.

    Però devo dare ancora qualche numero. Il J12 X-Ray Pink Edition conta in totale 93 zaffiri rosa che raggiungono, sommati tutti insieme, 8.28 carati. È realizzato in 12 esemplari e costa un milione di euro.

    L’esclusività del J12 Pink Edition

    Sono invece 55 gli esemplari del J12 Pink Edition, dal look più consueto: in questo caso infatti cassa e bracciale sono in ceramica ad alta resistenza. Il materiale caratteristico della collezione J12 è prodotta “in casa” all’interno degli atelier di La Chaux-de-Fonds, con un processo di fabbricazione del quale i tecnici Chanel hanno ormai raggiunto una totale maestria. La ceramica bianca qui è impreziosita dal giro di zaffiri rosa taglio baguette incastonati sia sulla lunetta in oro beige sia sul quadrante, anch’esso in ceramica, per un totale di 4.26 carati.

    L’estetica a dire il vero rimanda ad altri esemplari del passato – se non fosse per il colore, saturo e deciso, degli zaffiri rosa. Provenienti dal Mozambico, sono stati attentamente selezionati dai gemmologi di Chanel proprio in funzione di questa capsule collection, in cui rappresentano un segno ricorrente almeno per tre esemplari su quattro. E ovviamente incidono sul prezzo finale, che per questo orologio è di 125mila euro.

    Per passare al movimento, il J12 Pink Edition monta il Calibro 12.2. Disegnato dal team di Arnaud Chastaingt e prodotto in esclusiva da Kenissi, di cui Chanel è comproprietaria, può essere definito senza dubbio “di manifattura”. Ne ho già scritto abbondantemente in passato, basta andare a questo link. Qui mi limito quindi a ricordare che non si tratta di una semplice miniaturizzazione del Calibro 12, in quanto tutti i componenti sono stati ridisegnati ex novo. Lo si vede attraverso il fondello in vetro zaffiro, in cui risalta ben evidente per il trattamento Nac nero che ne riveste i principali componenti.

    La preziosità del Boy∙Friend Skeleton (X-Ray) Pink Edition

    Per passare all’altra famiglia di esemplari, i due Boy∙Friend si distinguono essenzialmente per la cassa. Che nel Boy∙Friend Skeleton X-Ray Pink Edition è realizzata in vetro zaffiro rosa, mentre nel Boy∙Friend Skeleton Pink Edition è in oro beige decorata da zaffiri rosa. Nel primo caso, quindi, le difficoltà esecutive sono le stesse del precedente J12 X-Ray Pink Edition, con la differenza che qui la cassa è tripartita e ha richiesto un centinaio di ore di lavorazione. Mentre nel secondo il segno distintivo è rappresentato proprio dalle pietre preziose: perfettamente allineate sulla lunetta ci sono 33 baguette, cui se ne aggiungono altre 5 più piccole sulla corona e 23 sulla fibbia pieghevole, per un totale di 3 carati.   

    La meccanica, comune a entrambi i modelli, è il Calibro 3. Terzo movimento di manifattura dell’orologeria Chanel, come accennavo prima, è stato messo a punto proprio per la collezione Boy∙Friend e montato in diversi esemplari. Ma qui, rispetto alle versioni precedenti, presenta alcune unicità: prima di tutto platina e ponti sono colorati di rosa, coordinati agli elementi dell’habillage; e poi è privo del ponte superiore, quello in corrispondenza del bariletto, così da risultare esteticamente (ancora) più leggero e mostrare con maggior evidenza i componenti dorati.

    Merita un cenno infine il cinturino in pelle di vitello matelassé, perfettamente abbinato alla cromia del movimento e degli zaffiri rosa, foderato di tessuto color oro. Concludo con la tiratura limitata, di 55 esemplari per ciascuna referenza, e con i prezzi: il Boy∙Friend Skeleton X-Ray Pink Edition costa anch’esso 125mila euro, mentre il Boy∙Friend Skeleton Pink Edition 160mila euro.

  • Santos-Dumont Rewind, Santos Dual Time e altre news di Cartier

    Santos-Dumont Rewind, Santos Dual Time e altre news di Cartier

    Quest’anno il Santos spegne 120 candeline. E Cartier lo festeggia con una serie di esemplari, presentati in questi giorni a Watches and Wonders Geneve, fra i quali svettano in particolare due novità: il Santos-Dumont Rewind e il Santos Dual Time. Il primo spicca per originalità e si può ricondurre all’audacia e alla stravaganza del pioniere dell’aviazione cui è dedicato. Il secondo introduce il doppio fuso orario in una collezione che sembra naturalmente predisposta ad averla.

    Alberto Santos-Dumont…

    In effetti, se c’è un esemplare legittimato ad avere questa complicazione, in tutta l’orologeria di ieri e di oggi, è proprio il Santos de Cartier. Che, è risaputo, nasce nel 1904 ed è il primo orologio da polso storicamente documentato. Lo creò Louis Cartier, appunto, per Alberto-Santos Dumont: il quale aveva espresso il desiderio di poter leggere comodamente l’ora mentre era in volo, impegnato ai comandi degli instabili velivoli d’antan, senza aver bisogno di estrarre l’orologio dal taschino. E l’amico gioielliere lo aveva accontentato.

    Un personaggio fuori dagli schemi, Alberto Santos-Dumont (1873/1932). Mineiro ma con origini francesi, ricco di famiglia, raffinatissimo e poliglotta, visse tra il Brasile e Parigi. Soprattutto era un geniale autodidatta, appassionato di fisica e meccanica, capace di progettare e costruire dirigibili e aeroplani. Secondo lo storico Henrique Lins de Barros, Santos-Dumont fu il vero “padre” dell’aviazione: più dei fratelli Wright, «che non avevano mai capito cosa significa decollare». Di sicuro, aveva coraggio da vendere, per salire su quelle macchine volanti che a noi ispirano meno sicurezza di un ultraleggero… E non solo: se ne fregava delle convenzioni sociali.

    …e il suo orologio

    Quando commissiona e indossa la nuova creazione realizzata per lui da Cartier, infatti, l’opinione comune considerava gli esemplari da polso “cose da donne”, troppo piccoli e poco precisi rispetto a quelli da tasca, con i loro grandi e “lenti” bilancieri… Eppure quel prototipo del Santos – così essenziale, pratico e funzionale – non ha nulla di femmineo, anzi: si distingue per la purezza del design, che si rivelerà capace di sfidare il tempo e le mode. Immutati restano infatti i codici di stile, trasgressivi per l’epoca: la cassa di forma carré dalle proporzioni rigorose, la lunetta fissata da viti, esposte in bella vista con una connotazione tecnica, il quadrante con i numeri romani che celano la firma segreta, il cinturino (udite udite) in pelle.

    Entrato finalmente in produzione e commercializzato nel 1911, nei decenni successivi il Santos conosce continue rivisitazioni, che ne aggiornano lo stile senza tuttavia stravolgerne l’essenza. Nel 1978 compie un giro di boa: diventa più sportivo e moderno, e acquista il celebre bracciale dai link orizzontali, sempre decorati con viti. All’inizio del nuovo Millennio, in occasione del centenario, conosce dimensioni XL, e si evolve ancora nel 2018 con un sostanziale restyling che ne accentua il dinamismo estetico. Senza contare gli innumerevoli ritocchi. Del resto, il Santos de Cartier è nato per essere innovativo…

    Santos-Dumont Rewind e gli esemplari in lacca

    Negli anni Settanta, però, rimane in catalogo un esemplare più fedele all’originale, che prende il nome di Santos-Dumont, dalle linee più morbide ed eleganti, anch’esso sviluppato successivamente in una linea a sé stante. Ed è proprio all’interno di questa famiglia di orologi che nasce ora il Santos Dumont Rewind. Con la preziosa cassa in platino di 31,5 mm di lato e un total look bordeaux, si distingue per il quadrante altrettanto prezioso in corniola, su cui i numeri romani seguono un insolito senso anti-orario. Il movimento meccanico a carica manuale, calibro 230 MC di manifattura, fa compiere infatti una rotazione inversa alle lancette a pomme evidée.

    In pratica è un orologio che va al contrario: stupefacente ed eccentrico, presenta questa anomalia tecnica animata da una meccanica innovativa. Che di per sé merita un approfondimento: lo faremo su queste pagine non appena riusciremo a saperne di più sul movimento. Del resto la redazione è a Ginevra, in questi giorni, proprio per toccare con mano e conoscere meglio i dettagli. Per ora mi limito ad aggiungere che il Santos-Dumont Rewind è in edizione limitata di 200 esemplari, e proseguo quindi con le altre novità.

    Oltre al Santos-Dumont Rewind sono infatti in uscita, all’interno della stessa collezione, altri tre nuovi modelli con il quadrante e la lunetta in lacca, coordinati in speciali abbinamenti cromatici: cassa in oro rosa e lacca blu pavone, cassa in oro giallo e lacca color tortora, cassa in platino e lacca verde oliva. Quest’ultimo in edizione limitata di 200 esemplari. Le tre referenze sono tutte equipaggiate dal calibro 430 MC, a carica manuale, sempre progettato e costruito in-house, del quale riporto in didascalia le informazioni tecniche.

    Il Santos Dual Time

    Ma se il Santos-Dumont Rewind rappresenta un pinnacolo dell’esclusività, altrettanto rilevante è il Santos Dual Time. Il primo doppio fuso orario, a quanto mi risulta, all’interno della storica collezione. Che ho visto declinata negli ultimi decenni in diverse versioni complicate – squelette, cronografo, extrapiatto – ma mai con funzione Gmt. Sì, ricordo che è esistito qualcosa alla fine degli anni Novanta, in edizione limitata per commemorare i 150 anni della Maison, ma non aveva nulla del rigore e delle geometrie per cui il Santos è famoso. Con la cassa rotonda, era sostanzialmente un altro orologio, riconducibile alla collezione solo per le viti sulla lunetta e sul bracciale.

    Sta di fatto che, a 120 anni esatti dalla nascita, Cartier lancia appunto il Santos Dual Time, dall’aspetto tecnico e funzionale. È un bel monolite in acciaio, giocato sull’accostamento di grigi in ton-sur-ton, che rispecchia i segni distintivi della collezione. Cassa quadrata di 40,2 mm dagli angoli stondati, un’alternanza di superfici lucido-satinate, la lunetta fissata dalle tipiche otto viti, i brevi elementi proteggi-corona, il bracciale integrato, il tutto a comporre un’efficace sensazione di solidità e compattezza.

    Le caratteristiche del Santos Dual Time

    Sul quadrante antracite, satinato soleil, spicca il contatore del secondo fuso orario. Facile da settare tramite la corona, è sovrastato dall’immancabile funzione giorno/notte in una discreta finestrella superiore. Non si conosce ancora molto del movimento meccanico a carica automatica: se non che è stato progettato e realizzato in esclusiva (presuppongo da ValFleurier) per questo esemplare. Ma, anche in questo caso, conto di saperne di più proprio durante il Salone. Nei prossimi giorni, appena scoprirò qualcosa, aggiornerò quindi questo testo con le caratteristiche tecniche.

    Qui invece aggiungo due informazioni. Prima di tutto il bracciale rastremato, in acciaio, è intercambiabile con un cinturino in pelle di alligatore (color antracite, incluso nel packaging), grazie al sistema brevettato QuickSwitch. Non solo. Si può anche regolare sulle dimensioni del proprio polso: è infatti fornito di un altro sistema brevettato, chiamato SmartLink, che permette di togliere o aggiungere gli elementi orizzontali che compongono le maglie, senza alcuno strumento. Il che praticamente svincola il proprietario dal portarlo dall’orologiaio per metterlo a misura, e consente di adattarlo ogni volta se ne ha la necessità. E poi il prezzo: il Santos Dual Time costa 10.100 euro.

    I nuovi Santos de Cartier “solo tempo”

    Concludo con le altre referenze “solo tempo”, che vanno ad ampliare la ricca gamma già in catalogo. A partire dal Santos bicolore, ovvero in acciaio con la lunetta in oro giallo: cassa da 39,8 mm di lato e quadrante antracite, ma sfumato nero, sempre con bracciale intercambiabile e cinturino in pelle di alligatore grigio antracite, ha un prezzo di 12.900 euro. E c’è anche un altro modello simile, ma interamente in oro giallo, che costa quindi 40.300 euro.

    Poi altre due versioni in acciaio, con quadrante marrone sfumato nero, che si differenziano per le dimensioni della cassa: uno è di formato grande, cioè 39,8 mm di lato, e l’altro di formato medio, 35,1 mm di lato. Costano rispettivamente 8.500 e 7.750 euro, e quindi rappresentano gli entry prize della collezione. C’è da dire però che tutt’e quattro gli esemplari montano un movimento di manifattura, il ben noto calibro 1847 MC. Il che la dice lunga sull’idea di orologeria della Casa…

  • Type XX con bracciale: la nuova estetica dei cronografi Breguet

    Type XX con bracciale: la nuova estetica dei cronografi Breguet

    L’orologio è sostanzialmente lo stesso. O forse dovrei dire gli orologi, visto che si tratta di due esemplari: il Type XX e il Type 20. Una differente grafia che corrisponde alla doppia destinazione d’uso dei cronografi Breguet: civile e militare. Anche se qui di seguito per comodità scriverò sempre il nome con i numeri romani, mi riferirò a entrambi – chiusa la parentesi. Gemelli diversi, ugualmente eredi di una lunga tradizione aeronautica che risale agli anni Cinquanta del secolo scorso, usciti l’estate scorsa ciascuno con una propria configurazione, un proprio quadrante. E ora riproposti in nuove versioni che nulla cambiano nella loro essenza eppure li trasformano completamente. Vi presento dunque i nuovi Type XX con bracciale in acciaio o con cinturini Nato.

    Nelle prossime righe eviterò quindi di ripercorrere la storia dei Type di Breguet e di analizzarli dal punto di vista tecnico. Chi volesse approfondire questi aspetti, o rinfrescarsi la memoria, può sempre andare a vedere l’ampio spazio dedicato sul sito ufficiale oppure leggere l’esauriente articolo scritto da Davide Passoni al momento del lancio. Preferisco invece concentrarmi proprio sui Type XX con bracciale, o meglio sul bracciale dei Type XX, per almeno due motivi. Uno, perché si tratta di un bracciale inedito per Breguet. E, due, per sottolineare quanto un diverso abbigliamento – habillage, direbbero i francesi – sia in grado di incidere sulla personalità di un orologio.

    I Type XX con bracciale, una questione di stile

    Parto proprio da questo secondo punto, consapevole che è un po’ come la scoperta dell’acqua calda, ma che a volte è necessario ribadire il concetto. I Type XX con bracciale sembrano orologi del tutto nuovi. Non solo acquistano una connotazione più sportiva, come sempre càpita in qualsiasi esemplare adotti il bracciale in metallo. Ma diventano più incisivi, più impattanti al polso – dal punto di vista estetico, s’intende. Come se fossero nati per avere il bracciale in metallo, quasi così potessero esprimere al meglio il proprio carattere tecnico. La propria vocazione di strumento robusto, costruito con determinate specifiche.

    E poi c’è l’effetto fisico offerto dal bracciale in metallo: elemento che di per sé – come in questo caso – può avere un certo peso. Il bracciale in acciaio “si sente” addosso, si percepisce in qualsiasi momento, anche se poi è una presenza cui ci si abitua. Suscita una piacevole sensazione di completezza, come se si fosse davvero vestiti soltanto quando lo si indossa. Diventa una questione di stile personale. A patto che sia regolato alla perfezione sul proprio polso, in modo tale che sia avvolgente ma non stretto, né al contrario troppo largo da far sballottare la cassa a ogni gesto. E questo indipendentemente dai gusti personali, dal fatto che possa piacere o meno: cosa che è del tutto ininfluente ai fini della mia recensione.

    Com’è fatto il bracciale

    Il che mi riporta al punto uno: la costruzione del bracciale del Type XX. Doppiamente importante perché è un bracciale dalla forma inedita, studiata appositamente per questo esemplare. Del resto, mancava nell’offerta del nuovo Type XX, finora equipaggiato da un cinturino in pelle intercambiabile con un Nato in tessuto. Ricordo invece, in passato, diversi cronografi della linea Type XX dotati di bracciale: dal Transatlantique all’Aéronavale, dal Type XXI al Type XXII ad alta frequenza. Ma si deve andare indietro nel tempo, almeno al decennio scorso. Con il rilancio della collezione Type XX, in quel de L’Abbaye dev’essere sembrato giustamente opportuno mettere a punto anche un bracciale all’altezza delle nuove versioni.

    Ecco quindi il nuovo bracciale a tre file, ben integrato nell’attacco alla cassa in modo da risultare non solo efficace dal punto di vista del design, ma anche ben saldo e sicuro, aderente al polso. Leggermente rastremato, è formato da link laterali a parallelepipedo con angoli smussati, mentre quelli centrali sono sviluppati orizzontalmente. Grazie a questa particolare architettura, risulta ben articolato: basta passare un dito all’interno del bracciale stesso e farlo scorrere lunghe le maglie per percepire quanto possa essere confortevole – oltre che ben equilibrato nel peso rispetto alla cassa. Si allaccia con una fibbia déployante.

    Impeccabile la realizzazione, in linea con la filosofia Breguet. Tutte le superfici sono spazzolate, così da attenuare qualsiasi fastidioso riflesso e ottenere una connotazione più tecnica. Lucidi, invece i profili: sia quelli in prossimità degli interstizi fra le maglie, sia quelli lungo i bordi esterni. L’alternanza di finiture alleggerisce l’insieme e ne sottolinea la struttura. Un’ultima informazione riguardo al Type XX con bracciale, a questo punto indispensabile, è il prezzo al pubblico: 24.500 euro per entrambi gli esemplari.

    I cinturini Nato

    A onor di cronaca, però, devo aggiungere che oltre al Type XX con bracciale esiste anche un’altra versione dall’impronta sportiva, appena accennata all’inizio del testo. Breguet ha infatti corredato i nuovi cronografi anche di cinturini Nato. Al plurale, perché sono declinati in tre colori: khaki, verde e grigio. Tre tonalità militari che si abbinano bene allo spirito della collezione. E che donano agli orologi quel certo non so che di informale e giovane, rispetto alla variante nera già esistente.

    Questi tre accessori si possono adattare alla versione con il cinturino in pelle di entrambi i Type. Che, è opportuno ricordarlo, è dotata di un bel pulsante robusto fra le anse, sul retro, che ne permette la sostituzione rapida e “fai da te”, cioè senza ricorrere ad attrezzi di alcun tipo. Intanto che ci sono, fornisco anche un aggiornamento sul prezzo dell’orologio, che ora costa 21.000 euro.

  • PR516 Chronograph, Tissot guarda agli anni Settanta

    PR516 Chronograph, Tissot guarda agli anni Settanta

    I francesi lo chiamano repêchage. L’andare a rovistare nei propri archivi per tirar fuori qualcosa di unico, di esclusivo, e riportarlo a nuova vita. Una cosa buona e giusta da parte di case che hanno un passato cui appellarsi, fonte quasi inesauribile di idee e di esemplari. È quanto fa anche Tissot, che di storia ne ha da vendere, e negli ultimi anni ha ri-messo in produzione una serie di orologi celebri – opportunamente reinterpretati con gusto attuale, ma fedeli agli originali. Così, dopo il Navigator, il Memphis, il PRX, ecco ora il PR516 Chronograph. Per assecondare il gusto neo-vintage che va per la maggiore, sì, ma anche a dimostrazione di quanto un buon design sia in grado di continuare a piacere, perfino a distanza di decenni.

    Il PR 516, particolarmente robusto

    Sul PR 516 ci si potrebbe scrivere un libro, per quante cose ci sono da dire. Cercherò di essere sintetica e di non annoiare nessuno, ma credo sia necessario ripercorrerne le vicende, almeno per sommi capi. La collezione nasce nel 1956, anche se sarà una campagna pubblicitaria condotta quasi dieci anni dopo a determinarne la fama  presso il grande pubblico. La sigla PR sta per “particolarmente robusto” e allude ad alcune particolari specifiche tecniche adottate nella costruzione.

    La cassa in effetti è improntata alla solidità: il fondello ha uno spessore maggiore del 40% e il vetro del 20% rispetto al solito. Il vetro è anche bombato, sebbene l’impermeabilità sia limitata alle consuete 3 atmosfere. Riguardo alla resistenza agli urti, poi, non c’è solo l’Incabloc sul bilanciere, ma anche un anello di incassaggio in materiale sintetico e flessibile (leggi plastica): per questo motivo il movimento è definito floating, galleggiante, o nelle pubblicità italiane “sospeso”.

    Tra il 1962/’63, il progettista svizzero Lucien Gurtner mette a punto una cassa arcuata, dalla migliore ergonomia, capace di seguire le linee del polso. I problemi però si pongono quando si procede a fissare l’attacco del bracciale integrato. Tissot si rivolge quindi a un gioielliere che esegue diversi prototipi e inizia una stretta collaborazione con il fabbricante di casse Louis Lang di Porrentry.

    Tra cinema e sport

    Ed è sempre Lucien Gurtner a occuparsi della campagna pubblicitaria che porterà il PR 516 al successo commerciale. L’ispirazione gli viene dalla visita agli atelier del produttore di bracciali ginevrino Desrobert, dove vede una lamina di metallo traforato; e alla fabbrica di Ebauches Electronic, dove a colpirlo è il volante di un’auto da corsa. Il designer crea così il tipico bracciale a grandi fori, che non solo diventerà una caratteristica della collezione, ma darà vita anche a un cinturino in pelle ugualmente traforato.

    La collaborazione con un’agenzia pubblicitaria di Losanna lo porta perciò a concepire una strategia basata sulla coerenza logica fra prodotto e immagine. Il PR516 diventa così protagonista di una campagna diventata celeberrima, in cui lo si vede al polso di un pilota automobilistico. Del resto, il motorsport era parte del mondo Tissot sin dalla fine degli anni Cinquanta, con il driver svizzero Harry Zweifel. Mentre nel ‘68 fu il pilota di rally Henry Bradley a scrivere il nome del PR516 sulla propria Ferrari, pare in modo spontaneo e non perché sponsorizzato…

    Non solo. Il PR516 fece la propria apparizione anche sul grande schermo. Siamo nel 1973: il film è 007 – Vivi e lascia morire e Roger Moore veste i panni di James Bond. In realtà gli orologi di scena sono altri due: il Rolex Submariner 5513 e l’Hamilton Pulsar P2 a Led. Ma in un paio di azioni – in aeroporto alla Bleekley Flying School e durante l’inseguimento in motoscafo – il Tissot è più che evidente. Non si sa bene perché sia ripreso dalla cinepresa. Di certo c’è che in molte foto scattate dietro le quinte il PR516 è stabilmente al polso di Moore. Si ipotizza fosse l’orologio personale dell’attore, indossato in sostituzione al Rolex.

    L’estetica del PR516 Chronograph

    Sta di fatto che all’inizio degli anni Settanta la collezione è una delle più apprezzate dell’intero catalogo Tissot. Ed è declinata in un’ampia gamma di versioni: ci sono il Visodate GL (Grand Luxe) con datario, l’esemplare con funzione day-date, il subacqueo, lo svegliarino e naturalmente il cronografo. Ed è proprio quest’ultimo il modello che fa da base al PR516 Chronograph dei nostri giorni. Ovviamente rielaborato con numerose modifiche, che vogliono dire migliorie, dovute al progredire dei materiali e della tecnologia.

    Se li si mette a confronto, comunque, le somiglianze saltano subito all’occhio. Molto simile è la cassa tonneau in acciaio, che però è stata ristudiata nelle dimensioni: ora misura 41 mm di larghezza (lungo l’asse da ore 3 a ore 9), contro i 36 del passato, ed è più affusolata. Praticamente identici i pulsanti a pompa, così come la corona zigrinata e personalizzata dal logo a T. Idem la lunetta a doppia scala: pulsometrica dalle 12 al 3, poi tachimetrica, quasi volesse alludere alle palpitazioni provocate dall’adrenalina della velocità…

    Anche il quadrante a tre contatori è lo stesso (sebbene risulti più arioso grazie alla grandezza maggiore), con i minuti crono al 3 e le ore crono al 6, entrambi con lancetta colorata, e i secondi continui al 9. Solo un po’ più spesse le lancette centrali: a bastone quella delle ore e a siringa quella dei minuti, ugualmente colorata quella dei secondi crono, ma sempre luminescenti (più che in passato). Differente invece è il lettering a ore 12, a tutto vantaggio della semplicità. Il vetro zaffiro oggi sostituisce quello acrilico d’antan, ma ne ricrea lo stesso effetto “a lente” tipico del glassbox.

    Invece il bracciale è decisamente diverso. È sempre a tre file, ma ora ha la maglia centrale più larga. E non serve metterlo al polso per capire che è molto più saldo, più resistente, e anche ben articolato e flessibile. Oltre a essere migliorato nella chiusura déployante, con pulsanti di sicurezza, è regolabile in lunghezza tramite tre fori appositi. Ed è anche dotato di un sistema di sgancio rapido che ne permette l’immediata sostituzione, con un “classico” cinturino in pelle dai grandi fori, o magari in tessuto, più sportivo.

    Un nuovo movimento

    La modifica sostanziale sta ovviamente nella meccanica. Il PR516 Chronograph del passato era animato dal calibro 873, presentato nel 1970. Basato su un’ébauche Lemania 1281 (la cui concezione risale al 1955), montato su 17 rubini, contava su un’autonomia di 39 ore e lavorava a una frequenza di 21.600 alternanze/ora – con il cronografo quindi in grado di misurare il 5° di secondo.

    Con il nuovo calibro Valjoux A05.291 siamo su un altro pianeta. Sviluppato appositamente da Eta per questo orologio, come dichiara Tissot, è sempre a carica manuale, per fedeltà storica (e per la gioia dei puristi della micromeccanica di precisione). Si tratta di un derivato del Valjoux 7753, cui non solo è stato eliminato il dispositivo per la ricarica automatica, sostituito da un ponte centrale personalizzato, ma è stato completamente modificato nei principali componenti per offrire migliori prestazioni.

    Il calibro Valjoux A05.291 è un movimento cronografico a camme, montato su 25 rubini, che funziona con la consueta frequenza di 28.800 alternanze orarie e misura quindi l’8° di secondo. È fornito di spirale Nivachron, insensibile ai campi magnetici di una certa entità e del sistema antichoc Nivachoc A. E soprattutto è dotato di un’autonomia che raggiunge le 68 ore, per rispondere alle mutate esigenze e abitudini del pubblico.

    Prezzi e varianti del PR516 Chronograph

    Tutto questo chiaramente si riferisce al PR516 Chronograph meccanico. Ma, per onor di cronaca, devo aggiungere che dello stesso orologio esistono tre ulteriori referenze equipaggiate da un movimento al quarzo Swiss made. Sempre in acciaio e identiche nell’impostazione, hanno però una diversa estetica: una ha il quadrante blu con il profilo dei contatori argentati; l’altra il quadrante nero, sempre con i contatori argentati; la terza infine il quadrante interamente nero, ma il bracciale in acciaio con le maglie centrali Pvd oro giallo. Cambiano di conseguenza i prezzi: 545 euro per le versioni al quarzo e 595 euro per quella bicolore. Il PR516 Chronograph Mechanical invece costa 1.975 euro. Un ottimo prezzo, mi sembra, rispetto alla qualità complessiva dell’orologio. Perfino più conveniente di quello del PRX Chrono, cui si affianca per ampliare l’offerta di cronografi meccanici del Marchio.

  • Chronomat Victoria Beckham, il restyling di un classico di Breitling

    Chronomat Victoria Beckham, il restyling di un classico di Breitling

    Una collaborazione inattesa, una collezione trasformata. Il Breitling Chronomat Victoria Beckham, presentato qualche giorno fa con un party a Manhattan, è una ben riuscita operazione di co-branding. Che rivela come bastino pochi tratti per personalizzare un orologio e cambiarne il carattere – fatta salva comunque l’estetica, rimasta sostanzialmente la stessa. Del resto l’orologeria è fatta di dettagli. Non lascia carta bianca come la moda: ha vincoli tecnici e formali imprescindibili, ancora di più quando si deve lavorare su un impianto già esistente, che va modificato in modo efficace ma senza forzature, perché non può essere snaturato. Proprio come in questo caso.

    È qui la festa?

    Ma cominciamo dall’inizio. New York, 1° febbraio. Con la settimana della moda imminente, buyer e giornalisti che contano sono già tutti in città (o quasi). L’appuntamento è all’Indochine Restaurant di NoHo, storico punto di incontro del fashion world, scenario perfetto sia per la presentazione istituzionale del Chronomat Automatic 36 Victoria Beckham (per citare il nome completo), sia per la festa di lancio con cena placé. Dove si ritrovano tanti ospiti illustri, puntualmente registrati nelle cronache di gossip.

    La prima ad arrivare è l’amica/attrice/regista Katie Holmes. Poi Helena Christensen, indimenticabile top model degli anni Novanta, e Misty Copeland, étoile dell’American Ballet nonché ambasciatrice Breitling. C’era Annemary Aderbibigbe, la modella protagonista della campagna del Chronomat Victoria Beckham, realizzata da quel mago dell’obiettivo che è Mario Sorrenti. C’erano anche il socialite David Blasberg, volto noto della tv, l’attore Fisher Stevens, e tante firme famose del giornalismo, di moda e non. A fare gli onori di casa, naturalmente, il Ceo di Breitling Georges Kern e Victoria Beckham, che indossava il “suo” Chronomat. Come da copione.

    L’estetica del Chronomat 36 Victoria Beckham

    In realtà non uno, ma sei orologi. Realizzati interamente in acciaio o in oro giallo (metallo appositamente reintrodotto da Breitling in collezione) e con la cassa da 36 mm di diametro – come nella versione Lady del rilancio, uscita nel 2020. Ben riconoscibili grazie agli immutati codici di stile caratteristici della linea Chronomat: la lunetta scandita ai quarti dai cavalieri e il bracciale Rouleaux, con le loro voluttuose satinature che spiccano tra le superfici lucide dell’insieme.

    A essere trasformato con piccoli tocchi sapienti è il quadrante. Prima di tutto nella tavolozza cromatica: blu notte, menta piperita, tortora e sabbia. Una palette derivata direttamente dalla collezione p-à-p Victoria Beckham per la Primavera/Estate 2024, e composta di colori pieni, saturi e mat: in una parola, modernissimi. Diversa dai Chronomat già in catalogo è anche la sottile lancetta dei secondi centrali: non più a fraccia ma a bastone, acquista un nuovo slancio dal contrappeso con le iniziali VB, al posto della tradizionale B corsiva di Breitling.

    Un altro elemento nuovo si riscontra sopra il datario a ore 6. Ancora presente la scritta Chronometer, che sottolinea il certificato ufficiale di cronometro del Cosc ottenuto dal movimento automatico, il Calibro Breitling 10. Ma al di sotto, invece del nome della collezione, è messa in evidenza l’edizione limitata. Nei modelli in acciaio, infatti, si legge “One of 400”, mentre su quelli in oro “One of 100”. Considerato che esistono tre referenze nel metallo prezioso e altrettante in acciaio, fatti due conti, la tiratura complessiva è di 1.500 esemplari. E i prezzi vanno da 5.500 a 29.500 euro.

    Un giudizio personale

    In definitiva, la capsule collection – per usare un termine modaiolo, qui azzeccatissimo – è un’ideale trasposizione da polso della moda di Victoria Beckham. Che a sua volta riflette lo stile personale della designer inglese. Dal 2008, sulle passerelle abbiamo visto l’affermarsi di un’eleganza sofisticata, minimal ma non banale, estremamente femminile anche quando ruba capi e tessuti dal guardaroba maschile, dai tagli impeccabili sinonimo di sapiente sartorialità. In sintesi: di classe.

    Per quanto mi riguarda, la cosa che mi ha colpito di più nel nuovo Chronomat Victoria Beckham sta proprio nell’evoluzione impressa dal restyling. Che ha rinnovato lo stile del Chronomat, l’ha aggiornato con decisione senza tradirne l’essenza. Del resto, che Victoria Beckham sia una maestra della trasformazione è dimostrato da lei stessa. Chi l’avrebbe mai detto, negli anni ‘90, che l’ex Spice Girl – posh sì, ma un po’ eccessiva (per non dire volgarotta: ma erano altri tempi) – sarebbe diventata una delle donne più chic del Pianeta?

    Perché il Chronomat Victoria Beckham

    Credo che la forza del nuovo Chronomat Victoria Beckham sia la versatilità. La stilista è stata capace di infondere all’orologio un’impronta fresca e stilosa, che si adatta a qualsiasi dress code. Lo ha reso un accessorio classico e al di là delle mode, ma tutt’altro che scontato, d’impatto. Un esemplare privo di qualsiasi leziosità, così essenziale da poter essere indossato anche da polsi maschili. È evidente che alla signora piacciano gli orologi: deve averne una ricca collezione personale (chi segue le cronache rosa sa che ne sfoggia diversi) e si deve essere fatta una certa cultura al riguardo.  

    Se vogliamo fare un po’ di dietrologia, credo che il Chronomat Victoria Beckham caschi a fagiolo nella composizione del cosiddetto lifestile della Casa di moda: dopo il successo della Pochette Bag e il lancio della linea cosmetica Victoria Beckham Beauty, accanto ai gioielli e agli occhiali, mancavano gli orologi. Mentre per Breitling è il tappeto rosso per arrivare dritto al cuore di un target femminile amante della moda e alto spendente. Cui Kern – mi sembra – faccia il filo ormai da un po’…

  • Nereide Bronzo, il nuovo omaggio di Venezianico  alla Serenissima

    Nereide Bronzo, il nuovo omaggio di Venezianico alla Serenissima

    Qualche giorno fa Venezianico ha presentato il Nereide Bronzo. Che non è solo il primo esemplare del Brand a essere realizzato nel materiale marino per eccellenza, ma è anche un’ennesima dimostrazione del grande amore di Alberto e Alessandro Morelli per la propria città. Con un’intelligente strategia di marketing, il bronzo ha acquisito infatti nuovi significati che donano all’orologio un valore aggiunto. E lo dico senza piaggeria: chi mi conosce sa quanto io sia allergica alla stragrande maggioranza delle operazioni di marketing. Ma riconosco le eccezioni più efficaci, come in questo caso.

    CuSn8

    L’industria delle lancette, negli ultimi anni, ha riscoperto il bronzo, che andava già di moda negli anni ’80 del Novecento ma è stato poi accantonato. Il Giornale degli Orologi lo ha raccontato in almeno un paio di vetrine, nel 2021 e prima ancora nel 2018, senza contare le varie recensioni di specifici modelli realizzati con questa lega. Che è composta, come tutti sanno, principalmente di rame e stagno: CuSn8, per chi ama la chimica.

    E quanto avevamo scritto allora resta valido, anche in riferimento al nuovo esemplare di Venezianico. Dalle doti di resistenza alla fatica e alla corrosione, alla predisposizione per l’ambito nautico, fino alla patina di superficie che rende ogni esemplare unico, il Nereide Bronzo è un bel subacqueo che rispetta proprietà e caratteristiche dell’antico materiale.

    In più, però, il bronzo del Nereide fa riferimento a uno dei simboli di Venezia: i Cavalli di San Marco. Quelle maestose sculture, per intenderci, che si trovano sulla terrazza della Basilica bizantina nell’omonima piazza, cuore della Serenissima. Tanto care ai veneziani, apprezzatissime dagli esperti di storia dell’arte, ma poco note al grande pubblico. Sulle quali quindi credo sia opportuno spendere qualche parola.

    La solenne quadriga

    Si tratta infatti di quattro statue in lega di bronzo che componevano una quadriga in trionfo, esposte anticamente nell’ippodromo di Costantinopoli, vicino alla Moschea Blu. Furono portate a Venezia nel 1204, dopo l’assedio e il saccheggio della capitale bizantina durante la IV Crociata, per volontà del Doge Enrico Dandolo e come emblema della supremazia della Serenissima.

    Gli studiosi sono incerti sulla loro datazione. Secondo alcuni sarebbero opera di Lisippo, uno dei più grandi maestri della scultura greca classica, e risalirebbero al IV secolo a.C. Per altri invece sarebbero di epoca romana, del II/III secolo d.C. Di certo si sa che sono fatti con una lega ad altissimo tenore di rame (più del 96%), cosa che contribuiva al loro splendido colore dorato originario.

    Davvero imponenti, i Cavalli di San Marco sono altri più di 2 metri (238 cm l’altezza massima, 131 al garrese) e pesano circa 9 quintali l’uno. Negli ultimi ottocento anni e passa sono sempre rimasti lì, sulla stessa terrazza della Basilica di San Marco, tranne durante le campagne napoleoniche in Italia. Nel 1797 Bonaparte li portò come bottino a Parigi e li utilizzò come modello per l’Arco di Trionfo del Carrousel. Ma con la Restaurazione tornarono al loro posto, nel 1815.

    Le caratteristiche essenziali del Nereide Bronzo

    Il riferimento ai Cavalli di San Marco, tuttavia, non nobilita soltanto il Nereide Bronzo. Lo collega anche alla tradizione artigianale veneziana. La lavorazione del bronzo e dell’ottone all’interno delle fonderie artistiche è sempre stata infatti un’attività tipica della Città lagunare. E il procedimento di fusione “a staffa”, con il metallo liquido incandescente colato negli stampi, fa parte di un patrimonio culturale tuttora vivo – anche se in pericolo di estinzione.

    Ma arrivo finalmente a una veloce descrizione del Nereide Bronzo. La cassa misura 42 mm di diametro ed è impermeabile fino a 30 atmosfere. Il dato sulla tenuta stagna allude all’uso professionale permesso da questo orologio, che ne condiziona ovviamente l’estetica in tutti i dettagli. Dalla ghiera girevole unidirezionale da 120 scatti alle indicazioni rivestite di materiale luminescente a emissione azzurro-blu, l’architettura e la costruzione sono studiate per le immersioni estreme. Riporto ulteriori dettagli nelle didascalie.

    Qui preferisco invece soffermarmi sul movimento. Il Nereide Bronzo monta un Sellita SW200-1. Per i pochi che non lo conoscessero, ne riassumo le informazioni tecniche. A carica automatica, è una valida e stra-rodata alternativa al 2824-2. Stessa autonomia di 38 ore (pochine, ma retaggio di una concezione che risale agli anni Settanta, quando l’Eta sviluppò il suo calibro), stessa frequenza di funzionamento (28.800 A/h). A Venezianico il plauso per averlo preferito a un movimento orientale, sicuramente meno costoso.

    Un cinturino speciale

    A proposito di prezzo: il Nereide Bronzo costa 876 euro ed è attualmente in pre-ordine. Le spedizioni, come è chiaramente espresso sul sito di Venezianico, inizieranno il 16 febbraio. Per 961 euro però lo si può avere con un particolare cinturino in pelle (mentre di base ha un cinturino in gomma), la cui decorazione rimanda ancora alle preziose opere d’arte di Venezia.

    Realizzato a mano da un artigiano, il cinturino è inciso a caldo infatti con delle scritte in latino: Collocat hunc dignis plebs laudibus et colit hymnis ut venetos semper servet ab hoste suos. Una citazione dell’epigrafe che circonda il più antico mosaico dela Basilica di San Marco, e che traduco letteralmente come: “Il popolo colloca questo con degne lodi e adora con inni, affinché difenda per sempre i suoi veneziani dai nemici”.

    Mi spiego meglio. Questa scritta si trova attorno all’unico mosaico originale del XIII secolo, conservato sulla facciata della Basilica, a sinistra (portale di Sant’Alipio). Fu realizzato in occasione del trasferimento delle spoglie del Santo da Palazzo Ducale in Basilica, e rappresenta il giuramento del Doge Lorenzo Tiepolo per il suo insediamento. Popolato di personaggi famosi dell’epoca, raffigura proprio la Basilica di San Marco così com’era in quel lontano 1268. E testimonia che all’epoca i quattro Cavalli erano già al loro posto.

  • Scientigraf Chrono o la coerenza di Eberhard & Co.

    Scientigraf Chrono o la coerenza di Eberhard & Co.

    La versione inedita di un esemplare storico fa sempre un certo scalpore. Ancora di più se si tratta di un orologio amato dal pubblico e che adotta per la prima volta una funzione altrettanto amata dal pubblico: la misurazione dei tempi brevi. Mi riferisco – tanto per essere chiari – allo Scientigraf Chrono, un grande classico rivisitato di Eberhard & Co., davanti al quale è difficile restare indifferenti. Annunciato lo scorso settembre, già in consegna a dicembre, è ora protagonista anche sui social della Casa. Ed è quindi arrivato finalmente il momento di parlarne.

     Un po’ di storia

    Lo Scientigraf nasce nel 1961 e fa parte di quegli esemplari creati per rispondere a specifiche esigenze pratiche. Nella società del tempo, in piena evoluzione, si erano infatti diffusi sempre più gli elettrodomestici, grandi e piccoli. Quindi le persone comuni erano circondate nelle proprie case da tante apparecchiature elettriche che spesso avevano il motore schermato male. E la cosa andava a scapito del loro orologio da polso: che, già di suo, non brillava certo per la precisione, ma a quel punto sballava alla grande e talvolta si fermava del tutto.

    Proprio a metà del secolo scorso, gli studi condotti dall’industria orologiera avevano dimostrato l’influenza nefasta del magnetismo sulla costanza di marcia dei movimenti meccanici. E la prima efficace soluzione trovata al problema fu quella di una capsula protettiva. In pratica, una struttura in un materiale magneticamente conduttivo come il ferro dolce (cioè a basso tenore di carbonio), inserita all’interno della cassa e capace di impedire alle onde elettromagnetiche di raggiungere il movimento.

    Nacquero così esemplari come il Rolex Milgauss, l’IWC Ingenieur, l’Omega Railmaster e l’Eberhard Scientigraf, appunto, in grado di resistere a campi magnetici di una certa entità. Che conquistarono anche il plauso della comunità scientificia, di tecnici, ingegneri, medici, ricercatori e di quanti lavoravano in particolari ambienti soggetti al magnetismo. Da qui i nomi peculiari di quei modelli. Di fatto, la capsula interna in ferro dolce è rimasta una costante fino ai nostri giorni: oggi è perfino disegnata ad hoc per i diversi esemplari. Come nel caso dello Scientigraf.

    Il senso di continuità

    Tra l’altro, appena ho visto la nuova versione cronografo, è stato per me spontaneo pensare allo Scientigraf “solo tempo”, uscito qualche anno fa e tuttora in collezione. E la prima cosa che mi è venuta in mente è il termine “coerenza”. Così come quel solo tempo era a sua volta coerente con la referenza originaria, che ormai ha più di 60 anni. Potete vedere entrambi nella foto riportata in questo link, che mette in evidenza il senso di continuità fra l’uno e l’altro.

    Animato dallo stesso spirito modern-rétro, o neo-vintage che dir si voglia, il nuovo Scientigraf Chrono riprende l’estetica del precedente e la sviluppa con piccole variazioni sul tema. La cassa in acciaio, dalle belle finiture lucido-satinate, misura sempre 41 mm di diametro e ha uno spessore di poco superiore al “3 lancette”, comunque limitato: 13,55 mm invece di 11,2. Cosa che si spiega ovviamente con la presenza del diverso movimento, che ora appunto è un cronografo (modulare, come vedremo poi). Il dato dello spessore rimane comunque significativo, considerata appunto l’esistenza della cassa interna in ferro dolce…

    Il quadrante dello Scientigraf Chrono

    Le somiglianze si fanno ancor più accentuate sul quadrante, dove l’unica differenza palese è l’effetto sfumato, che passa dal nero pieno della zona perimetrale al grigio più chiaro di quella centrale. In questo modo, oltretutto, la configurazione bicompax sembra acquistare un maggiore rilievo. Non solo appaiono più visibili i due contatori, ma a guadagnarci è l’intero equilibrio del quadrante, che dà l’impressione di essere più “mosso” e meno “piatto”.

    Immutate restano invece le lancette (con la tipica punta triangolare quella delle ore, a bastone quella dei minuti) e gli indici (anch’essi triangolari) più grandi al 12 e al 6, dove convivono con i numeri arabi. Identico è anche il lettering: il logo e la definizione “automatic” in corsivo, in alto, mentre in basso si legge “Scientigraf Chrono” in maiuscolo e su due righe. Attributo, fra l’altro, che qualcuno ha definito pleonastico. A mio parere invece tutt’altro che inutile, quasi necessario: non tanto per la completezza delle informazioni, quanto per creare simmetria con le scritte superiori.

    Anche lo Scientigraf Chrono, come il “solo tempo”, è declinato in due referenze. Che si distinguono per il colore del materiale luminescente applicato sulle indicazioni: avorio effetto vintage (c’è però chi lo chiama con la suggestiva definizione di “vecchio radio”) e arancione. Da notare come quest’ultima tonalità sia in grado di donare un brio inatteso alla tradizionale impostazione del quadrante.

    La meccanica

    Se si guarda la cassa di profilo, si nota che i pulsanti crono non sono perfettamente allineati con la corona. Segno inequivocabile della presenza di un movimento modulare, in cui cioè il modulo della complicazione – in questo caso il cronografo – è montato sopra il movimento di base. Eberhard & Co. del resto non possiede movimenti cronografici integrati, prodotti “in casa”. Avrebbe prezzi di gran lunga superiori alla fascia di prezzo cui appartiene, per tradizione e per scelta.

    Ad ogni modo, si tratta di un movimento meccanico a carica automatica di provata affidabilità: il celebre calibro Eta 2894-2. Un evergreen con le consuete caratteristiche di sempre – autonomia di 42 ore, frequenza di 28.800 A/h – e qualcosa in più nelle finiture. Curate dalla Maison de l’Aigle secondo un’abitudine che le è propria, e nonostante il movimento stesso sia nascosto dal fondello pieno. Del resto, la cassa interna in ferro dolce avrebbe privato la vista della meccanica anche in presenza di un eventuale oblò in vetro zaffiro.

    Ulteriori informazioni

    Concludo con qualche altro dettaglio. Il fondello “chiuso”, dicevo, è personalizzato da un’incisione che evoca i campi magnetici, realizzata per il primo esemplare del 1961 e ricorrente in quelli successivi, decorato al centro con la E di Eberhard. In più riporta la scritta “Tested magnetic resistant” a sottolineare la resistenza ai campi magnetici fino a 4800 ampère/metro, secondo la norma ISO 764 2020.

    Lo Scientigraf Chrono, poi, è dotato del tipico bracciale Chassis in acciaio. Ben fatto, non solo risulta integrato alla cassa, solido e resistente; ma anche estremamente flessibile e comodo al polso, articolato in maglie fissate l’una all’altra con viti a perno, dalle belle finiture lucido-satinate. Si allaccia con una fibbia 2Click a due pulsanti, che offre il vantaggio di risultare invisibile quando è chiusa, se non fosse per l’emblematico scudo con la E che ne sottolinea il punto di congiunzione.

    Infine il prezzo al pubblico: lo Scientigraf Chrono costa 4.360 euro, quindi è in linea con gli altri cronografi in catalogo. E conferma l’ottimo rapporto qualità/prezzo per cui la Maison è famosa. Come dicevo: coerenza, appunto.

  • Dark Side of the Moon Apollo 8. Giocare con l’Omega Speedmaster

    Dark Side of the Moon Apollo 8. Giocare con l’Omega Speedmaster

    Che sia andato sulla Luna, lo sanno tutti: non a caso lo chiamano Moonwatch. Forse però non tutti sanno che l’Omega Speedmaster non fu utilizzato soltanto dagli astronauti dell’Apollo 11. Faceva parte invece dell’equipaggiamento in dotazione di tutte le missioni spaziali americane Apollo (1961/’72), finalizzate proprio a portare l’Uomo sulla Luna. E prima ancora di quelle del programma Gemini (1963/’66) e di molte del programma Mercury (1958/’63). In pratica fu testimone dei progressi della Nasa nei viaggi spaziali, dalla prima passeggiata nell’orbita terrestre di Ed White della Gemini 4 (1965), al primo volo orbitale attorno alla Luna degli astronauti dell’Apollo 8 (1968). E proprio quest’ultima avventura ha ispirato la Maison di Biel per la collezione Dark Side of the Moon, che oggi si arricchisce di un nuovo esemplare dedicato all’Apollo 8. Ma per spiegarmi meglio devo fare un passo indietro, anzi due.

    L’Apollo 8

    Cito Wikipedia: “L’Apollo 8 fu la seconda missione con equipaggio del programma spaziale statunitense Apollo. La navicella (…) divenne la prima con uomini a bordo a lasciare l’orbita della Terra, a raggiungere la Luna, a orbitare attorno a essa e a tornare in sicurezza sulla Terra”.
    L’equipaggio era formato da tre astronauti: il comandante Frank Borman, il pilota del modulo di comando James Lovell e il pilota del modulo lunare William Anders. Furono loro quindi i primi uomini a uscire dal campo gravitazionale terrestre e a entrare in quello di un altro corpo celeste. I primi a vedere la Terra dallo spazio e a fotografarla mentre sorge all’orizzonte, in un’immagine della Nasa diventata famosissima.

    Furono anche i primi americani a vedere con i propri occhi com’è fatto il lato nascosto della Luna, la faccia che resta sempre al buio. L’emisfero (per usare un termine scientifico, anche se in realtà si tratta solo del 41% e non della metà esatta) che non si può osservare dalla Terra a causa della rotazione sincrona del nostro satellite. (Vale a dire: il periodo di rotazione della Luna attorno al proprio asse e il periodo di rivoluzione attorno alla Terra hanno pari durata). Qualcosa di così misterioso e al tempo stesso così mitico da diventare metafora del “lato buio”, cioè di quegli aspetti dell’animo umano che sfuggono al controllo razionale. Gli stessi cantati dai Pink Floyd nell’omonimo album del ’73: un capolavoro indimenticabile.

    L’Apollo 8 partì il 21 dicembre 1968 con il razzo Saturn V dalla base di Cape Canaveral, in Florida: fu il primo lancio con equipaggio effettuato dal celebre Kennedy Space Center. Impiegò tre giorni a raggiungere la Luna. E orbitò attorno ad essa dieci volte nel corso di 20 ore – come racconta ancora Wikipedia –, durante le quali gli astronauti girarono anche una trasmissione televisiva in cui lessero i primi 10 versetti del libro della Genesi. Era la vigilia di Natale e all’epoca fu il programma tv più visto della storia. L’Apollo 8 tornò sulla Terra il 27 dicembre 1968 e ammarò nel Nord dell’Oceano Pacifico.

    La collezione Speedmaster Dark Side of the Moon

    Bene. In occasione del 50° anniversario della missione Apollo 8, nel 2018, Omega rese omaggio all’impresa con un inedito esemplare dedicato. Versione moderna e (se possibile) più suggestiva dello Speedmaster, ne reinterpretava i codici stilistici con nuovi materiali. Il nome Dark Side of the Moon Apollo 8 alludeva al look completamente nera. Il primo esemplare avea la cassa in ceramica e il quadrante scheletrato che mostrava il movimento brunito e lavorato con la tecnica dell’ablazione al laser. I ponti e la platina, sapientemente decorati, riproducevano così la superficie lunare in modo realistico: la faccia visibile sul lato quadrante, quella nascosta sul lato fondello. Il movimento in questione era il calibro 1816, rinominato ad hoc 1868.

    A dire il vero, però, la nascita della collezione è di qualche anno precedente. Quel modello dall’estetica nera con dettagli gialli era stato infatti anticipato, nel 2013, da un altro Speedmaster all black. La cassa era sempre in ceramica e il fondello in vetro zaffiro riportava proprio le parole Dark Side of the Moon. Bicompax, con le funzioni di ore e minuti crono concentrate in un unico contatore a ore 9, montava il calibro Co-Axial 9300. L’anno successivo, fu poi la volta della versione Grey Side of the Moon, con la cassa in ceramica grigia. Uscì poi anche in ceramica bianca. Nel tempo, si sono susseguite altre varianti, di cui ricordo qui solo i nomi: Sedna Black, Pitch Black, Vintage Black, Black Black. Abbastanza significativi per intuire le loro peculiarità cromatiche.

    Il nuovo Dark Side of the Moon Apollo 8: l’estetica…

    E arrivo finalmente al cronografo appena presentato, oggetto di questa recensione. Che nell’aspetto ricorda tanto il modello del 2018. Molto simile, almeno a una prima occhiata, è la cassa, sempre in ceramica nera e di 44,25 mm di diametro, con i dettagli gialli sul quadrante. Ma a guardarla bene la nuova referenza risulta molto più raffinata. A cominciare proprio dalla raffigurazione del suolo lunare, riprodotto sui ponti e platine con un’ablazione al laser, qui di gran lunga più completa e particolareggiata. Con i componenti e l’intera architettura leggermente ridisegnati, e con un numero minore di viti visibili.

    Se le lancette cronografiche rimangono identiche, tutt’e tre verniciate in giallo – a bastone quelle di ore e minuti, a punta quella centrale dei secondi – ben diversa è quella dei secondi continui. Ora riprende la forma in 3D del razzo Saturn V, che portò l’Apollo 8 fuori dall’atmosfera terrestre. Realizzata in titanio, in attesa di brevetto – vista l’originalità, è sacrosanto che sia brevettata –, è un dettaglio importante, che trasforma l’intera estetica. Perché regala all’orologio un aspetto ludico e fantasioso, evocativo dei giochi con i missili che si facevano da bambini.

    Altra differenza sta poi nella scala tachimetrica, come sempre incisa sulla lunetta in ceramica lucida. Qui però i numeri e la scritta Tachimeter (in passato gialla) sono bianchi, e soprattutto riempiti di smalto Grand Feu. Un altro dettaglio qualificante, perché si tratta di una tecnica che deve essere eseguita rigorosamente a mano, prevede un passaggio in forno e comporta tempi di lavorazione più lunghi della normale laccatura. E influisce anch’esso sul costo di produzione – quindi sul prezzo finale.

    … e la meccanica

    Completamente rinnovata è poi la meccanica del nuovo Dark Side of the Moon Apollo 8. Il movimento a carica manuale – comme il faut, per gli Speedmaster –, è ora il calibro 3869. Ovvero una versione parzialmente scheletrata del calibro 3861, che nel 2021 ha sostituito lo storico 1861 della collezione. Anche qui, appunto, platina e ponti sono incisi al laser, a ritrarre la faccia visibile della Luna sul lato quadrante, e quella nascosta sul lato fondello.

    Va detto però che il nuovo calibro fa parte della famiglia Co-Axial Master Chronometer. Di conseguenza presenta tutte le caratteristiche della certificazione rilasciata dall’Istituto Federale Svizzero di Metrologia (Metas). Ovvero – per ricordare solo le principali – scappamento Co-Axial, resistenza al magnetismo fino a 15mila gauss (il massimo che gli strumenti possono misurare), performance cronometriche con un errore di 0/+5 secondi al giorno, resistenza agli urti di 5000G.

    Meritano almeno un cenno anche le consuete peculiarità, che poi sono quelle del calibro 3861. Le elenco in breve: autonomia di 50 ore, spirale in silicio, bilanciere a inerzia variabile, frequenza di 21.600 a/h, smistamento delle funzioni cronografiche a navette con innesto orizzontale. Per saperne di più, riporto qui per comodità il link all’articolo di Davide Passoni, che spiegava per filo e per segno il movimento. Scritto illo tempore, proprio quando lo Speedmaster cominciò a fregiarsi della certificazione Master Chronometer.

    Info pratiche

    Concludo, come di consueto, con le necessarie informazioni “di servizio”. Il prezzo, innanzitutto: il nuovo Dark Side of the Moon Apollo 8 costa 15.900 euro. Non alla portata di tutti, sicuramente, ma spiegabile proprio con quanto ho raccontato finora. E poi la disponibilità. Al momento è già in vendita nelle boutique monomarca, presto arriverà anche dai rivenditori, mentre non si può ancora acquistare online. Ma vale la pena di andare a vederlo fisicamente, per toccarlo, provarlo, giocarci un po’. Mai sottovalutare il potere dell’immaginazione, nemmeno in un adulto…

  • DG7 DG Cross e DG7 Damasco, la sartorialità di Dolce&Gabbana

    DG7 DG Cross e DG7 Damasco, la sartorialità di Dolce&Gabbana

    Nel tempo, Dolce&Gabbana è riuscito a costruirsi una solida reputazione orologiera. Riconosciuta almeno dagli addetti ai lavori, che ne hanno seguito la parabola (ascendente) fin da quando la Casa di moda ha deciso di entrare sul mercato delle lancette, spinta dalla volontà di offrire al pubblico di appassionati un lifestyle a 360 gradi. Eppure non dimentica le proprie origini: anzi, si appella al proprio immaginario e fa riferimento alla propria filosofia, per esempio nell’interpretazione dei propri codici stilistici. Lo si riscontra in modo evidente nei nuovi DG7 DG Cross e DG7 Damasco, ma lo si intravvede anche nell’intero catalogo, che comprende perfino pezzi unici di alta orologeria.

    Una collezione ben riuscita

    La collezione DG7 nasce nel 2012. Ed è la prima realizzata in-house, insieme alla linea di cronografi DG5, all’interno degli atelier di proprietà appositamente aperti a Legnano. Un inestimabile salto di qualità rispetto alla precedente D&G Time, prodotta su licenza da Binda Group (senza nulla togliere al gruppo italiano, campione del mass market). Un altro mondo. Quelli erano tipici fashion watches, questi sono orologi costruiti secondo i canoni della grande tradizione elvetica. In sintesi: forme classiche reinterpretate, materiali scelti (acciaio 316L, oro 18 kt), movimenti meccanici Swiss made (leggi: automatici Eta), ottime finiture. E una cura del dettaglio caratteristica dell’orologeria di alto livello.

    Con in più autentici colpi di genio, guizzi creativi che solo chi proviene dalla moda può avere. Un esempio? L’uso originalissimo delle pietre preziose: sfaccettate, dall’inedito taglio rettangolare e ad alta caratura, sono poste agli indici con un’incastonatura invisibile, che ne esalta al massimo colore e luminosità. Il bello è che le gemme appaiono innanzitutto sugli esemplari maschili e solo in un secondo tempo sulle declinazioni al femminile (con cassa più piccola e movimenti al quarzo). Diventano comunque una cifra stilistica subito riconoscibile, tuttora presenti nella collezione DG7. Che si rivela quindi così ben riuscita da sopravvivere praticamente immutata al trascorrere del tempo.

    Certo, in questo decennio e passa la collezione DG7 ha conosciuto una notevole varietà di modelli. Quelli, per esempio, con il quadrante in pietra dura sotto i lunghi indici alternati ai numeri romani sovradimensionati (elegantissimi, però). O ancora quelli con la cassa in oro (o con parte della carrure in oro) incisa a mano, conseguenza degli esemplari di alta orologeria. Ma dei pezzi unici e delle tirature limitate della collezione Manifattura Italiana, con i loro movimenti esclusivi, Il Giornale degli Orologi si è già occupato altrove. Qui ricordo solo che quell’habillage all’insegna dell’artigianato artistico afferma un’idea di italianità che è sinonimo di saper-fare.

    I DG7 DG Cross

    Ma torniamo ai DG7 più attuali, in cui Dolce&Gabbana ha infuso richiami alla propria moda e al proprio stile, così da renderli ancora più riconoscibili. A cominciare dal DG7 DG Cross, chiaramente ispirato al motivo del logo intrecciato. Certo, non è una cosa nuova che il logo sia protagonista degli orologi da polso, ma acquista una maggiore ricchezza di significati quando lo si ritrova identico anche in altri accessori, a creare una continuità creativa tanto amata dai fan della Marca. Come in questo caso, che vanta come precedente la collezione di borse DG Logo Bag. Nelle quali il grande monogramma risalta trapuntato sulla pelle del battente, mentre nel DG7 DG Cross spicca in rilievo sul quadrante.

    Cinque le referenze. La versione più grande monta un movimento meccanico a carica automatica (calibro Eta 2892) e ha un total look nero: la cassa da 40 mm in acciaio 316L annerito da un trattamento Pvd ospita il quadrante satiné soleil e si allaccia al polso con un cinturino in pelle di alligatore. Poi ci sono quattro varianti più piccole. La cassa allora misura 34 mm di diametro, ed è disponibile in acciaio 316L oppure Pvd rose gold. Il quadrante è color oro rosa oppure nero, il movimento al quarzo di fabbricazione svizzera (sempre Eta). Diversi i cinturini a seconda del modello: in pelle di alligatore nero, di iguana verde, di raso nero oppure grigio. I prezzi vanno dai 1500 euro per il quarzo ai 2500 per l’automatico.

    Il DG7 Damasco

    Poi c’è il DG7 Damasco. Qui l’ispirazione proviene proprio dalla sartorialità di Dolce&Gabbana, in particolare da un certo gusto barocco e dall’uso di tessuti damascati. Si chiamano così quei tessuti fantasia cangianti che prendono nome dalla città di Damasco, in Siria, dov’erano prodotti fin dal Medioevo. Originariamente fatti in seta, difficilissimi da realizzare sui vecchi telai tradizionali, oggi possono essere composti da fibre diverse (seta, cotone, lana…) e intessuti su telai jaquard. Immutato però rimane il loro allure, basato su intricati motivi floreali, formati da campi di raso e parti imbottite. Effetti simili nel DG7 Damasco sono riprodotti sul quadrante grazie a un sapiente uso delle lavorazioni, a un’alternanza di superfici rifinite dalle macchine e di altre satinate a mano dagli artigiani.

    Ne risulta uno sfondo iper-decorato ma non greve, tutt’altro. La texture increspata dai disegni stilizzati crea peculiari giochi di luce, e l’insieme fa molto accessorio di classe per autentici gentlemen. A contrasto emerge la semplicità delle lancette e degli indici a bastone, e dei numeri romani al 6 e al 12. Anche nel DG7 Damasco la cassa in acciaio 316L misura 40 mm di diametro, ma è annerita da un trattamento Dlc (Diamond Like Carbon), che conferisce un colore profondo e particolarmente resistente. Il movimento è di nuovo un Eta 2892, e il cinturino in pelle di alligatore – ma esiste anche la versione con bracciale in acciaio Dlc nero. Di conseguenza, cambia il prezzo: 2.500 o 3.500 euro. I nuovi DG7 sono già in vendita nella boutique Dolce&Gabbana Fine Jewerly di via Spiga 3 a Milano, nelle boutique monomarca worldwide e da selezionati rivenditori.

  • Longines Master Collection GMT. Dedicato ai collezionisti

    Longines Master Collection GMT. Dedicato ai collezionisti

    Longines ha ufficialmente aperto l’anno orologiero. E lo ha fatto in grande stile, con un primo lancio che alza il tiro rispetto a quanto ha di solito in catalogo. Punta senza dubbio all’esclusività il nuovo Longines Master Collection GMT, realizzato in due referenze con la cassa in oro – giallo o rosa –, ciascuna in edizione limitata di 500 esemplari e in vendita a 16.800 euro. Decisamente un’anomalia, almeno agli occhi di chi conosce la Maison.

    Un lancio mirato

    Se pensiamo alla Longines di oggi, infatti, siamo abituati ai grandi numeri. Tanto per capirci, secondo il report sul mercato degli orologi compilato lo scorso anno da Morgan Stanley, la Casa della clessidra alata nel 2022 ha venduto un milione e settecentomila pezzi e ha raggiunto un fatturato di un miliardo e 208 milioni di franchi svizzeri. Possiede una quota di mercato pari al 3,9% e si attesta al 7° posto nella classifica delle marche elvetiche. Il prezzo medio degli orologi in produzione è di 1.300 euro (qui la fonte è Chrono24 e la stima è sul nuovo).

    Con queste premesse, è evidente che gli ultimi modelli del Longines Master Collection GMT non sono rivolti agli acquirenti abituali. Piuttosto ai collezionisti, disposti a spendere cifre elevate per arricchire la propria raccolta. Sì, magari anche ai fan della Marca, ma solo a quelli che si vogliono distinguere dalla massa e sono alla ricerca di qualcosa di speciale, un Longines riservato a pochi. (Anche se 1000 esemplari in totale non sono proprio pochissimi, li si deve considerare a livello globale). Per averne conferma, basta guardare le caratteristiche dell’orologio.

    The Longines Master Collection

    Prima di tutto, la collezione. Nata nel 2005, fin dall’inizio la Master Collection ha sempre voluto rappresentare la tradizione, la grande tradizione dell’orologeria svizzera, filtrata però attraverso tocchi di modernità. È la linea, per intenderci, in cui trovano posto le complicazioni e gli elementi più tipici dell’habillage (penso per esempio a certi quadranti guilloché del passato, o ai numeri Breguet degli esemplari per il 190° anniversario), ma interpretati con un occhio alle tendenze del momento (magari nella scelta dei colori o di particolari dettagli).

    In pratica un mix di competenza tecnica e sensibilità contemporanea, che si riscontra in pieno anche nei nuovi Longines Master Collection GMT. In questo caso la complicazione è appunto l’utilissimo secondo fuso orario, già presente in altre collezioni della Casa ma attualmente mancante nella Master Collection. E il gusto è quello neo-vintage (o modern rétro, chiamatelo come volete) che va per la maggiore. Qui basato su un quadrante “classicissimo” ed essenziale, su cui spiccano soltanto le lancette a foglia e i grandi numeri romani applicati. Nello stesso colore dell’oro della cassa.

    Le caratteristiche dei Longines Master Collection GMT

    Per entrare nello specifico, la cassa misura 40 mm di diametro ed è appunto realizzata in oro (18 carati, ça va sans dire: è quello usato per consuetudine alle nostre latitudini, scriverlo è pleonastico – se non proprio inutile). Oro giallo 2N oppure oro rosa 5N, sigle che stanno a indicare il colore del metallo prezioso. Nel primo caso un giallo pieno, dovuto alla composizione di 750 parti d’oro, 160 d’argento e 90 di rame su 1000. Nel secondo un rosa deciso, composto indicativamente di 750 parti d’oro, 200 di rame e 50 d’argento. Ovvio che il costo dell’oro (sempre più caro) influisce notevolmente sul prezzo finale…

    Il quadrante argenté, sempre coordinato alla tonalità della cassa, ha una peculiare finitura definita givré: termine con cui in francese si indica un effetto ghiacciato, simile a quello creato in natura dalla brina. Abbastanza insolito, rivela grande attenzione ai dettagli sul piano progettuale. Oltre a indici e lancette di cui sopra, la caratteristica principale sta nell’indicazione del secondo fuso orario, dalla lettura semplice e immediata. Riportato con un’ulteriore lancetta centrale annerita che fa riferimento all’orario sull’ampio réhaut, riportato su una scala delle 24 ore. Quindi il cinturino, in pelle di alligatore grigio, effetto soft touch.   

    Il movimento

    Concludo con la meccanica, non perché non sia importante, quanto perché già nota. Arci-nota: si tratta del consueto calibro L844.5, montato anche all’interno dell’HydroConquest GMT e dello Spirit Zulu Time (per il quale ha ottenuto la certificazione ufficiale di cronometro dal Cosc). Come sempre a carica automatica, per la prima volta è orgogliosamente mostrato attraverso l’oblò in vetro zaffiro (di solito è nascosto sotto il fondello “chiuso”). E rivela finiture molto curate, sebbene di tipo industriale (spero di non sbagliarmi). Immutate le altre caratteristiche, che costituiscono ormai gli elevati standard dei movimenti meccanici della Casa, prodotti in esclusiva dalla Eta.

    Prima fra tutte la spirale in silicio, grazie alla quale l’orologio “vanta una resistenza ai campi magnetici dieci volte superiore alla norma di riferimento ISO 764” – come recita il comunicato della Maison. Ovvero dieci volte superiore ai canonici 4.800 A/m. Poi l’autonomia di 3 giorni, e infine la regolazione indipendente dell’ora locale. Basta infatti agire sulla corona per far compiere alla lancetta salti di un’ora in avanti o indietro, con la data che si muove di conseguenza. Proprio per la facilità d’uso, certi impallinati lo definiscono “vero Gmt” o anche “stile viaggiatore” (come se esistessero i “finti Gmt” o il secondo fuso orario potesse essere usato da chi se ne resta a casa… Meglio lasciar perdere).

    Conclusioni

    Direi che possiamo anche chiudere qui. Lascio a voi i giudizi estetici tipo “mi piace/non mi piace”, consapevole che è la cosa è tutto ininfluente soprattutto se riferita a me. Piuttosto, mi auguro di essere riuscita a farvi capire perché il Longines Master Collection GMT costa tanto di più del solito e che tipo di scelte ha voluto fare Longines in questo progetto, realizzato per piacere a una nicchia di mercato che in genere non le è propria.

  • Serti Mystérieux: Van Cleef & Arpels e l’arte di valorizzare le pietre

    Serti Mystérieux: Van Cleef & Arpels e l’arte di valorizzare le pietre

    Compie 90 anni il Serti Mystérieux di Van Cleef & Arpels. Speciale tecnica di incastonatura invisibile, vede le pietre preziose allineate in file regolari e compatte, senza soluzione di continuità, a creare una superficie continua del tutto priva di elementi metallici. Ecco perché quell’aggettivo: la montatura completamente nascosta non permette di capire com’è fatta. E come sia possibile che le gemme restino in posizione rimane un inspiegabile mistero.

    Un’invenzione brevettata

    Il Serti Mystérieux è il risultato di un lungo processo di studi, avviato fin dall’inizio del Novecento. Tuttavia il primo brevetto, depositato da Van Cleef & Arples alla Direction de la Propriété Industrielle di Parigi, risale al 2 dicembre 1933. La descrizione ufficiale dichiara esplicitamente la volontà della Maison di mettere a punto una nuova tecnica di incastonatura, mirata a valorizzare il più possibile le pietre preziose. Una montatura, cioè, che fosse in grado di far risaltare le gemme senza celarle, per permettere alla luce di raggiungerne la tavola superiore e inferiore.

    In poche parole – e mi scuso con i tecnici per la semplificazione – il segreto sta nella costruzione di diversi binari, caratterizzati all’interno da un’architettura a T. Per poter essere posizionata tra i binari, ciascuna pietra viene tagliata sui lati con un breve solco orizzontale, in corrispondenza del braccio sporgente della struttura, così da poter essere incastrata una accanto all’altra, in successione. La composizione modulare consente inoltre di assemblare il numero di pietre desiderato.

    Il taglio, che in ciascuna pietra doveva essere identico, precisissimo e regolare, comporta ovviamente delle difficoltà. Per questo, almeno all’inizio, si utilizzarono pietre di una certa durezza: il corindone (che ha valore 9, nella scala di Mohs), nei diversi colori: rosso e blu. Ovvero rubini e zaffiri. Solo successivamente, in epoca più recente, si riuscì ad applicare il Serti Mystérieux anche al diamante (estremamente duro: 10 nella scala di Mohs) e allo smeraldo (chimicamente un silicato, il berillo, con durezza 7 e mezzo, facilmente sfaldabile e oltretutto ricco di inclusioni). E a utilizzare tagli diversi rispetto all’originaria baguette.

    La rivoluzione del Serti Mystérieux

    Sì, perché nel corso del tempo Van Cleef & Arpels ha continuato a studiare soluzioni sempre nuove per perfezionare il Serti Mystérieux. Il 30 ottobre del 1935 depositò un altro brevetto che riguardava le singole pietre di qualsiasi forma e dimensione, oggi noto come Serti Mystérieux Individuel. Nel 1936 fu poi la volta di altri tre brevetti complementari: gli artigiani della Maison a quel punto erano riusciti non solo a incastonare tagli tondi, ovali, a goccia, perfino esagonali, ma anche a rivestire superfici bombate, poi diventate sempre più complesse e voluminose. A chiudere ogni fila di gemme, inoltre, si applicò una sorta di “paratia”, di piastra fissata da due viti, così da permettere lo smontaggio per un eventuale intervento di restauro.  

    Ma la ricerca è continuata anche in anni più vicini a noi. È del 2006, per intenderci, la creazione del Serti Mystérieux Navette, in cui la tecnica di incastonatura è adattata appunto alle pietre preziose taglio navette (o marquise). Qui la difficoltà è aumentata dalle punte alle due estremità della pietre, che però si rivelano anche vantaggiose ai fini della creatività. Una volta risolto il problema dei castoni invisibili, infatti, le cuspidi permettono un’insolita sovrapposizione delle gemme stesse, a tutto vantaggio dei volumi e dei rilievi.

    In seguito, nel 2013, la Maison deposita il brevetto del Serti Mystérieux Vitrail, in cui le pietre sono trattenute da una cornice chiusa, completamente “a giorno”. La particolare incastonatura ricorda gli effetti di luce di un’antica vetrata. E si serve soprattutto di zaffiri multicolore, magari accostati in dégradé così da creare un arcobaleno di toni pastello. In questo caso le pietre sono selezionate con criteri ancora più rigidi del già severo protocollo della Casa: a tal punto che solo il 15% dell’assortimento iniziale passa il vaglio.

    Al di là delle variazioni sul tema, comunque, resta il fatto che il Serti Mystérieux ha rappresentato un’autentica rivoluzione estetica, che ha segnato la gioielleria del XX secolo in modo indelebile. Ed è diventato un simbolo inequivocabile della Maison stessa.

    Il Serti Mystérieux negli orologi: il Ludo Secret

    Va da sé che la speciale tecnica del Serti Mystérieux è sempre stata utilizzata soltanto nelle creazioni più esclusive, indipendentemente dalla tipologia di ornamento. Se restano memorabili alcune spille d’antan e certi collier di epoca più recente, per ovvie ragioni io mi soffermo soprattutto sugli orologi-gioiello. Fin dalle origini e via via nei decenni successivi, infatti, il Serti Mystérieux ha impreziosito diversi esemplari da polso. Ricordo personalmente, per esempio, alcuni montre-à-secret dei primi anni Duemila, chiamati Fleur du Temps: in cui la cassa, dalle linee a corolla, era completamente tempestata di rubini baguette. Roba da perderci la testa…

    Ma tra i pezzi più emblematici c’è sicuramente il Ludo Secret, notevole per il senso di continuità con il passato. La collezione, nata nel 1934, prendeva nome dal nickname di Louis Arpels e s’ispirava alla fibbia di una cintura (accessorio prediletto dalle sofisticate signore dell’epoca). Declinata in vari modelli arricchiti dal Serti Mystérieux già negli anni ‘40, è tornata in produzione anche ai nostri giorni. In particolare nel 2020, in un paio di referenze con la cover tempestata dal preziosissimo “pavé” di rubini o zaffiri blu. E poi proprio quest’anno, quando è riapparsa in una versione con smeraldi.

    Ispirati al Ludo Exagon Macaron del 1941, gli esemplari di oggi sono realizzati nei tre colori dell’oro – abbinati alle diverse cromie delle gemme. Hanno la lunga cassa rettangolare dagli angoli smussati, leggermente incurvata, circondata da due volute incastonate di diamanti taglio brillante. Il quadrante in madreperla incisa a esagoni, e lo stesso motivo geometrico sul bracciale, incastonato di gemme di colore. Ma ben poco altro si sa al riguardo. Ed è inutile cercarli sul sito della Maison: si trattava di pezzi unici, subito accaparrati da qualche facoltosa (e beata) cliente. Perché a distanza di cent’anni, il Serti Mystérieux risulta ancora attualissimo. E resistere al trascorrere del tempo, surclassare le mode, è tipico solo dei capolavori del design.

  • Philipp Plein Timemachine, tra Swiss made e arte digitale

    Philipp Plein Timemachine, tra Swiss made e arte digitale

    Si chiama Philipp Plein Timemachine la nuova linea di orologi dello stilista tedesco. Di fabbricazione svizzera come tradizione comanda, ma per nulla tradizionale. Piuttosto, anticonvenzionale, secondo la filosofia di Philipp Plein, dal gusto personalissimo e dallo spirito digital. Un notevole passo avanti rispetto alla collezione di fashion watches con cui il Marchio ha esordito nel 2021 nel mondo delle lancette. Una tappa importante nell’affermazione del Brand nel settore luxury, ma sempre coerente con lo stile massimalista, audace, a tratti perfino eccessivo che gli appartiene.

    Un upgrade cioè con cui il designer ha avuto accesso a un segmento ben più alto del mercato, ma lo ha fatto con la stessa formula di sempre. Philipp Plein è e rimane dirompente (disruptive, per usare un termine a lui caro), originale e sopra le righe in tutto ciò che fa. Nell’estetica aggressiva dei nuovi orologi come nelle peculiari forme di comunicazione ed eventi con cui li ha fatti conoscere al pubblico. Mi spiego meglio.

    Il lancio di Philipp Plein Timemachine

    Philipp Plein Timemachine è stata presentata a Ginevra la scorsa primavera, con un certo clamore. Durante Watches and Wonders, è stata letteralmente lanciata da un paracadutista in smoking (alla James Bond), che è saltato giù da un elicottero ed è atterrato in una zattera sul lago Lemano. È stata poi portata nella suite duplex all’attico del Fairmont Hotel, per essere introdotta dallo stesso Philipp Plein a un selezionato gruppo di giornalisti internazionali, distributori e clienti. Special guest: Bonnie Tyler, che ha allietato gli ospiti con un sound anni Ottanta.

    Nelle settimane e nei mesi successivi la collezione ha seguito un tour promozionale. Incontri privati, organizzati in varie città del mondo, con lo stesso Philipp Plein in prima fila a far da anfitrione. Come lui stesso racconta: «Ogni evento era completamente dedicato al consumatore», racconta. «Abbiamo scelto accuratamente location tra le più lussuose e prestigiose, che potessero glorificare l’iniziativa e attrarre in ogni città sia i nostri clienti fidelizzati, sia i potenziali clienti. Così abbiamo creato un ecosistema che ci ha permesso di amplificare il messaggio del progetto».

    Il format seguito, e adattato alle diverse situazioni, era quello dei trunk show: ovvero eventi esclusivi in cui gli invitati hanno la possibilità di provare in anteprima la nuova collezione. Solo dall’autunno Philipp Plein Timemachine è entrata in una distribuzione più ampia, sebbene abbia mantenuto una connotazione esclusiva. «Durante i roadmaps – che hanno toccato Milano, Parigi, Londra, Cannes, Cap Ferrat, ma anche New York, Los Angeles, Singapore… – era già possibile acquistare queste Time Machine», conferma. «Ora invece sono disponibili in tutte le nostre boutique monomarca, a livello globale».

    Crypto King e Crypto Queen

    Per entrare nel dettaglio, Philipp Plein Timemachine è composta da due collezioni: Crypto King da uomo e Crypto Queen da donna, per un totale di 14 referenze. Prodotta da Timex Group Luxury Division, negli atelier di Lugano, ha richiesto un anno e mezzo di sviluppo. «È un progetto che ho voluto seguire personalmente», ricorda. «Ho investito molto tempo e attenzione nel mettere a punto i dettagli legati all’utilizzo delle mie icone, la cura dei colori, le forme e le geometrie rievocative dell’esagono, che amo definire symbol of greatness».

    In effetti il design è sul filo della continuità con gli esemplari già in catalogo. La cassa tonneau di grandi dimensioni è decorata da motivi esagonali, sul quadrante si staglia in 3D l’inconfondibile $kull sfaccettato e l’impatto cromatico è deciso, come sempre. Ma un primo salto di qualità sta nei materiali: accanto al policarbonato e all’acciaio di alcuni modelli, in altri appaiono l’oro massiccio e la fibra di carbonio (al maschile), l’eco-ceramica e i diamanti (al femminile). Il movimento è rigorosamente meccanico a carica automatica, calibro Landeron 24, dalla costruzione scheletrata. In più c’è un’opzione gift set in cui il cinturino in silicone trasparente è intercambiabile con un altro in pelle di alligatore, incluso nel packaging.

    Sguardi sul futuro

    Già, il packaging: è questo un importante elemento di novità della collezione Philippe Plein Timemachine. «Consiste in una box laccata nera con uno schermo che riproduce un video dell’orologio creato dall’artista Antoni Tudisco», spiega ancora. «E, insieme all’orologio, è possibile scaricare un NFT in edizione limitata, sempre creato da Tudisco». Per chi non lo conoscesse, Antoni Tudisco è un artista digitale nato ad Amburgo, che crea mondi fantastici popolati da personaggi bizzarri e oggetti surreali. Il suo stile, intriso di cultura pop, è subito riconoscibile per i colori brillanti e la grafica tridimensionale, dal mood futuristico.

    Ma la collaborazione con Tudisco, così come l’uso della computer art e degli NFT, sono da inquadrare in un’ottica più ampia. Perché il Brand ha una forte connessione con il mondo digitale. È stato uno dei primi ad accettare pagamenti in criptovaluta, non solo sulle piattaforme di e-commerce, ma anche nei negozi fisici. E lo scorso anno ha realizzato un investimento importante nel Metaverso (si parla di un milione e mezzo di dollari) per l’acquisto del Plein Plaza, in cui oggi si trova un grattacielo alto 100 metri progettato sempre da Tudisco. Un non-luogo che è stato anche cornice di un evento per il lancio dei nuovi Crypto King e Crypto Queen.

    A proposito, com’è stata accolta la collezione Philipp Plein Timemachine? «Con grande entusiasmo. Il pubblico ha avuto un engagement sul progetto altissimo e il ritorno in termini di sell-out, in pochi mesi, è stato oltre le aspettative. Dunque siamo ampiamente soddisfatti e siamo pronti per un nuovo lancio nel 2024». Vuol dire che è già previsto un seguito in termini di linee o di referenze? «Sì: il progetto si evolve. Presenteremo le nuove skus durante il prossimo Watches and Wonders». Appuntamento, dunque, a Ginevra in primavera. Dove Philippe Plein saprà stupirci ancora, c’è da scommetterci.

  • La collezione Gucci 25H, sviluppi e complicazioni

    La collezione Gucci 25H, sviluppi e complicazioni

    Ho sempre trovato interessante seguire l’evoluzione delle collezioni di orologi. Osservarle anno dopo anno, studiarne le nuove uscite, vedere come riescono a trasformarsi nel tempo senza perdere la propria identità. Certo, posso farlo solo con quegli esemplari che fin dal principio rispondono a un progetto ben preciso, in cui nulla è lasciato al caso e tutto è studiato a tavolino, in uno sviluppo ponderato in ogni minimo dettaglio. Come nel caso della collezione Gucci 25H, uscita solo un paio d’anni fa ma già articolata in diversi esemplari. La cui estetica, ben definita e modulata su vari formati, è stata concepita proprio per accogliere materiali differenti e dar vita a un insieme variegato.

    Precedenti e presupposti

    Gucci, del resto, è una maison di moda attiva nel mondo delle lancette fin dal 1972. E in oltre mezzo secolo è passata attraverso varie esperienze che le permettono di muoversi con disinvoltura in un settore così specifico come l’orologeria. Il che significa saper controllare i processi produttivi, trovare la propria collocazione sul mercato, conquistarsi una seria reputazione. E la piena maturità acquisita, oggi, l’ha portata a raggiungere le vette delle complicazioni orologiere, espresse proprio con la collezione Gucci 25H – e con altre, come riportato qui.

    Fin dall’inizio, la collezione Gucci 25H è stata in grado di rivolgersi a differenti target di pubblico, di coprire diversi segmenti di prezzo. Nata appunto nel 2021, già nel primo lancio era diversificata in un’intera gamma di modelli: dal tourbillon, col movimento realizzato in esclusiva, al solo tempo automatico, con calibro di manifattura, fino al più basico quarzo. L’anno scorso poi è stata la volta del tourbillon squelette, dalla scheletratura modernissima e lineare. E del colore, che ha declinato l’automatico in esemplari in alluminio e il quarzo in versioni con il vetro zaffiro rosa, verde, azzurro.

    Le novità della collezione Gucci 25H: i tourbillon…

    Quest’anno invece l’approccio risulta quasi ribaltato, almeno per il tourbillon scheletrato. Che conosce una connotazione per così dire ludica, in cui le cromie più vivaci vanno a tingere sia i componenti meccanici sia parte dell’habillage. Mai s’era vista finora – o almeno io non ne ho memoria – una gabbia del tourbillon rosa… Mentre la platina è profilata di arancione, la tige diventa azzurra, il ponte sul bariletto viola e i ponti della minuteria verdi. Coordinato il cinturino in gomma, personalizzato dal logo della doppia G. Nel complesso l’orologio assume un aspetto giocoso, sembra quasi volersi sdrammatizzare, nonostante la meccanica rimanga fedele ai canoni della tradizione.

    A costo di contraddirmi, devo aggiungere però che il tourbillon scheletrato conosce anche una versione super-preziosa: con la lunetta, il réhaut e i ponti del movimento tempestati di diamanti baguette per un totale di 8.7 carati. Al di là della caratura complessiva, impressionante a mio parere è il fatto che ciascuna delle 168 pietre dev’essere stata tagliata su misura così da formare la composizione desiderata, che segue gli angoli stondati della lunetta e la scansione degli indici sul réhaut. E credo vada assolutamente sottolineato anche il lavoro del maestro incastonatore, che deve aver sudato le fatidiche sette camicie per riuscire a montare le pietre sui ponti senza comprometterne la funzionalità.    

    …i nuovi complicati…

    In parallelo, poi, la collezione Gucci 25H acquista anche un’ulteriore complicazione: il calendario perpetuo. Autentico banco di prova per le case di orologeria, prevede uno studio accurato in fase di progettazione per il fatto di dover combinare esigenze fra loro contrastanti: le molteplici informazioni astronomiche necessarie, lo spazio limitato di un esemplare da polso e l’immediata leggibilità. Il tutto filtrato da una ricerca grafica improntata verso un senso di eleganza e di armonia complessiva. Personalmente trovo che le soluzioni adottate appesantiscano un po’ I’essenzialità estetica che contraddistingue il resto della collezione. Ma i gusti sono gusti e non si discutono, per cui lascio ai lettori la valutazione finale. Ne riassumo comunque le caratteristiche.

    Sviluppato in tre esemplari, con cassa in acciaio, in acciaio/oro giallo o interamente in oro rosa, il calendario perpetuo della collezione Gucci 25H organizza le indicazioni sul quadrante in modo simmetrico: mese e anno bisestile a ore 13 in un unico contatore, fasi di luna a ore 6, giorno della settimana e datario rispettivamente a ore 9 e a ore 3, in finestrelle ad arco. Non è questa la sede per un approfondimento della meccanica, quindi mi limito a sottolineare lo spessore limitato della cassa, inferiore ai 10 mm: 9,7 mm, per l’esattezza. Il che significa che al movimento di base è stato sovrapposto un modulo della complicazione estremamente sottile. Ma mi riprometto di tornare sul tema in un prossimo futuro.

    …e i solo tempo

    Torno quindi alle versioni accessibili a un pubblico più vasto. Altre novità della collezione 25H degne di nota riguardano infatti il solo tempo automatico. Che invece torna a un gusto sobrio e rigoroso. Sia chiaro, in catalogo ci sono ancora gli esemplari colorati in alluminio, ma le versioni 2023 in acciaio colpiscono proprio per l’impronta austera e rigorosa. Le due nuove referenze infatti hanno in comune il quadrante blu, con la tipica decorazione a righe orizzontali. E si distinguono tra loro per la presenza del bel bracciale rastremato in acciaio o del cinturino in pelle di alligatore, accompagnato dalla lunetta in oro giallo. Quest’ultimo dettaglio influisce ovviamente sul prezzo, che passa dagli 8.500 euro per la versione “monometallica” ai 13.500 euro per la referenza bicolore.

    Infine i solo tempo al quarzo, quelli che hanno sempre avuto una connotazione più fashion, con la doppia G del logo a sottolineare gli indici sul quadrante. In questo caso l’estensione di linea comprende dei nuovi cinturini dalla particolare texture in pelle colorata. I modelli femminili, con cassa più piccola, lunetta Ip oro giallo e quadrante dorato, si abbinano al cinturino rosso o bianco; cinturino color carta da zucchero invece per la versione tutto acciaio con quadrante silver. Mentre gli esemplari taglia M, tendenzialmente no-gender, adottano un più classico cinturino blu scuro o nero. I prezzi vanno dai 1.350 ai 1.650 euro.

  • Lucky Stones: il gusto di Missoni per le pietre di colore

    Lucky Stones: il gusto di Missoni per le pietre di colore

    Ma chi l’ha detto che i marchi fashion non possono seguire la grande orologeria di tradizione? Lo fa, con un risultato più che convincente, Missoni nella nuova collezione M2 Lucky Stones: quattro esemplari da donna in cui il quadrante in pietra dura si sposa benissimo con un design “classico”. E gli accenti di moda si concentrano nella sola lunetta, che diventa spazio riservato a una logomania evidente, seppur non invadente.

    I quadranti “minerali”, ieri e oggi

    I quadranti in pietra dura sono una passione storica nel mondo delle lancette. Si diffondono negli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso, con quel gusto per la sperimentazione, l’inventiva e l’originalità tipico dell’epoca. La prima (e la più famosa) maison a utilizzarli è Piaget, che riesce a inserire sottili lastre di gemme colorate all’interno della cassa grazie allo sviluppo di un’innovativa tecnologia: i movimenti extrapiatti – come il celeberrimo calibro 9P, sottile solo 2 mm, svelato al pubblico nel 1957.

    Così, la Manifattura della Cote aux Fées fa dei quadranti in pietra dura un proprio segno distintivo. Se ne serve per realizzare elegantissimi orologi da uomo e preziosi modelli da donna, passati alla storia per i personaggi illustri che li hanno indossati. Uno per tutti, il piccolo esemplare d’oro con quadrante in giada di Jacky Kennedy – indimenticata icona di stile di quegli anni. Ma soprattutto rimangono memorabili certi pezzi unici con bracciale scultura – inattesi, creativi, assolutamente strepitosi –, diventati un simbolo “dell’immaginazione al potere” nell’orologeria.

    Non solo Piaget, comunque. Sono tante le case che ieri come oggi mettono alla prova il proprio savoir-faire con i quadranti minerali. Basti pensare a Patek Philippe, a Rolex, a Cartier, a Chopard o, in tempi più recenti, a Jaquet Droz – che si distingue per l’uso dei materiali lapidei più insoliti: il diaspro, la bronzite, la spettrolite… Sì, perché negli ultimi periodi la tendenza dei quadranti in pietra dura è tornata prepotente in tutti i segmenti di mercato. Complice forse il desiderio di esclusività che contraddistingue l’orologeria contemporanea.

    Lucky Stones, le gemme fortunate di Missoni

    Proprio in questo quadro s’inserisce la collezione Lucky Stones di Missoni, cui si deve riconoscere prima di tutto una certa ricerca nella scelta delle pietre. Probabilmente dettata dal desiderio della Maison di ottenere particolari effetti cromatici, in sintonia con l’uso del colore che le appartiene fin dalle origini. Ecco infatti gemme come la malachite e l’onice, entrambe dalle specifiche striature, a volte più rettilinee altre più arrotondate. La prima deve il proprio colore alla presenza di rame; la seconda è un tipo di calcedonio, ovvero di quarzo microcristallino, e può essere di diverse tonalità, dal bianco al bruno al nero. Missoni l’ha voluta nel tono più scuro e profondo.

    Ma se la malachite e l’onice sono ricorrenti, se non proprio immancabili, nella produzione orologiera, meno scontate sono le altre gemme che appaiono nella collezione Lucky Stone: l’arenaria rossa o blu. L’arenaria, vale la pena ricordarlo, è una pietra sedimentaria molto diffusa, composta in prevalenza da grani di quarzo di dimensioni uniformi. Oltre al vantaggio della disponibilità in natura, offre anche quello del colore rosso, dovuto alla presenza di ossido di ferro. L’arenaria blu invece è un materiale artificiale, formato da vetro cui sono aggiunti cristalli di quarzo.

    In entrambi i casi, proprio l’inclusione di quei piccoli cristalli di quarzo dona alle pietre particolari bagliori, dovuti alla riflessione della luce, con un effetto che gli studiosi definiscono come fenomeno dell’avventurescenza – a ricordare appunto il quarzo avventurina, o il vetro avventurina che lo imita. Senza avventurarmi nei significati, veri o presunti, e nelle proprietà benefiche delle diverse pietre dure secondo la cristalloterapia, qui mi limito a sottolineare che Missoni attribuisce loro un potere portafortuna. Quasi fossero un amuleto, come si evince dal nome stesso della collezione.

    Informazioni pratiche

    Tutti gli esemplari Lucky Stones sono realizzati in acciaio – impreziosito, in alcune referenze, da un rivestimento ionico color champagne oppure oro rosa. Di dimensioni femminili (34,5 mm di diametro), hanno la lunetta ornata dal marchio Missoni, ripetuto più volte senza soluzione di continuità, ben visibile ma con discrezione, con un gioco di satinatura sulla superficie lucida. E racchiudono un movimento al quarzo Swiss made, che dalla sua non solo ha una grande precisione, ma permette anche di contenere lo spessore della cassa e mantenere armoniose proporzioni.

    Completa il look il bracciale in metallo coordinato, dalle maglie ad H intervallate da link lucidi, facilmente intercambiabile grazie al sistema Quick-change. In alternativa si può sostituire con un cinturino, incluso nel packaging delle versioni in arenaria: in tessuto, dall’emblematico motivo zigzag, accentua la valenza modaiola e rende l’orologio riconoscibile fin da lontano. Infine il prezzo, che va dai 630 ai 700 euro. Considerati nell’insieme, i Lucky Stones sono un perfetto dono portebonheur, da regalare o da regalarsi.  

  • Planet Ocean Dark Grey: Omega alla ricerca della leggerezza

    Planet Ocean Dark Grey: Omega alla ricerca della leggerezza

    Sedna, Canopus, Moonshine Gold. Sono le esclusive leghe d’oro sviluppate da Omega, da qualche anno impegnata nello sviluppo di materiali innovativi per l’orologeria. Determinata nella ricerca di un ideale di cassa in grado di dare il massimo in termini di design, protezione del movimento e comfort al polso, la Maison di Biel vaglia quindi diverse soluzioni. Basti pensare all’esperimento con il gamma titanio dell’Aqua Terra Ultralight o alla realizzazione del Planet Ocean Ultra Deep in O-Mega Steel. Adesso invece si orienta verso i materiali di sintesi: come la ceramica al nitruro di silicio, applicata nel nuovo Seamaster Planet Ocean 600M Co-Axial Master Chronometer GMT 45,5 Dark Grey. Un nome lunghissimo che da qui in poi riassumerò semplicemente in Planet Ocean Dark Grey.

    La ceramica in nitruro di silicio

    Il nitruro di silicio è un composto chimico di silicio e azoto con formula Si3N4 e struttura atomica cristallina. È prodotto mediante pressatura e sinterizzazione di polvere di silicio in gas inerte – azoto, appunto – che genera una ceramica particolare per micro-struttura e proprietà. Un materiale super-duro, ma di bassa densità, quindi molto leggero (60% più leggero dell’acciaio e il doppio della ceramica a base di ossido di zirconio). Allo stesso tempo è altamente resistente all’usura, alla corrosione, alle fratture, agli shock termici. Di colore grigio scuro/nero, può essere lavorato e lucidato fino a raggiungere finiture di elevata qualità.

    Mi scuso con gli addetti ai lavori e gli esperti del settore per l’estrema sintesi con cui tratto l’argomento. Faccio divulgazione e potrei essere considerata approssimativa e superficiale, ma cerco di concentrarmi su ciò che è essenziale. Del resto la materia è complessa e ha una lunga storia, iniziata a metà Ottocento: quando due scienziati, un chimico francese e uno tedesco, hanno realizzato le prime preparazioni a base di nitruro di silicio. Gli studi sono continuati per circa un secolo, ma sono rimasti a lungo privi di prospettive commerciali. Solo verso gli anni ’50 del Novecento si è cominciato a utilizzarlo a livello industriale.

    Le applicazioni pratiche

    Non presente in natura e creata solo in laboratorio, questo tipo di ceramica ha lo svantaggio di essere costosa proprio per le fasi di produzione. Il rapporto costi/prestazioni tuttavia può essere conveniente in quelle applicazioni che richiedono una prospettiva temporale molto lunga e bassi costi di manutenzione. La ceramica al nitruro di silicio si pone perciò come valida alternativa alle super-leghe o ad altri materiali high-tech. Comunque, il progredire della tecnologia ne fa diminuire i costi, così da farle trovare impieghi sempre più ampi nei settori più disparati.

    Oggi per esempio è usata nell’industria automobilistica ma anche in quella aerospaziale, per i vari elementi dei motori e dei propulsori, così come nei micro-otturatori del telescopio spaziale James Webb. Poi nell’industria meccanica (in senso lato), dai cuscinetti a sfera agli utensili per il taglio e la lavorazione dei metalli, fino ai componenti per pompe, valvole, ugelli. E perfino ambito medico e in elettronica. Ma a quanto mi risulta è la prima volta in assoluto che viene utilizzata in orologeria.

    L’estetica del Planet Ocean Dark Grey…

    Omega se ne serve ovviamente per la cassa del Planet Ocean Dark Grey – la cui connotazione cromatica deriva proprio dal materiale ceramico. Anche altre caratteristiche si possono desumere già dal nome, come il diametro di 45,5 mm e l’impermeabilità fino a 60 atmosfere (sebbene sia stata testata, come sempre nell’industria orologiera svizzera, fino al 25% in più per garantire maggiore sicurezza in immersione). Mentre l’architettura è quella tipica della collezione Seamaster, tripartita e con le anse integrate, leggermente ritorte.

    Proprio per non appesantire la struttura e continuare a giocare con la leggerezza, Omega ha realizzato il quadrante in titanio grado 5 dalla finitura sabbiata. (Non mi soffermo volutamente su questa lega molto diffusa in orologeria e di cui ci siamo già più volte occupati). E sempre in titanio grado 5 sono anche la lunetta girevole unidirezionale, la corona e la valvola di decompressione. L’inserto della ghiera è invece in ceramica al nitruro di silicio, così come il fondello, serrato con il sistema di chiusura (brevettata) Naiad Lock. Fronte e retro sono ovviamente protetti da vetro zaffiro, anch’esso leggero ma molto resistente. Grazie alla presenza di questi componenti, il peso totale della cassa è di 107 grammi, movimento compreso.   

    … e la meccanica

    Già, perché il titanio grado 5 ritorna anche nel movimento che anima il Planet Ocean Dark Grey: nella platina e nei ponti del calibro Co-Axial Master Chronometer 8906 Ti, chiaramente concepito e fabbricato “in casa”. Se va ricordato che il titanio grado 5 è un materiale estremamente difficile da gestire – s’incendia facilmente, deve essere lavorato in camere pressurizzate con gas inerte e ha quindi alti costi di lavorazione –, di contro va anche detto che ponti e platina in titanio grado 5 conferiscono peculiari doti di rigidità e robustezza al movimento stesso.

    Si tratta, in particolare, di uno sviluppo del calibro 8900, il primo a ricevere la certificazione Master Chronometer, dotato appunto di secondo fuso orario. Nel dettaglio, il calibro 8906 Ti monta lo scappamento Co-Axial, la spirale in silicio, il bilanciere senza racchetta e due bariletti che lavorano in serie. A carica automatica, ha un’autonomia di 60 ore. Anche le altre caratteristiche sono quelle comuni agli esemplari che hanno ricevuto la certificazione Metas, come la resistenza ai campi magnetici fino a 15mila gauss e uno scarto di 0/+5 secondi al giorno.

    Per concludere

    La descrizione non potrebbe essere però completa senza l’indicazione del prezzo al pubblico e la reperibilità sul mercato. Con i suoi 24.900 euro il Planet Ocean Dark Grey è il più costoso fra i Planet Ocean in catalogo (esclusi ovviamente i modelli in oro o con pietre preziose). Ma credo che quanto ho scritto fin qui ne spieghi il motivo. Non si sa ancora, invece, quando sarà messo effettivamente in vendita – un po’ come lo Speedmaster SuperRacing, presentato a inizio anno ma non ancora disponibile. Entrerà a far parte comunque della collezione permanente e non sarà in serie limitata, anche se – c’è da scommetterci – avrà una produzione limitata di pochi pezzi all’anno.

    Di certo non si tratta di un orologio “per tutti”. Al di là della disponibilità economica (che è un fattore fondamentale per l’acquisto), ci sono i gusti soggettivi (la monocromia grigia a me personalmente piace, ma non tutti la pensano così) e le dimensioni ragguardevoli (che per alcuni potrebbero essere un deterrente). Per quanto mi riguarda, comunque, non credo che Omega abbia realizzato il Planet Ocean Dark Grey con fini prettamente commerciali, per incidere sul fatturato. Lo ha fatto piuttosto per dimostrare le proprie capacità tecniche, il proprio savoir-faire, la propria volontà di innovare, di sperimentare. E saper apprezzare queste cose, beh, è questione di cultura.

  • RM 07-01 Ceramiche Colorate: l’estate senza fine di Richard Mille

    RM 07-01 Ceramiche Colorate: l’estate senza fine di Richard Mille

    L’estate è ormai finita. «Finalmente, non se ne poteva più», dice chi – come me – mal sopporta le ondate di caldo afoso portate alle nostre latitudini dai vari anticicloni africani. Eppure, c’è chi auspica un’estate eterna, almeno virtualmente. S’intitola proprio Endless Summer la campagna creata da Richard Mille per la nuova collezione RM 07-01 Ceramiche Colorate. Fatta appunto con coloratissime illustrazioni, racconta la giornata di vacanza di una donna, da qualche parte ai Tropici.

    Storie creative

    In realtà, nello storytelling, estate è proprio sinonimo di vacanza in un luogo del cuore, che per la protagonista significa una tenuta sull’oceano (estate lo definirebbero gli anglosassoni, guarda caso…). Una splendida dimora con piscina e campi da tennis, molo e barca a vela, fra palme e spiagge dorate. Poco lontano da una città dove si arriva in idrovolante e si può fare skateboard sul lungomare o thai chi al parco, e la sera partecipare a party in discoteca o su un maxi-yacht. Beata lei.

    Ma oltre le escursioni in una natura rigogliosa, oltre il surf, lo shopping e l’aperitivo al tramonto, c’è tanto altro. Lo racconta anche la voce narrante nel video a tema, sul feed ufficiale di Richard Mille in Instagram (merita un’occhiata…). Ci sono i ricordi e gli affetti, il passato che si confonde con il presente, la continuità con le estati dell’infanzia, il tempo trascorso e le aspettative disilluse, le domande esistenziali senza risposta, ma soprattutto la consapevolezza del momento, l’importanza del qui e ora.

    Ciò che colpisce, al di là della storia, è l’uso vivido del colore, che non solo rimanda alla solarità di una luce abbagliante, ma genera anche ottimismo e gioia di vivere. Che poi sono i concetti alla base dell’estetica del Gruppo Memphis, il collettivo artistico fondato da Ettore Sottsass negli anni Ottanta. Ispirato nel nome da una canzone di Bob Dylan, omaggio alla città di Elvis, propugnava un mix di forme geometriche e colori accesi, fra Art Déco e Pop Art. In netto contrasto con il serioso minimalismo del decennio precedente, diede una svolta radicale all’idea stessa di design.

    Forme e nuance dell’RM 07-01 Ceramiche Colorate

    Forme geometriche e cromie accese, del resto, si ritrovano anche nei nuovi esemplari dell’RM 07-01 Ceramiche Colorate: seguito ideale della collezione lanciata nell’estate 2021 ma sviluppata in un modo del tutto nuovo. Il quadrante ora è formato da molti più elementi geometrici: rettangoli, triangoli, quadrati, semicerchi… Posati su una struttura in oro rosso Pvd grigio, sono realizzati con materiali, sfumature e decori diversi, accostati l’uno all’altro in totale libertà. Frammenti di ceramica, gomma, oro sono satinati, laserati, lavorati a guilloché o tempestati di microscopici diamanti. Saturi di colori pastosi – a volte elettrici o vitaminici, altre tenui e delicati -, creano composizioni rigorose ma fantasiose allo stesso tempo. Ispirate proprio al Gruppo milanese di Sottsass, De Lucchi, Cibic & Co.

    La cassa tonneau in ceramica dell’RM 07-01 Ceramiche Colorate è invece identica a quella degli esemplari precedenti. Lady size, ha la lunetta e il fondello in ceramica Tzp (Zirconio tetragonale policristallino), colorata nei toni del Lavender Pink, Blush Pink e Powder Blue – ovvero lavanda, rosa cipria e azzurro polvere. Ricordo che la ceramica è un materiale leggero ma resistente, inscalfibile da urti e graffi, del tutto anallergico e immutabile nel tempo. Estremamente difficile da lavorare, richiede strumenti adeguati (utensili con punta diamantata), ma permette di ottenere una straordinaria finitura mat. Opaca anche la carrure in oro bianco, microbillé, con le colonne lucidate a mano.

    Ulteriori tocchi cromatici sono dati infine dalla corona, sempre in oro bianco ma circondata da un anello in caucciù, e ovviamente dal cinturino morbido (perché imbottito). In pelle lucida dai colori contrasto, ha la parte terminale in tessuto con un decoro a tratteggio che ricorda proprio i motivi tipici di Memphis. E si allaccia al polso con un sistema a Velcro estremamente pratico e confortevole. Un dettaglio, certo, ma allo stesso tempo un simbolo dello chic rilassato sinonimo di vacanza.

    La meccanica

    Concludo con la descrizione del movimento, non perché sia meno importante ma perché si tratta del consueto calibro Crma2. A carica automatica, dalla costruzione scheletrata, presenta tutte le caratteristiche meccaniche cui Richard Mille ci ha ormai abituati (e che ormai diamo quasi scontate nei suoi esemplari). Tuttavia, se le si analizza nel dettaglio, ci fanno comprendere il contenuto tecnico elevatissimo raggiunto dai movimenti della Maison, risultato di studi curati, di specifiche competenze e di fornitori di qualità.

    A cominciare dal materiale di cui sono fatti platina e ponti: titanio grado 5, una lega leggera, robusta e che conferisce la rigidità necessaria al buon funzionamento di tutti gli ingranaggi. Oppure il bariletto a rotazione rapida, che garantisce prestazioni migliori anche in funzione della costanza di marcia. O ancora il rotore a geometria variabile, che si può regolare in relazione all’attività fisica di chi indossa l’orologio. Tutte cose che alla fine rendono l’RM 07-01 Ceramiche Colorate super-affidabile, che lo si usi in vacanza o nella routine quotidiana. Perché se anche l’estate ha una fine, un orologio può migliorarci un po’ la vita. E in questo caso anche farci sognare…

  • Il Tonda PF Minute Rattrapante di Parmigiani raccontato da Luca Castellani

    Il Tonda PF Minute Rattrapante di Parmigiani raccontato da Luca Castellani

    Parmigiani Fleurier l’ha presentato la scorsa primavera a Watches and Wonders Geneva. Dove, durante l’apposita sessione di Touch and Feel, io e gli altri ospiti dello stand abbiamo avuto modo di toccarlo e di provarlo al polso, dopo che il Ceo Guido Terreni ce lo aveva spiegato a dovere. Ora che il Tonda PF Minute Rattrapante è in distribuzione nei punti vendita, però, è arrivato il momento di raccontarlo anche ai lettori del Giornale degli Orologi: così, chi fosse interessato, può andarlo a vedere in negozio con le idee più chiare. Ne parliamo con Luca Castellani, Direttore commerciale mondo di Parmigiani Fleurier: chi meglio di lui può svelarci l’orologio dal punto di vista della Marca?

    Il Tonda PF Minute Rattrapante: una prima assoluta

    «Partiamo dall’idea di base. Come il GMT Rattrapante, presentato l’anno scorso, il Tonda PF Minute Rattrappante nasce con lo spirito di sviluppare dei movimenti e delle funzioni non ancora presenti sul mercato, perlomeno come le concepiamo noi. Il GMT Rattrapante è una funzione che si usa quando si viaggia e poi “scompare” all’interno del quadrante, regalandoci un orologio molto semplice e puro – in linea con lo stile di Parmigiani. Allo stesso modo, il Minute Rattrapante segna i minuti che devono passare per un determinato evento, ma la complicazione si vede esclusivamente quando se ne ha bisogno».

    In effetti, Parmigiani Fleurier ha sviluppato un’innovativa funzione sdoppiante, svincolata dal cronografo e applicata ad altre complicazioni. Nel 2022 infatti la Maison l’ha impiegata nel secondo fuso orario. Mentre quest’anno l’ha trasferita alla misurazione dei minuti per creare, di fatto, un timer. In entrambi i casi, ha utilizzato una soluzione tecnica improntata alla massima discrezione ed eleganza, in cui la meccanica è eccezionalmente funzionale all’estetica. In questo modo ha anche introdotto un nuovo concetto: mostrare la complicazione aggiuntiva solo quando serve, e nasconderla se non la si utilizza (così da poter indossare un orologio che in apparenza è un “solo tempo”, ma in realtà è un complicato inedito).

    Una lancetta, non una lunetta

    «Per il Tonda PF Minute Rattrapante, l’idea dalla quale insieme a Guido siamo partiti era un po’ quella dello scuba, dell’orologio subacqueo. Ma ovviamente il Parmigiani non è un orologio subacqueo, e noi non avevamo alcuna velleità di realizzare un orologio così sportivo. Volevamo invece creare un’alternativa a ciò che normalmente si fa con una lunetta unidirezionale. E ricrearlo all’interno dell’orologio». In altre parole, l’operazione di misurare uno specifico lasso di tempo su una scala di 60 minuti, che in genere avviene per mezzo della lunetta girevole unirezionale, nel Tonda PF Minute Rattrapante si fa appunto con un’apposita lancetta dei minuti.

    Infatti, accanto alle consuete lancette centrali di ore e minuti, in oro rodiato e dalla forma a delta, il quadrante riporta un’ulteriore lancetta dei minuti, in oro rosa per distinguerla dall’altra. Per iniziare la misurazione, la lancetta aggiuntiva è settata con i pulsanti posti sulla carrure: una volta posizionata, si avvia il timer – o conto alla rovescia che dir si voglia. Quando la lancetta rodiata raggiunge quella in oro rosa, il tempo è trascorso – il countdown ultimato -, quindi le due lancette si sovrappongono. La sovrapposizione però può avvenire anche con il pulsante in oro rosa coassiale alla corona, che permette di riunire le due lancette (rattraper, in francese) a comando.

    La meccanica di precisione del Tonda PF Minute Rattrapante

    Importante è la possibilità di impostare esattamente la lancetta rattrappante, secondo i propri desideri. «Nel senso che, avendo i due pulsanti – quello a ore 8 gestisce i 5 minuti, l’altro a ore 10 gestisce i minuti singoli –, possiamo veramente settare con precisione i minuti che ci separano da un determinato momento: sia esso un appuntamento, un impegno piuttosto che la partenza di un volo…». I due pulsanti sono collegati al modulo della complicazione, montato sotto il quadrante. Nonostante la costruzione modulare, il calibro PF052 che anima il sistema ha comunque uno spessore contenuto: 4,9 mm in totale. (Le informazioni tecniche al riguardo sono nelle didascalie).

    Considerato che il movimento di base è sostanzialmente il calibro PF703 racchiuso nel Tonda PF Microrotor, che misura 3 mm di spessore, ne risulta che il modulo è sottile solo 1,9 mm. Proprio la volontà di rispettare i canoni di sottigliezza ed estrema eleganza di quel precedente, capostipite dell’intera collezione, è il motivo per cui da Parmigiani Fleurier hanno deciso di non aggiungere alcuna complicazione sonora allo scadere del tempo misurato dal timer. «Abbiamo privilegiato le proporzioni dell’orologio, l’armonia della forma e dell’estetica: la sua linearità, sia nel diametro che nello spessore». Ovvero, 40 per 10,7 mm. «Dimensioni che lo rendono estremamente portabile», commenta il manager.

    Valori personali

    Riguardo all’habillage, va detto che il Tonda PF Minute Rattrapante è realizzato interamente in acciaio. Mentre la finitura lucido-satinata dei componenti crea piacevolissimi giochi di luce sulle diverse superfici, la cassa è impreziosita dalla lunetta zigrinata in platino, tipica della collezione: un dettaglio di “lusso nascosto” che può rendere segretamente orgoglioso chi indossa l’orologio. Infine il caratteristico guilloché Grain d’orge, realizzato a mano, si ritrova sul quadrante dalla particolare tonalità grigio sabbia. «Un quadrante nuovo, molto diverso, che è piaciuto molto ai nostri clienti, a livello internazionale», confida ancora Castellani.

    A proposito, possiamo conoscere qualche commento, qualche aneddoto che riguarda l’orologio – o meglio la nuova funzione del minuto sdoppiante? «In tanti hanno fatto la battuta: “Così posso controllare i tempi di cottura della pasta”. Non solo in Italia, bada bene, ma anche all’estero. Chiaramente nessuno compra un orologio con un costo così importante (28mila franchi svizzeri) per vedere quando si deve scolare la pasta… Ma il commento non è mai: “Lo uso per andare a fare un’immersione” o, che so, “per non sforare la durata di uno speech in pubblico”. Tutti invece, in modo trasversale, si concentrano sempre e solo sulla questione della pasta». La pasta come valore universale?

    «Scherzi a parte, mi ha molto colpito lo stupore di quanti – premendo il pulsante – vedono per la prima volta la lancetta che sparisce, che scompare sotto l’altra. Il che non capita solo con il Minute Rattrapante, ma anche con il GMT. Quell’espressione di sorpresa sul viso, il wow esclamato in modo spontaneo… sono davvero molto appaganti».

  • 75 Years of Infinite Tales, i Serpenti di Bulgari in mostra

    75 Years of Infinite Tales, i Serpenti di Bulgari in mostra

    Un motivo millenario, una collezione mitica, un gioielliere estroso. Sono i componenti di base della mostra 75 Years of Infinite Tales, organizzata da Bulgari a Milano per celebrare l’anniversario della collezione Serpenti. Aperta dall’11 ottobre al 19 novembre al Dazio di Levante di piazza Sempione, ripercorre appunto la storia dei preziosi esemplari del gioielliere romano, ma va oltre la semplice retrospettiva. Perché da un lato arriva fino alle produzioni contemporanee, e dall’altro trasforma i Serpenti in tema per inedite interpretazioni d’artista.

    Antichi rettili

    A titolo informativo, va detto che il soggetto del serpente nel mondo della gioielleria non è un’invenzione di Bulgari. Risale invece alle civiltà più antiche – l’Antico Egitto, la Grecia classica, la Roma imperiale –, dov’era visto come simbolo di saggezza, di vita ed eternità, onnipresente sia con funzione ornamentale che apotropaica (capace cioè di scacciare gli influssi negativi e le forze del male).

    Abbandonato nel Medioevo, quando assume una valenza satanica, il rettile ritorna solo a metà Ottocento, sotto forma di bracciali e collane dalle maglie flessibili. Ma è soprattutto l’Art Nouveau a riportarlo in auge come elemento decorativo ricorrente, esaltato nei modi più disparati e spesso riprodotto con smalti e gemme di colore. Poi, nella seconda metà del Novecento, il serpente diventerà l’animale feticcio di Bulgari.

    I primi Serpenti

    Il gioielliere romano infatti lo fa suo a partire dalla fine degli anni Quaranta come sviluppo del Tubogas – quella peculiare lavorazione artigianale composta da sottili fili d’oro, trafilati a U e accoppiati l’uno all’altro capovolti, a formare una fascia tubolare simile a quella delle vecchie condutture del gas. Gli archivi della Maison però non contengono documenti al riguardo, quindi è difficile fornire un’esatta datazione degli esordi.

    I primi orologi comunque risultano estremamente stilizzati. Cassa e quadrante a vista su un’estremità a rappresentare la testa, il corpo avviluppato su più giri attorno al polso e il movimento meccanico a carica manuale realizzato dalle grandi manifatture dell’epoca: Jaeger-LeCoultre, Vacheron Constantin, Audemars Piguet… Da sottolineare il senso di continuità fra quei pezzi esposti nelle vetrine di 75 Years of Infinity Tales e i Serpenti Tubogas di oggi.

    I favolosi Sixties

    Negli anni Sessanta però la forma degli orologi-serpenti di Bulgari si evolve e diventa più realistica. L’intera struttura si riveste di squame ispirate a quelle esistenti in natura, formate da minuscole lastre d’oro prodotte a mano e accostate fra loro con perni anch’essi in oro, saldati o avvitati. All’interno, una molla in oro bianco li rende flessuosi, all’esterno sono rivestiti di smalti policromi e in un secondo tempo anche di gemme preziose.

    Si tratta in effetti di montre-à-secret: la testa del serpente cela la cassa con il movimento, mentre il quadrante diventa visibile quando si apre un coperchio incernierato sulla parte superiore. All’inizio del Decennio comunque gli esemplari sono soprattutto in oro giallo, con la testa e la coda tempestate di diamanti. Ne è un esempio l’orologio di Liz Taylor, immortalato al polso dell’attrice sul set del film Cleopatra in una foto del 1962.  

    Sì, perché fra gli anni Sessanta e Settanta i Serpenti di Bulgari diventano un must per dive e divine dell’epoca, che li sfoggiano nelle occasioni mondane e nella vita privata, sia in versione orologio sia come gioielli. Memorabile rimane per esempio la lunga cintura in oro e smalto bianco e rosa commissionata da Diana Vreelend, indimenticabile direttrice di Vogue America e riconosciuta regina della moda. Indossata come collana, è resa celebre da Benedetta Barzini in uno scatto di Gian Paolo Barbieri per la rivista della Condé Nast nel 1968.

    Tempi moderni

    Impossibile ripercorrere qui il susseguirsi di stili e di modelli realizzati da Bulgari nel tempo: i Serpenti Tubogas degli anni Ottanta, i pezzi sfoggiati da Sophia Loren e Grace Jones nei Novanta, le rivisitazioni dei primi anni Duemila… Più di tante parole, vale una visita alla mostra milanese: che – come spiega bene il titolo, 75 Years of Infinite Tales – evoca gli infiniti racconti di cui sono protagoniste le creazioni della Maison.  

    Devo però almeno citare la modernissima rivisitazione che ne dà – a partire dal 2009 – Fabrizio Buonamassa Stigliani, il cui design incisivo accentua la valenza geometrica nelle maglie e nel capo del rettile. E le nuove versioni di Alta Gioielleria svelate per la prima volta proprio in occasione della mostra 75 Years of Infinite Tales. Come la collana Mediterranean Mystic Serpenti, un pezzo unico in oro bianco con smeraldi e ametiste dal taglio buff top, in cui il rettile racchiude uno spettacolare smeraldo colombiano di oltre 10 carati.

    Ovviamente non ho ancora avuto modo di vedere la nuova collezione. Ma mi aspetto qualcosa di simile alla collana Hypnotic Emerald indossata da Zendaya (che è ambasciatrice di Bulgari) al Festival di Venezia del 2021. Non nel senso dell’estetica (ogni pezzo unico vive di vita propria), ma in quello dell’importanza della creazione… In questo senso, se siete appassionati di gioielleria e volete rifarvi gli occhi, l’esposizione milanese è un’occasione da non perdere.

    75 Years of Infinite Tales, un’esposizione a 360°

    C’è da dire però che 75 Years of Infinite Tales non comprende solo l’esposizione di esemplari vintage e pezzi attuali. La mostra è un evento interattivo che offre esperienze multisensoriali. Vi si trovano per esempio l’Experience room e l’Infinity Room, stanze immersive con immagini in 3D in cui si potrà scoprire il mondo dei Serpenti. O il Cinemino in cui sarà proiettato il docu-film Inside the Dream, che racconta la vita di un pezzo di alta gioielleria, dalla nascita con la ricerca delle pietre fino al red carpet.

    Concludo infine con un cenno sulla Serpenti Factory. Un’iniziativa in cui Bulgari ha coinvolto sei artisti contemporanei internazionali per interpretare il tema dei Serpenti. Le opere di Quayola, Sougwen Chung, Daniel Rozin, Cate M Mercier, Fabrizio “Bixio” Braghieri e Filippo Salerni creeranno quindi una sorta di galleria monotematica, ciascuna con il proprio mezzo espressivo e la propria personalissima visione.

    Al di là della collaborazione contingente, tuttavia, l’excursus artistico di Bulgari avrà un seguito. Darà di sicuro ai creativi della Casa la possibilità di captare nuovi spunti e idee, di prendere ispirazione per gli sviluppi futuri della collezione. Perché è chiaro che i racconti infiniti sui Serpenti non si esauriscono certo in questi primi 75 anni…

  • Ferragamo Curve: l’audacia creativa di Maximilian Davis

    Ferragamo Curve: l’audacia creativa di Maximilian Davis

    «Sono entusiasta di lanciare il mio primo orologio. Il Curve riflette il design e lo stile sensuale delle mie collezioni. Volevo che fosse giocoso, ma anche desiderabile come oggetto». Così il Direttore creativo Maximilian Davis commenta appunto il Ferragamo Curve, il primo esemplare da lui disegnato per la Maison fiorentina. Un orologio scenografico eppure portabile, eye-catcher ma essenziale, estraneo a qualsiasi connotazione di genere. Senza precedenti, del tutto inaspettato nell’attuale catalogo Ferragamo.

    Un design unico

    Il Ferragamo Curve infatti è un orologio “di design”, lontano dai consueti canoni stilistici della Casa. Niente Gancini, singoli o doppi, niente griffe né accenti fashion. Un po’ come se Davis avesse fatto tabula rasa di tutto ciò che è stato prodotto finora, per appellarsi solo alla forte originalità che da sempre appartiene al mondo delle lancette Ferragamo. E in qualche modo si sia lasciato influenzare dalla libertà creativa che si riscontra periodicamente nella storia dell’orologeria – penso per esempio a certi modelli degli anni Quaranta o degli anni Settanta – per realizzare qualcosa di completamente nuovo. Diverso da qualsiasi esemplare sul mercato.

    Per intenderci, nel Ferragamo Curve la cassa “di forma” è audace, ovale e bold: dalle linee allungate e di grandi dimensioni (misura 26 x 46 mm), presenta un’architettura ad anfiteatro, con la carrure bombata, priva di spigoli vivi, piacevole al tatto proprio perché arrotondata, levigata come un ciottolo. Ha il réhaut ampio e profondo, inciso da lunghi solchi sottili ai quattro indici principali, quelli a ore 3-6-9-12. E, all’interno, si apre sul quadrante minimale e “pulito”, privo di decorazioni, nel quale spicca soltanto il nome della Maison. Niente altro. Lungo, lunghissimo il cinturino, da avvolgere con un doppio giro attorno al polso.

    I dettagli del Ferragamo Curve

    A guardare il Ferragamo Curve con attenzione, però, lo si scopre ricco di particolarità costruttive. E, si sa, i dettagli sono fondamentali in orologeria perché danno all’esemplare carattere e personalità. A cominciare dalla corona, posta a ore 4 e inclinata, così da non intralciare alcun movimento dell’articolazione, neppure quando si piega la mano verso l’alto. Per passare alla totale assenza delle anse (il cinturino è fissato all’interno della cassa, inserito in un’apposita scanalatura tra la carrurre e il fondello), in modo da migliorare vestibilità e comfort anche su polsi non massicci.

    Infine, le finiture. Vista di fianco, la cassa rivela un bel gioco di luci fra la carrure satinata – come il profilo della lunetta –, e il fondello lucido. Stessa alternanza di effetti luminosi anche se la si guarda di fronte: la superficie della lunetta ha una spazzolatura verticale, mentre il réhaut è lucido e il quadrante lavorato soleil ha un’altra spazzolatura, radiale appunto. Il che crea un senso di continuità con la grana opaca del cinturino in pelle di vitello, dalla impunture nascoste, laterali e ton-sur-ton. L’impressione finale è di una compiuta ricercatezza estetica.

    Declinazioni e prezzo

    Concludo con ultime, necessarie informazioni. La collezione del Ferragamo Curve è articolata in quattro referenze: due con la cassa in acciaio “naturale” e il cinturino rosso oppure nero; e due impreziosite da un trattamento di superficie, in un caso nero e nell’altro color oro, entrambe con il cinturino nero. Tutte racchiudono lo stesso movimento al quarzo Swiss made, calibro Ronda 751, ma si distinguono per il prezzo: 950 euro le versioni silver, 1.000 quelle Ip. E si trovano già in vendita sull’e-commerce della Casa, nelle boutique monomarca e da selezionati rivenditori.

  • Planet Ocean ETNZ: Omega, i Kiwi e l’America’s Cup

    Planet Ocean ETNZ: Omega, i Kiwi e l’America’s Cup

    Lo show è iniziato. Lo scorso weekend, a Vilanova i la Geltrú – non lontano da Barcellona –, si sono tenute le regate preliminari della 37a America’s Cup, che si svolgerà fra agosto e ottobre 2024. Sono stati tre giorni di gare in condizioni non ottimali, con regate di flotta e match race disputati fra tempeste e venti volubili, vinti alla fine da American Magic a solo un punto di distacco da Emirates Team New Zealand (e con Luna Rossa quarta classificata). Comunque per Omega, sponsor dei Kiwi dal lontano 1995, l’occasione perfetta per lanciare il nuovo Seamaster Planet Ocean Deep Black Emirates Team New Zealand Edition. Un nome lunghissimo: per comodità qui di seguito lo chiamerò semplicemente Planet Ocean ETNZ.

    Omega e l’America’s Cup

    Tranquilli, vi eviterò l’ennesimo pistolotto sull’impegno della Maison di Biel nel mondo della vela. Oltretutto Il Giornale degli Orologi se n’è già occupato altrove, non vale la pena di star qui a ripetere tutta la solfa. Ricorderò solo che è anche cronometrista ufficiale delle competizioni annesse e connesse all’ex Coppa delle Cento Ghinee. Ha assunto questo ruolo a Auckland nel 2000 (quando l’Italia intera faceva le notti in bianco per vedere Luna Rossa alla tele), è rimasta tale nell’edizione successiva del 2003 (che ho avuto la fortuna di seguire dal vivo, insieme a Paolo De Vecchi e ad altri pochi, fortunati giornalisti), per poi tornare a esserlo nel 2021. E di nuovo adesso, per la quarta volta.

    Va da sé che nel tempo Omega ha anche affiancato grandi nomi della vela: da Peter Blake a Russell Coutts, da Dean Barker a Ellen Mac Arthur. E oggi François Gabart, Quentin Delapierre, Peter Burling e Blair Tuke. Con loro e nella lunga esperienza accumulata nell’andar per mare, ha assimilato specifiche conoscenze – puntualmente applicate nella produzione di Seamaster sviluppati ad hoc per le regate. Penso per esempio al Chronostop di fine anni Sessanta, allo Yachting o al Regatta dei Settanta, al Racing 300M o al Chrono NZL-32 dei primi Duemila, fino ai più recenti Planet Ocean ETNZ del 2017, Planet Ocean 600M America’s Cup del 2020, o ancora il Diver 300M realizzato sempre per la Coppa America, ma del 2021. E l’elenco non è certo completo…

    Il Planet Ocean ETNZ

    Tanto basta però per comprendere che il nuovo Planet Ocean ETNZ è solo l’ultimo modello, in ordine di tempo, che il Brand dedica alla vela. Di suo – come recita il titolo sul sito di Omega – è un Planet Ocean 600 Co-Axial Master Chronometer Chronograph 45,5 mm. E a poco a poco, nelle prossime righe, chiariremo questa definizione. Ma è subito identificabile per i colori ufficiali: quell’accostamento di nero e turchese che compone l’attuale livrea dell’equipaggio governato dal Royal New Zealand Yacht Squadron.

    La cassa infatti è in ceramica nera ed è ricca di numerossimi dettagli turchese: la minuteria, il numero 12, il lettering della collezione, la lancetta centrale dei secondi crono (sfumata), il profilo del contatore a ore 3, le guarnizioni sui pulsanti, il decoro sul fondello, le impunture del cinturino… Le dimensioni importanti, 45,5 mm di diametro, sottolineano che si tratta di uno strumento tecnico, così come il dato dell’impermeabilità: 60 atmosfere. Capace di resistere all’impatto delle ondate che colpiscono gli “scafi volanti” a più di 50 nodi.

    Meccanica e particolarità

    Il Planet Ocean ETNZ è un cronografo a carica automatica animato dal calibro 9900, di manifattura. Che in questo caso riporta sul quadrante, nel contatore al 3, appunto, il conto alla rovescia, utile per calcolare il timing (cioè il tempo impiegato per coprire una certa distanza) e arrivare lanciati alla linea di partenza. Durante le concitate fasi che precedono il colpo di cannone d’inizio regata – e in particolare negli ultimi 5 minuti, anche se già mezz’ora/tre quarti d’ora prima la tattica è fondamentale – le barche concorrenti ingaggiano infatti una spettacolare ma spietata “danza”, per decidere su quale lato del campo di regata intendono navigare e varcare per prime l’immaginaria linea dello start.

    Per il resto, le caratteristiche meccaniche del movimento sono quelle cui Omega ci ha ormai abituati – anche se ciascuna di esse denota estrema qualità e prestazioni di elevato livello. Ovvero scappamento Co-Axial, spirale in silicio, due bariletti che lavorano in serie e garantiscono un’autonomia di 60 ore, resistenza a campi magnetici fino a 15mila gauss, certificato di cronometria rilasciato dal Metas (l’Istituto elvetico di metrologia che ha sottoposto l’orologio a una serie di test specifici). Per ulteriori dettagli tecnici vi rimando alle didascalie in alto.

    Ultime informazioni

    Concludo come di consueto con le informazioni sul prezzo e sulla disponibilità. Il Planet Ocean ETNZ costa 14.900 euro. Che non sono affatto pochi, è vero, ma sono in linea con il segmento più alto della collezione Seamaster, e poi riflettono i rialzi cui l’intera orologeria è andata soggetta negli ultimi tempi. Ma non è questa la sede per capirne i perché, affronteremo il lungo discorso in un altro momento. Aggiungo invece che l’orologio arriverà nei negozi il prossimo ottobre. Non è in tiratura limitata, ma chi fosse interessato all’acquisto farebbe bene a prenotarlo in boutique o dai concessionari. I fan dei New Zealand per primi…

  • Chrono 4 Pards, Eberhard & Co. porta Tex al polso

    Chrono 4 Pards, Eberhard & Co. porta Tex al polso

    Dopo Zagor, Tex. Eberhard & Co. continua la collaborazione con Sergio Bonelli Editore e, per festeggiare i 75 anni di Tex Willer, ha creato il Chrono 4 Pards. Presentato nei giorni scorsi a Vicenzaoro, è un orologio in tiratura limitata e personalizzata dai personaggi del fumetto. I quattro, celebri contatori in linea – che danno il nome alla collezione – qui sembrano quasi fatti apposta per riportare le figure del Ranger texano e dei suoi fedeli compagni di avventura (in inglese pards, appunto).

    Il fascino di Tex

    Ideato nel 1948 da Gianluigi Bonelli (il padre di Sergio) e Aurelio Galleppini, Tex è il più longevo fumetto italiano ambientato nel Vecchio West. Nel tempo ha impegnato uno stuolo di grandi disegnatori che si sono avvicendati a comporre le mitiche strisce, e la pubblicazione, mensile, continua tuttora. Ma oltre ad affermarsi come un fenomeno editoriale dai grandi numeri, è stato anche oggetto di studi, tesi di laurea e saggi sociologici, mostre e film. Un successo, probabilmente, dovuto alle storie e alle ambientazioni, capaci di far sognare un pubblico di appassionati lettori, oggi ormai composto da “giovani di ogni età”.

    In un’epoca non ben definita, ma suppergiù collocata negli ultimi decenni dell’Ottocento, Tex e soci trascorrono infatti le giornate a cavallo negli immensi spazi di un’immaginaria riserva, i cui scenari sono quelli della Monument Valley ma i cui confini vanno dall’Alaska al Texas. E lì, fra sterminate praterie e villaggi abbandonati, il nostro eroe va incontro a mille disavventure. Dà la caccia ai criminali e cattura i banditi, difende i più deboli e combatte i soprusi, incontra Calamity Jane, Toro Seduto o il Mucchio Selvaggio.

    Tex & Co.

    Lui, del resto, non è solo un eccezionale pistolero con le fattezze di Gary Cooper e il portamento alla John Wayne. È anche il capo di tutte le tribù Navajo – i pellerossa lo chiamano Aquila della Notte -, per aver sposato la figlia del Sachem Freccia Rossa, Lilyth, il grande amore della sua vita. Poco importa che la Squaw sia morta prematuramente di vaiolo: Tex vivrà nel ricordo di lei per il resto dei suoi giorni. Anche perché i due hanno avuto un figlio, Kit Willer, che cresce con il padre e diventa, appunto, uno dei suoi Pards.

    E poi ci sono gli altri due. Kit Carson, fidato e inseparabile amico di lunga data, un po’ mentore (è lui ad aver insegnato a Tex a destreggiarsi con Colt e Winchester) e un po’ complice, onnipresente nelle tante peripezie che li vedono inesorabilmente impegnati. Quindi il fedelissimo Tiger Jack, guerriero Navajo, fratello di sangue nonché insuperabile segugio. Insieme ai suoi soci, Tex si prende dei grossi rischi ma riesce sempre a fare giustizia. E soprattutto fa in modo che, nell’eterna lotta contro il Male, il Bene trionfi sempre.

    L’effetto Far West del Chrono 4 Pards

    Ecco, tutto questo e molto di più è celebrato dal Chrono 4 Pards. In modo efficace, grazie all’estetica stessa del bestseller di Eberhard & Co.: come scrivevo all’inizio, nei quattro celebri contatori in linea del cronografo trovano la loro naturale collocazione i ritratti in bianco e nero di Tex e compagni. In più il quadrante stesso si trasforma quasi in una tavola del fumetto perché è decorato con il tipico paesaggio desertico, scandito dalle mesas (le guglie di roccia e sabbia risultato dell’erosione), proprio come in un film di John Ford. Il che rende l’orologio molto simile alla vignetta di un albo.

    Ad aggiungere suggestione contribuiscono anche i colori, in tutt’e tre le versioni. La cassa in acciaio del Chrono 4 Pards, di 42 mm di diametro, ha la lunetta in ceramica opaca dalla tonalità blu oppure nera, coordinata al quadrante. Nel primo caso lo sfondo è blu e sabbia, nel secondo interamente nero. Queste due varianti sono riprodotte in una tiratura limitata di 150 esemplari, e ambedue costano 6.500 euro.

    Esiste però anche una terza referenza con l’intera cassa rivestita da un particolare trattamento Dlc marrone che si ben si abbina alla monocromia sabbia del quadrante. Il rivestimento di superficie – di difficile realizzazione, come ha raccontato l’Ad di Eberhard Italia, Mario Peserico – regala all’orologio un aspetto vintage particolarmente ben riuscito. In questo caso l’edizione è limitata a 75 esemplari (numero che riprende l’anniversario) e il prezzo è di 8.500 euro.

    Ulteriori informazioni

    Va da sé che anche il Chrono 4 Pards – come gli altri cronografi della storica collezione – sia animato da un movimento meccanico a carica automatica. Come sempre si tratta del calibro EB 251-R, in cui la base Eta 2894-2 ospita il modulo brevettato della complicazione. I quattro contatori allineati riportano come di consueto l’indicazione dei 30 minuti, delle 12 ore, delle 24 ore e dei continui. E poi ci sono i volti illustrati, certo…

    È chiaro che l’intera operazione si rivolge ai collezionisti, ma c’è da scommettere che anche gli appassionati di Tex saranno attratti dal Chrono 4 Pards. Tant’è che, oltre vendita presso i tradizionali rivenditori ufficiali della Maison de l’Aigle, l’orologio si può eccezionalmente acquistare – in disponibilità ridotte e in ordine di prelazione – anche attraverso il canale della Sergio Bonelli Editore. Sebbene le consegne saranno effettuate in novembre, gli interessati farebbero bene a “non sprecare il fiato e a darsi una mossa”. C’è chi l’ha prenotato già la scorsa primavera… “Per satanasso”!

  • Scuba Fifty Fathoms: ecco il Blancpain x Swatch

    Scuba Fifty Fathoms: ecco il Blancpain x Swatch

    “Blancpain x Swatch – 9.9.2023”. Così recitava, impresso sulla mappa globale degli oceani, l’enigmatico messaggio uscito nei giorni scorsi, prima come pubblicità sui giornali e poi come post sui siti ufficiali e sui profili social dei rispettivi Marchi. Tanta la curiosità, certo, ma il significato era chiaro: stava per ripetersi quanto già successo con Omega. Restava solo da definirne i contorni, o meglio i colori, perché tutti scommettevano su un Fifty Fathoms in Bioceramic. E così è stato. La notte scorsa Swatch ha lanciato ufficialmente il Bioceramic Scuba Fifty Fathoms. Mistero risolto, in anticipo sui tempi previsti: il 9 settembre l’orologio non sarà svelato, arriverà nei negozi. Presumibilmente col contagocce.

    Un’idea quasi scontata

    Non serviva del resto la sfera di cristallo per conoscere il soggetto della nuova collaborazione. Bastava un minimo di acume, o di logica, e fare 2 + 2. Anzi 70 + 40, visto che il 2023 è l’anno in cui il Blancpain Fifty Fathoms compie 70 anni mentre Swatch festeggia i 40. Ed era chiaro anche che i manager del Gruppo Swatch non si sarebbero lasciati sfuggire la doppia, ghiotta occasione – visti i precedenti…

    Pare infatti che sei mesi dopo l’uscita del MoonSwatch – e all’epoca inatteso, sorprendente successo – i vertici di Swatch e di Blancpain abbiano cominciato a incontrarsi per mettere a punto la questione. Un annetto neanche, e il progetto si è già concretizzato: il che vuol dire avere le idee chiare e saper sfruttare la potenza produttiva di Swatch. Guarda caso, lo Scuba Fifty Fathoms esce a tre mesi dalla fine dell’operazione con Omega: dal 31 dicembre, basta MoonSwatch.

    Ipotetici scenari futuri

    È evidente che è stato tutto studiato a tavolino, tutto calcolato. Swatch Group intende proprio bissare il successo del MoonSwatch. Nessuno sa se il Bioceramic Scuba Fifty Fathoms riuscirà a suscitare la stessa bramosia popolare (mi verrebbe da scrivere internazional-popolare, perché il fenomeno non è stato solo nazionale 😉), se riuscirà a ricreare le stesse interminabili file fuori dai negozi. Da parte nostra, speriamo di sì, teniamo le dita incrociate… È bello vedere Swatch di nuovo ai vertici dell’industria del tempo elvetica, come in passato.

    E le premesse che il successo si ripeta ci sono tutte. Anche qui da un lato c’è una pietra miliare dell’orologeria (anche se forse un po’ meno pop e un po’ più di nicchia rispetto allo Speedmaster); e dall’altro una riedizione (o un hommage, chiamatelo come volete) interpretata con il consueto sorriso, la divertita coerenza di Swatch. Che poi a ben guardare lo stesso Scuba è stato un’icona, eletto tale a furor di popolo negli anni Novanta. Chi in quell’epoca non desiderava un Jelly Bubble o un Happy Fish? Mi correggo: le pietre miliari dell’orologeria qui sono due.

    Semmai c’è da chiedersi se l’operazione Blancpain x Swatch, come la precedente Omega x Swatch, farà da preludio a ulteriori partnership con altre marche del Gruppo. Sarebbe divertente vedere cosa potrebbe venir fuori da un’ipotetica iniziativa Longines x Swatch o Breguet x Swatch: per dire, un Legend Diver in plastica Bioreloaded? Un Classique in Bioceramic? Anche solo immaginarli fa sorridere…

    La collezione Scuba Fifty Fathoms

    Ma torniamo a oggi. Il Bioceramic Scuba Fifty Fathoms è declinato in cinque versioni, dedicate ad altrettanti oceani del mondo – e non c’è bisogno di spiegare perché, se solo si ha una vaga conoscenza di Blancpain. I nomi? Artic Ocean, Pacific Ocean, Atlantic Ocean, Indian Ocean e Antartic Ocean. A distinguerli i colori: rispettivamente beige e rosso, giallo e nero, blu e azzurro, verde e nero, bianco e grigio.

    Tutti gli esemplari hanno la cassa da 42 mm in Bioceramic, appunto. Non sto qui a ricordare cos’è e cosa non è – per rinfrescarvi la memoria su questo materiale brevettato, leggete qui… Piuttosto, è più interessante specificare il dato sull’impermeabilità: 9 bar. O meglio: 91 metri, per seguire la discutibile abitudine svizzera di indicare la resistenza all’acqua in metri – ma qui ci sta. Perché a tanto corrispondono i famigerati Fifty Fathoms: ovvero 50 braccia, per tradurre in italiano la vecchia unità di misura britannica, secondo la quale un braccio è pari a 6 piedi (1,8288 metri). Fate voi i conti.   

    Ancora: i quadranti sono sfumati, mentre la ghiera girevole unidirezionale è sempre in Bioceramic con inserto colorato, e anche il vetro è derivato da materiale di origine biologica. Il cinturino Nato in tessuto è fatto con materiale riciclato, proveniente – come c’era da aspettarsi – da reti da pesca recuperate in mare. La ciliegina sulla torta è il fondello trasparente, che permette di vedere la diversa decorazione del movimento. Niente più quarzo, per la gioia dei cultori della micromeccanica e di quanti non avevano colto l’ironia della tecnica nel MoonSwatch.

    Torna il Sistem51

    Sì, perché lo Scuba Fifty Fathoms monta – udite udite – il calibro automatico della Casa: il Sistem51. Per parafrasare la stessa Swatch: il primo e unico movimento meccanico a produzione interamente automatizzata. Quando è uscito, nel 2013, ha rivoluzionato il mondo degli orologi automatici: antimagnetico, ora dotato anche di spirale Nivachron, conta solo 51 componenti, fissati con una vite centrale, e vanta un’autonomia di 90 ore. Mostrato sempre attraverso il fondello, lo si può riassumere con queste parole: il fronte indica l’ora, il retro racconta la storia.

    Ed è così anche per gli Scuba Fifty Fathoms. I ponti, stampati in digitale, illustrano la raffigurazione dei relativi oceani, mentre la massa oscillante presenta l’immagine di uno specifico mollusco dell’ordine dei Nudibranchi. Animaletti tipo lumache di mare dalle forme e dalle cromie variegate, simbolo della vita subacquea e allo stesso tempo della fragilità di un’ecosistema che va protetto. Blancpain docet. A rimarcare il concetto, i messaggi incisi tutt’attorno al vetro: Protect what you Love, Immerse Yourself, Passion for Diving e ancora Licence to Explore e Ocean Breath. Non mi stupirei se lo Scuba Fifty Fathoms contribuisse in qualche modo, anche indirettamente, alla salvaguardia degli oceani…  

    N.B. Come nel caso del MoonSwatch, anche questa collezione non è in edizione limitata. Ma, proprio come nel caso del MoonSwatch, non sarà possibile acquistarne più di un esemplare al giorno per persona. Il prezzo al pubblico è di 390 euro. Per sapere dove trovarlo, consultate il sito ufficiale di Swatch.

  • Classique Répétition Minutes 7637, la quintessenza di Breguet

    Classique Répétition Minutes 7637, la quintessenza di Breguet

    Di fronte a certi orologi faccio fatica a essere oggettiva. E il Breguet Classique Répétition Minutes 7637 è uno di quelli che mi fanno letteralmente perdere la testa: per l’estetica pura, per il quadrante in smalto, per la complicazione dal suono cristallino. Ah, se solo fossi ricca… Ma cercherò di placare l’entusiasmo – non vorrei essere accusata di piaggeria – e di raccontare le cose come stanno. Del resto non è che se piace a me deve per forza piacere anche agli altri. E poi non devo convincere nessuno ad acquistarlo, hai voglia di star lì a tentare di persuadere: costa quasi 270mila euro, chiaro che è destinato solo a pochi fortunati intenditori. Ma ci sarà un motivo, anzi più d’uno, se ha un prezzo simile. Ecco, cercherò di spiegare questi perché. Che poi vuol dire puntare all’essenza, a ciò che distingue l’Alta orologeria.

    Un aspetto semplice, anzi no: ricco

    Forme purissime, stile pulito ed essenziale, il Classique Répétition Minutes 7637 allo stesso tempo è prezioso, molto prezioso. Cassa in oro rosa oppure bianco, con finiture eseguite a mano e tutti i segni identificativi della Maison – che da parte loro meriterebbero un approfondimento in quanto a storia e savoir-faire. Qui però mi limito ad accennare a un unico impercettibile dettaglio: la firma segreta. Visibile soltanto a luce radente, è incisa con un pantografo a punta secca: ad adottarla per primo fu lo stesso Abraham-Louis Breguet attorno al 1795. Falsi e falsari esistevano anche allora.

    Indiscutibilmente Breguet, fin dal primo sguardo, il Classique Répétition Minutes 7637 ricorda tanto certi esemplari da tasca del passato che celavano, dietro un’apparente semplicità formale, il massimo della complessità meccanica. Proprio come in questo caso, ma ci arriveremo… Esattamente come quei precedenti, soprattutto, l’orologio ha il quadrante in smalto Grand Feu. Un’alchimia di colori e materiali che richiede settimane di lavoro da parte di un tecnico specializzato, il maestro smaltatore. E i cui procedimenti – li trovate qui – sono ancora oggi eseguiti rigorosamente a mano.

    Certo la tecnologia aiuta, il controllo elettronico della temperatura del forno è utile, ma non supplisce né all’intervento né all’esperienza dell’artigiano, e tanto meno evita rischi e imprevisti del mestiere. Basta poco per buttare via tutto. Di contro, il risultato finale non è paragonabile a niente altro per bellezza, inalterabilità, resistenza al trascorrere del tempo. Un quadrante in smalto è per sempre, come un diamante. Il che rimanda alla vocazione dell’alta orologeria: costruire macchine in grado di sfidare i secoli, l’avvicendarsi delle generazioni, per mirare all’eterno. Sembra retorica, ma è la verità.

    La ripetizione minuti

    E poi c’è la meccanica. Poche marche possono vantare diritti sulla ripetizione minuti come Breguet. Fu proprio il fondatore della Casa, sempre lui, a inventare la molla sonora, nel 1783: quel filo metallico che negli orologi a ripetizione subisce la percussione di uno o più martelletti per emettere i rintocchi. La molla andava a sostituire la tradizionale campanella e permetteva non solo di ridurre notevolmente lo spazio necessario, e quindi lo spessore della cassa degli esemplari a suoneria, ma anche di fornire suoni diversi. Concepita in un primo momento di forma rettilinea e montata sulla platina in modo trasversale, in seguito è avvolta a spirale attorno al movimento, così da migliorare il suono. Fu una vera svolta nella storia dell’orologeria.

    Ma devo ancora affrontare il discorso sulla ripetizione minuti. La chiamano la regina delle complicazioni e non a caso: è quanto di più complesso si possa immaginare, un autentico capolavoro di microingegneria. In genere conta più di un centinaio di minuscoli componenti – un intricato sistema di rastrelli, chiocciole, leve, camme, ruote e viti – ognuno dei quali è inserito con tolleranze minime all’interno del movimento. Tanto per capirci, l’assemblaggio di una ripetizione arriva a richiedere 200/300 ore di lavoro da parte di un maître horloger fatto e finito, che cioè vanti una solida preparazione e decenni di esperienza alle spalle.

    Perché ci vuole orecchio

    Ma non si tratta solo di abilità manuale. Una volta sistemati tutti i componenti nella giusta collocazione, il sistema deve essere accordato, quasi fosse uno strumento musicale. E lì è questione di orecchio fine, esercitato a cogliere ogni minimo scarto di altezza (acustica). Nel caso i timbri – o gong anulari, chiamateli come volete: sono gli eredi delle molle sonore di Breguet – non emettano un suono pressoché perfetto, vengono smontati, ritoccati con la lima o leggermente incurvati con ritocchi infinitesimali, rimontati e di nuovo riprovati.

    Ma devono essere perfettamente regolate anche le molle che controllano i martelletti, per far sì che la forza d’urto della percussione sia dosata al punto giusto. E ancora, si deve considerare il ritmo dei rintocchi: la loro sequenza, dettata dalla velocità con cui i martelletti colpiscono i timbri. La precisa e costante successione è affidata a un regolatore centrifugo, che dev’essere anche silenzioso per non provocare il fastidioso fruscio di fondo fra un ritocco e l’altro. Insomma, tutto il sistema deve essere calibrato alla perfezione. E le operazioni di messa a punto possono ripetersi più e più volte, per giorni interi e perfino settimane.

    Il calibro del Classique Répétition Minutes 7637

    Tutto questo si riscontra anche nel movimento del Classique Répétition Minutes 7637, il calibro 567.2 a carica manuale. Che rispetto al solito, però, vanta una peculiarità costruttiva, anzi due. I timbri sono modellati in oro, che di per sé e una lega facile da lavorare e armoniosa, ricca di sfumature sonore. In più, anziché essere montati come di consueto sulla platina di base, sono fissati direttamente sulla carrure. La continuità materica fra la cassa e i timbri migliora la qualità e la trasmissione del suono.

    Il risultato si può ascoltare nella pagina dedicata all’interno del sito ufficiale – almeno in attesa che l’orologio arrivi fisicamente nei negozi. Ma che la cosa funzioni è un fatto, suffragato dalla richiesta di brevetto depositata dalla Maison. Per le caratteristiche tecniche del movimento vi rimando alle didascalie.

    Qui concludo con un’ultima osservazione. Tanto per non farsi mancare nulla, i componenti portanti del movimento sono interamente cesellati a mano. E il contrasto fra l’aspetto sobrio e discreto del quadrante e l’opulenza lato fondello a me ha colpito molto. La decorazione è un’ennesima prova di savoir-faire dei maestri incisori della Casa, certo, ma non solo. È anche un ulteriore modo per sottolineare l’importanza della creazione, se mai ce ne fosse bisogno…

  • Tonda PF Sport, il piacere del tempo libero secondo Parmigiani Fleurier

    Tonda PF Sport, il piacere del tempo libero secondo Parmigiani Fleurier

    «La collezione Tonda PF esiste dal settembre 2021 ed è nata con il micro-rotore e uno stile molto elegante. Sportivo ma elegante. Ora abbiamo voluto dare al cliente della PF un’esperienza più da weekend, più da tempo libero». Così Guido Terreni, Ceo di Parmigiani Fleurier, mi raccontava il Tonda PF Sport durante la presentazione della nuova linea alla stampa, la scorsa settimana a Milano.

    «È un oggetto che si può usare in totale libertà, che va in acqua (l’impermeabilità raggiunge le 10 atmosfere, come tutta la collezione, ndr). Ma non è pensato per l’agonismo, le performance, le competizioni. Piuttosto per il fine settimana, per quei momenti di tranquillità e di relax da trascorrere magari immersi nella natura, da dedicare alle proprie personali passioni. Che sia il mare o la moto, come nel mio caso…». Quello che gli inglesi chiamano leisure, per intenderci, che ha in sé l’idea di svago, di attività ricreative, perfino di ozio… In una parola, di vacanza.

    La coerenza della diversità

    Il Tonda PF Sport «è la versione sportiva della PF e chiude il cerchio della gamma, facendo evolvere il suo predecessore Tonda Gt», continua Terreni. «Gli stilemi estetici sono gli stessi della PF, ma con delle nuance che ne esaltano uno stile più dinamico. Vi si ritrova infatti un’estrema coerenza ma anche molta differenziazione. A cominciare dalla struttura del design: il logo PF a ore 12; gli indici piccoli, rivestiti di materiale luminescente nero, posti all’esterno per “aprire” il quadrante; o ancora la minuteria a un livello più basso rispetto al guilloché… Ma ecco che invece del classico grain d’orge c’è un disegno più geometrico, triangolare».

    «La lunetta poi non è più in platino, nello sportivo non serve… E ha una dentatura meno fitta: nella PF ci sono 225 scanalature, qui ce ne sono 160». Il che dona all’orologio un po’ più di “corpo”, un effetto visivo di maggiore impatto e robustezza. «Poi, ora abbiamo la corona a vite, più spessa e più importante. E, dal fondello, si vede la massa oscillante ispirata al volante di un’auto GT degli anni Sessanta». Un dettaglio che evoca velocità e dinamismo, con qualche risvolto emotivo.

    Infine, il cinturino: «Un elemento molto distintivo è il caucciù. Nella PF avevamo il bracciale in metallo o il cinturino in alligatore, qui abbiamo un cinturino in caucciù costruito come un cinturino in pelle». Niente a che vedere con i soliti cinturini in gomma semplici e spartani, costruiti a iniezione in uno stampo («una soluzione economica che non dà affatto una sensazione di lusso, ma solo di praticità»).

    È invece un cinturino dalle finiture di qualità, cucito a mano: «È formato da tre elementi in gomma. A contatto con la pelle c’è una gomma liscia, vulcanizzata, molto piacevole al tatto. All’esterno, una finitura in Cordura. E un’anima centrale, per dare spessore e far sì che si possa integrare perfettamente alla cassa». Non si tratta infatti di un cinturino dall’aggancio flessibile, ma rigido: non scomodo né pesante, piuttosto strutturato, ancorato alla carrure, così da sentirlo ben aderente quando lo metti al polso.

    Il Tonda PF Sport Chronograph

    Le caratteristiche descritte finora si riscontrano in tutti gli esemplari della nuova collezione. Il Tonda PF Sport, infatti, è declinato in quattro referenze: con cassa in acciaio o in oro rosa, in versione cronografo oppure “tre sfere” (ore-minuti-secondi). I diversi modelli hanno in comune anche i colori sobri, tipici di Parmigiani Fleurier: il quadrante argenté a contrasto con il cinturino in caucciù e soprattutto con i contatori cronografici neri. Il che ne fa un crono panda – con tutto ciò che la definizione comporta.

    Il Tonda PF Sport Chronograph ha la cassa di 42 mm di diametro, ed è equipaggiato da un movimento meccanico a carica automatica, ovviamente di manifattura. Proprio questa è la differenza più importante rispetto al cronografo Tonda GT da cui deriva (per saperne di più, si può rileggere quanto abbiamo già scritto in passato). Quello montava un movimento modulare nella versione acciaio, e un altro calibro di manifattura ma con grande datario nella versione in oro rosa.

    Qui invece c’è il calibro PF070. Un cronografo integrato con ruota a colonne e innesto verticale, il dispositivo più sofisticato (e costoso) per la gestione delle funzioni crono, tipico dell’alta orologeria. Ed è anche un movimento ad alta frequenza. Il bilanciere cioè lavora a 36.000 alternanze orarie (5 Hz) ed è quindi in grado di misurare il 10° di secondo. In questo caso la misurazione delle frazioni di secondo – tramite lancetta centrale sul quadrante – risulta perciò coerente con gli indici che suddividono la scala dei secondi. Sembra ovvio, ma non lo è: stiamoci attenti, non succede in tutti i cronografi.

    Da segnalare anche l’autonomia, che a piena carica raggiunge le 65 ore e influisce positivamente sulla costanza di marcia. Tant’è che il calibro PF070 ha superato brillantemente i test del Cosc e ottenuto il certificato ufficiale di cronometro.

    Il Tonda PF Sport Automatic

    Forse meno d’effetto ma proprio per questo apprezzata dai veri intenditori, la versione “solo tempo” rimanda più alla collezione PF che alla GT. Rispetto a quest’ultima, infatti, perde l’indicazione dei piccoli secondi su doppia scala al 6 e la Grande Date, per acquisire il datario a ore 6 e la lancetta centrale dei secondi – «la forma più sportiva di leggere il tempo», commenta Terreni –, che nella PF non c’era. La cassa del Tonda PF Sport Automatic misura 41 mm di diametro e ospita appunto un movimento meccanico a carica automatica.

    Il calibro PF770 è lo stesso che si ritrova nel Tonda PF 36 mm (di cui ci siamo occupati qui), ma arricchito come dicevo del datario. Sempre progettato e costruito “in casa”, vanta un doppio bariletto in grado di assicurare un’autonomia di 60 ore. Qui il bilanciere lavora alla più consueta frequenza di 28.800 alternanze orarie. Il rotore centrale ovviamente comporta uno spessore maggiore rispetto al calibro con micro-rotore. Cosa tutt’altro che negativa: perché infonde un senso di robustezza e risulta del tutto coerente con la vocazione sportiva dell’orologio.

    La mia opinione

    Quello che mi ha colpito, quando ho toccato con mano i diversi esemplari del Tonda PF Sport, è la ricchezza di dettagli della costruzione. Che io ho avuto la fortuna di notare sotto l’indicazione di Terreni, ma che probabilmente il futuro possessore scoprirà poco per volta, nel corso del suo rapporto quotidiano, quasi intimo con l’orologio. «Non è un oggetto che ti dice tutto al primo sguardo», conferma l’Amministratore delegato. «È fatto di dettagli che scopri portandolo giorno per giorno e che non ti stancano. Appartengono a un gusto che dura nel tempo e fanno sì che l’orologio diventi il tuo compagno di vita». Un compagno di vita in grado non solo di stare con te per sempre, ma perfino di sopravviverti. Non è questa del resto l’essenza dell’alta orologeria?

  • 8 Jours Grande Taille, un “classico” riaggiornato di Eberhard & Co.

    8 Jours Grande Taille, un “classico” riaggiornato di Eberhard & Co.

    «È in produzione da più di 25 anni: e dopo una così lunga permanenza in catalogo, meritava un aggiornamento». Ecco cosa mi diceva durante una recente chiacchierata Mario Peserico, Amministratore delegato di Eberhard Italia, riguardo al nuovo 8 Jours Grande Taille, presentato la scorsa primavera al “Fuorisalone” di Ginevra e da poco nei negozi. Un grande classico di Eberhard & Co., riaggiornato quest’anno da un restyling che lo ha reso più elegante e d’impatto, senza intaccarne l’intramontabile design.

    Un po’ di storia

    Nato nel 1997 da un’intuizione di Palmiro Monti, a quel tempo patron della Casa svizzera, l’orologio prende il nome proprio da una caratteristica fino ad allora appartenuta agli antichi calibri da tasca: l’autonomia di 8 giorni. Oggi siamo abituati ai 3, perfino ai 5 giorni, e dire “8 giorni” non ci fa un grande effetto. Ma alla fine del secolo scorso un’autonomia così lunga era quasi inconcepibile: a quell’epoca i movimenti meccanici, per materiali e tecnologie, arrivavano a stento alle 42 ore e nella migliore delle ipotesi non superavano le 46/48 ore.

    La cosa fu risolta dai tecnici di Eberhard & Co. con l’adozione di un modulo aggiuntivo al calibro di base. Un modulo dedicato a un secondo, grande bariletto e al dispositivo per riportare sul quadrante l’indicazione dell’autonomia residua. La soluzione, messa a punto in anni di sviluppo, fu coperta da brevetto per quanto risultò valida ed efficace. E la meccanica è rimasta tale fino ai nostri giorni, pur con qualche piccolo perfezionamento teso a migliorare l’affidabilità dell’intero meccanismo. Ma rimando i contenuti tecnici a qualche paragrafo qui sotto.

    Nel 2008, l’8 Jours conobbe una sostanziale modifica nelle dimensioni della cassa, che passarono dai 39 ai 41 mm di diametro. Diventò così l’8 Jours Grande Taille che tuttora conosciamo. Immutata restò comunque la configurazione del quadrante: con l’indicazione dell’autonomia residua su una scala graduata al 9, il contatore dei piccoli secondi al 6, l’indicazione delle ore con numeri arabi o numeri romani. Una grafica, insomma, molto “classica”, riflesso di un gusto fedele alla tradizione, per diverse referenze dal lay-out opaco, bianco oppure nero.

    L’8 Jours Grande Tailles 2023

    Quest’anno appunto l’8 Jours Grande Taille ritorna con un inedito quadrante. Rinnovato da un accurato guillochage, alterna la parte centrale e perimetrale frappé all’anello delle ore azuré. E le stesse lavorazioni ritornano poi nel settore dell’autonomia e nel contatore dei piccoli secondi. Declinato nei toni del blu e argenté, o del bianco e argenté con dettagli blu, riporta in ambedue i casi le ore con i numeri romani (anch’essi rivisitati nel formato), le lancette a foglia (anche azzurrate) e il logo vintage al 12.

    Il vantaggio di questa decorazione, a mio parere, è doppio. Da un lato conferisce una maggior enfasi al giro delle ore. Non che l’8 Jours Grande Taille abbia mai avuto problemi di leggibilità – tutt’altro. Ma quanto risaltino i numeri romani è evidente soprattutto nella versione blu (la mia preferita, per quanto poco possa valere questo commento). Dall’altro regala al quadrante stesso un’inattesa profondità, che gli restituisce un senso di compiutezza, un certo “non so che” di naturale e organico, che riempie e ne completa l’estetica senza appesantirla.  

    La meccanica

    Il nuovo 8 Jours Grande Taille, come scrivevo prima, mantiene la meccanica di sempre. Il movimento a carica manuale, calibro 896 come lo chiama Eberhard & Co, è formato da un calibro di base Eta Peseux 7001 e dal modulo della complicazione. Quest’ultimo ospita il secondo grande bariletto, coassiale al primo – per cui si parla di doppio bariletto sovrapposto. Insieme, le molle contenute nei due bariletti raggiungono complessivamente più di un metro e mezzo di lunghezza. Ai 30 centimetri circa della molla originaria, infatti, vanno aggiunti i 125 centimetri della seconda…

    La cosa notevole di questo sistema, semplice ma indubbiamente ingegnoso, sta nel fatto che funziona un po’ come un dispositivo di forza costante. In buona sostanza, infatti, la molla più lunga mantiene armata quella più corta (che poi è quella che trasmette il moto ai ruotismi e quindi allo scappamento), e garantisce quindi un rilascio costante e regolare dell’energia. Il che ovviamente si traduce in un’inappuntabile costanza di marcia sul lungo periodo, cioè nell’arco temporale degli 8 giorni.

    Di contro – a sentire il parere degli orologiai – la costruzione è tale che per poter accedere al bilanciere ed effettuare eventuali regolazioni, bisogna smontare tutto… Ma il problema riguarda semmai il tecnico di laboratorio che esegue l’intervento di manutenzione, non il cliente finale che indossa l’orologio. Siamo sinceri: alla gran parte del pubblico, in fondo, interessa che un orologio sia preciso, robusto e affidabile. E, non per ultimo, abbordabile a livello economico.

    Tutte queste caratteristiche si ritrovano puntuali nel nuovo 8 Jours Grande Taille. Che, a proposito, costa 4.280 euro. Sfido chiunque a trovare di meglio a pari requisiti. Del resto il prezzo rispecchia la reputazione ormai assodata di Eberhard & Co., capace di fare dell’ottima orologeria di tradizione in una fascia accessibile del mercato. Il che non è poco…

  • Multifort Tv Big Date, Mido fa rivivere il design a schermo

    Multifort Tv Big Date, Mido fa rivivere il design a schermo

    Gli anni Settanta furono un periodo di forte rinnovamento culturale, di grandi ideali e di utopie, di progresso tecnologico e “immaginazione al potere”. Anche in orologeria: nacquero allora esemplari creativi e originali, talvolta avveniristici e perfino un po’ folli. Tra le tante forme insolite e fantasiose, si affermarono in particolare quelle a televisore. Un simbolo di modernità, nella comunicazione e nella tecnica – con l’avvento degli schermi a colori che portavano l’intrattenimento a un livello superiore. Lontane dagli azzardi di certi modelli di fascia alta, costosissimi perché difficili da realizzare, le linee a tv si diffusero in tutti i segmenti di mercato. Mido per esempio realizzò il primo orologio di questo tipo nel 1973. Ed esattamente mezzo secolo dopo lo reintroduce nella produzione con il Multifort Tv Big Date.

    Le linee tv

    Fin dalle origini, in realtà, il design a televisore lascia ampia libertà di azione ai progettisti, sebbene abbia una decisa connotazione estetica e temporale. Sostanzialmente si tratta di un rettangolo o di un quadrato dagli angoli più o meno smussati, con infinite variazioni sul tema – a volte sviluppato su una base tipo tonneau, anche sfaccettata. Per capirlo basta guardare i modelli prodotti da Mido nel corso del tempo: almeno un paio nel ‘73, e poi ancora nel 1980 e nel 2000. Proprio da questi precedenti hanno preso spunto e ispirazione i designer di oggi per mettere a punto il Multifort Tv Big Date. Non una riedizione di un esemplare d’antan, quindi, ma un pezzo del tutto nuovo, che rivisita la forma a tv con un gusto e una sensibilità attuali.

    L’orologio risponde a un progetto molto curato, e risulta in definitiva davvero ben riuscito. Notevole l’impatto visivo della cassa: grazie ai 40 mm di diametro, sufficienti da farla notare ma non eccessivi neppure per i polsi più sottili; e grazie alla forma stessa, ben connotata eppure priva della pesantezza di certi modelli del passato. Non scontata la lunetta piatta: quasi a cuscino e con due lievi sporgenze, al 6 e al 12, appena accennate ma abbastanza da “muovere” il profilo. Un trucchetto visivo accentuato dalle finiture, spazzolate sulla superficie orizzontale e lucide su quelle verticali bisellate. Spazzolata anche la carrure, con le spallette di protezione della corona che rafforzano la sensazione di robusta compattezza dell’insieme.

    Il Calibro 80

    Prima di passare a una descrizione più dettagliata dell’estetica, però, mi sembra opportuno dare il giusto spazio alla meccanica e in particolare alla complicazione da cui l’orologio prende nome. Il Multifort Tv Big Date monta infatti il Calibro 80: un movimento a carica automatica, figlio delle ricerche effettuate da Swatch Group per il Sistem 51 di Swatch e parte della stessa “famiglia allargata” del Powermatic 80 di Tissot e dell’H-30 di Hamilton. Un movimento di ultima generazione, che unisce alle 80 ore di autonomia anche la spirale Nivachron, antimagnetica e resistente agli urti. Per evitare di ripetere quanto abbiamo già pubblicato al riguardo, metto il link all’articolo di Augusto Veroni che spiega tutto con estrema chiarezza.

    Qui preferisco spendere qualche riga sul grande datario istantaneo. Si tratta di una complicazione abbastanza semplice, introdotta – secondo la tradizione – da Helvetia nel 1932 e il cui modulo può essere aggiunto su un calibro pre-esistente. Dotato di una serie di ruotismi collegati alla ruota delle ore, è formato da due dischi complanari e affiancati, l’uno che riporta stampate le decine (numeri da 0 a 3 ripetuti due volte), l’altro le unità (da 0 a 9). Nel caso di movimenti industriali, il modulo di solito si adatta al calendario di base e ne modifica la visualizzazione, senza essere energivoro. Problema comunque non sentito dal Calibro 80, vista appunto la lunga autonomia, nonostante lo scatto avvenga istantaneamente (a mezzanotte).

    Le 5 versioni del Multifort Tv Big Date

    Per tornare all’estetica, la cassa a televisore ospita il quadrante dalla profonda spazzolatura che forma una decorazione a righe orizzontali. Ed è declinato in 3 colori dégradé: blu sfumato nero, verde sfumato nero e grigio sfumato antracite. Gli indici applicati puntiformi si alternano agli indici trapezoidali posti ai quarti, e la sequenza è interrotta a ore 12 dal grande datario. La visibilità delle informazioni in qualsiasi condizione di luce è garantita dall’uso di materiale luminescente, a emissione blu-verde. La minuteria scandisce il réhaut.

    Il Mido Multifort Tv Big Date si allaccia al polso con un bracciale in acciaio, ben solido e consistente al tatto, formato da maglie ad H satinate e alternate agli elementi lucidi dei link centrali, con una doppia déployante alla chiusura. In alternativa esiste anche il cinturino in gomma stampata, super-confortevole al polso, con fibbia ad ardiglione. Un pratico e affidabile sistema di intercambiabilità permette di alternare facilmente l’uno all’altro, o di adottare cinturini compatibili in altri colori e materiali. In catalogo, comunque, le diverse versioni del quadrante – accostate all’uso del bracciale o del cinturino – danno vita a 5 referenze, il cui prezzo varia da 1.140 a 1.110 euro.

    Un lancio memorabile

    Concludo con una nota di costume, che di solito tralascio perché ininfluente ai fini della recensione, ma in questo caso talmente azzeccata da aver contribuito al fascino dell’orologio. Il Multifort Tv Big Date è stato infatti presentato alla stampa internazionale, la scorsa settimana, con un evento al Museo della Radio e della Televisione Rai di Torino. Ospitato nel Palazzo Rai di via Verdi, adiacente a uno studio di produzione fra i più grandi in Europa, è uno spazio immersivo (ed esperienziale), di grande suggestione. I cui espositori aperti raccontano a 360° la storia della comunicazione, iniziata con lo sviluppo della telegrafia senza fili, ben prima delle trasmissioni dell’Eiar. Dove, accanto ai tanti modelli di apparecchi radio e tv che si sono susseguiti nel tempo, si trovano oggetti, cimeli e memorabilia che hanno “fatto” l’Italia. E gli italiani.

    Qualche esempio? Dalla Radio Balilla alla Radio Caterina, dal microfono di Nicolò Carosio alla grafica del Telegiornale, dalla cabina di Rischiatutto alle poltrone di Quelli che il calcio, dal trespolo di Portobello fino all’Albero Azzurro… E ancora il costume di Loretta Goggi ne La freccia nera, l’abito del tuca-tuca di Raffaella Carrà, il tailleur di Rosanna Vaudetti per il primo annuncio nella tv a colori… Sprazzi di una memoria storica capaci di far riemergere lontani ricordi personali, almeno nella generazione dei Boomer. Proprio per questo un’esperienza unica ed emozionante. Indimenticabile.

  • Independence per i 5 anni di Norqain. Da poco sbarcato in Italia

    Independence per i 5 anni di Norqain. Da poco sbarcato in Italia

    Qualche mese fa, avevamo annunciato l’istituzione della filiale italiana di Norqain, sotto la guida di Patrizia Aste. Veterana nel mondo delle lancette (ha lavorato per Omega, Blancpain, Zenith, Breitling), la manager in pochi mesi è già riuscita ad avviare la distribuzione, attraverso rinomati punti vendita in un paio di regioni del Nord, con importanti prospettive di crescita. E ora che gli orologi sono fisicamente disponibili sul nostro mercato, è arrivato il momento di parlarne. L’occasione, servita su un piatto d’argento, è data dai 5 anni di attività del Marchio, festeggiati attraverso altrettanti esemplari della linea Independence. Un nome che è già tutto un programma…

    La storia di un family business

    Ma andiamo con ordine. Norqain nasce nel 2018, come azienda a conduzione familiare con sede a Nidau, nel circondario di Biel/Bienne. Agli esordi è un team di sette persone riunito attorno al Ceo Ben Küffer, altro ex Brand Manager di Breitling per lungo tempo, ma in Svizzera. Accanto a lui, co-fondatore e Presidente, il padre Marc Küffer, a sua volta ex Ceo di Roventa-Hanex con alle spalle 45 anni di esperienza nel settore. Nel Consiglio di Amministrazione si trovano anche Ted Schneider, ex Presidente della filiale canadese di Breitling (nonché figlio di Theo Schneider, ex proprietario del Brand di Grenchen), e Mark Streit, leggendario campione svizzero dell’hockey su ghiaccio, insieme al compagno di sport Roman Josi. L’anno scorso, poi, arriva anche un’altra leggenda, almeno dell’orologeria: Jean-Claude Biver, nel ruolo di “consigliere del consiglio”, come lui stesso si è definito.

    Se la squadra non ha bisogno di commenti, i numeri parlano da soli. La start-up innovativa e appassionata oggi è diventata un’azienda di oltre 50 persone, con più di 200 punti vendita in 25 Paesi, tra Europa, Oriente, Canada e Stati Uniti. Conta già anche qualche boutique monomarca: a Zermatt, a Singapore e, di prossima apertura, a Zurigo. Norqain riesce a superare indenne la pandemia e a raggiungere risultati notevoli grazie a una visione chiara del progetto, fin dall’inizio, lontana dalle logiche dei grandi gruppi e basata su valori quali l’indipendenza e la libertà creativa.

    In sintesi, Norqain definisce un design di cassa deciso e identificativo, si serve di partner selezionati per le forniture, sviluppa due movimenti di manifattura in collaborazione con Kenissi, mette a punto un nuovo materiale – il Norteq – a base di fibra di carbonio, e cura tantissimo la qualità dei propri esemplari, rigorosamente Swiss made. Si fa conoscere con partnership di rilievo, sportive come la Maratona di New York e quella di Dubai, o musicali, come la Zermatt Unplugged. E si fa apprezzare, soprattutto dalle giovani generazioni, per la sensibilità verso l’ambiente, comprovata dalla certificazione CO2-Neutral di Swiss Climate, e per le scelte etiche, come l’adozione di cinturini cruelty-free o il sostegno ad associazioni umanitarie. Non per ultimo, stabilisce una fascia di prezzo ben precisa: dai 2mila ai 5mila euro. Difficile, certo, ma con grandi potenziali.

    I nuovi orologi

    Sia chiaro, su Norqain si potrebbe scrivere molto di più. Ma per approfondire le tante curiosità, il sito ufficiale è un’ottima fonte di informazioni dettagliate. A me premeva solo inquadrare il Marchio nella giusta luce… Piuttosto, credo che sia il caso di occuparci in concreto degli orologi, in particolare dei nuovi esemplari della collezione Independence. Una delle tre che compongono il catalogo, insieme ad Adventure e Freedom. Tutti nomi esplicativi di quello che è lo spirito del Brand…

    Cinque i modelli usciti di recente, dicevo, per rendere omaggio all’anniversario. Si tratta di due Independence Skeleton 42mm, un Independence 40mm femminile e altri due Independence 40mm Gradient. Oltretutto, in occasione del loro lancio, è stato presentato anche il primo bracciale in acciaio: il cui punto di forza è il sistema di microregolazione, che permette di adattarlo al polso con un’escursione fino a 9 mm e senza l’ausilio di alcuno strumento. Pratico e soprattutto comodo, verrà poi adottato anche nelle altre collezioni.

    Gli Independence 40mm

    Partiamo dai due Independence 40mm Gradient. Qui Norqain strizza l’occhio a una delle tendenze più affermate degli ultimi tempi e, per la prima volta, realizza orologi con il quadrante dai colori sfumati, nei toni del verde e del blu. Degna di nota però è la finitura graffiata del quadrante stesso: realizzata a mano, quindi ogni volta diversa, rende unico ogni esemplare. Il che significa dare ulteriormente valore all’idea di individualità, già ribadita – in tutti i Norqain – dalla possibilità di personalizzare il proprio orologio al momento dell’acquisto. Sul lato sinistro della carrure, infatti c’è una targhetta che può essere incisa a mano con la scritta desiderata. Ma non divaghiamo…

    Negli Independence 40mm Green Gradient o Brown Gradient, la cassa in acciaio misura appunto 40 mm di diametro ed è impermeabile fino a 10 bar. Il movimento automatico è il calibro NN08, ovvero un Sellita SW200-1 personalizzato nella massa oscillante (visibile attraverso il vetro zaffiro del fondello), nella versione certificata cronometro dal Cosc. Da sottolineare l’uso del Super-LumiNova X1 sulle lancette scheletrate e sugli indici applicati, più leggibile e con prestazioni superiori fino al 60% rispetto al grado standard. Entrambe le versioni dell’orologio sono dotate del nuovo bracciale e hanno un prezzo al pubblico di 2.790 euro. In alternativa, con un cinturino in caucciù nero prodotto da Biwi, costano 2.540 euro.

    Poi c’è l’Independence 40mm Mint Mop with Diamonds (dove Mop sta per mother of pearl, madreperla in inglese, a indicare il materiale del quadrante, qui color verde menta). Identico ai suoi omonimi per le caratteristiche tecniche, si distingue proprio per i dettagli preziosi che ne stabiliscono la vocazione femminile. Non che gli Independence Gradient non siano adatti al pubblico delle signore, tutt’altro… I 40 mm sono una dimensione perfetta per la maggior parte dei polsi delle donne. Ma i diamanti taglio brillante incastonati sulla lunetta e agli indici ne definiscono senza ombra di dubbio la destinazione d’uso.

    Gli Independence 42mm Skeleton

    Termino con le due nuove referenze della versione scheletrata, lanciata con successo nel 2020 e ’21. Al top si trova l’Independence Skeleton 42mm Dlc, con cassa e bracciale interamente anneriti dal rivestimento Diamond Like Carbon, particolarmente resistente ai graffi. Il movimento è sempre il calibro NN08 ma nella variante S, che sta per squelette appunto (quindi il Sellita SW200-1S). A detta dei progettisti, la struttura scheletrata si basa sui principi architettonici delle costruzioni a trave, dove due bracci sostengono ogni elemento portante. Il che conferisce al movimento una connotazione robusta e razionale nelle geometrie. Il prezzo di questo esemplare è 4.450 euro.

    Infine c’è l’Independence Skeleton 42mm Blue. Anche qui, da segnalare le belle finiture della cassa in acciaio: lucide, spazzolate e sabbiate (come nello Skeleton Dlc, ma priva di trattamento di superficie). La leggibilità di lancette e indici in questo caso è migliorata dai profili in lacca blu (dorati nel precedente), oltre che dal Super-LumiNova X1. Piccoli dettagli, è vero, ma indicativi della cognizione con cui è stato progettato l’orologio. Lo stesso colore si ritrova nel cinturino in caucciù, prodotto sempre da Biwi. Non ancora in vendita ma già disponibile in pre-ordine, l’Independence Skeleton 42 mm Blue costa 3.740 euro.

  • Carillon Tourbillon Biver, la nuova avventura di Jean-Claude e Pierre

    Carillon Tourbillon Biver, la nuova avventura di Jean-Claude e Pierre

    Jean-Claude Biver lo aveva annunciato alla Radio Télévision Suisse, nel febbraio del 2022: avrebbe creato un proprio brand, un brand con il proprio nome. E pare che due ore dopo un avvocato ginevrino ne abbia depositato il marchio e il logo. Detto-fatto. A poco più di un anno di distanza, non solo la marca JCBiver è diventata una realtà, ma ha già dato risultati concreti. Il 26 marzo scorso – il giorno precedente l’apertura di W&W, con l’orologeria che conta riunita a Ginevra –, nel nuovo atelier/fattoria in quel di Givrins, tra Ginevra e Losanna, c’è stato il lancio del Carillon Tourbillon Biver. La prima creazione presentata dal celebre manager insieme al figlio Pierre.

    Alta orologeria allo stato puro, di più: altissima orologeria (ammesso che si possa dire). In pratica un ripetizione minuti con dispositivo tourbillon, il movimento sviluppato ad hoc, la cassa e il bracciale in oro rosso o in titanio (anche bicolore), il quadrante in pietra dura, le finiture maniacali. Super-esclusivo, pochissimi esemplari previsti e un prezzo base di 520mila euro. Un punto di incontro fra generazioni, perché sembra che i due Biver ci abbiano messo ognuno del suo: il primo forte di una carriera lunga 50 anni; il secondo carico dell’energia e della voglia di spaccare il mondo che solo un ventiduenne può avere. Ma è anche, secondo me, il lascito di una generazione a un’altra. E in definitiva un atto d’amore, non solo da padre a figlio, ma verso l’orologeria stessa.

    Jean-Claude e Pierre

    Del resto, Jean-Claude Biver lo aveva detto chiaramente, in quel programma radio. L’età della pensione non lo aveva affatto spento, anzi: era l’ennesima sfida che si apprestava ad affrontare, consapevole del proprio valore. «Il mio nome è prezioso, credibile e conosciuto… La passione non è qualcosa che se ne va con la pensione: pensione significa che la tua posizione se ne va, ma non la tua passione. Ho molto da trasmettere e voglio trasmetterlo».

    E il suo curriculum non lascia dubbi: gli esordi da Audemars Piguet, i tanti anni alla guida di Blancpain con Jacques Piguet, poi le esperienze in Swatch Group e da Omega, il passaggio a LVMH, prima da Hublot e poi a capo dell’intera orologeria del Gruppo, fino al recente ruolo di consigliere del CdA di Norqain. Non per niente alla presentazione del Carillon Tourbillon Biver, Monsieur Jean-Claude ha parlato degli ultimi (in senso temporale) 5 minuti di un lungo percorso.

    Molto più brevi ovviamente i trascorsi professionali di Pierre: prima la laurea in economia politica alla Hec di Losanna (Hautes Etudes Commerciales), poi la collaborazione di due anni con Perpetual, la divisione di vendita privata di orologi nella sede londinese di Phillips Auctioneers. Lì deve aver imparato a conoscere il mondo del collezionismo, cosa vogliono i grandi collezionisti e cosa cercano nelle marche indipendenti. E lì deve essere nata l’asta che ha disperso quattro pezzi rari della raccolta paterna.

    Comunque il ragazzo sembra avere già le idee chiare, e parecchio da dire – a quanto si legge sulla cartella stampa del Carillon Tourbillon Biver. Dieci pagine di presentazione, con tanto di doppia intervista per spiegare – nero su bianco – intenti e valori del nuovo marchio.

    Un’esperienza personale

    Ricordo, tanti anni fa a Baselworld, di aver assistito a un’intervista (quella volta di persona) fatta da Augusto Veroni a Jean-Claude Biver. I due – che si conoscono da una vita e hanno trascorsi di amicizia – chiacchierarono del più e del meno per un’oretta. Ma parlarono di orologi e orologeria solo per pochi minuti. Per il resto spaziarono in lungo e in largo, e si raccontarono tutt’altro: considerazioni sulla vita, sul futuro, sui propri principi etici.

    Parlarono di massimi sistemi in totale libertà, senza filtri, costringendomi a fare una specie di “surf mentale” (come l’ho sempre chiamato io), da cui uscii un po’ sconvolta e quasi commossa per le corde interiori che erano riusciti a toccare. Inutile dire che il testo poi pubblicato rispecchiava solo una minima parte di quanto si erano detti, ma risultò comunque straordinariamente profondo.

    Un’anima artistica

    Personaggio carismatico, autorevole e istrionico, grande affabulatore, talvolta perfino eccessivo, Jean-Claude Biver nella cartella stampa racconta di sé, del proprio marchio e del nuovo orologio con quella stessa lucidità e sincerità che ho riscontrato allora. Riporto qualche stralcio, tanto per capirci: “Quello che vorrei portare al mondo dell’orologeria è l’anima. Voglio che il mio marchio si occupi non solo della tecnica orologiera, ma anche dell’arte orologiera. L’arte orologiera, come tutta l’arte, porta in sé un’anima e quest’anima viene trasmessa all’oggetto dall’artista…».

    E ancora: «Gli artisti sono quelli che lavorano con me. Sono io a decidere dove fare il fuoco e con quale legno lo faremo, ma non sarò io ad accendere il fuoco. Sceglierò una radura al riparo dal vento, senza pericolo, porterò la legna ma saranno gli altri a fare il fuoco. Il mio ruolo è più simile a quello di un direttore d’orchestra che a quello di un primo violino. Non so suonare uno strumento, ma so come armonizzare i suoni degli uni e degli altri. Da cinquant’anni, non sono mai stato altro…».

    Un lavoro d’équipe

    In particolare, mi ha colpito la totale trasparenza riguardo alle maestranze e a tutte le persone che hanno collaborato in qualche modo a questo progetto. Dal design al packaging, dal fabbricante dei quadranti al produttore delle fibbie, dall’ufficio stampa a chi si occupa degli eventi, ciascuno è citato senza riserve. Una specie di “date a Cesare quel che è di Cesare”, a suddividere equamente la gloria del risultato. E lo stesso Biver padre spiega: «Noi ci riforniamo dove meglio ci conviene, dove troviamo la migliore qualità». «Abbiamo voluto raggruppare i migliori e farli intervenire, ciascuno nel proprio settore di competenza, durante tutto il processo produttivo», gli fa eco Biver figlio.

    Non per nulla l’impresa JCBiver è stata paragonata al sistema degli antichi établisseur – il classico modello proto-industriale in cui un imprenditore ordinava a una fitta rete di subappaltatori i vari componenti degli orologi, che poi assemblava nei propri laboratori. Così, negli atelier di Givrins, oggi lavorano due orologiai e uno specialista della decorazione sotto la guida di François Perez (Direttore di produzione), i quali sono in grado di realizzare 18 esemplari l’anno. Ovvero la tiratura limitata del Carillon Tourbillon Biver. Ma se tutto va come deve andare, l’anno prossimo la produzione dovrebbe raggiungere i 50 esemplari. Oltretutto già si pensa ai modelli futuri: un calendario perpetuo e un cronografo, con i loro significati simbolici. Ma non andiamo troppo avanti nel tempo, vedremo.

    Il Carillon Tourbillon Biver

    Intanto c’è questo nuovo Carillon Tourbillon Biver. La cassa, in titanio grado 5 o in oro rosso, è stata realizzata da Efteor, una società con sede a Bssecourt. A occuparsi della meccanica invece Le Cercle des Horlogers, un’azienda specializzata in movimenti basata a Hauts-Geneveyes, sempre nel Giura Valdese (mentre per i prossimi movimenti si parla di Dubois-Depraz). Il calibro JCB-001, a carica automatica, è appunto un ripetizione minuti con carillon, ovvero monta tre martelletti per percuotere i gong invece dei consueti due, così da avere sonorità più ricche. La scelta di questa complicazione rimanda alla storia dell’orologeria della Vallée de Joux, e soprattutto alla figura di Louis-Elysée Piguet (nonno di Jacques), cui Jean-Claude sembra essere particolarmente legato.

    Per chi vuole saperne di più, nelle didascalie qui sopra sono elencati altri dettagli meritevoli di attenzione. Qui preferisco sottolineare il livello di finitura di tutti i componenti, visibili e invisibili, fino all’ultima vite. Proprio per dare importanza a questo aspetto tutt’altro che secondario, i Biver hanno istituito il Punzone JCB, un marchio di qualità che ha l’obiettivo di promuovere il livello più alto delle finiture nell’artigianato orologiero. Un capitolato che riempie quattro pagine di caratteristiche tecniche, dall’habillage alla meccanica. Una sorta di certificato che assicura l’esecuzione del lavoro manuale nel pieno rispetto delle tradizioni elvetiche dell’orologeria. E tre anni di garanzia per ogni esemplare.

    Concludo con una nota sulla distribuzione. Il Carillon Tourbillon Biver sarà in consegna da settembre. Ma, proprio per la produzione limitatissima, la distribuzione globale avverrà attraverso un solo distributore per regione: Bucherer per l’Europa, Ahmed Seddiqi & Sons a Dubai, Yoshida in Giappone, The Hour Glass a Singapore, Material Good negli Stati Uniti. Noi comuni mortali dobbiamo accontentarci di vederlo dietro uno schermo, ma possiamo avere maggiori informazioni sul sito ufficiale. Giusto per sognare un po’.

  • Lion Astroclock: il tempo simbolico di Chanel

    Lion Astroclock: il tempo simbolico di Chanel

    Non solo esemplari da polso. Negli ultimi anni l’orologeria Chanel ogni tanto divaga dal proprio corso principale, per concedersi qualche artistica digressione nell’ambito degli orologi da tavolo. Penso, per esempio, alle varie pendulette Coco Clock, Lion o Mademoiselle Privé, ma più ancora al Chronosphere, realizzato con la manifattura L’Epée nel 2018. Non stupisce quindi il nuovo Lion Astroclock, presentato in questa edizione di Watches and Wonders Geneve, in tema con l’intera collezione 2023, Interstellar. O meglio, stupisce eccome: ma non per il genere cui appartiene, piuttosto per come è fatto.

    Omaggio a Gabrielle Chanel

    A prima vista sembrerebbe quasi un planetario, in realtà è un “solo tempo” estremamente scenografico. In pratica si tratta di una base con una scultura a forma di leone, sovrastata da una grande boule trasparente che racchiude il movimento e il display dell’orologio. Display e non quadrante, dato che un quadrante vero e proprio non esiste. Al suo posto c’è invece una sfera nera rotante simile a un pianeta, decorata da una stella di diamanti che indica l’ora. Mentre i minuti sono riportati da una lancetta che riprende la forma della costellazione del Leone e ruota lungo l’equatore celeste, i secondi sono rappresentati da un cristallo di rocca tagliato a briolette, il cui moto segnala l’effettivo funzionamento dell’orologio.

    Bene. Chiunque abbia una minima conoscenza dell’orologeria Chanel avrà già capito che gli elementi compresi nel Lion Astroclock non sono affatto casuali. Fanno tutti riferimento a Mademoiselle Coco, a ciò che credeva, a ciò che amava, agli oggetti di cui si circondava. Donna di cultura, accanita lettrice di classici e testi di spiritualità, affascinata dall’esoterismo (interesse trasmessole da Boy Chapel, il grande amore della sua vita), Gabrielle Chanel era un’esteta che coltivava il proprio gusto nei circoli degli artisti. E fin da giovane si costruì un mondo fatto di segni, simboli, misteri. Come ha scritto la nipote Gabrielle Palasse-Labrunie: “Senza simboli non c’era nulla… I simboli erano ovunque: nelle sue convinzioni, nel suo appartamento, nei suoi gioielli e portafortuna, nel suo stile”.

    (S)oggetti del cuore

    A cominciare dall’animale feticcio, il Leone. Perché Mademoiselle Coco era nata il 19 agosto e il Leone era il suo segno zodiacale. Ma più ancora era un richiamo alla sua amata Venezia. Una città visitata in un periodo difficile, con l’amica Misia e il marito di lei, Josep Maria Sert, che le aveva fatto da guida fra le opere dei grandi maestri della pittura, i mosaici bizantini, gli splendori architettonici. Affascinante e misteriosa, con il suo dedalo di calli e canali sorvegliati dall’emblematico Leone di San Marco, la Serenissima fu per lei come un balsamo lenitivo. E divenne fonte d’ispirazione senza fine per la grande couturière, che cercò di ricrearne la magia anche nei suoi spazi privati. Così, nello studio al 31 di rue Cambon dove trascorreva le giornate, il Leone è ancora oggi onnipresente, dipinto o scolpito in pietra, marmo, bronzo.

    E poi gli astri: le stelle, la luna, il sole, le costellazioni. I soggetti della preziosissima collezione Bijoux de diamants, l’unica di Alta Gioielleria creata da Mademoiselle Coco e lanciata nel 1932. Una cinquantina di pezzi unici, coi diamanti montati nel platino e nell’oro giallo, per un valore di 20 milioni di franchi dell’epoca. Una collezione ispirata dalla sua passione per l’astrologia o semplicemente dal cielo sopra Parigi. La leggenda racconta che, in una notte stellata, mentre Mademoiselle camminava negli Champs-Elysées, guardò in alto e disse: “Voglio rivestire le donne di stelle…”. E così fece. Tra l’altro creò esemplari celeberrimi – tipo il collier Comète – che hanno fatto la storia del costume. E sono rimasti a fondamento delle creazioni della Maison fino ai nostri giorni, reinterpretati in innumerevoli pezzi ogni volta diversi. Così come il Leone, del resto.

    E ancora le cifre arabe. Gabrielle Chanel credeva nella numerologia e aveva eletto il 5 come proprio numero fortunato. Nel suo universo quasi cabalistico il 5 aveva il significato della perfezione, ma rappresentava anche la volontà, l’intelligenza, la genialità che conducono all’evoluzione, al progresso, all’ascesa interiore.
    Infine il cristallo di rocca. Un materiale amato da Mademoiselle per la trasparenza, in quanto simbolo di purezza – caratteristica essenziale, insieme all’opulenza, della sua estetica. Nell’appartamento parigino lo si ritrova in numerosi complementi d’arredo: dagli elementi dei lampadari ai decori degli specchi ottagonali, fino alle sfere di cristallo. Oggetti quasi sempre presenti in coppia, per rispettare quell’ordine di equilibrio e simmetria che governa tutte le stanze.

    Le caratteristiche del Lion Astroclock

    In quest’ottica dunque i diversi componenti del Lion Astroclock assumono un particolare senso e valore. E il Direttore dello Studio de Création Horlogerie de Chanel Arnaud Chastaingt li ha miscelati, distillati in un design modernissimo, quasi futuristico. Per intenderci, il grande felino si trova al centro di un’architettura essenziale: un telaio a forma di parallelepipedo in ottone, prodotto con una fresatrice per ottenere il massimo della precisione di taglio, annerito con un trattamento di superficie e infine lucidato. A sua volta, il Leone è composto da tre parti: il corpo, la coda, la palla sotto la zampa. Anch’esse fatte interamente di ottone, lavorato (o meglio sfaccettato) a macchina e poi annerito.

    La parte superiore invece è una sfera di cristallo di estrema qualità e del tutto priva di imperfezioni, quasi fosse vetro ottico (in realtà è in vetro zaffiro). La boule, dall’aspetto leggerissimo e arcano, è attorniata da una struttura circolare, simile a un anello di Saturno. Non un semplice decoro. Serve per far ruotare la sfera su se stessa e avere così accesso al sistema a chiave funzionale alla ricarica e alla rimessa all’ora. All’interno racchiude una sorta di microcosmo o realtà parallela, in cui il pianeta nero rotante compie un giro completo in 12 ore. La stella fissa – una cometa molto simile all’omonimo collier – è in oro bianco tempestato di diamanti taglio brillante, di diversa caratura (per un totale di 0.70 ct).

    Al di sotto si staglia la costellazione del Leone, formata da 9 diamanti taglio brillante (1.60 ct) incastonati alle estremità di segmenti in metallo. La stella in corrispondenza della coda, chiamata Denebola nelle mappe celesti, indica i minuti riportati sulla circonferenza interna. Ovviamente l’intera costellazione compie una rotazione completa su se stessa in 60 secondi. Quanto ai secondi, invece, sono sostituiti – come dicevo – da un grande cristallo di rocca interamente sfaccettato, tagliato a briolette. La rotazione su se stessa della gemma non indica il tempo trascorso, ma permette di intuire a colpo d’occhio se l’orologio è in funzione.

    Il calibro del Lion Astroclock

    Alla particolare visualizzazione corrisponde un altrettanto particolare movimento. Concepito e disegnato dai progettisti dello Studio de Création Horlogerie de Chanel, ha richiesto tre anni di sviluppo dall’ideazione al primo prototipo. Ed è stato sviluppato e realizzato dalla manifattura L’Epée 1839: specializzata proprio in calibri per orologi da tavolo, è tra le poche in grado di dar vita a simili “sculture orologiere cinetiche”. Il suo operato è ben chiaro in alcuni precedenti creati per le “macchine” di MB&F: come The Starfleet (ispirata alla stazione spaziale Deep Space Nine di Star Trek), la Medusa, o ancora i robottini Sherman, Melchiorre o T-Rex.

    A carica manuale, il calibro del Lion Astroclock ha un’autonomia di 8 giorni. Non dev’essere stato facile per i progettisti della Manifattura venire a capo di una serie di questioni imposte dalla complessa architettura. La lancetta dei minuti, per esempio, è un’intera struttura rotante che deve aver posto non pochi problemi in termini di peso e di bilanciamento dei componenti, oltre che di consumo energetico. La lunghezza dei singoli segmenti e il fatto che l’intera struttura sia incastonata con 9 diamanti, poi, ha comportato la selezione di un metallo leggero, ma rigido e resistente. I tecnici della Maison quindi hanno optato per una lega specifica di rame-berillio, con un’ottima resistenza meccanica e dalle proprietà comparabili a quelle di certi tipi di acciaio.

    Un segno distintivo del movimento, comunque è l’impianto verticale, sorretto da pilastri e da grandi ponti circolari, anch’essi anneriti da un trattamento di superficie. Questi ultimi basterebbero da soli a definire la paternità della meccanica, perché riflettono la costruzione del Calibre 1 che equipaggia il Monsieur. Cioè il primo movimento in-house di Chanel, caratterizzato proprio da un ponte centrale. Per la cronaca, devo aggiungere che il simbolo dell’Alta Orologeria della Maison è proprio un Leone.

    Conclusioni

    L’eccezionalità della creazione si riflette anche nella tiratura estremamente limitata: il Lion Astroclock è prodotto in 5 esemplari destinati a un pubblico di fortunati collezionisti. Il prezzo di vendita si aggira attorno ai 390mila franchi svizzeri. Solo per pochi, amanti degli oggetti d’arte.

  • Jean-François Mojon e le meccaniche di Cyrus

    Jean-François Mojon e le meccaniche di Cyrus

    La quiete prima della tempesta. Tutto tace, in orologeria, tutto è fermo (o almeno così sembra: ma sappiamo che dietro le quinte c’è una generale agitazione). Viviamo in un mondo e in un tempo sospeso, in attesa dei fuochi d’artificio di Watches & Wonders di fine mese, quando finalmente sarà svelato ciò che bolle in pentola da mesi (anni?). Sembra quindi il momento giusto per guardarsi indietro, analizzare il passato, pensare a quanto è stato prodotto finora. Oltretutto tracciare una specie di bilancio può essere utile per immaginare in proiezione quello che vedremo, per non arrivare impreparati a Ginevra. Noi lo abbiamo fatto con Cyrus Genève, consapevoli che proprio dal segmento degli indipendenti molto spesso arrivano le novità più interessanti. E ne abbiamo parlato con Jean-François Mojon, il maestro orologiaio che ha creato gli esemplari del marchio.

    Breve digressione su di lui. Jean-François Mojon è un nome noto fra gli addetti ai lavori. Ingegnere di formazione, prima ha lavorato in Omega e poi è stato a lungo Direttore tecnico in IWC. Nel 2005 ha aperto Chronode, atelier al servizio delle marche orologiere alto di gamma per la costruzione di movimenti complicati. Nel tempo, Jean-François Mojon ha firmato una serie di esemplari memorabili: dall’Opus X di Harry Winston al Meccanico di De Grisogono, dal regolatore di HYT al Sequential One di MCT fino agli Arceau L’Heure de la Lune e Le Temps Voyageur di Hermès, solo per citarne alcuni. Ma con Cyrus Mojon ha un rapporto speciale, perché Chronode e la Maison ginevrina condividono lo stesso partner finanziario. Benché le due aziende mantengano la propria autonomia e indipendenza, quindi, hanno una stretta relazione.

    Può raccontarci la genesi degli orologi che ha realizzato per Cyrus? Quali sono le fonti di ispirazione, le esigenze, le idee da cui è partito per svilupparli?
    «Il principio guida di tutti i nuovi sviluppi è l’innovazione. Partiamo da una funzione o da una configurazione visiva nota, con l’obiettivo di trattarle in modo originale e con un reale valore aggiunto per il cliente finale. Le fonti di ispirazione sono molteplici: principi meccanici che possono essere trasposti in orologeria, riflessioni sulla visualizzazione delle indicazioni sul display, estetica in collaborazione con i nostri designer, eccetera. La fase di creazione è esaltante: si parte da un foglio bianco o da un brief e ci si pone pochi o nessun limite. L’obiettivo è produrre il maggior numero possibile di idee, che vengono via via selezionate e perfezionate per arrivare al concetto scelto».

    Come è impostato il rapporto con i designer di Cyrus nella messa a punto di un nuovo modello?
    «Partendo dal concetto di base pensato, c’è una collaborazione molto stretta con il designer durante tutto il percorso di realizzazione. La premessa alla base dello sviluppo è che “la forma segue la funzione”».

    Entriamo nel dettaglio: prendiamo in considerazione quattro orologi del catalogo di Cyrus (escluso il Klepcys Chrono Dice, cui abbiamo già dedicato uno specifico approfondimento). Può commentare le soluzioni tecniche più innovative dei relativi calibri? A partire dal Klepcys Moon, un insolito fasi di Luna con una rappresentazione in 3D del nostro satellite…
    «Ogni movimento richiede soluzioni specifiche. Per il Klepcys Moon sono stati depositati due brevetti relativi all’indicazione dell’ora e della data in un tema di espressione “tridimensionale”».

    Passiamo al Klepcys Alarm, uno svegliarino dotato della tipica suoneria di una ripetizione minuti…
    «Anche il Klepcys Alarm riflette le innovazioni di Cyrus: tutte le funzioni (ad eccezione dell’On/Off) sono raggruppate sulla corona a ore 3 per motivi ergonomici. La sveglia può essere impostata su un intervallo di 24 ore e in entrambe le direzioni, con un elevato livello di precisione. Infine, naturalmente, è stata prestata particolare attenzione alla qualità del suono utilizzando un martello e un gong».

    Quindi il GMT Retrograde, un secondo fuso orario che offre una particolare visualizzazione dell’ora di casa…
    «Per quanto riguarda il GMT Retrograde, al centro delle nostre riflessioni c’è stato un approccio che punta alla semplicità e all’ergonomia. Ad esempio, abbiamo privilegiato l’indicazione dell’ora locale come principale, con la correzione mediante una semplice pressione sul pulsante a ore 9 per motivi pratici: l’orario del luogo in cui ci si trova è sempre quella che appare per prima. L’indicazione dell’ora di casa (secondo fuso) di 24 ore è retrograda, il che permette di distinguerla da una lettura standard di 12 ore a 360°».

    Infine il Klepcys Vertical Tourbillon, con quella grande gabbia posta al centro del quadrante in posizione ortogonale: oggettivamente una prima assoluta per l’intera orologeria.
    «Per il Klepcys Vertical Tourbillon, la gestione della doppia funzione retrograda (ore e minuti) è particolare: è necessario garantire che i salti delle lancette a ore 12 siano simultanei».

    Quali sono invece le difficoltà maggiori che ha incontrato nel loro sviluppo? Per esempio: nel Klepcys Vertical Tourbillon, la rotazione di 90° del tourbillon deve aver creato una serie di problemi…
    «Le sfide sono di vario tipo: soddisfare le funzioni previste entro gli spazi e i dettagli estetici definiti, garantire un’affidabilità ottimale, gestire le interfacce con la cassa, ecc. La modifica a 90° della trasmissione per il Klepcys Vertical Tourbillon è stata oggetto di simulazioni e prove pratiche. Ogni volta che una soluzione tecnica è nuova, ci assicuriamo in anticipo della sua fattibilità. Il prototipista orologiaio esegue tutti i test funzionali e suggerisce i miglioramenti. Infine, viene effettuato un gran numero di test di affidabilità per convalidare le funzioni nel tempo».

    Per restare ancora su questo orologio, quali cambiamenti all’interno del movimento ha comportato la scheletratura dell’ultima versione?
    «Abbiamo dovuto adattare diversi ponti e le finiture di alcuni componenti visibili. La cosa più importante in un approccio di questo tipo è l’anticipazione: fin dall’inizio del progetto, avevamo previsto una versione squelette».

    Mi permetta una domanda più personale… Esiste un esemplare di cui Jean-François Mojon va maggiormente fiero o cui è particolarmente legato (e perché)? Una sorta di “figlio prediletto”…
    «Più che un modello, vorrei mantenere la “firma” che emana dalla collezione. Non è facile dare un’immagine complessiva coerente nel tempo, indipendentemente dal posizionamento e dalle funzioni dell’orologio. Sono orgoglioso delle équipe che hanno contribuito a questa identità».

  • Swatch Art Journey, un viaggio nella storia dell’arte

    Swatch Art Journey, un viaggio nella storia dell’arte

    Continua il viaggio di Swatch fra i musei del mondo. Ma questa volta non si tratta di una tappa focalizzata su una singola istituzione, illustrata in lungo e in largo tra pezzi più famosi e meno noti. Piuttosto, di rapide incursioni in diverse raccolte, pubbliche e private, che raccontano le più grandi, autentiche icone* dell’arte occidentale. E insieme anche un viaggio nel tempo, che copre quasi l’intera storia dell’arte, dal Rinascimento alla Pop Art. La nuova collezione Swatch Art Journey è infatti una sorta di collage di opere celeberrime, un “bigino” che tocca epoche lontane e artisti diversi, ma con lo stesso obiettivo di sempre: «Portare i capolavori nella sfera intima delle persone e per le strade del Pianeta».

    *Parola un po’ frusta oggi, ma che qui è usata in senso letterale

    Immersione nell’arte

    Queste parole non sono mie (non sia mai che me ne prenda il merito), ma di Carlo Giordanetti, Ceo dello Swatch Art Peace Hotel. E spiegano bene l’obiettivo delle collaborazioni strette da Swatch negli ultimi anni con i principali musei internazionali. A cominciare dal Rijksmuseum di Amsterdam (2018), per passare (ancora nel 2018) al Thyssen-Bornemisza di Madrid, poi al Louvre di Parigi (2019), al MoMA di New York (2021), quindi al Centre Pompidou di Parigi (2022). E ora questo nuovo “viaggio artistico immersivo” capace di cogliere il meglio, qua e là. Di catturare i punti salienti dell’avventura umana nella pittura e filtrarli con la sensibilità di Swatch – al solito: giocosa, provocatoria, divertente –, per restituirli al pubblico più vasto.

    Ed è stato lo stesso Carlo Giordanetti, insieme al Ceo di Swatch Alain Villard, a spiegare stamattina la nuova collezione Swatch Art Journey alla stampa con una presentazione online. Nella cornice del Convento do Beato di Lisbona, dove ieri si è svolto l’evento fisico, ogni esemplare era ambientato in piccole “stanze delle meraviglie”, ciascuna a tema con l’orologio: una specie di set che ha fatto quasi diventare il lancio stesso una performance artistica. A introdurre i diversi modelli, i portavoce dei musei coinvolti: di nuovo il MoMa di New York, e poi il Louvre di Abu Dhabi, la Fondazione Magritte di Bruxelles, e le “nostre” Gallerie degli Uffizi di Firenze.

    La collezione Swatch Art Journey

    Dieci gli esemplari che compongono la nuova collezione Swatch Art Journey. In questa mia descrizione comincio – più per seguire un ordine cronologico che per campanilismo o patriottismo – proprio dalle maggiori attrazioni degli Uffizi. Ovvero la Primavera e la Nascita di Venere di Botticelli, entrambe datate alla fine del XV secolo. Nel primo caso i designer di Swatch hanno “ritagliato” solo una sezione della grande tela, nell’altro hanno riprodotto un paio di elementi in una composizione spaziale diversa dall’originale. Eppure, la fama dei soggetti è tale da farli riconoscere immediatamente, fin dalla prima occhiata. Ma soprattutto i creativi del marchio svizzero sono riusciti a trasformare il passato con un gusto attuale, a renderlo moderno. A riprova dell’atemporalità dell’arte, capace di affascinare, di intrigare allo stesso modo oggi come cinque secoli fa.

    Lo stesso discorso, del resto, si potrebbe fare anche per La grande onda di Kanagawa, realizzata dal pittore/incisore giapponese Hokusai nel 1830 circa e oggi conservata negli Emirati. Anche qui lo Swatch dedicato, che visualizza un segmento della famosissima xilografia, inquadra un singolo dettaglio. Ma il motivo sul quadrante sembra perdere qualsiasi connotazione figurativa per diventare un’opera d’arte astratta contemporanea. In più, sul fondello e sul cinturino, l’orologio è stampato con l’immagine di un antico astrolabio dell’astronomo e matematico persiano Muhammad ibn Ahmad Al–Battûtî, esposto sempre nel museo di Abu Dhabi. Un manufatto secolare, a rappresentare la progredita cultura araba d’antan.

    Quindi René Magritte, di cui quest’anno ricorre il 150° anniversario di nascita. Del maestro del Surrealismo belga la collezione Swatch Art Journey riprende sempre due capolavori: La Trahison des Images e Le Fils de l’Homme. Credo proprio che qui i designer di Swatch siano riusciti a dare il meglio a sé. Perché sono stati capaci di giocare in modo ironico con il concetto stesso dell’opera, basata sulla distinzione fra oggetto e rappresentazione, fra realtà e immagine. Per cui l’affermazione “Questa non è una pipa” acquista il logico e inappuntabile riscontro “Questo è un orologio”, come si legge lungo tutto il cinturino con la stessa grafia corsiva della didascalia originale. Nell’altro esemplare, invece, la citazione diventa “Questo è uno Swatch con una mela”, dalla verità lapalissiana.

    Infine un’altra doppietta su Roy Lichtenstein: Girl e Reverie. Notevole in questi esemplari è la resa della “poetica” del padre della Pop Art, nato esattamente 100 anni fa. Le immagini ne riprendono tutta l’espressività derivata dal mondo pubblicitario e dei fumetti, simbolo della società americana anni Sessanta. Anche in questi casi, il cinturino diventa parte integrante dell’opera. Un esemplare è interamente decorato sul lato interno con la tecnica del puntinato Ben-Day (un po’ come se fosse un dipinto double face). L’altro invece riporta il testo “The melody haunts my reverie”, che fa parte dell’originale, sul passante mobile. A conti fatti, si tratta quasi di un’esaltazione dello Swatch, che è un oggetto pop già di per sé.

    Informazioni pratiche

    Concludo con qualche nota di servizio. La collezione Swatch Art Journey non è in edizione limitata e sarà in vendita in tutti i monomarca Swatch, compreso l’e-commerce ufficiale, e negli shop dei musei coinvolti. Gli esemplari avranno il consueto prezzo Swatch e saranno disponibili sul mercato in tre tranche distribuite nei prossimi tre mesi. Il 16 marzo usciranno Swatch x Moma e Swatch x Magritte. Il 13 aprile Swatch x Louvre Abu Dhabi e Swatch x Le Gallerie degli Uffizi. Infine in maggio altri tre modelli per ora top secret. Vi terremo aggiornati, stay tuned.

  • Pontos Chronograph 43mm: torna il Maurice Lacroix muscolare

    Pontos Chronograph 43mm: torna il Maurice Lacroix muscolare

    Negli ultimi mesi Maurice Lacroix è tornato a far parlare di sé, dopo qualche anno di silenzio. Non equivocatemi: non ha mai interrotto la produzione né ha smesso di essere distribuito in Italia, dove è presente fin dal 1978 (il nostro mercato è stato uno dei primi aperti dalla Casa svizzera, fondata poco prima, nel ’75). Era semplicemente sparito dai radar della stampa, specializzata e non. Ora che invece ha ricominciato a curare la comunicazione, si fa subito notare per l’appeal di certi prodotti. Come l’Aikon Master Grande Date Black, con il bilanciere in bella mostra sul quadrante. O il nuovo Pontos Chronograph 43mm, presentato un paio di giorni fa, che riaggiorna la storica collezione.

    Storie di calibri

    Lanciata nel 2004, la serie di cronografi si distingue fin dall’inizio per lo stile sport-chic, improntato alla chiarezza e alla leggibilità. Caratteristiche comuni, per inciso, all’intera collezione. Nel tempo poi è stata ritoccata più volte con lievi restyling (ricordo almeno quelli del 2011 e del 2016, ma non ne escludo altri). E nel frattempo anche arricchita di nuove varianti cromatiche (per esempio il Panda dello scorso agosto). Ma ha sempre conservato la tipica affissione a tre contatori, a ore 6/9/12, imposta dalla meccanica. Perché il Pontos Chronograph 43mm è equipaggiato da sempre dal calibro ML112, uno sviluppo del Valjoux 7750. Anche se queste recenti versioni hanno perso la funzione day-date (ormai riservata ai Pontos S Chronograph) e mantenuto solo il datario al 6.

    A onor di cronaca, va detto che il celebre “trattore” della Eta è servito anche come base per il calibro ML67 utilizzato in alcuni esemplari della collezione Masterpiece: il Chroneo del 1996 e il Masterchrono del 2007. La linea Masterpiece, inventata nel ’94 dal capo della produzione René Bauman con il nome Les Méchaniques, è quella che racchiude l’alto di gamma della Marca, i pezzi notevoli e i movimenti di manifattura, avviati con il calibro ML106 nel 2006. Bauman, oltretutto, nel 1983/’84 era riuscito a procacciare all’Azienda scorte di intere serie di vecchi calibri, come il Venus 188 o il Valjoux 23. I quali, rimessi in funzione secondo gli standard moderni e montati all’interno di edizioni limitate, contribuirono non poco alla fama della Marca.

    Devo aggiungere però che la collezione Masterpiece, tuttora in catalogo, non rappresenta che una fetta ridotta della produzione, la dimostrazione di ciò che la Manifattura di Saignelégier sa fare. Però il grosso degli affari – e dell’attenzione – è da tempo focalizzato su un’altra “famiglia”, Aikon. Creata nel 2016 come sviluppo dello storico Calypso e dedicata ai giovani, è in gran parte animata da movimenti al quarzo. E via via ha acquisito contenuti ad hoc per i Millennials (per esempio la sostenibilità). Mi ha fatto quindi piacere vedere che la collezione Pontos, rivolta a un pubblico più maturo, in grado di apprezzare la meccanica, non viene trascurata. Anzi…

    Le caratteristiche del Pontos Chronograph 43mm

    Chiudo questa premessa un po’ lunga, ma necessaria per chi non conosce Maurice Lacroix, e torno quindi alla novità del momento, il Pontos Chronograph 43mm. Che ora è declinato in quattro referenze, diverse per il colore del quadrante soleil, nero o antracite, e per la presenza del bracciale o cinturino. Com’è evidente dal nome, si tratta di un cronografo virile e “muscolare”. Un cronografo per uomini dal polso forte: la cassa in acciaio, dalle lunghe anse, misura appunto 43 mm di diametro. Ha conservato cioè le stesse dimensioni dei suoi predecessori, a riprova che il design è tuttora dettato dall’estetica originaria. Del resto, come scrivevo sopra, la leggibilità è la caratteristica principale di questo orologio. E difatti è il quadrante a catturare tutta l’attenzione, reso ancora più “aperto” dalla lunetta sottile.

    Caratteristica principale delle nuove versioni è l’indicazione delle ore con i grandi numeri arabi, che sono andati a sostituire gli indici a bastone degli immediati precedenti. Immutati invece restano i grandi contatori delle ore e dei minuti crono, sottolineati da profili a contrasto (silver oppure oro rosa, abbinati alle cifre), così come le lancette semi-scheletrate, sottolineate da un trattamento Super-LumiNova. Tipici della collezione sono poi il bel bracciale a tre file, in acciaio satinato con bordi lucidi, oppure il cinturino in pelle nera con il consueto logo applicato. Entrambi sono comunque dotati del sistema di intercambiabilità della Casa, l’Easy Strap Exchange System, per personalizzare l’orologio.

    Concludo come di consueto con il prezzo al pubblico: 3.100 euro (con cinturino) o 3.150 (con bracciale), in linea con quel principio di “value for money” che da sempre appartiene alla Marca. Tanto per capirci… Quando ho perso di vista Maurice Lacroix, nel 2017, il posizionamento medio andava dai 1.000 ai 3.000 euro – con punte attorno ai 7/8 mila per i complicati di manifattura e, all’opposto, di 7/8 cento per i solo tempo al quarzo. Per me è stata una vera sorpresa ritrovare praticamente gli stessi prezzi, cinque anni dopo…  

  • Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles, il puntaspilli di Chanel

    Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles, il puntaspilli di Chanel

    Durante la settimana dell’Haute Couture parigina, a fine gennaio, Chanel ha presentato la nuova collezione Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles. Una capsule collection – come si dice nel mondo della moda – formata da 5 orologi, ciascuno in edizione limitata di 20 esemplari, inedita sintesi di estro creativo e mestieri d’arte. Che rende omaggio ancora una volta alla fondatrice della Maison e al suo lavoro

    L’ho già scritto più volte, ma il discorso resta valido. “Mademoiselle Privé” è quanto si legge su un cartello appeso alla porta dello studio parigino di rue Cambon 31, dove Coco Chanel trascorreva le giornate di lavoro. Quattro locali al secondo piano sopra la boutique oggi diventati un contenitore di ricordi, di oggetti stratificati e ormai cristallizzati nel tempo – quasi aspettassero il ritorno della loro proprietaria. Ma Mademoiselle Privé è anche il nome della famiglia di orologi incentrata proprio sulla figura di Gabrielle Chanel.

    Lanciata nel 2012, la collezione da allora si è focalizzata su vari aspetti della sua persona – interessi, manie, oggetti cari -, ma anche del suo mestiere: quello di designer, sarta, imprenditrice allo stesso tempo… Del resto è impossibile scindere ciò che era Coco Chanel da ciò che faceva. Per lei il lavoro era più di una passione, era un motivo di vita, soprattutto negli ultimi anni. Ed è in questo contesto che vanno visti i nuovi Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles, sviluppati dall’inventiva di Arnaud Chastaingt e ispirati a uno strumento d’uso comune in sartoria: il puntaspilli.

    Il mestiere della sarta

    Già in passato, del resto, il Direttore creativo dell’orologeria Chanel ha preso spunto dalla vita professionale della grande couturière per realizzare esemplari inconfondibili. Basti pensare ai Mademoiselle Privé Bouton: che non solo esaltano un dettaglio principe nella confezione dei capi – il bottone – ma lo accostano ai materiali tipici delle sue creazioni, come il tweed o la pelle matelassé. E lo stesso succede nei Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles, che nobilitano un attrezzo umile come il puntaspilli – quel cuscinetto tondo di stoffa che di solito le sarte indossano al polso per praticità –, e lo associano ad altri elementi specifici della moda Chanel. Il risultato? Cinque orologi in grado di evocare le atmosfere d’atelier con una capacità di suggestione impressionante. Soprattutto se guardati tutti insieme, affiancati l’uno all’altro.

    Ve lo confesso. La prima volta che ho visto l’intera collezione dei Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles (dallo schermo del computer, oltretutto), mi sono subito venute in mente alcune immagini. I ritratti in bianco e nero (molto famosi, a dir la verità) che il grande fotografo di moda Douglas Kirkland scattò a Mademoiselle, nei primi anni Sessanta. Lei, ormai agée eppure infaticabile, vestita con il più classico tailleur, la paglietta in testa, le perle al collo e l’immancabile sigaretta in bocca, mentre prepara infiniti fitting prima di una sfilata. Qui sistema un girospalla, lì rifà la cucitura di una manica, ora è in piedi accanto a una mannequin esausta, ora seduta su una sedia a controllare un orlo, sempre insoddisfatta finché il risultato non rasenta la perfezione.

    “Le mani come artigli… Le lunghe forbici portate alla cintura come una spada o appese al collo con un nastro… (Quasi fossero l’insegna) di qualche misterioso ordine di cavalierato”. Non sono parole mie: le scrive Edmond Charles-Roux proprio a corredo delle foto di Kirkland nel bel libro The World of Coco Chanel. Friends, fashion, fame, pubblicato da Thames & Hudson parecchi anni fa. Cui vi rimando per saperne di più. Del resto è vero: lei che aveva imparato a cucire dalle suore, da bambina in orfanatrofio, era riuscita a raggiungere le vette dell’Haute Couture. Un patrimonio di conoscenze e savoir-faire teso a creare abiti esclusivi, su misura, con tessuti preziosi. Un impegno di giornate, settimane, mesi di lavoro, in quella forma nobile di artigianato che è forse l’unica ad avvicinare la moda all’arte.    

    I Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles

    Ma sto divagando. Torno quindi sulla collezione Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles, che merita finalmente di essere descritta. Cinque esemplari, dicevo, la cui cassa è fatta proprio come un puntaspilli: in oro giallo, misura 55 mm di diametro per 16,65 mm di spessore. Fuori dall’ordinario, oltre che per le dimensioni XL, soprattutto per il vetro zaffiro più che bombato: a parabola. Una cupola dalle geometrie diverse da qualsiasi altra già vista in orologeria (penso per esempio ai Bubble di Corum o al Klepcys Tourbillon Vertical di Cyrus), la cui convessità è ulteriormente accentuata, in senso estetico, dalla carrure sottile, profilata da due file di diamanti. La superficie curva, ovviamente rivestita da un doppio trattamento antiriflesso, interno ed esterno, non solo protegge il quadrante sottostante ma sembra amplificarne i particolari come una lente d’ingrandimento.

    Già, il quadrante, o meglio i quadranti. Ognuno diverso dall’altro, ma tutti eseguiti con maestria dagli artigiani di Les Cadraniers de Genève, azienda specializzata che fa capo a François-Paul Journe. La loro bravura nel manipolare i materiali, nel trasformarli in altro con il ricorso a diversi mestieri d’arte, diventa quasi lo specchio delle abilità delle petites mains, le sarte e le ricamatrici che lavorano in un laboratorio di Alta Moda. Davvero impressionante è poi il modo in cui sono raffigurati i diversi soggetti, la fedele riproduzione di ciascuno, la resa minuziosa dei dettagli. Anche in questo caso, lunghe, arcane e complesse fasi di lavorazione, tese a realizzare realistiche miniature. Con la stessa pazienza certosina degli amanuensi chini sulle pergamene in un antico scriptorium.

    Lo stile Chanel in miniatura

    Ma gli orologi spiegano più di tante parole. Ecco per esempio il Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles Décor Tweed, che riproduce una little black jacket – la tipica giacca Chanel – in fase di lavorazione, con i vari pezzi ancora scuciti tra loro. Come se il sarto addetto ad assemblarla l’avesse lasciata momentaneamente sul tavolo di lavoro, mezza imbastita e appoggiata lì insieme agli strumenti che stava utilizzando: le forbici, il metro, il ditale, un paio di bottoni – quelli più caratteristici, con la perla mabé – da attaccare. Tutto è perfettamente ricostruito fin nei minimi particolari: i lunghi tratti delle imbastiture, le passamanerie sui bordi (qui interpretate dai diamanti)… Perfino, attorno al réhaut, la catena utilizzata all’interno della fodera per garantire alla giacca un perfetto aplomb. Da notare le lancette a forma di ago, ricorrenti anche negli altri esemplari. Che puntaspilli sarebbe altrimenti?

    Invece il Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles Décor Matelassé raffigura diverse 2.55 accostate alla rinfusa. Anche qui la borsa più emblematica di Chanel, creata da Mademoiselle Coco nel febbraio del 1955 con la tracolla per lasciar libere le mani delle donne, è ritratta con dovizia di particolari: la pelle trapuntata, la catena dorata con appeso un ciondolo portafortuna, la fibbia sul battente (qui realizzata con un diamante baguette)… Notevole per il materiale di base: madreperla incisa e tinta di nero. Mentre il Décor Perles è dedicato ai gioielli della Maison, in assoluto gli accessori preferiti da Mademoiselle: ecco allora la lunga collana in oro con perle e diamanti, le catene intrecciate con strisce di pelle (come quelle delle borse) e decorate da fiocchi, le broche dal motivo “bizantino” che tanto ricordano i bracciali disegnati per lei da Fulco di Verdura…

    Altrettanto emblematici dell’immaginario Chanel i rimanenti modelli. Il Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles Décor Dentelle riprende il motivo della camelia, fiore prediletto dalla grande couturière, onnipresente nelle creazioni della Casa della doppia C. Ma lo ripropone in chiave sartoriale, come fosse un pizzo, simile a quelli di tanti abiti, soprattutto degli anni Venti. E lo ricrea attraverso lunghi processi di fabbricazione che prevedono lo smalto Grand Feu e la tecnica della décalque. Infine il Décor Broderie, ispirato al ricamo, all’applicazione di miriadi di perline di vetro o paillettes con microscopici punti nei laboratori di Lesage. Qui riprodotto con un preziosissimo pavé di diamanti taglio brillante incastonato a neve, che riveste interamente il quadrante. Forse il meno Chanel fra i cinque esemplari, ma sicuramente il più prezioso.

    Info

    A questo punto mancano solo due informazioni “di servizio”. Prima di tutto la disponibilità: i Mademoiselle Privé Pique-Aiguilles sono già in vendita con un prezzo che va dai 175mila ai 250mila euro. Poi una nota tecnica: tutti gli esemplari sono animati da un movimento al quarzo, rigorosamente Swiss made. Mi resta solo una domanda (retorica) da porre alla Maison: a quando una versione meccanica?

  • Il boom di esportazioni orologiere del 2022. Dietro le quinte #35

    Il boom di esportazioni orologiere del 2022. Dietro le quinte #35

    Gli ultimi dati della FHS parlano chiaro: per la Svizzera delle lancette il 2022 è stato un anno da record. L’export di orologi ha registrato il livello più alto di sempre, in termini di valore: 22,8 miliardi di franchi svizzeri. Con un aumento dell’11,9 per cento rispetto all’intero 2021 (chiuso a 22,29 miliardi di franchi). Già, perché le statistiche sono limitate al periodo gennaio/novembre: considerate le proiezioni su dicembre, gli esperti prevedono si toccherà il tetto dei 25 miliardi di franchi svizzeri. Nel solo mese di novembre, del resto, la terra elvetica ha spedito all’estero orologi per 2,41 miliardi di franchi, una cifra mai raggiunta in passato. Un boom di esportazioni, a dispetto della guerra in Ucraina, del “caro-energia” e dell’inflazione galoppante. Complice, certo, l’aumento dei prezzi che riguarda le materie prime, si ripercuote sulla produzione e quindi sul prodotto finale.

    Dai numeri alla realtà

    A tirare le file i due estremi del mercato: gli orologi di fascia più bassa (200 franchi, prezzo di esportazione), con un +15,6 per cento (sempre in valore); e quelli di fascia più alta (sopra i 3mila franchi), con un +15,7 per cento. Invece il segmento medio-basso continua a calare (-30 per cento, dai 200 ai 500 franchi) e il comparto medio (500/3mila) rimane stabile. Numeri che riguardano i soli dati di novembre, sia chiaro, e che trovano conferma nella composizione: gli orologi più esportati sono realizzati in metalli preziosi (+15,9 per cento) e soprattutto “in altri materiali” (+43,8 per cento), mentre quelli in acciaio sono in calo (-16,4 per cento).

    Ma che l’industria orologiera svizzera sia in piena espansione, in modo trasversale, lo si riscontra anche nella realtà. Basti pensare da un lato al “caso MoonSwatch”, richiestissimo a livello internazionale. A tal punto da costringere Swatch ad aumentare la produzione, secondo quanto dichiarato da un portavoce del marchio all’agenzia svizzera di notizie finanziarie Awp (che però non ha fornito cifre precise sui singoli modelli). E dall’altro a Rolex, che per accrescere le capacità produttive ha in progetto la costruzione di un grande stabilimento a Bulle, nel cantone di Friburgo. Un impianto da un miliardo di franchi svizzeri, un terreno di 100mila metri e nuovi posti di lavoro per 2mila persone. Inaugurazione prevista per il 2029.

    Il boom delle esportazioni nel dettaglio

    Per tornare al boom delle esportazioni, la rotta che ha assorbito la maggior parte degli orologi svizzeri è quella per gli Stati Uniti. Negli 11 mesi del 2022 il mercato americano ha ricevuto orologi per un totale di 3,5 miliardi di franchi svizzeri, quasi il 28 per cento in più rispetto all’anno precedente. Solo a novembre, 400 milioni di franchi svizzeri (addirittura +32,9 per cento). Ha quindi superato la Cina, che resta al secondo posto nella graduatoria mondiale dei Paesi importatori, con un totale di 2,4 miliardi di franchi svizzeri (-13 per cento) da gennaio a novembre. Stessa sorte anche per Hong Kong, con i suoi 1,8 miliardi nello stesso periodo (-10 per cento), entrambe probabilmente toccate in modo pesante dalla misure sanitarie antiCovid. Solo a dicembre infatti il Governo di Pechino ha allentato le restrizioni.

    Dati positivi invece per il Giappone (1,6 miliardi, +19 per cento) e Singapore (1,5 miliardi, +26 per cento). E si sta riprendendo anche l’Europa, in continua crescita dopo l’annus horribilis del 2020, in particolare la Gran Bretagna, la Germania e la Francia. E l’Italia? Anche nel nostro Paese la situazione sta migliorando, sebbene continuiamo a restare al 10° posto nella classifica delle esportazioni elevtiche. Nel 2022 (dicembre escluso) abbiamo importato orologi per 896 milioni di franchi svizzeri, con un +12,4 circa rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ma per avere un quadro completo dovremo aspettare la fine di gennaio, quando la FHs divulgherà i dati di dicembre. Che confermeranno – c’è da scommetterci – il boom delle esportazioni.

    Scenari futuri

    Cosa succederà in questo 2023 appena iniziato rimane ovviamente un’incognita. Secondo alcuni analisti il mercato statunitense potrebbe rallentare, o almeno normalizzarsi, secondo altri continuerà a offrire buone opportunità di crescita. Ed è tutto da vedere cosa succederà nella Great China, il contesto è di estrema incertezza. Ma nel complesso sembra proprio che il settore stia vivendo un momento d’oro, tant’è che da parecchie parti di sono espressi timori sulla carenza di personale specializzato che potrebbe frenare la crescita. E la mancanza di manodopera, soprattutto nel settore tecnico, è il babau di un’industria che attualmente impiega più di 57mila persone.

    In contemporanea all’annuncio della creazione di 2mila assunzioni da parte di Rolex, infatti, l’Associazione svizzera dei datori di lavoro dell’industria orologiera ha pubblicato un sondaggio sulle esigenze di personale nel settore da qui al 2026. In cui è emersa la necessità di formare quasi 4mila nuovi professionisti (3.835 per l’esattezza) per compensare i pensionamenti (2.369) e colmare la necessità di nuove assunzioni (1.466). E se queste sono le prospettiva dell’orologeria elvetica…

  • La storia del Fifty Fathoms, i 70 anni del  subacqueo di Blancpain

    La storia del Fifty Fathoms, i 70 anni del subacqueo di Blancpain

    Il 2023 sarà un anno di celebrazioni per Blancpain. Il Fifty Fathoms compie 70 anni e la Maison di Le Brassus lo festeggerà con i dovuti onori. Non solo. Sono anche trascorsi 20 anni da quando Marc Hayek riportò in vita l’orologio, dopo un opportuno restyling per adeguarlo alle mutate necessità dei tempi. Contemporaneamente il novello Ceo, appassionato subacqueo, fondò anche il Blancpain Ocean Commitment, un organismo interno alla Marca finalizzato alla salvaguardia degli oceani. E ancora, 10 anni fa, iniziò la collaborazione con il biologo francese (e fotografo sottomarino) Laurent Ballesta, e a finanziare le spedizioni Gombessa da lui organizzate. Per la Maison Blancpain, dunque, un triplo anniversario, che la vedrà impegnata per tutto l’anno prossimo. Già sappiamo, per esempio, che il 3 gennaio sarà svelato il primo Fifty Fathoms 70th Anniversary… Intanto, però, voglio ricordare la storia del Fifty Fathoms, riconosciuto come l’archetipo dell’esemplare subacqueo moderno.

    La storia del Fifty Fathoms: le origini

    Sia chiaro, si tratta di una storia arci-nota, sulla quale qui non aggiungerò nulla di nuovo. Credo però valga la pena ripercorrerla, per comprendere meglio il valore dell’orologio e raccontarla a quei pochi che ancora non la conoscono.

    Nel 1952, il Ministero della Difesa francese diede incarico al capitano Robert Maloubier e al luogotenente Claude Riffaud di creare un’unità di sommozzatori d’élite chiamata Nageurs de Combat (nuotatori da combattimento). Individuati gli uomini, i due ufficiali dovevano provvedere anche all’attrezzatura idonea. Girarono tutta Parigi alla ricerca di orologi adatti, ma non riuscirono a trovare sul mercato nulla in grado di resistere alle condizioni estreme delle missioni subacquee. I test su quanto reperito in commercio furono fallimentari: gli esemplari erano tutti troppo piccoli, illeggibili sott’acqua e soprattutto poco o niente impermeabili.

    Si rivolsero così a Blancpain, all’epoca guidato da Betty Fiechter e dal nipote Jean-Jacques. Fu lui a scegliere il nome Fifty Fathoms per l’orologio messo a punto dai tecnici della Manifattura. Amante delle immersioni tanto quanto della letteratura, prese ispirazione da un passo di una celebre opera di Shakespeare, La Tempesta. “Full fathom five thy father lies”, recita infatti l’attacco del brano conosciuto come Ariel’s Song (atto I, scena II). Il nuovo orologio era appunto impermeabile fino a 50 Fathoms (91, 45 metri, per l’esattezza), ovvero fino a 10 atmosfere. Era abbastanza grande, protetto dai campi magnetici dalla gabbia in ferro dolce attorno al movimento, ben leggibile anche nel buio delle profondità grazie al quadrante scuro con le indicazioni luminescenti. E dotato di una robusta corona e di una ghiera girevole con dispositivo di blocco, utile soprattutto nelle fasi di risalita.

    Uscito nel 1953, il Fifty Fathoms fu quindi adottato come orologio ufficiale dalla Marina francese e si guadagnò rapidamente una solida reputazione grazie all’affidabilità e alla resistenza all’acqua. Divenne così uno strumento indispensabile per i sommozzatori, militari e civili: si diffuse tra i corpi speciali di numerosi Paesi, come gli americani Navy Seals (ma anche quelli tedeschi e israeliani), e tra gli specialisti dell’esplorazione oceanografica (come il Gers, Groupe d’Etudes et de Recherches Sous-marine d’Oltralpe). Fra l’altro accompagnò anche l’équipe di Jacques Cousteau e Louis Malle durante le riprese del film Il mondo del silenzio, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes del 1956 e dell’Oscar come miglior documentario nel ’57, rimasto una pietra miliare nella cinematografia subacquea.

    L’epoca recente

    Tuttavia all’inizio degli anni ‘80, con la crisi del quarzo, il Fifty Fathoms uscì di produzione e fino ai primi anni 2000 praticamente sparì dai radar. L’acquisizione da parte di Jean-Claude Biver e di Jacques Piguet, nell’82, aveva portato il Marchio a realizzare esemplari più classici, più fedeli all’alta orologeria di tradizione, piuttosto che strumenti tecnici come questo. Il Fifty Fathoms tornò brevemente in vita solo nel ’97, quando la proprietà della Maison passò all’attuale Swatch Group. Nacque allora la cosiddetta Blancpain Trilogy, formata da un Gmt, un orologio da aviatore chiamato Air Command e un Fifty Fathoms riaggiornato nell’impermeabilità, che raggiungeva le 30 atmosfere. Ma i tempi non erano ancora maturi per il rilancio del modello subacqueo, che tornò nel dimenticatoio per qualche anno ancora.

    Fino al 2002: quando Marc Hayek prese in mano le redini di Blancpain, scoprì nei caveau della Manifattura gli esemplari d’antan e se ne innamorò. Incaricò quindi i tecnici della Maison di sviluppare un moderno Fifty Fathoms. Nel 2003, per i 50 anni dell’esemplare, Blancpain presentò quindi un nuovo modello che coniugava l’aspetto vintage con l’impermeabilità della versione del ’97, e in più aggiunse una lunetta con inserto in vetro zaffiro curvo e antigraffio. Elemento, quest’ultimo, che la dice lunga sulla ricerca di nuovi materiali e di innovazioni portata avanti fin dall’epoca dal Gruppo Swatch. I 150 esemplari dell’edizione limitata andarono subito esauriti: da qui la scelta di riprenderne la produzione.

    Nel 2007 fu così lanciata una nuova trilogia di esemplari che pose le basi della collezione tuttora in catalogo. Il primo era il Fifty Fathoms Automatique, simile nell’estetica e nel mood al modello originario, ma con un nuovo movimento di manifattura, il calibro 1315. Derivato dal calibro 13R0 a carica manuale, del 2006, si distingue(va) per la presenza di tre bariletti, in grado di garantire un’autonomia di 5 giorni. Il secondo era il Fifty Fathoms Chronographe Flyback, con i pulsanti a tenuta stagna, cioè studiati per poter attivare il cronografo anche sott’acqua. Infine, il Fifty Fathoms Tourbillon, sicuramente il meno adatto alle immersioni, realizzato con fini celebrativi. Equipaggiato di tourbillon volante e fondello in vetro zaffiro, ma impermeabile comunque fino a 30 atmosfere, era una dimostrazione del savoir-faire della Casa.

    Da allora, in questi 15 anni, la storia del Fifty Fathoms è proseguita con un’ampia gamma di variazione sul tema, per materiali, dimensioni, complicazioni, cinturini… Basti pensare alla ripresa del Bathyscaphe, anch’esso creato alla fine degli anni ’50 da Jean-Jacques Fiechter e riproposto nel 2013, in occasione del 60° anniversario, o alle declinazioni al femminile. Una storia che Blancpain sta ancora scrivendo, giorno dopo giorno, come rivela la prossima novità. Restiamo tutti in attesa di vederla, la prima settimana dell’anno nuovo. Stay tuned…

  • Il Klepcys Dice Racing di Cyrus spiegato da Jean-François Mojon

    Il Klepcys Dice Racing di Cyrus spiegato da Jean-François Mojon

    I primi esemplari sono in consegna proprio in questi giorni. Il Klepcys Dice Racing di Cyrus Genève, presentato lo scorso ottobre, sta quindi per arrivare al polso dei pochi, fortunati proprietari. In tutto una trentina di collezionisti, conquistati dalla nuova livrea dell’ormai noto doppio cronografo indipendente inventato da Jean-François Mojon. Una livrea chiaramente ispirata al mondo delle corse automobilistiche – come si evince dal nome –, cui il Marchio appartiene di diritto, in quanto partner della scuderia Haas in Formula 1 dal maggio dello scorso anno.

    La tipica cassa a cuscino, infatti, è arricchita ora da una lunetta in carbonio, un materiale leggero, duro e resistente, refrattario al calore. Probabilmente non facile da realizzare, vista la peculiarità della forma, né da assemblare alla carrure, (come sempre) in titanio grado 5 lucido/spazzolato o annerito da un trattamento Dlc. Altra particolarità del Klepcys Dice Racing sta poi nelle scelte cromatiche del rosso e del blu, che distinguono le due “sezioni” del doppio cronografo, sia per agevolarne la lettura, sia per evidenziarne i componenti meccanici (ponti e ruote a colonne comprese).

    I precedenti

    Materiali e colori a parte, per il resto il Klepcys Dice Racing è del tutto simile ai suoi predecessori. In primis alla versione d’esordio, lanciata ad agosto 2021 e recensita per noi da Augusto Veroni in questo articolo (cui rimando per saperne di più anche sui personaggi-chiave della Manifattura di Le Locle). E poi alla seconda variante, uscita in occasione di Watches and Wonders 2022: il Klepcys Dice Lime, ovviamente caratterizzato dalla particolare tonalità (verde acido). Con cui il Klepcys Dice Racing ha in comune sia l’impostazione sia la meccanica.

    «Questo moderno cronografo è il risultato di una profonda riflessione sul ruolo del cronometraggio sportivo», spiega il suo progettista, Jean-François Mojon. «In molti sport è spesso importante misurare tempi trascorsi con orari di inizio diversi». Per esempio nella stessa Formula 1, «dove due piloti, durante le prove, partono in orari differenti». Da qui la necessità di poter compiere una duplice misurazione, simultanea e parallela – cui rimanda l’acronimo inglese Dice, Double Indipendent Chronograph Evolution.

    Mojon racconta il Klepcys Dice

    E in effetti, rispetto a un tradizionale strumento per la misurazione dei tempi brevi, si tratta davvero di un’evoluzione: il Klepcys Dice è stato il primo cronografo da polso in grado di misurare due eventi in modo indipendente (ma anche in sincrono, nel caso…). Il che è possibile grazie al peculiare calibro Cyr718, dotato di due dispositivi crono separati, capaci appunto di operare in totale autonomia. Ciascuno governato dalla propria corona monopulsante, ciascuno formato da componenti montati sulla propria platina, in modo speculare e contrapposto.

    «L’architettura è molto logica», spiega ancora Mojon. «Per minimizzare lo spessore del movimento, i due meccanismi hanno una disposizione speculare sulle due metà della superficie del movimento e si uniscono sull’asse centrale combinando le indicazioni. Ogni cronografo è posto su una propria platina. Questa sistemazione permette una visione ottimale delle funzioni ed enfatizza la cinetica dei cronografi».

    In effetti, dato che le due platine sono sovrapposte e collocate sullo stesso lato, côté cadran, la duplice parte cronografica del movimento risulta così esposta alla vista (la si apprezza sotto il vetro zaffiro). L’uso di colori diversi per le due sezioni cronografiche permette infine di distinguere le misurazioni e ne facilita appunto la leggibilità: da un lato quindi c’è il cronografo rosso, dall’altro quello blu. Il tutto reso ancora più immediato dalla costruzione ribaltata, che evita di creare confusione.  

    Sfide meccaniche

    Detto così sembra tutto molto semplice. Ma Mojon e il suo staff di progettisti devono avere affrontato non poche difficoltà nella realizzazione del calibro Cyr718. «Combinare il meccanismo di due cronografi nello stesso orologio presenta molte sfide. Le riassumo in breve: ottenere un volume ridotto per ciascun cronografo, isolare un meccanismo dall’altro, assicurare una buona leggibilità». Cui si può aggiungere probabilmente anche il problema di gestione dell’energia, tant’è che l’autonomia a piena carica è di 60 ore…

    A proposito del volume, la cassa ha un diametro di 42 mm e uno spessore di 16,5 mm. Del resto il movimento, a sua volta, ha uno spessore di 11,65 mm. Non eccessivo, in realtà. Considerate che un “normale” 7750 (il celeberrimo calibro Eta/Valjoux) misura 7,9 mm di spessore: ed è un cronografo “singolo”, dalla costruzione tradizionale, privo perfino di ruota a colonne. In questo caso, il calibro Cyr718 racchiude invece un doppio cronografo, montato su due platine. Una differenza di nemmeno 4 millimetri mi sembra quindi più che comprensibile…

    Da Cyrus non possono che esserne fieri: «Come dicevo prima, le dimensioni e la leggibilità hanno rappresentato delle grandi sfide”, conclude Mojon. «Abbiamo lanciato il progetto solo quando eravamo sicuri di superarle. I feedback dei clienti e degli esperti confermano che possiamo essere soddisfatti del risultato!».
    Ultima nota di servizio: il Klepcys Dice Racing è realizzato in 15 esemplari in titanio “naturale” e altrettanti in titanio Dlc nero. Il prezzo parte da 38.900 euro.

  • Il calibro 29-50 Cinque Ponti. Il made in Italy torna in orologeria

    Il calibro 29-50 Cinque Ponti. Il made in Italy torna in orologeria

    «Ne siamo orgogliosi. E ci teniamo molto a far parte con Locman del progetto Oisa», mi raccontava Marco Mantovani durante un’intervista uscita poi sul Rapporto Orologi del Sole 24 Ore del 23 novembre scorso. «Ma l’obiettivo è quello di mettere questo movimento made in Italy di alta gamma al servizio di tutto il settore». Beh, sarebbe fantastico, pensavo fra me e me. Per farlo però bisogna industrializzarlo: avere le risorse tecniche ed economiche per produrlo su ampia scala e fare in modo che sia competitivo almeno con i movimenti svizzeri. Solo così il calibro 29-50 Cinque Ponti potrà essere una risorsa per l’intera orologeria.

    Erano i primi di novembre. Pochi giorni dopo, quasi in risposta alle mie perplessità, un comunicato stampa di Locman annunciava l’inizio di una nuova fase per il progetto Oisa. La creazione di un polo industriale dedicato proprio alla produzione del calibro 29-50 Cinque Ponti con annessi sviluppi. Per essere più precisi, la sede di Oisa 1937, ad Albuzzano (in provincia di Pavia), ampliata di 500 metri quadri. Uno spazio allestito appositamente per raggiungere un obiettivo ambizioso: produrre 10mila unità all’anno entro il 2025. Tempi stretti di chi ha le idee chiare e un programma ben definito.

    Gli esordi

    Rewind. Credo sia opportuno fare un breve riassunto delle puntate precedenti, per quanti non capiscano a cosa mi riferisco. Un anno fa, una cordata di imprenditori presenta un nuovo movimento meccanico, ideato e realizzato in Italia, con l’intento dichiarato di rilanciare l’orologeria made in Italy. Il gruppo è composto da Marco Mantovani di Locman, Carlo Boggio Ferraris di Oisa 1937 e Benedetto Perrotta di Officina Meccanica Futura. Partner finanziari, Andrea Morante e Daniela Berizzi Roux. Direttore tecnico Fausto Berizzi. Per saperne di più su di loro vi rimando a quanto scritto in quell’occasione da Augusto Veroni.

    Il movimento in questione è il calibro 29-50 Cinque Ponti, basato su un progetto anni ’60 del nonno di Ferraris, Domenico Morezzi, maître horloger e fondatore nel 1937 a Milano di Oisa (Orologeria Italiana Società Azionaria). Quel calibro originario ultrapiatto è stato quindi opportunamente riprogettato nella meccanica, riaggiornato nei materiali e rivisitato nell’estetica. E oggi è un bel movimento a carica manuale di 13 linee, che misura appunto 29,50 mm di diametro per 3,5 mm di spessore, montato su 19 rubini e con 60 ore di autonomia.

    Il calibro 29-50 Cinque Ponti va a equipaggiare in primis il Locman Montecristo e l’Oisa Extra in edizione limitata, poi piccole serie millesimate per collezionisti. Come quella per i 70 anni di Editalia realizzata da Tellus in collaborazione la Zecca dello Stato, con Una Lira del 1946 in oro incastonata sul quadrante. Del resto fin dall’inizio la produzione programmata per questo 2022, secondo quanto dichiarato dalla stessa Oisa, si aggirava attorno ai mille movimenti. Poi, a partire dal 2023, era previsto uno sviluppo graduale per arrivare a numeri decisamente più importanti. Che sono proprio quelli dichiarati di recente.

    Il calibro 29-50 sulla via dell’industrializzazione

    Con l’acquisizione di quei 500 metri quadri all’interno della manifattura ad Albuzzano – sede dell’Officina Meccanica Futura di Benedetto Perrotta, socio e Amministratore unico di Oisa 1937 -, i progetti a breve scadenza sembrano possibili. Lo spazio è sufficiente per ospitare nuove macchine a controllo numerico e manodopera specializzata così da aumentare la produzione. E poter avere a disposizione del mercato quantità sufficienti del calibro 29-50 Cinque Ponti e delle sue elaborazioni meccaniche. Da parte sua, del resto, il movimento è nato per la personalizzazione, sia nei materiali sia nelle finiture. Platina e ponti possono essere realizzati in ottone, ma anche in oro, titanio o alpacca; possono essere decorati con incisioni, rilievi, smalti di vario tipo o colorati con trattamenti Pvd.

    Non solo. Il calibro 29-50 è stato concepito come movimento di base da declinare in quattro versioni: a Cinque Ponti, oppure a Ponte Unico, con Doppio Bariletto e Riserva di Carica, e ovviamente a Carica Automatica. «L’obiettivo a lungo termine è di arrivare a produrre una gam­ma di movimenti meccanici che non solo siano simbolo del made in Italy e della sua tradizione orologiera, ma che garanti­scano anche un alto livello di qualità, precisione e affidabilità», conferma Mantovani. E le sue parole trovano un’eco nei commenti di Fausto Berizzi: «L’obiettivo era quello di arrivare a un movimento perfetto che integra diversi punti fondamentali. Come il bilanciere senza racchetta, le viti antiallentamento e l’Incablock dimensionata appositamente per il bilanciere. Tutti elementi che offrono la garanzia di un movimento performante, bello e affidabile».

    Risorge l’orologeria italiana?

    «Con Oisa 1937 vogliamo ripercorrere la strada del maestro Morezzi. Un genio italiano, che è riuscito a creare straordinari calibri», aggiunge Mantovani. «Calibri che oggi vogliamo mettere a disposizione di tutti i brand interessati a movimenti meccanici di alta gamma. Oltre a Locman, altre importanti aziende italiane ed internazionali stanno acquistando i movimenti Oisa per dare qualità e prestigio ai propri orologi. Questo è il vero obiettivo del progetto ed è per noi motivo di grande soddisfazione». Del resto, come raccontava nel suo articolo Veroni, il sogno di un movimento meccanico italiano gli appartiene da tanti anni. Ed è ormai diventato una realtà. L’importante ora è poterlo industrializzare, così da ricollocare il nostro prodotto di qualità, simbolo del made in Italy, almeno a livello europeo. Sarebbe davvero l’avvio della tanto agognata rinascita dell’orologeria italiana.

    Non a caso, il Ceo di Locman per tutto l’anno si è fatto promotore di una serie di dibattiti – nelle fiere di settore, da VicenzaOro al Woi, e in altre occasioni – proprio sul tema della storia dell’orologeria italiana. «Che ha radici molto antiche. Alcune tra le prime testimonianze documentali le offre Dante Alighieri nel Paradiso, in cui paragona i ruotismi degli orologi meccanici all’armonia dei movimenti delle anime beate. Per non parlare di orologiai famosi come Brunelleschi o Leonardo e del contributo straordinario di Galileo, inventore dell’isocronismo del pendolo», conclude Mantovani. «Dunque la ben nota passione degli italiani per l’orologeria analogica è un valore culturale e ancestrale che ha sempre animato imprenditori e collezionisti. Quest’arte sublime si è evoluta in un’imponente filiera produttiva molto spesso al servizio delle marche svizzere. Crediamo sia venuto il momento di sottolineare il valore dell’Italia anche in questo settore».

  • La Ref 5271/11P & Co.: i nuovi gioielli di Patek Philippe

    La Ref 5271/11P & Co.: i nuovi gioielli di Patek Philippe

    Il Cronografo con calendario perpetuo è una delle Grandi Complicazioni tipiche di Patek Philippe. E quest’anno è stato riproposto in tre coloratissime versioni: la Ref. 5270P con quadrante verde sfumato, presentata a Watches and Wonders Ginevra, la scorsa primavera. Seguita, di recente, dalla Ref 5271/11P con quadrante blu e dalla Ref. 5271/12P con quadrante rosso, impreziosite rispettivamente da zaffiri o rubini. Si tratta certo di creazioni esclusive, con il movimento di manifattura e la cassa in platino, come lascia intendere la lettera P inserita nella referenza. Prodotte in piccole serie, sono riservate ai più facoltosi intenditori, ovvio…

    Eppure risultano ugualmente interessanti anche per noi comuni mortali. Perché da un lato permettono di apprezzare l’evoluzione estetica di un grande classico, capace di adattarsi allo spirito dei tempi, di interpretare il gusto più attuale. E dall’altro di avvicinarci al mondo dell’alta gioielleria, che sarebbe errato considerare solo appannaggio dei modelli da donna. Gli esemplari maschili incastonati di gemme, in passato realizzati solo su commissione, da parecchi anni ormai sono presenti nelle collezioni “normali” del catalogo Patek Philippe. Del resto implicano tecniche e conoscenze dei mestieri rari, che appartengono alla grande orologeria di tradizione. Qualcosa che tutti gli appassionati dovrebbero conoscere.

    Patek Philippe e le pietre preziose

    Partiamo proprio dalla Ref 5271/11P con zaffiri e dalla 12P con rubini. E partiamo da una notizia che all’estero ha avuto grande eco, mentre in Italia è stata quasi del tutto ignorata (con pochissime eccezioni, da parte di siti particolarmente attenti all’attualità internazionale). Un paio di mesi fa, Patek Philippe ha acquisito una partecipazione societaria di Salanitro. Ovvero, una delle più prestigiose aziende svizzere specializzate nell’incastonatura delle pietre preziose, al top nel settore.

    Fondata nel 1990 a Ginevra da Pierre Salanitro, oggi conta più di 200 impiegati e macchinari d’avanguardia nei laboratori di Les Acacias. Ha una doppia certificazione RJC (ma è anche certificata CoP), tanto per capirci sulla questione della sostenibilità (che non è il caso di affrontare qui). Ed è in grado di offrire un servizio a 360° – dal progetto al prodotto finito – alle case di orologeria, tant’è che lavora per una quarantina di marchi elvetici. Per avere un’idea di ciò che è capace di fare con le pietre, basta dare un’occhiata a due vecchi esemplari di una nota maison di Le Brassus: il Sapphire Orb e il Diamond Outrage. Impressionanti…

    Già legate da rapporti di collaborazione, le due imprese ginevrine hanno tra l’altro molto in comune. Entrambe aziende “familiari”, si basano su valori quali eccellenza, indipendenza, artigianalità, rispetto delle tradizioni, servizio verso i clienti… E mi fermo qui, ma potrei continuare. Ora, l’acquisizione di cui sopra porta vantaggi ad ambo le parti. Se Salanitro si garantisce così continuità e futuro, Patek Philippe si assicura una corsia privilegiata nella creazione di esemplari incastonati. Come la ricca serie presentata – non a caso – nell’ultimo periodo: dall’Aquanaut Rainbow al Nautilus Joaillerie, fino alle Grandi Complicazioni come i due Grandmaster Chime Haute Joaillerie e i due esemplari di Cronografo con calendario perpetuo, appunto.

    Le Ref 5271/11P e 5271/12P

    E torniamo proprio alle nuove versioni del Cronografo con calendario perpetuo. Come dicevo, le Ref 5271/11P e 5271/12P si distinguono per la presenza di zaffiri blu o di rubini, cioè due tipi diversi per colore della stessa pietra preziosa: il corindone. Una gemma composta da ossido di alluminio, estremamente resistente (con durezza 9 nella scala di Mohs, inferiore solo a quella del diamante), qui dal taglio a baguette. Su ciascun cronografo si contano 80 pietre: 58 incastonate sulla lunetta e sulle anse (per le quali le gemme sono state tagliate su misura) e 22 sulla fibbia déployante. Rigorosamente montate a mano, una per una. Ma, come sempre, più del numero delle pietre è importante considerare la caratura totale: che raggiunge i 5.16 ct nella versione con gli zaffiri e i 5.25 ct in quella con i rubini.

    Da notare comunque due pecularità. La prima è l’altissima qualità delle gemme, prive di inclusioni (almeno visibili a occhio nudo) e definite da una completa uniformità cromatica. La seconda è il tipo di incastonatura “invisibile”, chiamata dagli addetti ai lavori “a binario”. Tradizionalmente usata con il taglio baguette, è una tecnica che richiede estrema competenza da parte del maître sertisseur. Perché ciascuna pietra è allineata all’interno della sede, in fila l’una accanto all’altra in uno spazio ben definito da pareti di metallo, ma non è bloccata né da griffe né da granette, solo da una leggera battitura finale. Fondamentale quindi è la tensione fra le pietre: che devono essere abbastanza vicine da restare coese, ma non troppo perché rischierebbero di rompersi, e neppure troppo poco per evitare di perderle.

    Il calibro CH 29-535 PS Q

    Due parole infine sulla meccanica che accomuna tutte le versioni del cronografo con calendario perpetuo oggetto di questa pagina. Si tratta del calibro CH 29-535 PS Q, un movimento a carica manuale apparso per la prima volta nel 2011. Che è composto da un calibro cronografico di base, cui i tecnici della Manifattura hanno aggiunto il modulo del calendario perpetuo. Considerato dagli esperti il “cronografo definitivo”, il calibro CH 29-535 PS ha un’architettura tradizionale con ruota a colonne e innesto orizzontale a ruote dentate, ma concentra anche 6 brevetti che corrispondono ad altrettante innovazioni.

    Brevetti che riguardano per esempio il profilo ottimizzato dei denti dei ruotismi, il grande “cappello eccentrico” della ruota a colonne che regola la penetrazione degli ingranaggi, il lavoro di “ajour” sulla ruota del contatore dei minuti. E altro ancora. Caratterizzato da 65 ore di autonomia, nasce proprio con l’intento di accogliere complicazioni supplementari. Come appunto il modulo del calendario perpetuo, che da parte sua risulta particolarmente piatto: soltanto 1,65 mm di spessore. E conferma la maestria raggiunta da Patek Philippe in questo genere di dispositivi.

  • Deepsea Challenge, la nostra opinione sul nuovo Rolex

    Deepsea Challenge, la nostra opinione sul nuovo Rolex

    A sorpresa – lo ricordiamo tutti – il 1° novembre scorso, Rolex ha presentato l’inedito Deepsea Challenge. Fin da subito e per giorni interi, chiunque e su qualsiasi media (da pronunciare con la “e”: è una parola latina, prima che inglese), chiunque – dicevo – ha voluto dire la sua, anche a costo di scrivere fesserie… A livelli tali da farci chiedere perché certa gente non pensa, invece di copiare pedissequamente la cartella stampa per mettere online post in tempo reale… Ora, dopo aver letto e ascoltato innumerevoli scemenze e qualche considerazione intelligente sui vari blog, forum, video di youtube, siti specializzati e non, penso sia arrivato finalmente il momento di dire la nostra. Non perché abbiamo la verità in tasca, ma per riflettere insieme a voi su quanto ci sia davvero di importante nel nuovo Deepsea Challenge.

    La sostenibilissima leggerezza del titanio

    Prima di tutto, il titanio: si tratta del primo orologio in titanio di Rolex. Non un titanio qualsiasi, sia chiaro. Con il culto per i materiali che si ritrova (o meglio, la consapevolezza di quanto contino i materiali nella qualità di un orologio, tant’è che ha la propria fonderia interna), la Casa della Corona non poteva che adoperare una lega esclusiva. Su cui non si sa molto: né se sia stata sviluppata in-house (presumibilmente), né quale sia la precisa composizione (ovviamente), se non che si chiama titanio RLX e che è di grado 5.

    Lasciamo perdere per favore le tante elucubrazioni sull’uso del titanio da parte di Tudor. Qui parliamo di Rolex, non di Tudor: la proprietà sarà anche la stessa, ma sono due mondi paralleli e indipendenti. L’uso del titanio in questo caso ha una portata storica, perché lascia intendere che così sia di fatto sdoganato nella produzione della Casa. E che quindi, in un futuro nemmeno remoto, usciranno altri esemplari realizzati in titanio RLX. In pratica il Deepsea Challenge sarà il primo di una lunga serie di Rolex in titanio. Scommettiamo?

    La storia

    Chi, tra gli pseudo-comunicatori, nella propria recensione ha puntato tutto sulla straordinaria capacità dell’orologio di raggiungere fino a 11mila metri (sic!), dovrebbe cambiare mestiere – lasciatemelo dire. A parte il fatto che detto così sembra quasi che se te lo tieni al polso per 11 chilometri, appena fai un metro in più l’orologio si ferma… Il punto è che la tenuta stagna a pressioni estreme non è certo una novità, per Rolex: anzi, ha più di 50 anni. E si basa sull’interesse, reale e storicamente provato, verso l’impermeabilità, che risale addirittura all’esordio dell’Oyster Perpetual, ai tempi di Mercedes Gleitze.

    Poi, dopo il Submariner, la Maison ha messo alla prova i progressi raggiunti con l’avventura del batiscafo Trieste di Jacques Piccard. Che all’esterno aveva fissato l’avveniristico (per l’epoca) Deep Sea Special con vetro a cupola. Era il 1960 e già allora quel primo orologio sperimentale, dopo aver toccato i fondali della Fossa delle Marianne e subìto l’impressionante pressione di 1.100 bar, tornò in superficie indenne e perfettamente funzionante.

    Quindi l’impresa è stata ripetuta in tempi più recenti, nel 2012, da James Cameron. Che raggiunse in solitaria il punto oceanico più profondo dell’intero Pianeta, il cosiddetto Challenger Deep, a bordo di un sottomarino appositamente progettato. Sul cui braccio meccanico Rolex aveva apposto un nuovo modello sperimentale, chiamato proprio Deepsea Challenge – come la spedizione a scopo scientifico sostenuta dal National Geographic. In acciaio, pesante e massiccio, quell’esemplare presentava la stessa tecnologia del suo omonimo di oggi. Che altro non è se non lo sviluppo commerciale, la versione industrializzata del prototipo messo alla prova giusto dieci anni fa. Ed è proprio la capacità di industrializzare il Deepsea Challenge a essere degna di nota.

    Le dimensioni e la costruzione del Deepsea Challenge

    Al di là dell’inutile mi piace/non mi piace e delle battute cretine sull’immettibilità del nuovo subacqueo, consideriamo le dimensioni della cassa: 50 mm di diametro per 23 mm di spessore. Notevoli, vero. Ma dipendono proprio da quel precedente, che addirittura era ancora più grande: 51,4 per 28,5 mm. Qualcuno se lo ricorda o abbiamo tutti la memoria dei pesci rossi? (Si fa per dire, la scienza ha dimostrato che è una fola: i loro ricordi durano anni). Che poi anche le rimostranze sull’impossibilità di indossare l’orologio nella vita quotidiana lasciano il tempo che trovano. Ma davvero qualcuno crede che Rolex abbia realizzato il Deepsea Challenge per poterlo mettere al polso e magari andarci – che so – in ufficio? È già arduo portarlo sopra la muta…

    E dipende sempre dal Deepsea Challenge originale anche la particolare architettura, basata sul sistema Ringlock (brevettato). La cassa cioè ha una costruzione tripartita sviluppata intorno a un anello di supporto, realizzato in una lega molto resistente di acciaio e azoto. Tutt’attorno si trova la carrure vera e propria (prima in acciaio 904L, ora in titanio RLX). Al di sopra poggia un vetro zaffiro molto spesso e leggermente bombato, mentre sotto si trova il fondello avvitato in titanio pieno (nell’esemplare originale aveva uno spessore di 5,3 mm). Ed è proprio grazie a questa costruzione che il Deepsea Challenge è in grado di resistere a pressioni colossali.

    A proposito: in base alle normative vigenti, tutti gli esemplari subacquei devono essere singolarmente testati a una pressione superiore del 25% di quella dichiarata. E questo non fa eccezione. Il che significa che il Rolex Deepsea Challenge ha dovuto sopportare ben 1.375 bar, in un’apposita camera subacquea costruita con la Comex. Di nuovo, davvero pensate che i tecnici di Rolex siano così ingenui da non sapere che nemmeno i sommozzatori di profondità incontrino mai simili pressioni? Non è più probabile piuttosto ipotizzare che abbiano voluto così dimostrare ciò di cui sono capaci?

    Prezzo e conclusioni

    Qualche altra caratteristica? Alla spicciolata, l’immancabile valvola di decompressione. Il calibro 3230 di manifattura, con spirale Parachrom, bilanciere Microstella, scappamento Chronergy e autonomia di 70 ore. La lunetta in Cerachrom, le lancette e gli indici luminescenti Chromalight. Il bracciale dotato di sistemi di allungamento Fliplock e Glidelock. Devo continuare? Il Deepsea Challenge presenta tutte le caratteristiche tipiche dei Rolex, è la summa di tutti quei dettagli rappresentativi della Casa. Con qualcosa in più: come i profili bisellati della cassa e il fondello inciso con scritte commemorative.

    Infine il prezzo: 26.100 euro. Altro motivo di (forti) mugugni da parte di chi vorrebbe ma non può. A parte il fatto che le aziende non applicano prezzi a caso, ma seguono una politica ben precisa in cui calcolano costi e guadagni… Anche il prezzo, così come tutto ciò che vi ho raccontato finora, mi fa credere che l’orologio sia espressamente rivolto ai collezionisti. Che non lo indossano, tutt’al più ne parlano. Il Deepsea Challenge insomma sarebbe un concentrato di tecnologie Rolex, una dimostrazione di savoir-faire e di competenze, che serve proprio a confermare le vette raggiunte dalla Casa e a far discutere. Come dicono gli americani, un conversation piece. E se l’obiettivo era far parlare di sé… beh, è stato pienamente raggiunto.

  • BR-X5: il Bell & Ross con movimento Kenissi

    BR-X5: il Bell & Ross con movimento Kenissi


    Nei giorni scorsi, a WatchTime New York, Bell & Ross ha presentato il nuovo BR-X5. Che, come il nome lascia intuire, amplia la collezione BR 05, lanciata nel 2019 con un’impronta più “cittadina” – tecnica ma non militare –, priva delle connotazioni da “strumento professionale” degli altri esemplari già nel catalogo della Marca. Ma con quella X – “simbolo di segretezza, sperimentazione e futuro”, secondo il marketing di Bell & Ross – che in realtà lo differenzia ulteriormente. E allude alla presenza di un movimento di manifattura.

    O, almeno, così si legge nella cartella stampa. Devo ammettere infatti di non aver ancora visto né toccato l’orologio, per cui per questa recensione mi affido solo al comunicato ufficiale. Ma non posso aspettare di aver visionato fisicamente il BR-X5, anche se dovrebbe arrivare a breve nei negozi. Meglio mettere in chiaro fin d’ora le cose, visto che ha contenuti tali da ingolosire qualunque appassionato. Perché? Il movimento è realizzato da Kenissi, ecco perché.

    Cos’è Kenissi

    Non ho intenzione di ripercorrere di nuovo la storia di Kenissi. Ne avevo scritto nel 2019, all’epoca dell’acquisizione di una quota societaria da parte di Chanel, quindi rimando i più curiosi a quell’articolo. Qui mi limito invece ad aggiornare i fatti, visto che – rispetto ad allora – il cosiddetto “Progetto Gemini” è stato portato a termine. Oggi lo stabilimento Kenissi è una realtà industriale di Le Locle, sorta su un terreno che in passato era di proprietà Rolex, al civico 65 di rue de France (in continuità con Tudor, che si trova al n° 63, e vicino a una sede Rolex). E si sta affermando come produttore di movimenti, come valida alternativa ai vari Eta e Sellita soprattutto per il segmento medio-alto del mercato.

    Con un assetto societario immutato – 80% Tudor, 20% Chanel –, oltre alla consueta partnership commerciale con Breitling (sempre in atto), Kenissi in questi anni ha raggiunto una certa potenza produttiva che gli permette di vendere anche ad altri marchi. È diventato infatti fornitore di TAG Heuer (con il calibro TH30-00 montato nell’Aquaracer Professional 1000 Superdiver); di Fortis (calibro Werk 11 del Marinemaster); e di Norqain (calibri NN20/1 dell’Indipendence Limited Edition e NN20/2 del Neverest Gmt), brand emergente finito da poco sotto i riflettori per l’ingresso nel proprio Consiglio di amministrazione nientepopodimeno che di Jean-Claude Biver. Nel cui board – per inciso – siede anche Ted Schneider, ex membro del CdA di Breitling.

    Kenissi e Bell & Ross

    Ma non divaghiamo. A questi marchi si aggiunge ora anche Bell & Ross, per cui Kenissi produce il BR-Cal 323, montato appunto nel nuovo BR-X5. No, per favore: evitiamo di star qui a cincischiare sul fatto che si possa o non si possa definire “di manifattura”. Sul Giornale degli Orologi abbiamo già affrontato più volte l’argomento (potete rileggere gli articoli di Augusto Veroni, che ha spiegato bene in diverse occasioni il nostro punto di vista). Poi, se proprio volete dire la vostra, vi invito a farlo attraverso i nostri social. In questo caso, se trovate inopportuna o inappropriata la definizione, potete sempre sostituirla con “sviluppato in esclusiva da (oppure con) Kenissi”. Chiudiamola qui.

    Prima alludevo al rapporto indiretto Norqain / Breitling che – per logica – potrebbe aver costituito un antefatto alla collaborazione del “microbrand” con Kenissi. Qualche parola andrebbe aggiunta anche sui trascorsi che legano Bell & Ross e Chanel. E che chiunque abbia un minimo di memoria orologiera ricorda. Nel 2002, infatti, la Maison della Doppia C è diventata azionista di minoranza nella società fondata da Bruno Belamich e Carlos Rosillo. Cosa che contribuì all’abbandono della partnership con Sinn e al trasferimento in Svizzera, a La Chaux-de-Fonds, della sede del Marchio. Tra l’altro la G&F Chatelain, ovvero la Manifattura Chanel – che si trova anch’essa a La Chaux-de-Fonds – ha sempre prodotto la cassa e il bracciale degli orologi in ceramica di Bell & Ross. Tanto per dire…

    Il movimento del BR-X5

    Il BR-Cal 323, dicevo, è un movimento meccanico a carica automatica progettato e fabbricato da Kenissi. Tutti i movimenti dell’azienda di Le Locle – lo si legge sul sito ufficiale – sono derivati dai calibri di manifattura Tudor, secondo tre standard costruttivi ben definiti. Uno, la robustezza e l’affidabilità, con un’architettura in certi casi abbastanza simile e ben riconoscibile. Due, la precisione: la costanza di marcia risponde ai criteri richiesti dal Cosc, ma è personalizzabile perfino con intervalli di tolleranza inferiori. Tre, la lunga autonomia – 70 ore – che in azienda chiamano “weekend-proof” (almeno per i movimenti di grandi e medie dimensioni, per quelli più piccoli ci si ferma alle 50 ore). E il calibro di Bell & Ross non fa eccezione.

    Il BR-Cal 323 ospitato nella cassa del BR-X5 è montato su 28 rubini. Ha un bilanciere a inerzia variabile che lavora a 28.800 alternanze orarie, sorretto da un grande ponte che è anch’esso una caratteristica comune alla famiglia di movimenti cui questo calibro appartiene. Ha un’autonomia di 3 giorni, alimentata da un rotore scheletrato personalizzato, e riportata sul quadrante per mezzo di un contatore a ore 9. Al 3, invece, si trova il datario “a carosello”, con un dispositivo di correzione rapida che ne permette la regolazione anche negli orari un tempo “proibiti”, senza compromettere il funzionamento del calibro stesso. Dulcis in fundo, è certificato cronometro dal Cosc. Ed è fornito di una garanzia di 5 anni (che riguarda anche la cassa), contro i 2 anni che di solito corredano i Bell & Ross.

    Le caratteristiche estetiche e i prezzi del BR-X5

    La cassa in acciaio misura 41 mm di lato, un millimetro più grande rispetto agli esemplari della collezione BR 05, ed è impermeabile fino a 10 atm. Ma soprattutto ha un design interamente ristudiato, che accentua l’aspetto possente, “muscolare”, della costruzione.

    La caratteristica architettura del cerchio inserito in un quadrato qui è resa con una struttura più complessa del solito, che qualcuno ha definito “a sandwich”. È articolata in un “container” centrale – come lo definisce il marchio stesso –, dov’è alloggiato il movimento, e una cornice aggettante – quasi una sorta di ponte, aperto lateralmente – che lo racchiude e lo protegge. Il tutto è fissato da 4 viti passanti, che rafforzano la solidità dell’insieme. Per comprenderla meglio, vi rimando alle immagini in alto. Aggiungo però che le superfici sono ben rifinite con un’alternanza di finiture lucide, spazzolate e microbillé.

    Quindi il quadrante soleil, declinato in due versioni: nero oppure azzurro (blu ghiaccio, secondo la cartella stampa). Una scelta cromatica, quest’ultima, che ha già suscitato un coro di “no” da parte dei tradizionalisti, ma che personalmente trovo divertente. Coraggiosa perché inattesa, in aperto contrasto con l’idea di mascolinità decisa che sottende il BR-X5 stesso. Probabilmente rivolta alle generazioni più giovani, a quanti sono privi di preconcetti orologieri o semplicemente sono così sicuri della propria virilità da non aver nulla da temere perfino se ostentano colori pastello. Che piaccia o meno, la cosa è ininfluente. Lo ripeto per l’ennesima volta: i gusti sono personali e indiscutibili.

    Infine il bracciale in acciaio, integrato e rastremato – tipico della collezione –, con le maglie centrali lucide che spiccano nei profili ad H allungata, spazzolati. In alternativa esiste anche il cinturino in caucciù, coordinato al colore del quadrante, dalla struttura aperta che permette una migliore traspirazione dell’epidermide e risulta quindi più confortevole al polso. La presenza di uno o dell’altro ovviamente influisce sul prezzo finale del BR-X5, che varia da 6.900 a 7.400 euro. Per la cronaca, esiste anche una versione con cassa in carbonio e quadrante arancione, chiamata appunto BR-X5 Carbon Ornage, che raggiunge invece gli 11.900 euro. Magari ne riparleremo.